Dio esiste e vive a Bruxelles

Schermata 2015-11-30 alle 21.16.48recensione del film.
DIO ESISTE E VIVE A BRUXELLES

Titolo originale:
Le Tout Nouveau Testament

Regia:
Jaco Van Dormael

Principali interpreti:
Pili Groyne, Benoît Poelvoorde, Catherine Deneuve, François Damiens, Yolande Moreau, Laura Verlinden, Serge Larivière, Didier de Neck, Marco Lorenzini, Romain Gelin, Anna Tenta, Johan Heldenbergh – 113 min. – Lussemburgo, Francia, Belgio 2015

Giacomo Leopardi, ponendosi il problema del dolore nel mondo, si era chiesto se gli dei dell’Olimpo non ne fossero i crudeli responsabili, quando, per vincere la noia della loro esistenza oziosa, avevano deliberato di godersi, dal cielo, lo spettacolo dei nostri travagli e delle nostre sofferenze. Non credo che il regista di questo film ne sia stato ispirato, ma i versi famosi* del nostro poeta mi sono tornati alla mente all’inizio della mia visione.

Il dio di questo film, forse lontanamente identificabile con quello del Vecchio Testamento, vive a Bruxelles in una casa di poche stanze, una delle quali è solo sua: un agghiacciante luogo claustrofobico, che tra le pareti, arredate con cassetti inaccessibili pieni delle memorie millenarie delle sue malefatte, ospita il computer, grazie al quale egli progetta le peggiori catastrofi per l’umanità,  quelle che, in seguito, per divertirsi, osserverà alla TV, davanti alla quale passa le sue giornate. Egli è un dio molto strano, trasandato e sporco, prepotente e dispettoso, oltre che terribilmente maschilista: dopo aver creato il mondo, egli aveva plasmato l’uomo a propria immagine e gli aveva affiancato una donna, col compito di sottometterla, come aveva fatto lui con sua moglie, una casalinga infelice, obbligata a ubbidirgli, sempre e comunque, senza alcun diritto, né sindacale, né di parola. Gli aveva dato due figli quella poveretta: un maschio, JC, che se n’era andato per agire di testa propria (infatti, con l’aiuto degli Apostoli si era permesso di scrivere un Nuovo Testamento) e una femmina, ancora piccola ma con idee ben chiare, ribelle e riottosa, di nome Ea. Anche la piccina vorrebbe fuggire come JC; ci terrebbe, anzi, ad aggiornare il Nuovo Testamento: a questo scopo si era impadronita di soppiatto delle chiavi della stanza paterna, dalla quale, via sms, aveva inviato a ciascun uomo la comunicazione anticipata della data di morte, dopo di che, in modo avventuroso, seguendo un disagevole percorso, era arrivata, come Alice, dall’altra parte del suo (fortunatamente perduto) paradiso. Non le sarebbe stato difficile trovare gli apostoli (parecchie le donne), che col racconto della loro vita le avrebbero permesso di mettere insieme il Nuovo Nuovo Testamento.

Il film procede accumulando personaggi e situazioni: ogni nuovo evangelista ha una storia da raccontare, nonché un lasso di tempo più o meno breve per continuare a vivere: conoscendone la scadenza, si organizzerà al meglio, sotto gli occhi benevoli di Ea, che, in quanto donna, è mite (!) e intende lasciare al mondo un messaggio di giustizia e di compassione. Il grande tema del dolore sembra dunque risolversi in una rappresentazione leggera e ironica, quasi stemperandosi in una favola natalizia per adulti graziosa e a tratti assai divertente. Gli aspetti dissacranti sono lontani da qualsiasi blasfemia, nonostante qualche citazione di Buñuel, il cui corrosivo e graffiante agnosticismo rimane, comunque, molto esterno al film. Le invenzioni argute e brillanti non mancano e neppure gli sprazzi di intelligente osservazione che, pur  rendendo il film assai gradevole, non ne fanno un capolavoro. La sua innegabile piacevolezza è dovuta in gran parte alla grande e spiritosa interpretazione degli ottimi attori, fra i quali spiccano una invecchiata e ancora bellissima Catherine Deneuve, nella parte dell’evangelista sposa di un tenero gorilla, nonché l’eccellente Benoît Poelvoorde, nella parte di Dio.
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*Forse i travagli nostri, e forse il cielo
I casi acerbi e gl’infelici affetti
Giocondo agli ozi suoi spettacol pose?

(Leopardi: Bruto minore vv: 49-51. – dicembre 1821)

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Due brevi recensioni: La Famiglia Bélier – Latin Lover

Alcuni film di un certo interesse sono comparsi nelle nostre sale, oltre a quelli di cui ho già pubblicato le recensioni: possono risultare gradevoli quando ci si vuole distrarre un po’ senza, tuttavia, rinunciare a pensare.

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recensione del film:
LA FAMIGLIA BELIER

Titolo originale:
La famille Bélier

Regia: Eric Lartigau

Principali interpreti: Karin Viard, François Damiens, Eric Elmosnino, Louane Emera, Ilian Bergala. -100 min. – Francia 2014

Non sempre è una sventura essere nati sordomuti come i propri genitori, Gigi e Rodolphe Bélier, se ci si vuole bene, si lavora e si vive dignitosamente vendendo i prodotti di una piccola azienda agricola in Normandia; alle volte, anzi, in quella famiglia ci si era anche divertiti, perché l’espressione gestuale era servita a dire cose che ad alta voce non si sarebbero dette per educazione, per pudore o per rispettare le convenienze sociali. La condizione serena dei Bélier ora stava diventando più difficile, però, poiché la più grande dei due figli, l’adolescente Paula, che era l’unica a sentirci benissimo e a parlare, stava cambiando . La giovinetta, infatti, era stata notata per la sua bellissima voce da soprano dal professore di musica della sua scuola media, che addirittura le aveva proposto di prepararla gratuitamente perché potesse partecipare  all’imminente e importantissimo concorso per voci nuove a Parigi, ciò che avrebbe causato il suo allontanarsi dalla gestione degli affari di famiglia, dal banco del mercato, dalle occupazioni agricole. Poiché, come bene ci fa intendere il film, la “normalità” è solo una questione di punti di vista, all’interno della famiglia Bélier veniva dato per certo che la “diversa” Paula avrebbe quasi certamente procurato grane e seccature, che si manifestavano appunto ora, quando l’adolescente, imprevedibile e spiazzante, come tutti a quell’età, diventava quasi l’immagine emblematica dell’alieno tra noi, incomprensibile per genitori e fratellino, nessuno dei quali capiva che cosa volesse, a che cosa aspirasse, quali segreti nascondesse, perché se ne volesse andare. Il mutismo e la sordità, perciò, sembrano quasi la metafora del muro di incomprensione che si erge fra i genitori, sordi veri o presunti, e i figli che, prendendo coscienza delle opportunità che il futuro può offrire loro, non intendono farsi “normalizzare” dalla routine quotidiana della vita famigliare. Un film intelligente, molto ben recitato, che lascia intravedere l’attenta indagine del regista nel rappresentare il momento critico del distacco dalla famiglia, quando l’affetto e la protezione degli adulti nei confronti dei figli finirebbero per soffocarli, tarpandone le ali nel momento in cui essi vorrebbero almeno provare a volare da sé.

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recensione del film:
LATIN LOVER

Regia: Cristina Comencini

Principali interpreti:

Virna Lisi, Marisa Paredes, Angela Finocchiaro, Valeria Bruni Tedeschi, Candela Peña, Francesco Scianna, Lluís Homar, Neri Marcorè – 114 min. – Italia 2015.

A San Vito dei Normanni, paese natale di Saverio Crispo, grande attore e divo del cinema, si commemora il decimo anniversario della sua morte. Allo scopo si riuniscono nella casa di famiglia, oltre alle due vedove, (Virna Lisi, alla sua ultima opera, e Marisa Parades), le numerose figlie, non solo quelle  ufficialmente riconosciute, i generi nonché i nipoti dell’ultima generazione. Dal mare di ricordi che affiorano alla memoria delle due compagne della vita, ormai troppo anziane per la gelosia, ma ancora sufficientemente giovani per lanciarsi qualche bella battuta al vetriolo, emerge, come in un santino d’epoca, il ritratto di un uomo bellissimo, affettuoso, buon marito e buon padre, ma un po’ troppo sensibile alla bellezza delle donne che lo assediavano e lo insidiavano dovunque egli si trovasse. La verità di Saverio (Francesco Scianna), invece, era un po’ più complicata, come sarebbe apparso evidente di lì a poco alle vedove costernate e alle figlie attonite, e dava un’immagine del personaggio assai lontana anche da quella idealizzata delle celebrazioni ufficiali.

Il film è assai interessante non solo perché ricostruisce, sull’ esile traccia biografica di un uomo immaginario (che ho descritto molto sommariamente), l’icona del maschio italiano, il latin lover per l’appunto, quale poteva essere diffusa dagli attori che attraverso il nostro cinema, parlavano al mondo, ma soprattutto perché Saverio Crispo, compendiando in sé molti famosi interpreti dei film di un tempo (da Mastroianni, a Gassman, a GianMaria Volonté, a Rossano Brazzi a Ugo Tognazzi e, probabilmente, anche a Rodolfo Valentino), fornisce l’occasione per una bella e garbata evocazione di opere cinematografiche molto famose e anche per una riflessione sui loro registi grandissimi, spariti insieme a un’intera società, sommersa dall’omologazione dei gusti e dei comportamenti e perciò sempre più simile alle altre società del mondo occidentale. Un omaggio dunque al nostro cinema, oltre che ai grandi interpreti che, come Virna Lisi, avevano rappresentato con gusto e intelligenza l’Italia di allora, vitale e piena di speranza.

più tango per tutti (Tango libre)

Schermata 02-2456702 alle 21.30.42recensione del film:
TANGO LIBRE

Regia:

Frédéric Fonteyne

Principali interpreti:
François Damiens, Anne Paulicevich, Sergi López, Jan Hammenecker, Zacharie Chasseriaud – 98 min. – Francia, Belgio, Lussemburgo 2012.

Uno strano film, con alcuni personaggi abbastanza insoliti: due uomini (Fernand e Dominic), entrambi in carcere nella stessa cella, innamorati della stessa donna, la graziosa Alice (Anne Paulicevich), infermiera in ospedale e madre di Anton (Zacharie Chasseriaud), ragazzino quasi adolescente.
Fernand (Sergi Lopez) è il marito di lei ed è al corrente che Dominic (Jan Hammennecker) ne è l’amante, eppure i due sono amici e, se non fossero stati condannati (Dominic a una pena più alta) per una rapina finita in omicidio, continuerebbero a vivere d’amore e d’accordo sotto lo stesso tetto con lei e con Anton, figlio di uno di loro, ma da entrambi amato teneramente e, per amore di lei, considerato da ciascuno dei due un vero figlio.
La donna vive, ora, organizzandosi fra i turni all’ospedale, le cure al figlio, le visite ai suoi due uomini e le lezioni di tango, momento di libertà tutto suo, da poco tempo, però, poiché la sua vecchia aspirazione a imparare bene questa danza non aveva trovato udienza in Fernand, cosicché lei ci aveva rinunciato. Sarà Jean Christophe (François Damien), la guardia carceraria, ad assumersi involontariamente il compito di diventare il suo ballerino. Jean Christophe era un uomo bello, biondo e di gentile aspetto. Egli condivideva la propria solitudine con un vecchio pesce rosso e, dopo i turni di sorveglianza, frequentava le lezioni di tango, di cui era appassionato. Solo quando gli avevano affidato il compito di assistere ai colloqui in parlatorio aveva scoperto che la sua partner, quella di cui si stava segretamente innamorando, era la donna di due carcerati: era stato preso dal panico e si era ripromesso di evitare da quel momento qualsiasi rapporto con lei, ma ne era troppo attratto per farlo davvero. A loro volta Fernand e Dominic non avevano tardato a scoprire tutto del tango, di Alice e dei suoi rapporti con J.C., quantomeno sconvenienti nella sua situazione. Da questo bizzarro incrocio dei destini di ciascuno si sviluppa tutta la vicenda di questo film, che il regista racconta senza utilizzare i flashback, ma facendoci scoprire a poco a poco tutto quello che dei singoli personaggi occorre sapere per comprendere la situazione e i suoi sviluppi.
E’ la parte migliore dell’intera pellicola: appare da subito evidente che la famiglia “allargata” di Alice, trattata in modo non programmatico né ideologico, si presenta come un elemento interessante, così come era stato in Jules et Jim in cui la singolarità della situazione era resa del tutto accettabile dal carattere di verità e quasi di necessità del triangolo amoroso.
Questo modo di raccontare la vicenda connota anche la narrazione dell’ambiente carcerario, che poco concede agli stereotipi di genere ed è invece attenta a dare il quadro di una poetica rappresentazione soprattutto quando, su richiesta di Fernand, le lezioni di tango verranno introdotte anche nel carcere, evocando, grazie alla misteriosa sensualità che si irradia da quella danza, amori e passioni perdute, ma forse ancora ricuperabili, nonché il senso della libertà possibile in un futuro più o meno lontano, per uomini, capaci di muoversi ora con leggerezza e grazia, secondo il ritmo suggerito dalle dolci note che conferiscono un senso al tempo immutabilmente vuoto della pena.

Le vicende successive, invece, testimoniano una innegabile difficoltà a inventare il finale della complessa narrazione, difficoltà che è insieme stilistica e narrativa: il film si perde nell’accumulo incessante di nuovi elementi, dalle crisi edipiche di Anton, all’amore che si trasforma in melodramma per J.C., al tentato suicidio di Dominic, e avanti aggiungendo, fino a rendere alquanto improbabile la conclusione dell’intera storia. Un vero peccato!