Picnic ad Hanging Rock

recensione del film:
Picnic ad HANGING ROCK

Titolo originale:
Picnic at Hanging Rock

Regia:
Peter Weir

Principali interpreti:
Rachel Roberts, Dominic Guard, Helen Morse, Jacki Weaver, Vivean Gray, Kirsty Child, Ingrid Mason, Anne Lambert, Jane Vallis, Karen Robson, Christine Schuler, Margaret Nelson, John Jarrett, Martin Vaughan, Jack Fegan – 115 min. – Australia 1975.

 In Australia il 14 febbraio cade in piena estate e fa molto caldo, soprattutto nella zona sud orientale del Victoria, lo stato che ricorda con questo nome la sovrana inglese, ancora  regnante all’epoca dei fatti raccontati nel film, che prendono l’avvio il giorno di San Valentino del 1900.

Un collegio femminile nel Victoria

Le giovani ragazze da marito, studentesse dell’Appleyard College, speravano di uscire da quella scuola, almeno in quel giorno speciale, consacrato all’amore e a Cupido, il suo dio che si era già manifestato al loro risveglio, quando, con la testa piena di sogni, avevano letto e commentato i bigliettini profumati, le letterine e le poesie che qualcuno aveva loro indirizzato.
Mrs Appleyard (Rachel Roberts), la direttrice inglese, cercava di convincerle ad accettare i comportamenti che la società vittoriana pretendeva dalle donne “per bene” di tutte le età, gli pseudo-valori della pruderie, del bon ton e del senso comune, che rassicuravano le famiglie dei coloni inglesi che gliele avevano affidate, contando sulla “saggezza” di cui dava prova scaltramente alternando blandizie e punizioni, strumenti di consenso e di altre redditizie iscrizioni.
Mai, dunque, avrebbe permesso alla piccola Sara (Margaret Nelson), triste orfanella australiana, lontana dal suo tutore legale, di partecipare al picnic quel 14 febbraio, essendo  Hanging Rock una meta troppo pericolosa per un’adolescente senza riferimenti educativi, persa nell’ammirazione della bellissima e gentile Miranda (Anne Lambert).
Le sue raccomandazioni, prima della partenza delle studentesse, erano state un capolavoro di perfetta organizzazione: le insegnanti Greta McCrow (Vivean Gray) e Mademoiselle de Poitier (Helen Morse) avrebbero dovuto vigilare; le ragazze avrebbero dimostrato, per iscritto, l’utilità della loro esperienza e, intanto, avrebbero obbedito, indossando i guanti fino all’attraversamento dell’ultimo centro abitato; Tom (Anthony Llewellyn-Jones) il cocchiere, avrebbe dovuto ricordare, imperativamente, l’orario del rientro, fissato per le otto di sera.
Nessuno, sul posto, inoltre, avrebbe dovuto avvicinarsi ad Hanging Rock, conformazione rocciosa di origine vulcanica infestata da insetti e serpenti velenosi e molto insidiosa per gli anfratti oscuri che nascondevano, nelle loro profondità abissali, veri tranelli per i visitatori incauti.

Dopo la presentazione dettagliata dei personaggi, del relazionarsi fra loro e con il milieu dell’epoca vittoriana, il regista imprime al film una svolta narrativa: il viaggio e l’avvicinarsi all’Outback australiano, dominato dal tabù di Hanging Rock, preparano l’incontro con un mondo diverso, quello della natura selvaggia e sconosciuta, anche se oscuramente avvertita dalle giovinette, che ora, finalmente disinibite, cominciavano a guardarsi intorno, ascoltando con ironia Miss Greta, l’insegnante di matematica,  impegnata a illustrare a Tom la natura e l’età della roccia, emersa dalle viscere della terra milioni di anni prima mantenendo intatto il proprio segreto. Il tempo scandito dall’esattissimo orologio del College, o da quelli più tecnologici da taschino, mostrava la sua irrilevanza, di fronte all’inquietante evocazione dell’eternità di quell’ammasso di lava cristallizzata…

Forse non per caso, dunque, a mezzogiorno si erano fermati gli orologi di Tom e di Greta e il tempo era diventato inconoscibile, allentando perciò stesso la preoccupazione di rispettare l’ora del rientro. Miranda, seguita dalle sue compagne Marion (Jane Vallis), Irma  (Karen Robson) ed Edith (Christine Schuler), si stava avventurando per esplorare da vicino la temibile rocca, liberandosi, come le altre, degli stivaletti e delle calze che impedivano il contatto sensoriale col terreno.

Le prime tre ragazze erano state notate salire intorno al monte maledetto dal giovane Albert (John Jarrett) il domestico australiano che aveva, come ogni giorno, accompagnato i coniugi scozzesi Fitzhubert ai quali, quel mattino, si era unito il nipote di lei Michael ( Dominic Guard).
L’orologio di Albert, come quello di Michael, aveva cessato di funzionare a mezzogiorno: strana coincidenza davvero!
Sospensione del tempo, clima di attesa… eventi straordinari si stavano verificando: Albert e Michael ora notavano il ritorno precipitoso di Edith, fuori di sé, che aveva visto, da lontano, Greta scalza e priva della sua solita gonna mentre saliva verso la montagna crudele mostrando l’orrore inverecondo dei suoi mutandoni alla caviglia.

Né lei, né le tre belle collegiali erano ritornate. Irma, però, sarebbe stata ritrovata dopo una settimana da Albert, attivatosi su insistenza di Michael, a sua volta partito per la loro ricerca e salvato in extremis mentre stava per essere inghiottito anche lui dal fascino inquietante di Hanging Rock.

Nè Irma né Michael, però, erano stati in grado di ricordare alcunché della loro avventura: interrogati più volte dalla polizia locale non fornirono notizie utili a spiegare il mistero. Edith e Irma, sottoposte a visita ginecologica, furono trovate “intatte”, ciò che avrebbe dovuto rassicurare le famiglie, che invece non rinnovarono l’iscrizione delle figlie alla scuola di Mrs. Applefield, determinando la tragica rovina dell’istituto e la fine misteriosa della sua proprietaria e della piccola Sara.

Il regista Peter Weir ha dichiarato, a più riprese, di essersi liberamente ispirato al romanzo* – di invenzione – della scrittrice australiana Joan Lindsay (1896 – 1984) di cui aveva mantenuto il titolo, deliberatamente evitandone le pur possibil iinterpretazioni storiche, politiche, sociologiche o psico-antropologiche, preferendo renderne l’atmosfera attraverso il linguaggio suggestivo delle immagini e della musica.

Scelta a mio avviso molto felice poiché, oltre alle fittissime corrispondenze simboliche e analogiche, due aspetti colpiscono chi guarda il film, il primo dei quali, visivo: la pellicola deve il suo memorabile  incanto alla straordinaria fotografia di Russell Boyd, sia quando indugia sul  bush australiano nei diversi momenti della giornata, sia quando, con colorato realismo, ci restituisce l’arcana bellezza degli esseri viventi che organizzano, in quei luoghi selvaggi, la propria sopravvivenza. È lo stesso fotografo che, in altri momenti del film, descrive con suggestivi tratti il progressivo incupirsi dell’atmosfera nell’Applefield College, mentre ll volto della sua proprietaria, coperto infine dalla veletta nera, diventa la  grottesca maschera di una sconfitta esistenziale. All’eleganza della fotografia di Boyd dobbiamo anche i ritratti delle bianchissime fanciulle in fiore del College e della botticelliana Miranda, immagine struggente della primavera che se ne va, in quel magico San Valentino, e nella terra di Hanging Rock, “tempo e luogo dove qualsiasi cosa ha principio e fine“.
La colonna sonora dell’australiano Bruce Smeaton, è assai complessa, poiché il compositore affianca e fonde con equilibrio le proprie musiche originali con quelle del Flauto di Pan del rumeno Gheorge Zamfir, evocative di atmosfere mitologiche che suggeriscono, in ogni parte del film, l’opposizione fra l’eternità della natura e la caducità della civiltà umana che nell’angustia dello spazio storico appronta le sue provvisorie difese, esprimendo attraverso la musica classica, da J.S. Bach a Mozart, da Beethoven a Tchaikovskij, il sentimento nostalgico per il “paradiso perduto” delle favole antiche e dei miti che non possono rivivere.

Il film uscì ad Adelaide l’8 agosto 1975, dopo un tournage molto travagliato, e dopo il disconoscimento da parte del regista dell’ultima parte del film.
L’edizione Director Cut, che contiene un nuovo montaggio del film secondo la volontà dell’autore, è quella a cui mi riferisco, contenuta nel DVD non recentissimo, in mio possesso.

* pubblicato in Australia nel 1967; edito in Italia da Sellerio nel 1983.

 

 

A beautiful Day

recensione del film:
A BEAUTIFUL DAY

Titolo originale:
You Were Never Really Here

Regia:
Lynne Ramsay

Principali interpreti:

Joaquin Phoenix, Ekaterina Samsonov, Alessandro Nivola, Alex Manette, John Doman, Judith Roberts, Jason Babinsky, Frank Pando, Kate Easton, Madison Arnold – 95 min. – USA, Francia 2017

Dapprima aveva subìto la violenza di un padre arrogante e manesco fino al sadismo; poi quella barbarica e devastante delle guerre americane: con questa storia personale di paure, di odio e di sensi di colpa, Joe (Joaquin Phoenix) stava continuando a fare i conti, irrobustendo il proprio corpo per temprarlo al dolore più acuto, senza riuscire, però, a indurire il proprio cuore. Al suo ritorno dall’ultima campagna militare, reduce quasi miracolato dal destino, aveva ritrovato la madre (Judith Roberts), della cui sopravvivenza economica ora si prendeva cura volentieri, perché l’amava teneramente, ma aveva fatto fatica a riconciliarsi con se stesso, né gli era bastata l’assistenza psicologica che lo stato americano aveva assicurato a tutti i soldati che come lui avevano portato a casa la pelle. Le spaventose cicatrici disseminate sul suo corpo parevano perciò riflettere soprattutto i mali dell’anima, che si manifestavano durante la notte, percorsa da incubi e paure, dai tormenti che sempre lo riconducevano alle proprie terribili esperienze, in una così claustrofobica coazione a ricordare da togliere il fiato e anche la voglia di vivere. Si manteneva, adesso, con un’attività da investigatore e, all’occorrenza, da sicario professionale infallibile nel colpire e nell’occultarsi rapidamente, interessato soprattutto  a vendicare le vittime degli innumerevoli abusi che colpivano i più deboli. Dopo aver “punito” in modo atroce, su commissione, alcuni delitti sordidi, legati al sottobosco dei pedofili, Joe era stato contattato, perché fornisse la sua opera, da un esponente politico che stava contendendo a un rivale corrotto e vizioso, capo di un’organizzazione mafiosa per lo sfruttamento della prostituzione minorile, la carica di governatore. Costui infatti aveva sicuramente fra le mani Nina (Ekaterina Samsonov) l’irrequieta figlia adolescente, fuggita di casa. Il padre affranto gli affidava l’investigazione, nonché la punizione di tutti i colpevoli, dai manovali del crimine all’illustre organizzatore dello squallido giro di ninfette. Coinvolto in un dramma intessuto anche di trame politiche, Joe stava giocando, in realtà, la partita che avrebbe deciso in ogni caso della propria vita o della propria morte, che egli avrebbe affrontato senza viltà e senza compromessi.

Dopo aver presentato alquanto sommariamente le linee generali del quadro entro il quale si muove Joe, il protagonista del film, voglio aggiungere che si tratta sicuramente di un film molto autoriale della regista scozzese Lynne Ramsay, la stessa che nel 2011 aveva diretto il bellissimo e cupo …E ora parliamo di Kevin. A lei, dunque, dobbiamo ancora una volta la meditazione dolorosa sul male, sul suo insediarsi nell’uomo attraverso percorsi tortuosi e condizionamenti ambientali e sociali difficili da evitare e rimuovere. Del romanzo di Jonathan Ames, che dà il titolo alla versione originale del film, You Were Never Really Here, la regista ha scritto la sceneggiatura che, sebbene premiata dalla giuria di Cannes lo scorso anno, costituisce, a detta di molti critici (assai divisi nel merito), l’aspetto meno convincente del film, costruito più sulla fotografia che sulla scrittura. Grazie alla sua antica passione fotografica, la regista lavora infatti accostando e raccordando, con gusto sopraffino, colori e sfumature, cosicché raffredda in una spettacolare composizione visiva gli effetti splatter più truci e repellenti. Il colore del sangue diventa una sfumatura appena più cupa dei rossi tramonti di Manhattan mentre l’oscurità, puntinata dalle mille malferme luci della notte di NewYork, diventa lo sfondo degli incubi di Joe in cui realtà e immaginazione ossessivamente si alternano e si confondono in un dormiveglia insopportabilmente oppressivo, in cui il presente perde i propri contorni e lascia lo spazio alle allucinazioni e alle angosce. Lo spettatore stesso viene coinvolto in questo incerto susseguirsi di realtà e di immaginazione, ciò che comporta, alla fine del film, una notevole incertezza sulla consistenza verosimile di ciò che ha visto e soprattutto di ciò che ha capito. Non per nulla una parte della critica internazionale ha giudicato severamente questo film, nonostante alcuni pregi innegabili, come la colonna sonora azzeccatissima di Jonny Greenwood e l’interpretazione eccelsa di Joaquin Phoenix, irsuto e imbruttito come non mai, premiato con la Palma d’oro per la migliore interpretazione maschile. Film abbondantemente citazionista ed evocativo di altro cinema (da Scorsese di Taxi driver all’ Anderson di The master, addirittura al Dillinger di Marco Ferreri chiaramente citato in una scena importante, in cui due cuscini che coprono un volto presentano l’inconfondibile traccia insanguinata dello sparo assassino). Che dire? I difetti rilevati ci sono, ma forse non sono sufficienti a dissuadere un cinefilo dal consigliarne la visione. Era migliore il film precedente, forse, ma questo è intrigante e anche un po’ insolito. Da vedere!