Miserere

recensione del film:
MISERERE

Titolo originale:
Pity

Regia:
Babis Makridis

Principali interpreti:
Yannis Drakopoulos, Evi Saoulidou, Nota Tserniafski, Makis Papadimitriou, Georgina Chryskioti – 97 min. – Grecia, Polonia 2018.

Babis Macridis è il regista greco di questo lungometraggio, il secondo per lui. Più giovane e perciò meno noto di Avranas o Lanthimos, i suoi conterranei e pestiferi colleghi, condivide con loro la predilezione per il racconto nerissimo e grottesco delle insensate contraddizioni in cui l’umanità si dibatte senza scampo: non per caso per entrambi i suoi film si è avvalso della sceneggiatura di Efthimis Filippou, storico sceneggiatore di Lanthimos, da Kynodontas a Il Sacrificio del cervo sacro.
Al centro del suo racconto è la pietà, come dice il titolo originale, Pity, complesso sentimento strettamente legato alla compassione, che presuppone una partecipazione emotiva al dolore altrui, ovvero una disponibilità a soffrire insieme a chi soffre. Il guaio è che pietà e compassione si sono dileguate dalle società occidentali che hanno cancellato il dolore e la morte (roba da perdenti) e di conseguenza è svanito il rispetto per la sofferenza altrui ridotta, neppur sempre, all’ipocrisia convenzionale del bon ton.

Accade dunque al nostro protagonista senza nome (interpretato da Yannis Drakoupolos) affermato avvocato, di vivere nell’attesa della morte di sua moglie (Evi Saoulidou), da tempo  in coma irreversibile, vittima di un imprevedibile incidente, che l’aveva distrutta ancor giovane, lasciando nella tristezza anche un vivace figlioletto e una cagnetta affettuosa. L’apparente mobilitazione solidale della vicina di casa, di un vecchio amico e dei premurosi commercianti crea una rete protettiva fittizia ma confortevole intorno a lui e al bambino, inevitabilmente destinata a lacerarsi quando, inatteso, arriva il miracolo: la povera donna torna alla vita. Un vero peccato, per lui, che ormai viveva così bene, nella sua maschera di uomo dolente e triste, da non volersene separare, a costo di creare artificialmente le condizioni per continuare a suscitare la compunta pietà del suo prossimo che lo faceva star bene e che dava senso alla propria vita. Con cura agghiacciante e meticolosa egli, dunque, avrebbe eliminato a uno a uno gli affetti della vita che gli impedivano di sentirsi al centro dell’attenzione degli altri. il finale riserva una ironica sorpresa!

 

Le dichiarazioni del regista, sottolineando l’ammirazione per l’umorismo graffiante di Jacques Tati, nonché per l’impassibilità misteriosa di Buster Keaton, costituiscono un importante viatico, per l’interpretazione di questo film che è tra i più disturbanti. Attraverso l’abile costruzione del progressivo slittare del protagonista verso i tortuosi percorsi di un inquietante e distruttivo nihilismo, Makridis comunica la sua critica corrosiva dei rapporti sociali e della loro disumanità. Egli utilizza, a questo scopo, un attore bravissimo nella sua allucinata e immobile fissità, che diventa il grottesco emblema dell’uomo senza passioni e senza desideri, che, pur in presenza del limpido paesaggio ellenico, non  sa trarne pace e armonia, ma anzi volontariamente ne cancella i colori e ogni bellezza:

Noi per le balze e le profonde valli
Natar giova tra’ nembi, e noi la vasta
Fuga de’greggi sbigottiti, o d’alto
Fiume alla dubbia sponda
Il suono e la vittrice ira dell’onda
.
(Leopardi, Ultimo canto di Saffo, 14-18)

Due amici

recensione del film.
DUE AMICI

Titolo originale:
Les deux amis

Regia:
Louis Garrel

Principali interpreti:
Golshifteh Farahani, Louis Garrel, Vincent Macaigne – 100 min. – Francia 2015.

lo scorso aprile, presentando L’uomo fedele, avevo scritto che il regista era al suo secondo lungometraggio. Ora, dopo quattro anni, i coraggiosi distributori di Movies Inspired ci permettono di vedere anche questa sua pregevole opera prima, davvero un bell’esordio di Louis Garrel come regista.

Rispetto al secondo film, questo primo maggiormente si ispira ai temi della fenomenologia d’amore, cara da secoli alla cultura francese, rinverdita dai grandi registi della nouvelle vague e dal cinema di Philip Garrel, il padre di Louis.
In modo particolare Les deux amis ha un riferimento teatrale dichiarato: la pièce del poeta romantico Alfred de Musset, dal titolo: Les caprices de Marianne.
Il tema è un difficile triangolo amoroso: due uomini, Clement (Vincent Macaigne) e Abel (Louis Garrel) sono legati da antica e profonda amicizia, ora messa a dura prova dal trasporto amoroso di Clement per Mona (Golshifteh Farahani) la bella donna misteriosa che lo respinge, non volendo rivelargli il segreto (che gli spettatori conoscono dall’inizio del film) che la induce ogni sera ad abbandonare precipitosamente la panineria della Gare du Nord a Parigi dov’è impegnata come cameriera, per salire su un treno che la riporta in Piccardia. A Clement, goffo e insicuro, il comportamento di Mona pare inspiegabile: una giornata di lavoro fra due viaggi da (o per) un luogo quanto mai misterioso; decide perciò di affidarsi ad Abel, uomo solido e fascinoso, conoscitore delle donne nonché infallibile conquistatore (sarà davvero cosi?)
Nel gioco dell’amore e del caso, invece, sarà proprio Abel a subire il fascino della donna bellissima, dando inizio a un’avventurosa storia a tre, in cui non mancano le ferite e il sangue, metafore evidenti del doloroso e progressivo chiarirsi dei ruoli e dell’inevitabile esclusione di Clément: l’amore nascente fra Abel e Mona è vero e riguarda esclusivamente la coppia degli amanti: tertium non datur!

Lo stato di grazia dell’amore, tuttavia, non è una condizione di perfetta felicità: la impediscono i sensi di colpa di Abel e la sua volontà di non ferire l’amico, la impediscono anche i sacrifici che per un lungo tempo allontaneranno i due innamorati e che per Mona saranno particolarmente gravosi. Forse, però, ne era valsa la pena.

Il racconto del regista è leggero e ironico, non privo di una certa cattiveria soprattutto nel delineare il ritratto dei due protagonisti maschili, entrambi impreparati ad affrontare la realtà della vita: non più ragazzini, ma ancora incapaci di progettare il proprio futuro assumendo in piena coscienza le proprie responsabilità, più propensi a lasciarsi vivere giorno per giorno. Positivo, invece, il personaggio femminile, che accetta serenamente le conseguenze della trasgressione amorosa che le ha regalato, per un tempo troppo breve, gioia e felicità.

Un piccolo film, un gioiellino davvero pieno di grazia. Bravissimi gli attori.

Cléo dalle 5 alle 7

recensione del film:
CLEO DALLE 5 ALLE 7

Titolo originale:
Cléo de 5 à 7

Regia:
Agnès Varda

Principali interpreti

Corinne Marchand, Antoine Bourseiller, Dominique Davray, Dorotée Blanck, Michel Legrand, José Louis de Villalonga. – 85 min. – Francia 1962.

Ad Agnès Varda, la splendida novantenne signora del cinema francese, grande regista e grande fotografa, scomparsa qualche giorno fa, dedico la recensione di questo suo bellissimo film, il primo uscito in Italia, cui farò seguire quella dell’ultimo, uscito nelle nostre sale un anno fa: Visages-VIllages.
È un tributo modestissimo, ma molto affettuoso, alle sue opere, che sempre mi hanno comunicato emozionanti riflessioni sul tempo che inesorabile passa, sullo sgomento per l’ineluttabilità della fine, insieme alla gioia di vivere, “fino all’ultimo respiro”, il grande e misterioso dono che è la nostra vita.

Florence, in arte Cléo (Corinne Marchand), è una giovane e bella donna, cantante radiofonica di successo, che si è recentemente sottoposta ad alcuni esami clinici di cui sta attendendo i risultati, in un crescendo di ansia e timore.
I tarocchi della cartomante, così come  le superstiziose precauzioni della sua segretaria-governante, le sembrano sinistri presagi dell’approssimarsi della morte e ingigantiscono nel suo cuore l’angosciosa attesa della diagnosi.
Il tempo del film accompagna, quasi esattamente, il tempo reale delle due ore pomeridiane (dalle 5 alle 7) che separano Cléo dall’incontro temuto col medico che si occupa di lei. Siamo a Parigi, in un giorno speciale: il primo giorno dell’estate.
Cléo, per la prima volta, ha voluto uscire da sola nella grande città, libera finalmente di vagare senza meta, guardandosi attorno, lontana da quella dimora un po’ rifugio e anche un po’ gabbia dorata, luogo delle carezze  e delle coccole che condivide con gli amici musicisti, la segretaria impicciona, l’amante che la trascura, i gatti che ne occupano ogni spazio morbido e caldo.
Con occhi nuovi, senza alcuna mediazione, Cléo vede nei luoghi abituali persone del tutto sconosciute: ascolta le loro storie, conosce il loro dolore, cerca e ritrova, infine, l’amica di sempre, che si guadagna da vivere posando in un laboratorio di scultura. Scopre che il giovane che vive con lei è un aspirante regista, che le mostra un breve film (una bella sorpresa: J. Luc Godard e Anna Karina fanno gli attori!).
Continuando nella sua passeggiata, Cléo arriva al Parco di Montsouris, dove incontra Antoine (Antoine Bourseiller), un ragazzo, militare in partenza per l’Algeria, non meno preoccupato di lei per il destino che lo attende… È l’incontro decisivo, che l’aiuterà finalmente ad affrontare la verità delle proprie condizioni di salute. Che cosa sarà di loro, non è dato sapere: si scriveranno, forse si rivedranno: si sono scambiati un bacio e l’indirizzo, ma nessuno può davvero prevedere il loro futuro.
La primavera se n’era andata con tutti i suoi fiori, per lasciare ai frutti succosi dell’estate la testimonianza della meravigliosa bellezza della vita nella sua maturità: forse era arrivato anche per Cléo il momento di abbandonare la sua vita di ragazzina viziata e protetta e di affrontare il futuro: la metamorfosi era arrivata proprio quando, al colmo dell’angoscia, aveva sentito l’urgenza di uscire dal bozzolo confortevole e di guardare finalmente fuori di sé, aprendosi al mondo e agli altri, senza illusioni, come tutti, ma decisa ad accettare le gioie e i dolori che la vita le avrebbe riservato.

Noi non sappiamo quale sortiremo
domani, oscuro o lieto;
forse il nostro cammino
a non tócche radure ci addurrà
dove mormori eterna l’acqua di giovinezza;
o sarà forse un discendere
fino al vallo estremo,
nel buio, perso il ricordo del mattino…

Eugenio Montale – Ossi di seppia
(Mediterraneo – VI movimento Versi 1-6)

Il sacrificio del cervo sacro

recensione del film:
IL SACRIFICIO DEL CERVO SACRO

Titolo originale:
The Killing of a Sacred Deer

Regia:
Yorgos Lanthimos

Principali interpreti:
Colin Farrell, Nicole Kidman, Barry Keoghan, Raffey Cassidy, Sunny Suljic, Alicia Silverstone, Bill Camp, Denise Dal Vera – 109 min. – Gran Bretagna, USA 2017

In un attrezzatissimo e organizzatissimo ospedale dell’Ohio, a Cincinnati, lavora Stephen Murphy (Colin Farrell), stimato cardiochirurgo che porta con sé il segreto di un incidente occorsogli durante l’operazione a cuore aperto che era costata la vita a un uomo, forse per una sua leggerezza o forse per un suo involontario errore, ciò che lo aveva indotto a proteggere, almeno un po’ Martin, il figlio del defunto. Al momento del film Martin (Barry Keoghan) è un adolescente un po’ strano, che segue Stephen ovunque, in modo così insistente da diventare una presenza fastidiosa nella sua vita di rispettabile professionista: nel reparto tutti lo avevano notato, mentre chiedeva di lui e lo aspettava all’uscita. Ora, poi, si era fatto accogliere in casa, insinuando inquietudini oscure anche nella sua vita privata: si vedeva con Kim, la graziosa figlia adolescente, che come lui amava la musica, era diventato amico di Bob, l’ultimo nato, e anche di Anna, sua moglie  (Nicole Kidman), oftalmologa di chiara fama. Aveva poi dovuto accontentarlo, andando a conoscere sua madre (Alicia Silverstone): visita imbarazzante, col seguito sgradevole di un’offerta d’amore per interposta persona…Una persecuzione, insomma, un incubo: nulla in confronto a ciò che sarebbe accaduto e che il regista greco Yorgos Lanthimos  prepara accortamente, creando l’atmosfera di crescente tensione, in cui un po’ alla volta prende consistenza una trama da antica tragedia, annunciata per altro dall’allusione al cervo sacro del titolo, che nella versione originale è vittima di un assassinio (the Killing), mentre nel solito titolo italiano da spoiler è un sacrificio (e la differenza non è da poco). L’assassinio di Bob è infatti la vendetta a cui aspira il giovane Martin, il giusto contrappasso per la morte di suo padre, determinata dallo stato di ubriachezza del chirurgo, prontamente occultato dai documenti ospedalieri. Un “capro espiatorio” (l’innocente Bob!), avrebbe posto fine alle sciagure che stavano travolgendo l’intera famiglia e avrebbe riportato in equilibrio una situazione sulla quale gravava il peso dell’ingiustizia. Come Ifigenia in Aulide, o come Isacco, dunque? Non proprio così, secondo il regista, perché in un cielo senza dei, in una natura senza segrete corrispondenze e in un’umanità che fonda su basi utilitaristiche i propri riferimenti morali non può che affermarsi la barbarie più feroce, al di là della “politesse” formale dei nostri comportamenti, e al di là del razionalismo glaciale della nostra cultura che ignora ogni linea d’ombra.

Il film, disturbante come i personaggi che lo abitano e come tutti i film di questo regista, è molto ambizioso, perché nasce dal progetto a lungo accarezzato e ora dichiarato apertamente di lasciare provocatoriamente interagire alcuni aspetti della cultura tragica antica con gli uomini della società contemporanea, allo scopo di metterne in rilievo le contraddizioni e le lacerazioni che né scienza, né razionalità sono in grado di ricomporre in sintesi unitaria. L’eroe borghese, come è ben noto, non esiste: la sua crudeltà è priva di grandezza, la sua bontà è per lo più interessata, la sua rispettabilità cela abissi di abiezione inconfessabile. Tutto ciò viene detto con la solita glaciale impassibilità, che si riflette negli sfondi asettici degli ambienti ospedalieri, nella ricchezza elegante dei grigi e nelle deformazioni quasi grottesche dei luoghi, grazie all’uso delle riprese dall’alto, e di lunghe carrellate ricche di suggestioni kubrickiane. Ottima la direzione degli attori, in un film difficile ma non privo di suggestioni fascinose; sicuramente non per tutti, come le divisioni dei critici hanno reso evidente.

L’ albero del vicino

recensione del film:
L’ALBERO DEL VICINO

Titolo originale:
Undir Trénu

Regia:
Hafsteinn Gunnar Sigurðsson

Principali interpreti:
Steinþór Hróar Steinþórsson, Edda Björgvinsdóttir, Sigurður Sigurjónsson, Þorsteinn Bachmann, Selma Björnsdóttir, Lára Jóhanna Jónsdóttir. – 89 min. – Islanda, Polonia, Danimarca, Germania 2017

Presentandosi con una locandina che sembra disegnata da un artista naïf, ci arriva dalla pacifica Islanda uno dei film più “cattivi” dell’anno, che pure di film cattivi non mi è sembrato carente. Naturalmente con queste parole non esprimo alcun giudizio negativo sul film, che anzi ritengo un ottimo film, sicuramente da vedere, che nasce da un’attenta e preoccupata osservazione dei comportamenti sociali in un tempo come il nostro, in cui sembrano essere state annullate le mediazioni sociali e politiche che avevano permesso alle società occidentali, da tempo, la composizione dei conflitti in modo pacifico. Come se fossero tornati a un hobbesiano “stato di natura”, i protagonisti (e le protagoniste, va detto!) sembrano rivendicare il diritto illimitato di ciascuno su tutte le cose, non riconoscendo alcuna possibilità al “patto sociale”, ovvero a una qualche forma di accordo, capace di accontentare (o di scontentare, che è lo stesso) tutti in ugual misura in nome di una convivenza possibile. Lo “stato di guerra”, corrispettivo socio-politico dello “stato di natura” (per rimanere nella terminologia di Hobbes) è dunque presente persino fra le nevi e ghiacci di quel remoto paese, dove i pochi abitanti, nelle loro casette tutte uguali, molto ravvicinate, si contendono il diritto al sole, oscurato dall’albero dei vicini, cresciuto un po’ troppo rigoglioso, così da togliere, con la sua abbondante chioma i pochi raggi luminosi, che permetterebbero a una pallida e combattiva signora di mezza età, forse, di abbronzarsi. Un banale litigio diventa, perciò, di dispetto in dispetto, un conflitto aperto, di crudeltà crescente e infine sanguinosa, fra due famiglie: ne faranno le spese, l’albero, un cane, i loro rispettivi proprietari, e le due orribili donne-megere che hanno spinto in quella direzione, alle quali non resterà che piangere sul latte versato.

A questa amarissima e nerissima storia, si intreccia quella dell’ amore spezzato di un giovane (il figlio della coppia proprietaria dell’albero della discordia) incapace, a sua volta, di chiarire la scabrosa situazione in cui si era cacciato e di presentare alla donna che gli aveva dato una figlia qualche scusa (sarebbe stato forse il caso).

Vicende inquietanti, di ordinaria e incivile incomunicabilità raccontate con pungente ironia dal bravo regista, coadiuvato da un ottimo gruppo di attori. Presentato a Venezia nella sezione Orizzonti lo scorso settembre è ora visibile nelle nostre sale. Islandese, ma non dello stesso regista è Rams: storia di due fratelli e otto pecore, altro film molto bello,  di qualche anno fa.

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo… (da Salvatore Quasimodo)

 

Gli amori di una bionda

recensione del film:
GLI AMORI DI UNA BIONDA

Titolo originale:
Lásky jedné plavovlávsky

Regia:
Milos Forman

Principali interpreti:
Jana Brejchová, Vlamidir Pucholt, 
Milada Jezkova, Josef Sebanek – 82 min. – Cecoslovacchia 1965.

Questo scritto è il mio piccolo e personale omaggio al grande regista scomparso nello stesso giorno della morte di Vittorio Taviani, il 13 aprile 2018.
—–
Milos Forman è molto noto a tutti per alcuni film, di produzione americana, fra i quali il magnifico Qualcuno volò sul nido del cuculo, e i cosiddetti “biografici” (il geniale Amadeus e il quasi altrettanto geniale, ma forse meno conosciuto, Man on the Moon). Di produzione anglo-americana è lo splendido Valmont, ispirato al romanzo libertino tardo-settecentesco Les Liaison Dangereuses (1782) di P. Choderlos de Laclos, mentre di produzione spagnola è L’ultimo Inquisitore, che divenne anche l’ultima opera da lui diretta (2006). Non tutti sanno, invece, che questo regista, nato in Cecoslovacchia nel 1932 e rimasto orfano molto presto (aveva perso nei campi di sterminio nazisti entrambi i genitori fra il 1943 e il 1944), era stato un cinefilo precocissimo che, dopo aver studiato alla facoltà di Cinematografia di Praga, si era segnalato sul piano internazionale per le innovazioni introdotte nei suoi due primi film: L’asso di picche (1963) e Gli amori di una bionda (1965). Questi due lungometraggi sono considerati emblematici della Nova Vlna, ovvero della Nuova Ondata dei cineasti praghesi che, come stava avvenenendo in Francia con la Nouvelle Vague, rivendicavano la necessità della ricerca di un nuovo linguaggio per il cinema, che fosse capace di narrare la casualità imprevedibile della vita attraverso l’uso più libero e disinvolto della macchina da presa, negli ambienti desueti della quotidianità delle donne e dei giovani, in famiglia e anche nei luoghi di lavoro, percorsi da scontento e inquietudini non ancora politici (il ’68 si stava appena profilando all’orizzonte), ma in aperto contrasto con l’ottimismo delle magnifiche sorti e progressive del realismo socialista.

Proprio su Gli amori di una bionda intendo soffermarmi, per più di una ragione: la prima è che è un film bellissimo; la seconda è che potrebbe essere conosciuto da qualcuno, essendo uscito nell’edizione restaurata dalla Cineteca di Bologna nel 2017 ed essendo stato presentato, per l’occasione, in qualche sala italiana e in parecchi festival estivi, nella sua versione originale; la terza è che, per chi lo desiderasse, dovrebbe essere relativamente facile vederlo su qualche piattaforma di streaming presente in rete.
Più che una storia, il film racconta gli stati d’animo di alcune ragazze che lavorano in un opificio in cui si fabbricano scarpe, in una località isolata e sperduta della Cecoslovacchia, che si chiama Zruc, circondata dai boschi, con soli due edifici oltre alla fabbrica delle calzature: la stazione ferroviaria e il dormitorio delle ragazze, dove, affastellate nei minuscoli spazi dei letti a castello, le giovani qualche volta litigano, ma più spesso si parlano e si abbandonano alle confidenze, ragionando d’amore, come le amiche di Silvia a Recanati: quella è l’età, quelli sono i sogni per il futuro, insopprimibili come la voglia di andarsene, di fuggire lontano da quel borgo selvaggio. Lo sa bene il direttore della fabbrica, che teme di non raggiungere gli obiettivi del piano quinquennale imposti dall’amministrazione comunista, avendo già sperimentato qualche fuga e qualche abbandono. Avrebbe cercato di risolvere la situazione concordando con le autorità militari, alquanto riluttanti, l’arrivo di un po’ di soldati nella zona: una festa danzante ben organizzata avrebbe favorito, secondo i suoi piani, la nascita degli amori e delle amicizie. C’era qualcosa di patetico e di velleitario in questo tentativo, che infatti era stato quasi fallimentare per la diffusa delusione delle ragazze del gruppo di Andula,la bionda del titolo (Jana Brejchová),, alquanto restia a creare legami con quei soldati, sia per la differenza di età, sia per il loro aspetto fisico un po’ troppo massiccio, sia per la goffaggine del loro comportamento. Andula, poi, è attratta dal bravo pianista della serata (Vladimir Pucholt), uno smilzo ventenne, da subito adocchiato, nella cui stanza, infatti, avrebbe trascorso la sua notte d’amore, fra finte ripulse, abbracci appassionati e promesse che non sarebbero state mantenute, come vedremo nell’ultima parte del film, quando la scena, spostandosi a Praga, ci introduce nella casa dove il bel musicista, impenitente dongiovanni, vive con i genitori (Milada Jezkova e Josef Sebanek), disillusi e logorati dalla ripetitività insensata della loro vita quotidiana.
Alla bionda Andula che lì lo aveva cercato e che, dietro la porta, tutto vede e sente le parole meschine, vili e preoccupate di quel terzetto familiare, versando amarissime lacrime, il regista affida il compito di mostrarci lo squallore di quella realtà, in una serie di bellissime e indimenticabili soggettive. I toni del disincanto e dell’ironia, che connotano una gran parte del film, si fanno più tristi e pietosi: nessun melodramma, ma la rappresentazione dolorosa della universale difficoltà di diventare adulti.
Avviso ai naviganti:
La RAI aveva proposto il film QUI, in un’edizione diversa da quella restaurata (conteneva l’arbitraria doppia aggiunta musicale, all’inizio e alla fine del film, di una canzone cantata da Caterina Caselli che non esiste in originale. Grazioso omaggio molto kitsch della distribuzione di allora?). In ogni caso, ora questo film non è più visibile sul sito indicato, né sono informata delle ragioni.

A beautiful Day

recensione del film:
A BEAUTIFUL DAY

Titolo originale:
You Were Never Really Here

Regia:
Lynne Ramsay

Principali interpreti:

Joaquin Phoenix, Ekaterina Samsonov, Alessandro Nivola, Alex Manette, John Doman, Judith Roberts, Jason Babinsky, Frank Pando, Kate Easton, Madison Arnold – 95 min. – USA, Francia 2017

Dapprima aveva subìto la violenza di un padre arrogante e manesco fino al sadismo; poi quella barbarica e devastante delle guerre americane: con questa storia personale di paure, di odio e di sensi di colpa, Joe (Joaquin Phoenix) stava continuando a fare i conti, irrobustendo il proprio corpo per temprarlo al dolore più acuto, senza riuscire, però, a indurire il proprio cuore. Al suo ritorno dall’ultima campagna militare, reduce quasi miracolato dal destino, aveva ritrovato la madre (Judith Roberts), della cui sopravvivenza economica ora si prendeva cura volentieri, perché l’amava teneramente, ma aveva fatto fatica a riconciliarsi con se stesso, né gli era bastata l’assistenza psicologica che lo stato americano aveva assicurato a tutti i soldati che come lui avevano portato a casa la pelle. Le spaventose cicatrici disseminate sul suo corpo parevano perciò riflettere soprattutto i mali dell’anima, che si manifestavano durante la notte, percorsa da incubi e paure, dai tormenti che sempre lo riconducevano alle proprie terribili esperienze, in una così claustrofobica coazione a ricordare da togliere il fiato e anche la voglia di vivere. Si manteneva, adesso, con un’attività da investigatore e, all’occorrenza, da sicario professionale infallibile nel colpire e nell’occultarsi rapidamente, interessato soprattutto  a vendicare le vittime degli innumerevoli abusi che colpivano i più deboli. Dopo aver “punito” in modo atroce, su commissione, alcuni delitti sordidi, legati al sottobosco dei pedofili, Joe era stato contattato, perché fornisse la sua opera, da un esponente politico che stava contendendo a un rivale corrotto e vizioso, capo di un’organizzazione mafiosa per lo sfruttamento della prostituzione minorile, la carica di governatore. Costui infatti aveva sicuramente fra le mani Nina (Ekaterina Samsonov) l’irrequieta figlia adolescente, fuggita di casa. Il padre affranto gli affidava l’investigazione, nonché la punizione di tutti i colpevoli, dai manovali del crimine all’illustre organizzatore dello squallido giro di ninfette. Coinvolto in un dramma intessuto anche di trame politiche, Joe stava giocando, in realtà, la partita che avrebbe deciso in ogni caso della propria vita o della propria morte, che egli avrebbe affrontato senza viltà e senza compromessi.

Dopo aver presentato alquanto sommariamente le linee generali del quadro entro il quale si muove Joe, il protagonista del film, voglio aggiungere che si tratta sicuramente di un film molto autoriale della regista scozzese Lynne Ramsay, la stessa che nel 2011 aveva diretto il bellissimo e cupo …E ora parliamo di Kevin. A lei, dunque, dobbiamo ancora una volta la meditazione dolorosa sul male, sul suo insediarsi nell’uomo attraverso percorsi tortuosi e condizionamenti ambientali e sociali difficili da evitare e rimuovere. Del romanzo di Jonathan Ames, che dà il titolo alla versione originale del film, You Were Never Really Here, la regista ha scritto la sceneggiatura che, sebbene premiata dalla giuria di Cannes lo scorso anno, costituisce, a detta di molti critici (assai divisi nel merito), l’aspetto meno convincente del film, costruito più sulla fotografia che sulla scrittura. Grazie alla sua antica passione fotografica, la regista lavora infatti accostando e raccordando, con gusto sopraffino, colori e sfumature, cosicché raffredda in una spettacolare composizione visiva gli effetti splatter più truci e repellenti. Il colore del sangue diventa una sfumatura appena più cupa dei rossi tramonti di Manhattan mentre l’oscurità, puntinata dalle mille malferme luci della notte di NewYork, diventa lo sfondo degli incubi di Joe in cui realtà e immaginazione ossessivamente si alternano e si confondono in un dormiveglia insopportabilmente oppressivo, in cui il presente perde i propri contorni e lascia lo spazio alle allucinazioni e alle angosce. Lo spettatore stesso viene coinvolto in questo incerto susseguirsi di realtà e di immaginazione, ciò che comporta, alla fine del film, una notevole incertezza sulla consistenza verosimile di ciò che ha visto e soprattutto di ciò che ha capito. Non per nulla una parte della critica internazionale ha giudicato severamente questo film, nonostante alcuni pregi innegabili, come la colonna sonora azzeccatissima di Jonny Greenwood e l’interpretazione eccelsa di Joaquin Phoenix, irsuto e imbruttito come non mai, premiato con la Palma d’oro per la migliore interpretazione maschile. Film abbondantemente citazionista ed evocativo di altro cinema (da Scorsese di Taxi driver all’ Anderson di The master, addirittura al Dillinger di Marco Ferreri chiaramente citato in una scena importante, in cui due cuscini che coprono un volto presentano l’inconfondibile traccia insanguinata dello sparo assassino). Che dire? I difetti rilevati ci sono, ma forse non sono sufficienti a dissuadere un cinefilo dal consigliarne la visione. Era migliore il film precedente, forse, ma questo è intrigante e anche un po’ insolito. Da vedere!

Un sogno chiamato Florida

recensione del film:
UN SOGNO CHIAMATO FLORIDA

Titolo originale:
The Florida Project

Regia:
Sean Baker

Principali interpreti:
Willem Dafoe, Brooklynn Prince, Bria Vinaite, Valeria Cotto, Christopher Rivera, Caleb Landry Jones, Macon Blair, Karren Karagulian, Sandy Kane, Cecilia Quinan – 115 min. – USA 2017.

Il trailer italiano è insopportabile: gli urli e gli strepiti dei bambini, protagonisti del film, ti indurrebbero a scappare velocemente, altro che compiacerti e ridere per le loro prodezze da teppistelli! Nonostante il trailer, è stato il passaparola a indurmi a vedere questo film che, anche senza essere un capolavoro, merita tuttavia di essere visto e meditato poiché affronta, senza ipocrisie, il tema del duro vivere quotidiano alla periferia di uno dei luoghi consacrati al turismo di massa negli USA: Disneyland, preannunciato dai terribili colori pastello dei residence che sorgono nelle immediate vicinanze, e anche dalle forme kitsch degli edifici commerciali. In quegli edifici rosa o lilla, così dipinti per propiziare i sogni dei visitatori con pochi soldi, che non possono permettersi qualche notte in un albergo decente, in realtà vengono accolte, per lo più, donne con prole, senza lavoro e senza futuro, disposte a trasferirsi, con le loro poche cose, da una monocamera a quella adiacente, secondo le necessità dell’amministrazione degli stabili. Queste donne vivono di assistenza (alcuni volontari periodicamente portano cibo e bevande), ma anche di piccoli furti, di espedienti e di prostituzione, in modo da rimediare, comunque, i soldi dell’affitto che devono puntualmente pagare. Di questa condizione profondamente degradata, i bambini sono vittime incolpevoli: non vanno a scuola (è estate, ma, a quanto si comprende, non tutti ci vanno anche quando non sono in vacanza); per lo più si annoiano e si inventano modi più o meno divertenti di passare il tempo, del tutto indifferenti ai divieti, ai tabù  e ai richiami della “proprietà”, che ha affidato a un top manager, ovvero a Bobby (Willem Dafoe) la gestione quotidiana dei residence. Bobby è davvero grande per l’intelligente umanità con la quale interviene per prevenire i problemi, riportandoli, prima che diventino irrisolvibili, alle loro giuste dimensioni, ma certo non può fare miracoli! Quando la miseria è davvero profonda e la sofferenza, spaventosamente enorme, è quella dei bambini abbandonati a se stessi e privi di riferimenti positivi, riesce difficilissimo, anche con le migliori intenzioni, inventare soluzioni, soprattutto in assenza di  una rete di solidarietà intelligente, fatta di ascolto e collaborazione piuttosto che di condanna morale e di repressione poliziesca, fonte di ulteriore dolore e di fallimenti pressoché certi. Meravigliose le interpretazioni dei bambini; particolarmente notevole quella della piccola Brooklynn Prince, nei panni dell’infelicissima e terribile Moonee, la figlia di Halley (Bria Vinaite), la giovane madre incosciente,  drogata e irrimediabilmente perduta, le cui vicende sono emblematiche di un fallimento senza sconti e senza vie d’uscita, ovvero della fine dell’American Dream. Va da sé che Willem Dafoe si confermi anche in questo piccolo film quel grandissimo attore che conosciamo.

Girato con un Iphone e con pochissimi mezzi, il film non risulta scritto in modo molto accurato, eppure ha una sua forza coinvolgente che lo rende  più interessante di quanto il titolo e il trailer italiano lascino supporre.

In Bruges-La coscienza dell’assassino

recensione del film:
IN BRUGES-LA COSCIENZA DELL’ASSASSINO

Regia:
Martin McDonagh

Principali interpreti:
Brendan Gleeson, Colin Farrell, Ralph Fiennes, Jérémie Renier, Clémence Poésy,Ciarán Hinds, Thekla Reuten, Jordan Prentice, Zeljko Ivanek, Elizabeth Berrington, Rudy Blomme, Olivier Bonjour, Mark Donovan, Ann Elsley, Jean-Marc Favorin, Eric Godon – 101 min. – Gran Bretagna, Belgio 2008.

La mia valutazione molto positiva di Tre manifesti a Ebbing- Missouri mi ha spinta a rivedere e ad analizzare i due lungometraggi precedenti del regista.

In Bruges-La coscienza dell’assassino, presentato nelle nostre sale nel maggio del 2008, ebbe un notevole successo di pubblico: costituiva per gli spettatori del cinema il primo incontro con Martin McDonagh, l’inglese di origini irlandesi affermato soprattutto come regista teatrale, molto apprezzato nel Regno Unito e in altri paesi anglofoni. Alla sua uscita, questa sua pellicola aveva destato in molti di noi un’ottima impressione, anche per lo scenario nel quale si ambientava la vicenda raccontata: una Bruges incantevole, insolita nel cinema e anche negli itinerari del nostro turismo, nonostante la qualità del suo assetto urbanistico, dei suoi palazzi gotici e tardo-gotici, dei suoi monumenti, nonché delle opere custodite nei suoi musei.
Il film, però, non era solo una bella cartolina da Bruges, anche se questo aspetto non andrebbe sottovalutato, per la dichiarata volontà del regista, che, innamorato della città, aveva voluto utilizzarne vie, canali, ponti, chiese e piazze quali sfondi straordinari del suo racconto (persino l’allora sindaco della città aveva trovato una collocazione secondaria fra i personaggi); quella pellicola è. infatti, la nerissima storia di una coppia di killer professionali, Ken (Brendan Gleeson)  e Ray (Colin Farrell), che lì avevano dovuto rifugiarsi dopo l’ultima loro sciagurata impresa londinese.
Era accaduto che gli spari del fucile di Ray avessero ucciso un prete in chiesa (come gli era stato ordinato), ma che avessero anche causato la morte di un bambino in preghiera, celato alla vista dal massiccio corpo dell’assassinato. I due complici, cui la polizia stava dando la caccia in conseguenza dell’orribile misfatto, avrebbero dovuto starsene lontani da Londra per un po’ di tempo, seguendo le indicazioni di Harry (Ralph Fiennes), il boss, che per il momento aveva deciso che raggiungessero Bruges. Per Ray, al suo primo omicidio, il battesimo del fuoco si era trasformato in un’imprevista tragedia; col rimorso nel cuore aveva seguito mal volentieri Ken in terra fiamminga, sperando di rientrare, quanto prima, sul suolo britannico….

In Bruges, però, non si limita alla cronaca, umoristicamente narrata, della fuga dei due malfattori: è il racconto di un soggiorno inquieto e strano, che Harry, uomo nevrotico e crudele aveva imposto, dal suo cottage, ai due malavitosi, segregandoli in una stanza d’albergo, in attesa di… Godot, ovvero di una sua telefonata. Per questa ragione, nel corso del film non si vedono molte scene movimentate, come ci si attenderebbe: quelle poche di solito nascono dal nervosismo di Ray, che se ne va in giro, col suo onnipresente senso di colpa, attraverso la città, i suoi bar e i suoi locali equivoci alla ricerca di avventure e di “paradisi artificiali” che ne plachino la rabbia e il rimorso. Egli lascia che sia Ken, più adulto e più maturo di lui, a scoprire la vecchia città, per lui decisamente poco attraente. Seguiremo, perciò nel corso del film, a fasi alterne, il percorso dei due personaggi, che non sempre si comportano da pacifici cittadini, perché, anche in questo fascinoso angolo di mondo, le occasioni per venire alle mani non mancano… Alla fine, però, inseguimenti movimentati, sparatorie e fughe rocambolesche compenseranno ampiamente chi se le aspettava fin dall’inizio.
Il film è sorprendentemente, invece, anche una meditazione semi-seria sul passato e sul suo lascito contraddittorio fatto di dolore, di saggezza e di bellezza, che potrebbe aiutarci ad accettare i nostri errori e le nostre contraddizioni: parrebbe quasi un racconto di formazione. Potrebbe esserlo, in qualche misura, se consideriamo separatamente i due personaggi protagonisti: Ken appare pacificato e rasserenato (ha elaborato il lutto per la morte violenta della moglie amatissima), poiché la bellezza della città gli ha offerto, forse, la chance che cercava per comprendere il senso della vita, grazie all’incanto suggestivo degli angoli segreti, all’ampio panorama dall’alto delle torri, alla visione del cigno bellissimo che emerge dalle acque scure e anche alle riflessioni sull’inquietante trittico di Jeronymus Bosch. Ray è un personaggio più restio ad accettare se stesso e a meditare: è impulsivo, violento e rozzo, ma è ancora molto giovane e una seconda chance probabilmente arriverà anche per lui, aiutato dall’amore di una donna, che il finale, aperto, del film lascerebbe intuire.

Pur nella diversità dell’intreccio, ritengo che sia i percorsi accidentati e talvolta inverosimili attraverso i quali si fa strada un filo di speranza, sia il tema dell’attesa (inutile?), sia le ultime scene del film che rendono esplicita l’dea della “seconda chance” ci portino a Ebbing, insieme ai modi “pulp” del racconto che scorre davanti ai nostri occhi e alla nostra mente.

 

La notte brava del soldato Jonathan

recensione del film.
LA NOTTE BRAVA DEL SOLDATO JONATHAN

Titolo originale:
The Beguiled

Regia:
Don Siegel

Principali interpreti:
Clint Eastwood, Elizabeth Hartman, Geraldine Page, Jo Ann Harris, Darleen Carr, Mae Mercer – 109 min. – USA 1971

Al Festival di Cannes dello scorso maggio, la regista Sofia Coppola ha presentato L’inganno, il film che sarà nelle nostre sale a partire da giovedì 21 settembre. Non tutti sanno che L’inganno è il remake di questo vecchio film, che ebbe allora un buon successo. In attesa di vederne la nuova versione, ho pensato di presentare l’originale, che si può trovare in DVD. Vale, secondo me, la pena di meditarlo.

Con il bizzarro titolo La Notte brava del soldato Jonathan era stato presentato nel 1971 nelle sale italiane questo film firmato Don Siegel, tratto da un romanzo di Thomas P. Cullinan, intitolato, a sua volta A Painted Devil*.
Il soldato Jonathan (Clint Eastwood) aveva combattuto nell’esercito nordista durante la guerra civile americana; ferito, forse gravemente, era stato ritrovato in pieno territorio sudista, nel bosco dove la dodicenne Amy stava raccogliendo i funghi per il pranzo al collegio femminile da cui si era allontanata e a cui, ora, lo avrebbe accompagnato nella speranza che Miss Martha Farnsworth (Geraldine Page), la severa proprietaria della scuola, se ne prendesse cura. Era stato accolto con molta diffidenza all’interno della struttura educativa nella quale tutte le donne che vi risiedevano, dalle studentesse a Edwina (Elizabeth Hartman), l’insegnante di francese, a Miss Martha, fino alla schiava nera disperata di ogni possibile riscatto, erano convinte sostenitrici della secessione sudista: ricoverare un soldato nemico era molto pericoloso per tutte loro, che, già esposte ai rischi di un’incursione delle truppe nordiste, sarebbero diventate facile preda, per il loro tradimento, anche dei soldati sudisti di passaggio. Sotto quest’aspetto, Sudisti e Nordisti si equivalevano: la guerra, fin dalla notte dei tempi, richiede disumani sacrifici e scatena i più diversi appetiti, facendo emergere gli istinti predatori dei soldati, il cui transito lascia ovunque strascichi molto penosi, alimentando l’odio e il desiderio di rivalsa. Jonathan non era diverso dagli altri, ma sapeva come sfruttare, a proprio vantaggio, l’urbanità e i bei modi che sembravano provenirgli da un’ottima educazione e da una nobiltà d’animo non comune. Egli si era lasciato docilmente curare e, in seguito, accertatosi di esserere il solo maschio presente in quella scuola, era riuscito a guadagnare la fiducia delle donne che lo attorniavano, essendosi rivolto con le parole giuste a ciascuna di loro. La sua bellezza, poi, aveva conquistato il cuore di molte, ciò che avrebbe scatenato le rivalità e le gelosie all’origine della sua rovina. Egli aveva dunque sottovalutato la ferocia femminile, confidando un po’ troppo sulle capacità seduttive delle sue parole lusinghiere e del suo corpo, neppur troppo “oscuro oggetto del desiderio” comune, reciprocamente taciuto, ma universalmente noto o sospettato.

Nel film, condotto con un crescendo di tensione che potrebbe quasi apparentarlo a un noir, si delinea una vicenda oscura e terribile, con tratti di morbosità, costruita, con grande finezza psicologica, seguendo i percorsi che avevano portato le donne e il bel soldato Jonathan ad avvicinarsi e in seguito ad allontanarsi tragicamente: “la notte brava” era stato l’inizio della fine di quel rapporto di fiducia guardinga (perdonate l’ossimoro, ma non saprei definire meglio l’ambiguità del comportamento reciproco) che aveva legato per qualche tempo l’uomo ferito alle donne intristite e inaridite dall’isolamento e dall’inibizione di ogni prospettiva amorosa, ma per lo più ansiose di salvaguardare il buon nome dell’istituzione a cui per ora dovevano protezione e sostentamento. Era stato, infine, il rovesciamento delle sorti della guerra a mutare il destino di tutti, mostrando la brutalità arrogante anche di Jonathan, il vincitore, che, seppure compromesso nella propria integrità fisica, aveva subito presentato il proprio conto, offrendo il fianco alla temibile alleanza delle donne umiliate e offese.
Il film, che si apre e si chiude circolarmente con i colori sbiaditi della fotografia che solo a poco a poco si ravvivano nel racconto, connotando anche temporalmente la distanza del regista, è bellissimo e inquietante e, per l’epoca (1971), anche molto coraggioso, non nascondendo aspetti della realtà che solo a partire dagli anni ’80, fra mille difficoltà, avrebbero trovato il loro spazio  sullo schermo.
Vorrei soffermarmi, brevemente, sul gioco dei titoli, che in parte tradisce diverse interpretazioni della storia narrata: The beguiled, il titolo originale del film, indicherebbe che qualcuno è stato ingannato. Chi? Lo spettatore potrebbe scoprire, secondo me, che ingannati sono stati tutti i personaggi che si erano, in certo modo, illusi. Il titolo italiano, non privo di una certa verità, invece, parrebbe puntare soprattutto sulla stoltezza colpevole del soldato Jonathan, inevitabilmente vittima della propria presunzione: se l’era cercata, dunque, secondo un modo di pensare tenacemente radicato nelle menti di troppi nostri concittadini!

 

_______________________

*Pubblicato per la prima volta in Italia da pochi giorni, anche in edizione elettronica, col titolo L’inganno dalla casa editrice DEA Planeta