La pazza gioia

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recensione del film:

LA PAZZA GIOIA

Regia:
Paolo Virzì

Principali interpreti:
Valeria Bruni Tedeschi, Micaela Ramazzotti, Valentina Carnelutti, Tommaso Ragno, Bob Messini, Sergio Albelli, Anna Galiena, Marisa Borini, Marco Messeri, Bobo Rondelli – 118′ – Italia 2016

La cura con gli psicofarmaci rende più mite la costrizione dei malati di mente rispetto al tempo dei manicomi, ma il trattamento farmacologico obbligatorio, per quanto accompagnato da umana compassione, mantiene sempre in sé qualcosa di molto doloroso, sia perché priva comunque il paziente della propria libertà, sia perché non sempre i comportamenti di chi si è rivolto al tribunale per escludere il malato dal resto del consorzio umano sono limpidi e cristallini: spesso muovono da calcoli interessati e dal desiderio di allontanare da sé i problemi più difficili da risolvere.
Questi temi sono al centro della narrazione dell’ultimo film di Paolo Virzì che, appena presentato alla Quinzaine des réalizateurs a Cannes, è basato su un soggetto non del tutto nuovo, ma abbastanza interessante, scritto con la collaborazione di Francesca Archibugi e interpretato da due brave attrici come Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti, rispettivamente nella parte di Beatrice e di Donatella, giovani donne, dall’equilibrio mentale molto fragile, ricoverate, per effetto di sentenza giudiziaria, in una clinica pubblica nel ridente paesaggio della Toscana pistoiese,  ben organizzata e seguita da personale motivato e competente.
Beatrice sembra soffrire di una specie di disturbo bipolare: i suoi momenti di euforia sono spropositati; le sue millanterie sono fastidiosamente altezzose; la sua mancanza di freni inibitori è difficilmente contenibile all’interno di quella struttura, ciò che non facilita il compito del personale sanitario che con umanità si occupa di lei. Lì ha conosciuto l’infelicissima Donatella e ha stretto con lei un legame d’amicizia che la porta a sostenerne l’impossibile desiderio di rivedere quel figlio che le era stato sottratto dopo che, in un momento di profonda depressione, aveva tentato di morire con lui. Beatrice è esageratamente estroversa ed esibizionista tanto quanto Donatella è oscura e cupa: in entrambe prevale lo smarrimento del principio di realtà, il desiderio velleitario di realizzare, in ogni modo, i propri sogni, in nome di un diritto alla gioia che dovrebbe autorizzare anche le più pericolose trasgressioni, senza valutare il rischio che ulteriori provvedimenti giudiziari rendano ancora più pesante il loro isolamento e la loro reclusione. Tenteranno di fuggire guidando un’auto rubata lungo un percorso che dovrebbe portare Donatella a rivedere il suo bambino, ora inserito in una famiglia che faticosamente lo ha allevato ed educato, anche per fargli dimenticare il vecchio trauma. Il loro viaggio è scandito da una serie di reati che le due amiche potrebbero pagare con la definitiva perdita di sé, allontanando per sempre la difficilissima, ma forse possibile presa di coscienza, che è l’obiettivo a cui tende l’equipe che dirige la clinica.

Il regista ci racconta, perciò, un’ amicizia pericolosa e dolorosa, avvalendosi anche di numerose citazioni da film che hanno fatto la storia del cinema, quali Il sorpasso, Thelma and Louise, Qualcuno volò sul nido del cuculo, e altri ai quali aggiungerei anche Grind House, richiamato alla mia mente dal personaggio del “maniaco” collezionista di foto porno che offre il passaggio alle due donne. Il film, però, nel suo complesso è opera diversissima da quelle citate e si colloca all’interno delle commedie di Virzì e più generalmente delle tradizionali commedie italiane, con un argomento di per sé tragico sul quale poco c’è da ridere, soprattutto se la risata scaturisce (come è puntualmente avvenuto nella sala in cui ho visto il film) dall’ironia insistita, quasi caricaturale, colla quale il regista racconta Beatrice, che troppo parla, troppo urla, troppo si agita. La narrazione oscilla, purtroppo, per tutto il film fra la farsa e la tragedia, senza che il regista decida come vuole parlarci del disagio mentale di cui le due donne sono prigioniere davvero: che cos’altro è, infatti, se non una crudelissima prigionia, la coazione a ripetere errori e reati che non fanno che peggiorare la condizione di Beatrice e di Donatella? Qualcuno ha sostenuto, a ragion veduta, che molta della migliore cinematografia italiana ha trovato nella commedia il punto di di equilibrio fra il comico e il tragico, in una narrazione che non ha mai escluso la risata liberatoria capace di alleggerire le situazioni anche più dolorose. E’ vero! L’osservazione riporta alla mia memoria le scene di Amarcord , quando lo zio Teo, fatto uscire per un giorno dal manicomio e riportato a casa, sale sull’albero e urla “Voglio una donna”! Nella ripetuta disperazione racchiusa sobriamente in una sola frase è presente la struggente tristezza di una follia di cui si può sorridere, ma alla quale nessuno si sognerebbe di irridere. Siamo ben lontani dall’umanità della migliore tradizione comica del cinema italiano!

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Foxcatcher – Una storia americana

Schermata 2015-03-15 alle 21.34.54recensione del film:
FOXCATCHER – UNA STORIA AMERICANA

Regia:
Bennett Miller

Principali interpreti:
Steve Carell, Channing Tatum, Mark Ruffalo, Vanessa Redgrave, Sienna Miller, Anthony Michael Hall, Guy Boyd, Stephanie Garvin, Tara Subkoff, Brett Rice, Roger Callard, Cindy Jackson, Lee Perkins, Richard E. Chapla Jr., Samara Lee, Dan Anders, Daniel Hilt, Laurie Mann – 134 min. – USA 2014.

Il film racconta un fatto di cronaca nera avvenuto in Pennsylvania nel 1996, ma il regista, per propria scelta,  sposta quegli accadimenti sanguinosi nei mesi che seguirono le Olimpiadi di Seul del 1988*. Uno spaventoso crimine aveva turbato profondamente l’opinione pubblica, soprattutto per la notorietà delle persone che ne erano state coinvolte: John Du Pont, ricchissimo erede di una famiglia di industriali di origine francese, e i fratelli David e Mark Schultz, entrambi campioni olimpionici di lotta (wrestling) nel 1984.
John (Steve Carrell) era un uomo di mezza età, che, appassionato di quello sport, aveva investito, nonostante l’aperta disapprovazione della madre novantenne (Vanessa Redgrave), una parte cospicua dell’eredità di famiglia per ospitare in una struttura idonea i valorosi atleti candidati a vincere, sotto la sua guida, le Olimpiadi di Seul. Foxcatcher sarebbe stato il nome della loro squadra e anche quello del complesso edilizio che li avrebbe accolti nel verde della foresta intorno all’enorme villa padronale dei Du Pont: una palestra attrezzatissima e numerose ville confortevoli erano sorte allo scopo.
John  aveva in mente un progetto complesso e ambizioso, proiezione della propria megalomania frustrata e del proprio bisogno di affermazione personale, che metteva in relazione le future medaglie alle Olimpiadi di Seul con una sua possibile carriera politica nella destra nazionalista del Partito repubblicano, quello degli uomini duri e puri, legati come lui (e come i “sani” e muscolosi giovanotti che egli allenava) ai valori veri delle tradizioni patriottiche. In questo modo, egli sarebbe finalmente uscito dall’ombra in cui l’aveva cacciato la sua prestigiosa famiglia, la quale, pur avendogli sempre assicurato agi e privilegi, non gli aveva, però, mai permesso di emergere, non riconoscendogli alcun merito o qualità. La sua conoscenza dei due fratelli David e Mark Schultz (rispettivamente interpretati da Mark Ruffalo e Channing Tatum) era avvenuta per sostanziare, con l’arrivo di due campioni, quel suo progetto: un appuntamento telefonico, un’offerta strabiliante di denaro e una sistemazione lussuosa avevano conquistato subito la fiducia incondizionata di Mark, che era un giovane molto fragile, di carattere cupo e di aspetto sgradevole, che poco si stimava. David, con la sua tenace e affettuosa pazienza, lo aveva aiutato a crescere umanamente prima ancora che atleticamente, ma non aveva alcuna intenzione di sistemarsi vicino a lui in quel villaggio: era un uomo equilibrato e solare, aveva una graziosa moglie e una tenera figlioletta, oltre a un lavoro sicuro, ciò che gli bastava per vivere serenamente, né intendeva diventare un professionista del wrestling, che avrebbe continuato a praticare come un semplice hobby nelle palestre un po’ squallide delle periferie urbane. La sua presenza a Foxcatcher gli si era imposta, però, poiché alla sua osservazione attenta non era sfuggita la metamorfosi profonda del fratello, a cui il sodalizio con John nuoceva visibilmente: era ingrassato oltre il limite consentito a un atleta, mentre il suo sguardo, sempre più torvo e sfuggente, nascondeva qualcosa.
John si stava rivelando, infatti, non solo un allenatore inadeguato per lui, ma anche un falso e inaffidabile amico: le differenze di reddito e di classe sociale stavano trasformando il debole Mark in uno schiavo quasi plagiato, che ora dipendeva completamente dalla volontà e dai vizi del suo guru cocainomane e alcolista, che stava mettendo a rischio non solo la sua forma atletica, ma, ciò che era più grave, l’equilibrio precario che sembrava aver finalmente raggiunto. Per stargli vicino, perciò, anche David aveva infine accettato di stabilirsi a Foxcatcher, insieme alla moglie e alla bambina. Sarebbe stato lui l’allenatore della squadra per Seul, nonostante le velleitarie pretese di John.
Nel tranquillo e sereno territorio della Pennsylvania, si erano dunque create le premesse del fatto tragico che costituisce la conclusione, a lungo preparata, di tutta la narrazione.

Il regista Bennet Miller, al suo terzo lungometraggio (il primo era stato nientemeno che il magnifico Truman Capote – A sangue freddo), indaga con impressionante limpidezza, che ricorda il suo passato di documentarista, gli aspetti più inquietanti e meno spiegabili del comportamento umano. Questa sua ultima fatica non è, infatti, né un film su uno sport povero e poco praticato, né un’inchiesta sulle differenze sociali nella società americana, e neppure un’analisi psicologica sulle conseguenze delle carenze affettive nella formazione del carattere. Questi elementi, pur presenti nel film, costituiscono soltanto lo sfondo del racconto. L’interesse di Miller si concentra sul mistero inspiegabile della follia, così devastante da provocare negli uomini una regressione allo stato animale, che viene rappresentata, nei due personaggi di John e Mark, sia con la deformazione dei loro lineamenti ottenuta applicando un trucco così grottesco da renderli irriconoscibili, sia con le riprese  insistenti del loro goffo camminare, conseguente alla violenza dura dello sport praticato. Il film segue il percorso della follia che  da John si propaga lentamente a Mark, come una malattia contagiosa, e che a poco a poco lo rende disposto a rinunciare a se stesso, a lasciare che lunghi intervalli di silenzio sostituiscano la volontà di dire, di confrontarsi, magari di discutere, in una parola, di comunicare. Questo atteggiamento passivo lascia spazio sempre più vasto alla sopraffazione e all’arbitrio di John, il cui potere di ricatto economico è indiscutibilmente così grande da suscitare una sorta di inquietante fascinazione. Il racconto della follia è dunque il racconto del rapporto malsano fra un guru e l’adepto di una setta, ma è anche e soprattutto la metafora assai trasparente di ciò che era rimasto, alla fine degli anni ’80, del sogno americano, quando il reaganismo aveva permesso a gruppi ristretti di finti patrioti, ma di reali potentissimi paranoici, di decidere della vita e delle fortune di altri uomini, lusingandoli e blandendoli con la promessa di un edonismo alla portata di tutti, che attraeva soprattutto coloro che avrebbero dovuto essere i meno interessati a seguirli.
Film  stupefacente e inquietante, cupo ma bellissimo, splendidamente interpretato dagli attori e premiato con la Palma assegnata alla migliore regia all’ultimo Festival di Cannes. Da non perdere!

* chi è interessato a leggere come andarono le cose nella realtà troverà QUI una risposta alla sua curiosità. Attenzione, però, se il film non si è ancora visto, poiché contiene ovviamente anche la rivelazione del finale.

un fatto di cronaca narrato come un’antica tragedia (My Son My Son What Have Ye Done)

Recensione del film:

MY SON, MY SON, WHAT HAVE YE DONE

Regia:
Werner Herzog

Principali interpreti:
Willem Dafoe, Michael Shannon, Chloë Sevigny, Brad Dourif, Loretta Devine
USA, Germania, 2009.- 91 minuti

il film, che si ispira a una vicenda reale, racconta la storia del giovane Brad, attore dilettante, che dopo aver trafitto la madre con una spada orientale, uccidendola, si barrica nella sua casa di San Diego con due ostaggi, tenendo fino al momento della sua inevitabile resa, in stato di allerta la polizia speciale, armata fino ai denti. La locandina del film precisa, però, che ” il mistero non è chi, ma perché”, indicando in quale direzione intenda muoversi il regista. Non è infatti sua intenzione creare suspence per chiarire un giallo, che è risolto fin dalle prime battute, ma indagare nella mente di Brad, sconvolta dalla follia, per fare emergere il tortuoso percorso attraverso il quale il giovane è arrivato al matricidio. La donna di Brad e il regista teatrale che ne aveva diretto l’ultima recita, fanno emergere, col loro racconto al detective che si occupa del caso, alcuni squarci di verità che consentono di capire, almeno parzialmente, che cosa sia successo a Brad, nonché il ruolo probabilmente decisivo che la recita dell’Elettra di Sofocle assume per lui. Sembra quasi infatti che la figura di Oreste (che la sorella Elettra aveva spinto a uccidere la madre Clitennestra, colpevole di aver tradito e assassinato il marito Agamennone, tornato dalla guerra di Troia), abbia costituito per Brad un elemento di identificazione così potente da indurlo non solo a procurarsi di persona una spada vera e affilatissima, ma anche a ricercare nel locale ospedale le tracce del proprio padre, morto da molti anni, quasi che sospettasse un ruolo attivo della madre in quella morte. Dopo la catastrofe tragica, secondo l’antica poetica aristotelica, si dovrebbe produrre la “catarsi”, cioè la purificazione dello spettatore, indotto a meditare su ciò che ha visto anche dalle riflessioni del “coro”. Non per nulla proprio il coro diventa lo scenario degli interventi fuori luogo del giovane attore, non in grado di distinguere fra recitante e recitato, il che porterà il regista a escluderlo dalla rappresentazione. Un percorso di follia, che nel testo di Sofocle, profondamente assimilato, trova quasi il catalizzatore della volontà delittuosa. Come un’antica tragedia è perciò narrata la storia di Brad, che, essendo anche una vicenda della cronaca locale, è girato nei luoghi dei fatti raccontati, senza che il regista vi abbia aggiunto molto. Geniale, a mio avviso, l’aver affidato a un cantastorie spagnolo la funzione del “coro” che, riportando serenità e pace nel cuore dello spettatore, crea un’atmosfera di piacevole distacco dalle cupe vicende raccontate.