Tre manifesti a Ebbing, Missouri

recensione del film:
TRE MANIFESTI A EBBING, MISSOURI

Titolo originale:
Three Billboards Outside Ebbing, Missouri

Regia:
Martin McDonagh

Principali interpreti:
Frances McDormand, Woody Harrelson, Sam Rockwell, Abbie Cornish, Lucas Hedges, Zeljko Ivanek, Caleb Landry Jones, Clarke Peters, Samara Weaving, John Hawkes, Peter Dinklage, Kathryn Newton, Kerry Condon – 115 min. – USA – Gran Bretagna 2017

Pronto per gli Oscar, dopo i molti e quasi unanimi apprezzamenti della critica e del pubblico.

Di che cosa parla

Erano passati sette mesi dalla notte in cui Angela Hayes, uscita di casa sbattendo la porta, furiosa con Mildred, era stata aggredita, violentata con ferocia inaudita e lasciata morire tra le fiamme e le sofferenze più atroci. Il crimine era avvenuto lungo la strada poco frequentata che conduceva a Ebbing, oscura cittadina del Missouri. Sette mesi tremendi per Mildred, sua madre, che quella sera le aveva negato l’uso della propria auto, nella speranza che quella figlia riottosa se ne stesse finalmente a casa, almeno per una volta, lontana dalle pessime amicizie che la stavano rovinando. Angela, purtroppo, aveva accettato la sfida materna ed era uscita a piedi, incontrando per strada i propri sadici aguzzini. Al dolore della madre, ovviamente terribile, si aggiungeva, per colmo di strazio, il più profondo senso di colpa che, forse, sarebbe stato meno acuto se le indagini non si fossero bloccate troppo presto senza alcun risultato. Mildred (Frances McDormand) ne attribuiva la responsabilità al modo superficiale con cui l’ufficio di polizia le aveva condotte, e in particolare allo sceriffo Bill Willoughby (Woody Harrelson), che insieme al suo vice razzista e picchiatore di neri, Jason Dixon (Sam Rockwell), dirigeva quell’ufficio.

Tre Manifesti

Per forzare la ripresa delle indagini, Mildred aveva deciso di affiggere tre manifesti che, piazzati lungo la strada verso Ebbing, riportassero alla memoria di tutti  il fatto atroce, informando clamorosamente l’opinione pubblica che nulla era scaturito dall’inchiesta finora condotta, chiedendone conto allo sceriffo Bill. La decisione di Mildred era stata a lungo meditata e preparata con cura affinché fosse legalmente inattaccabile ed economicamente sostenibile anche da lei, che, abbandonata dal marito (affaccendato amante di una fanciulla giovanissima), doveva provvedere, con le magre entrate della sua botteguccia di souvenir e cianfrusaglie, oltre che a sopravvivere, anche a far vivere e studiare il figlio più piccolo, silenzioso testimone dell’ultima violenta scenata fra la madre e la sorella.
Aveva avuto ragione, infine: del caso si parlava di nuovo, grazie alla sua denuncia; l’arrivo della televisione lo stava testimoniando. Mildred non aveva previsto, però, che l’effetto mediatico l’avrebbe presto travolta con straordinaria violenza.
La popolazione di Ebbing non era spregiudicata come quella delle grandi metropoli del nord degli States: era legata alle proprie istituzioni, laiche o religiose, che ne rassicuravano perbenismo e ipocrisia; era quella dell’America profonda, dei bianchi che ancora non avevano accettato la conclusione della Guerra Civile e che continuavano a rimpiangere i vecchi tempi della schiavitù oltre che dell’apartheid, sospettosi di ogni novità e forse speranzosi di riportare indietro l’estensione ai neri dei diritti civili.
Attaccata dai suoi concittadini e dalla polizia, Mildred non si era persa d’animo, però, e aveva deciso di continuare la propria lotta rispondendo, colpo su colpo, a qualsiasi tentativo di intorbidare le acque per occultare, ancora una volta, la verità…
Siamo agli inizi del film e qui si ferma la mia narrazione, nella convinzione che i suoi sviluppi, ricchi di sorprese e di colpi di scena, vadano visti e gustati senza conoscerne prima le svolte narrative.

Il  film
Il film, nonostante le tragiche premesse, rivela da subito la sua connotazione prevalentemente  umoristica, come se il contenuto doloroso fosse filtrato dallo sguardo razionale e curioso di un narratore “pulp”, capace di cogliere gli aspetti grotteschi dei comportamenti diffusi fra i cittadini di Ebbing, luogo inventato, ma quanto mai “vero”, in diversa misura, in ciascun luogo del pianeta, microcosmo emblematico delle paure immaginarie e profonde di tutti noi, ma anche delle aspirazioni comuni  ai valori della solidarietà e dell’umana comprensione. Nessuno è completamente buono, o completamente perfido, in questo film: le angosce spesso impediscono ai numerosi personaggi di vedere e di accettare l’altro (e persino se stessi) nella sua peculiare diversità, che sia nero, omosessuale o nano. Non per nulla la parola “amore”, nel suo significato universale, è contenuta più volte anche ironicamente nelle raccomandazioni estreme dello sceriffo Bill, che solo in punto di morte, ne aveva riconosciuto la fondamentale importanza, nella vita e nel lavoro. La stessa figura di Mildred, personaggio positivo, verso cui, grazie anche alla sublime interpretazione di Frances McDormand, va tutta la nostra più profonda partecipazione emotiva, non è priva di aspetti violenti e vendicativi: nessuno, come  si sa, è perfetto, ma tutti dovrebbero perfezionare la propria sensibilità, per comprendere il dolore degli altri e finalmente condividerlo.

Il film è opera dalla sceneggiatura impeccabile, molto precisa nel disegno dei personaggi e delle loro interrelazioni, velocemente delineate con pochi asciutti tratti sufficienti a rendere vivo e credibile il complesso quadro umano e ambientale della vicenda. Film, dunque, da vedere sicuramente del quale vorrei ricordare, oltre alla ricchezza delle situazioni umane che offre alla nostra interpretazione, la grandezza degli attori, che affiancano l’eccezionale Mildred di Francis Mc Dormand, senza sfigurare, dal primo all’ultimo.

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Martin McDonagh, (nato a Londra nel 1970 da genitori irlandesi), il regista che ha sceneggiato e diretto questo film, è molto noto anche come regista e autore teatrale nell’intero Regno Unito, dove la sua vasta produzione è stata apprezzata ovunque e ha ottenuto innumerevoli riconoscimenti. Il suo esordio nel mondo del cinema è relativamente recente: nel 2006 aveva diretto il suo primo lungometraggio, che non era passato inosservato e che molti di noi avevano visto e apprezzato: In Bruges- La coscienza dell’assassino; mentre del 2012 è 7 Psicopatici, il suo secondo “giallo”, poco conosciuto da queste parti.

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una vita per caso (L’uomo che non c’era)

Untitled-2 recensione del film:
L’UOMO CHE NON C’ERA

Titolo originale.
The man who wasn’t there

Regia:
Joel Coen Ethan Coen

Principali interpreti:
Billy Bob Thornton, Frances McDormand, James Gandolfini, Michael Badalucco, Katherine Borowitz, John Michael Higgins, Jon Polito, Richard Jenkins, Christopher McDonald, Jack McGee, Scarlett Johansson – 116 min. – USA 2001

Riproposto a tarda ora, qualche giorno fa, da una rete televisiva, me lo sono riguardato con calma dal mio DVD e recensito!

Si chiamava Ed Crane il protagonista di questo film, ovvero l’uomo che non c’era, colui la cui individuazione è problematica, essendo possibile parlarne soprattutto per ciò che lo differenziava da chi viveva felicemente e attivamente intorno a lui. Al di là del carattere individuale di ciascuna di quelle persone, si trattava di donne e uomini accomunati dalla stessa weltanschauung: la condivisa convinzione di trovarsi nel migliore dei mondi possibili. Doris, sua moglie; Frank, suo cognato; Big Dave, suo amico, nonché titolare del negozio in cui Doris lavorava e anche gli altri amici e conoscenti non si ponevano molte domande e non avevano dubbi: non solo questo mondo era perfetto per loro, ma essi avrebbero potuto ulteriormente migliorarlo col lavoro, con gli affari e col denaro. Ed, invece, si poneva continuamente molte domande, senza trovare risposte adeguate, il che non faceva che accrescerne l’incertezza e l’inquietudine: non riuscendo a spiegarsi le incongruenze, le contraddizioni e l’insensatezza del vivere, si accontentava di opporre un ostinato silenzio alle vuote chiacchiere del suo prossimo, di cui egli guardava, con meravigliata e ironica indifferenza, l’arrabattarsi e l’affannarsi per accumulare altro denaro.
Il suo silenzio e lo sguardo assente ci dicono però anche della sua consapevolezza lucida e impotente: aveva intuito nell’esistenza universale una cieca mancanza di finalità, cosicché gli sembrava che ogni forma vitale fosse mossa da un’energia assurda e oscura, quella stessa che rendeva inarrestabile la crescita dei capelli, anche dopo la vita stessa, ciò che per lui era un enigma ossessivo e tormentoso, ma che, invece, per Frank era sicuramente il positivo indizio di un ordine naturale quasi provvidenzialmente finalizzato al proprio benessere individuale e familiare, visto che era parrucchiere!
Ed, l’anti-eroe, lavorava per Frank: ci appare subito, infatti, nel suo camice da barbiere, al lavoro nella bottega del cognato chiacchierone. Come la sua stessa voce narrante tiene a precisare, dentro questo lavoro egli si era trovato, o, per usare le sue parole, “ci si era sposato”, essendo Doris la sorella di Frank. Tutto quanto era accaduto nella sua vita era stato un evento casuale e inopinato: il lavoro, il matrimonio, la casa e persino il tradimento di Doris, che ora se la stava intendendo con Big Dave.

Inatteso e casuale era stato anche l’incontro con l’ambiguo Creighton Tolliver, l’uomo che avrebbe impresso la svolta definitiva alla sua esistenza. Questi, probabilmente un imbroglione in cerca di ingenui da spennare, gli aveva fatto credere che fosse arrivata finalmente anche per lui la possibilità di di farsi stimare per ciò che avrebbe realizzato nel business, allora emergente (il film è ambientato nel 1949), del lavaggio a secco. Ed Crane gli aveva dato retta e, sedotto soprattutto dall’idea di vendicarsi del tradimento di Doris, aveva estorto col ricatto a Big Dave il denaro richiestogli da Creighton per avviargli l’attività.
Del tutto inattesi e imprevedibili, però, gli sviluppi della faccenda: Big Dave, completamente rovinato, aveva scoperto che era stato Ed a ricattarlo e ora stava per strangolarlo, costringendolo, per difendersi, a ucciderlo; Doris era stata accusata del delitto e rischiava la pena di morte; Frank si era indebitato per procurarle un avvocato capace di farla uscire dai guai; Creighton sembrava essere sparito con il malloppo.
Il film, che nella prima parte aveva presentato i personaggi della vicenda, delineandone i tratti connotativi, ora assume sempre più marcatamente il carattere di un thriller molto teso, al termine del quale Ed Crane finirà stritolato. La verità dei fatti si era rivelata impossibile da ricostruire per gli uomini che avevano condotto le indagini dopo il sorprendente ritrovamento del corpo di Creighton, esattamente come per Ed Crane era stato impossibile, durante tutta la sua vita inquieta, penetrare oltre le apparenze del reale che smentivano continuamente le certezze della maggioranza degli uomini.
Le parole dell’avvocato di Doris, a questo proposito, non potrebbero essere più chiare:

Il principio di indeterminazione, dunque, (quello stesso principio che i fratelli Coen riproporranno di fronte all’interrogarsi di Larry, ai suoi perché angosciosi nell’altro loro bellissimo film del 2009, A serious Man) è tutto ciò che un fisico “crucco” (per dirla con l’avvocato) di nome Heisenberg, stimato anche da Einstein, era riuscito a stabilire circa le possibilità conoscitive della scienza e perciò stesso nostre! In altri termini,  nulla. Ed Crane, il barbiere-filosofo l’aveva intuito!
Il film è girato a colori e successivamente desaturato, con effetti stupefacenti, che rappresentano quasi visivamente il brancolare nel buio di Ed alla ricerca inutile della verità ed è recitato in modo superlativo da Billy Bob Thornton (Ed Crane); Frances McDormand (Doris), James Gandolfini (Big Dave), Michael Badalucco (Frank), Jon Polito (Creighton). Fugace ma interessante l’apparire di Scarlett Johansson, giovanissima, in un ruolo secondario, ma decisivo verso la fine del film, che è bellissimo, quasi un capolavoro!

la fuga di due adolescenti (Moonrise Kingdom)

Schermata 12-2456283 alle 00.41.55recensione del film:

MONRISE KINGDOOM (una fuga d’amore)

Titolo originale:

Moonrise Kindoom

Regia:

Wes Anderson

Principali interpreti:

Bruce Willis, Eward Norton, Bill Murray, Frances McDormand, Tilda Swinton, Jaret Gilman, Kara Hayward – 94 min. USA 2012.

Due diverse case, in una semisconosciuta isoletta del New England, all’inizio del film: una casa a più livelli, che ripresa dall’esterno consente un’occhiata agli ambienti dei singoli ripiani (ricordandoci quella de I Tenenbaum, uno dei primi film di Anderson); una casa sopra un albero ai margini del vasto campo per boy scouts, presso il  limitare di un bosco. Suzy, la figlia dodicenne della strana famiglia Bishop condivide con i fratellini il piano intermedio della prima casa, mentre la madre, al piano più basso, comunica con i figli e col marito, all’ultimo piano, attraverso un megafono, per lo più impartendo ordini insensati. Nel campo dei boy scouts, invece, vive Sam, dentro una tenda attrezzata, in mezzo ad altre che ospitano ragazzi come lui, anche se la sua personale storia è più triste: orfano, ora adottato da una coppia che male lo sopporta, dovrebbe passare nel campo un po’ di vacanza, trovandosi alle prese con l’insensatezza strampalata degli ordini minuziosi di Ward, il capo scout. Suzy e Sam, però, vedono con molto distacco gli adulti bizzarri che hanno intorno: aspettano che arrivi il momento di fuggire da loro, secondo un piano che da un anno andavano organizzando e che non avrebbe potuto fallire. I due si erano, infatti, conosciuti e innamorati un anno prima, in seguito all’irruzione di Sam dietro le quinte di uno spettacolo teatrale in cui Suzy, vestita da corvo, si accingeva a recitare. Fu per entrambi un colpo di fulmine immediato, cui seguirono lo scambio epistolare segreto e l’appuntamento per l’anno successivo. Eccoli qui, ora, dunque, nel luogo convenuto, a dare il via alla prima delle loro fughe d’amore, per imparare a vivere lontani dai grandi, organizzandosi con un gattino e l’inseparabile binocolo di lei, col quale esplorare i vasti orizzonti del mondo ancora tutto da scoprire. Saranno cercati e ripresi facilmente e, come nel gioco dell’oca dei fratellini di Suzy, dovranno tornare al punto di partenza; ci riproveranno e saranno nuovamente riacciuffati. Nel frattempo, però, avranno a poco a poco scoperto se stessi, la loro forza e i loro limiti; si saranno scambiati un primo vero bacio amoroso, avranno preso coscienza per la prima volta della sessualità, cercando di costruire un’identità adulta attraverso la ricomposizione di quei frammenti di conoscenza che erano arrivati a loro nell’età infantile e che, ora, troveranno una giusta collocazione in un quadro più complesso, come avviene, per analogia, con la musica di Purcell, di cui i piccoli di casa Bishop ascoltano le brevi sequenze separate, secondo le indicazioni didattiche di Britten, per apprezzarne infine l’insieme. Il viaggio di formazione dei due teneri innamorati costituisce un banco di prova anche per molti altri, dai compagni scout di Sam, dapprima ostili, poi più attenti nel giudicarlo, a Ward, che dopo la lettura dei diari della coppia si intenerisce e contribuisce, insieme al poliziotto  Sharp, alla provvisoria e positiva conclusione della loro avventura.

Chi ha amato e apprezzato i precedenti film di Anderson, oltre a I Tenenbaum anche Il treno per il Darjeeling, avrà riconosciuto in quest’ultima pellicola la sua inconfondibile impronta, per l’attenta esplorazione dei percorsi non semplici e spesso dolorosi attraverso i quali si diventa adulti e per la poesia, che attraverso un mondo di immagini fantastico, quasi onirico, esprime i turbamenti e le speranze dei giovani adolescenti che vorrebbero rifare il mondo. Cast eccezionale per la qualità della interpretazione di tutti gli attori.