donne estoni a Parigi (A lady in Paris)

Schermata 05-2456437 alle 15.22.46recensione del film:

A LADY IN PARIS
Titolo originale :
Une Estonienne à Paris

Regia:
Ilmar Raag

Principali interpreti:
Jeanne Moreau, Laine Mägi, Patrick Pineau, Corentin Lobet, Ita Ever –  94 min. – Francia, Belgio, Estonia2012.

Frida (Jeanne Moreau) è a Parigi da tanti di quegli anni, che non ricorda neppure una parola della sua lingua, l’estone, né apprezza più il cibo della sua terra, né sente alcun bisogno di vedere i connazionali. Si sente una parigina a tutti gli effetti e ama ciò che amano i “veri” parigini: l’eleganza del vestire, i buoni profumi, i bei gioielli vistosi, i croissant appena sfornati, fragrante e caldo accompagnamento della prima colazione. Ama, però, soprattutto, il modo libero e spregiudicato di vivere, seguendo esclusivamente i suggerimenti del proprio cuore, dei propri sensi e della propria intelligenza. Ora è una signora molto avanti negli anni, che cerca di nascondere il venir meno delle forze e la disperazione dell’invecchiare dietro un comportamento altero e sprezzante, quasi volesse allontanare da sé anche chi le aveva voluto bene in passato, come Stéphane (Patrick Pineau), il suo ultimo amante, molto più giovane, che, finito il tempo dell’amore, le è ancora molto legato. Anne (Laine Mägi), invece, è una donna di mezz’età: vive in Estonia, dove ha lavorato in un ospedale per anziani, abbandonato nel momento in cui la malattia della madre ne aveva reso necessario l’accudimento. Divorziata da un bel po’, Anne ha due figli che le vogliono bene e che vivono lontani da lei: qualche telefonata, qualche raro incontro; alla morte del’anziana madre le resta soltanto la solitudine, unita al desiderio di tornare a lavorare, magari ancora per occuparsi di vecchietti. Del tutto inattesa giunge la telefonata dell’agenzia che la invita a spostarsi a Parigi: lì dovrebbe occuparsi di Frida, almeno secondo gli intenti di Stéphane, che vorrebbe risolvere il problema di aver cura di lei, tenendosi lontano dai suoi capricci e dalle sue scenate: le seccature che avevano già fatto scappare molte altre badanti. Saprà cavarsela Anne?

La bellezza del film non è soltanto nel racconto delicato e pudico di questa piccola vicenda, fatta di sguardi, di solitudine, di dolore rattenuto o di scatti d’ira fuori luogo: è soprattutto nell’attenzione che il regista pone al senso dell’invecchiare e alla difficoltà di accettare la vecchiaia propria e altrui. Frida non accetta di essere vecchia e pateticamente cerca di mantenere la verve e il carattere anticonformista e libero del passato, con una buona dose di grottesca cattiveria che nessuno, ora, sembra disposto a perdonarle, neppure la mite e paziente Anne. Pochi, però, sanno accettare l’invecchiare delle persone che amano o hanno amato: non Stéphane, che preferisce non pensarci troppo, affidando Frida completamente ad Anne, né i figli di Anne, che sono ben contenti della sua partenza per Parigi, quando sarebbe bastata una sola parola per farla rimanere vicino a loro (è una delle scene più dolorose del film): un modo, probabilmente, per allontanare da sé l’incubo del declino e della morte della madre, nonché, in fondo, del destino di tutti. Anne, però, non essendo ancora troppo vecchia, intenderebbe occupare il poco tempo libero a sua disposizione per conoscere la città mitica, sognata in giovinezza, mai conosciuta, tuttavia, perché il lavoro, il matrimonio e i figli avevano assorbito ogni sua energia. Si accontenterà di conoscerla di notte, con le lunghe passeggiate solitarie lungo i boulevards o lungo la Senna, o sostando alla Tour Eiffel, affascinata da quella Parigi da cartolina che è nel suo immaginario, come in quello dei milioni di turisti di ogni parte del mondo. Qualcuno ha rimproverato, ingiustamente, secondo me, al regista la riproposizione delle solite immagini di Parigi: Anne non è una raffinata intellettuale, è una donna semplice, perciò è, ovviamente, ben lieta di conoscere quelle icone della città che i parigini, di solito, snobbano. Jeanne Moreau, indimenticabile protagonista di tanti film che hanno fatto la storia del cinema, dimostra ancora una volta le sue straordinarie qualità interpretative, forse con un po’ di autocompiacimento, ben compensato dall’indulgente ironia e perciò molto perdonabile. Bravissima anche l’attrice estone che interpreta Anne; nella media e accettabile la recitazione di Stephane. Il regista è un estone di cui poco si sa, se non che ha diretto, prima di questo bel film (che nasce da una coproduzione franco-belga-estone), uno o più episodi di una precedente pellicola, mai arrivata dalle nostre parti. Una convincente prima prova.

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Leviatano (Il ministro-L’esercizio dello stato)

Schermata 04-2456405 alle 13.43.54recensione del film:

IL MINISTRO-L’ESERCIZIO DELLO STATO

Titolo originale:

L’exercice de l’Etat.

Regia:

Pierre Schoeller

Principali interpreti:

Olivier Gourmet, Michel Blanc, Zabou Breitman, Laurent Stocker, Sylvain Deblé. – –112 min. – Francia, Belgio2011

Dopo ben due anni dalla sua presentazione al Festival di Cannes, arriva finalmente in Italia il film di Pierre Schoeller L’Exercice de l’Etat, titolo ben più significativo della scialba traduzione italiana, Il ministro, che crea nello spettatore l’attesa di un film psicologico sul potere. Il film è, invece,  una riflessione sul potere politico, così come oggi, in piena economia globalizzata, si presenta agli occhi di chi sa guardare e comprendere.

La prima scena del film, dal forte carattere allegorico, presenta una bella donna nuda attratta da un orribile e gigantesco coccodrillo, alle cui fauci mostruosamente spalancate, quasi ipnotizzata, si avvicina per farsi inghiottire, mentre misteriosi uomini, col volto celato da spessi veli neri, assistono e ci fanno assistere al singolare evento. Comprendiamo subito che si tratta del sogno, anzi dell’incubo, di un uomo, il ministro Bertrand Saint Jean (Olivier Gourmet), che, nel cuore della notte, sta dormendo accanto alla moglie, appena prima  che una telefonata gli comunichi la notizia di un gravissimo incidente nella zona delle Ardenne con morti e feriti, fra cui molti bambini. Dovrà recarsi, al più presto, sul luogo del disastro, a testimonianza della solidarietà del governo, del quale egli fa parte come ministro dei trasporti. Il suo staff, molto efficiente è pronto ad aiutarlo e assisterlo anche in momenti duri e difficili come questo. Nel gruppo dei suoi addetti si distingue Pauline, la segretaria, che non si limita a ricordargli tutti gli impegni, anche quelli familiari (compresi i compleanni della moglie), ma che gli suggerisce persino le parole, le battute e le risposte nonché l’abbigliamento e i comportamenti adatti, di volta in volta, alle circostanze: tutto ciò che, evitandogli gaffes e imprudenze, può far crescere il consenso attorno all’esecutivo. Si distingue anche, fra i suoi più stretti collaboratori, il fedelissimo Gilles (eccezionale interpretazione di Michel Blanc), il suo capo di gabinetto, grand commis alla francese, di quelli che si formano alla grande e severissima scuola dei funzionari pubblici, che ha un’altissima concezione dei compiti e delle funzioni dello stato e che si dedica con molta serietà e lealtà al suo servizio, consigliando o tacendo, al momento opportuno ed eseguendo con scrupolo e apparente distacco gli ordini senza mai discuterli. Appare chiaro immediatamente, però, che il compito di molti dello staff di Bertrand non è soltanto quello di offrirgli l’assistenza tecnica che gli occorre, quanto piuttosto quello di costruire la sua immagine e il suo personaggio, in modo che risulti funzionale a raccogliere attorno a tutto il governo e non solo a lui il massimo consenso elettorale, indispensabile per portare avanti in modo quasi indolore, con gradualità, una politica estremamente impopolare, di cui la privatizzazione delle stazioni ferroviarie, nella prospettiva dello smantellamento del trasporto pubblico, è la decisione più urgente. Su questo tema, il ministro Bertrand sembra deciso a opporre una certa resistenza, proprio perché paventa lo scontento sociale che infatti non tarderà a emergere attraverso grandi manifestazioni sindacali. Gilles sta però pensando di abbandonare il suo servizio, poiché ha maturato, insieme a pochi altri, un profondo pessimismo circa le prerogative rimaste allo stato quando, ormai, le decisioni economiche sono prese da gruppi molto ristretti di privilegiati, fuori dai confini nazionali, che, nascondendo il loro vero volto, riescono nell’ombra a orientare le scelte politiche dei governi nazionali, a cui rimane il solo compito di studiare le strategie per mettere in atto progetti “alieni”, incaricandosi anche di “smorzare,smorzare,smorzare”… l’inevitabile protesta popolare.

Percorrere un’altra strada è molto rischioso, come presto capirà Bertrand, a proprie spese. In ogni caso, se proprio non vorrà cedere, un altro ministero, magari quello del lavoro, è già pronto per lui e, forse, anche per Gilles che potrebbe seguirlo ancora, nelle mutate condizioni. Il film è magnifico: una grande regia, tiene saldamente in mano l’intreccio del racconto, molto originale e denso di allegorie e simboli capaci di tradursi in avvincente narrazione, in cui al chiacchiericcio, molto spesso incomprensibile, dei politici per interposta persona, si alternano squarci drammatici di una realtà umana molto viva e talvolta tragica, che forze oscure destinano alla crescente irrilevanza sociale. Straordinaria la recitazione di Olivier Gourmet, ministro senza qualità, uomo plasmabile da un potere opaco, capace di ogni ferocia.

Il Leviatano del mio titolo di lancio fa riferimento al mostro biblico, di derivazione fenicia, identificato in passato col coccodrillo. Il filosofo inglese Thomas Hobbes (1588-1679) titolò nel 1651 “Leviathan” la sua più famosa opera politica che indaga, richiamandosi a quel mostro, sulle origini del potere assoluto dello stato. Chi vuole approfondire può cliccare sul link seguente: http://www.treccani.it/enciclopedia/leviatano_%28Dizionario-di-Economia-e-Finanza%29/

una donna afghana (come pietra paziente)

Schermata 04-2456388 alle 23.17.39recensione del film:

COME PIETRA PAZIENTE 

Titolo originale:

Syngué Sabour

Regia:

Atiq Rahimi

Principali interpreti:

Golshifteh Farahani, Hamid Djavadan, Massi Mrowat, Hassina Burgan. – 103 min. – Francia, Germania, Afghanistan 2012.

Secondo la leggenda afghana, la pietra paziente (Syngué Sabour), cui allude il titolo del film, è quella che viene individuata come adatta a ricevere le confidenze di chi vuole parlare rivelando i propri segreti: il carico delle sofferenze di cui ci si vuole liberare si fa, col tempo, così pesante per quella pietra da determinarne infine lo scoppio e la disintegrazione in mille pezzettini. La protagonista senza nome di questo film (la stessa straordinaria e bellissima attrice iraniana di About Elly e Pollo alle prugne, Golshifteh Farahani) ha trovato nel marito, a sua volta senza nome, in coma da molti giorni per una pallottola nel collo, la sua pietra paziente: a lui, assente e silenzioso, infatti, la donna vuole affidare le proprie confessioni. E’ sua moglie da dieci anni, sono nate due bambine, ma non ha mai potuto parlargli di sé, come avviene in tutti quei paesi in cui i matrimoni mirano unicamente alla riproduzione. Ci troviamo in Afghanistan, in un quartiere di Kabul, sconquassato dai lanci incrociati di missili, che distruggono cose e ricordi, case e uomini. Le donne, ultima ruota del carro in quella sciagurata realtà, sono, a dire il vero, le persone sulle cui spalle ricade totalmente il peso del conflitto: non possono lavorare e sono costrette, tuttavia, a portare avanti la casa e la famiglia: i bambini hanno fame e sete; i malati hanno bisogno di cure, ma pochi sono coloro disposti ad aiutarli, per solidarietà o per compassione. La donna trova solo nella zia, tenutaria di un bordello, quel necessario soccorso che tutti le negano: presso di lei le sue bambine potranno finalmente mangiare e dormire in un luogo sicuro; mentre il suo posto continua a essere accanto all’uomo che l’ha sposata, la sua pietra paziente. In un crescendo di confessioni, sempre più drammatiche, la donna metterà a nudo gli angoli più nascosti del suo cuore, rivelando i segreti sempre taciuti: le paure infantili, come quella di essere venduta, come sua sorella, da un padre bisognoso di soldi per continuare a scommettere sulle quaglie; il fidanzamento senza di lui, lo sconosciuto che non si fa neppure vedere; il matrimonio celebrato, in una cerimonia senza gioia, ancora una volta in assenza di lui, trattenuto dai ben più importanti impegni di guerra; la paura di essere ripudiata perché ritenuta sterile. L’irruzione imprevista di un gruppo di soldati, armati fino al collo, nella sua abitazione potrebbe essere per lei il preludio di una svolta drammatica, di un’estrema umiliazione, ma diventa l’occasione attesa della sua vita: si farà strada in lei, a poco a poco, un nuovo sentire, un cambiamento del cuore,  un bisogno di sincerità profonda da cui si originerà il bellissimo finale del film, molto ben costruito, inatteso e terribile. Nel film è presente la denuncia di una condizione femminile intollerabile, insieme alla rivendicazione di diritti umani che non possono essere ancora a lungo così atrocemente calpestati. Tuttavia i due personaggi, quello di lei, accuratamente e finemente disegnato attraverso un’attenta analisi introspettiva, così come quello di lui, eterno assente, eroe guerriero senza qualità e senza meriti, rappresentano sul piano metaforico la condizione stessa dell’intera società afghana, nella quale l’immobilismo comatoso e violento dei maschi è ben rappresentato dalla condizione del malato incapace di risvegliarsi per ascoltare con umana comprensione, finalmente, la donna che, nonostante tutto, continua a farsi carico delle pesanti responsabilità della vita familiare e sociale, cosicché si perpetua la situazione di separatezza dei sessi, rigidamente incatenati nei ruoli tradizionali, che potrebbe durare ancora per molto tempo e di cui la donna del film massimamente esprime le contraddizioni.

Il regista di questo magnifico film è lo scrittore afgano Atiq Rahimi, che vive e lavora a Parigi dove fu accolto anni fa come rifugiato politico e dove scrisse numerosi romanzi, oltre a <em “Pierre de patience*, che nel 2008 gli fece conquistare il Prix Goncourt, cioè il premio letterario più prestigioso di Francia. A indurlo a trasformare in opera cinematografica il romanzo fu Jean Claude Carrière, il grande sceneggiatore di moltissimi famosi film (fra i quali alcuni celeberrimi di Luis Buñuel: Quell’oscuro oggetto del desiderio, Bella di giorno, Il fantasma della libertà, La via lattea e altri) la cui scrittura ha certamente contribuito alla riuscita di questo lavoro, che presenta molti caratteri della lenta narrazione del cinema iraniano e afghano, insieme a un uso molto francese dell’indagine psicologica, e della rappresentazione stilizzata, quasi teatrale, del conflitto fra  due visioni del mondo.

* Il romanzo, che è stato tradotto col titolo Pietra di pazienza per Einaudi, è, pertanto, disponibile anche nella nostra lingua. Invito i miei lettori a leggere qui le dichiarazioni di Atiq Rahimi, fondamentali per comprendere lo scenario terribile in cui romanzo e film sono maturati.