Revenant – Redivivo

Schermata 2016-01-20 alle 11.45.46recensione del film:
REVENANT – REDIVIVO

Titolo originale:
The Revenant

Regia
Alejandro González Iñárritu

Principali interpreti:
Leonardo DiCaprio, Tom Hardy, Domhnall Gleeson, Will Poulter, Forrest Goodluck – 156 min. – USA 2015.

Revenant, il film che sta ottenendo ovunque uno straordinario successo di pubblico e di critica, è tratto, con molta libertà, dal romanzo* che ricostruisce la storia reale del sorprendente ritorno alla vita di Hugh Glass, l’ottocentesco americano cacciatore di pellicce, che, ferito mortalmente per l’aggressione imprevista di un’orsa grizzly, era riuscito a guarire e, dopo inenarrabili guai e peripezie, a vendicarsi della slealtà dei suoi compagni, che, dandolo per spacciato, lo avevano abbandonato al suo destino, privandolo delle armi e di ogni suo avere. Siamo nel 1823 nel lontano Nord Ovest americano, in quel Far West tante volte raccontato dal cinema, dove, in un ambiente innevato e gelato per la maggior parte dell’anno, le tribù degli indiani nativi contendevano ai bianchi la colonizzazione del territorio. Secondo la loro visione del mondo la terra non poteva essere oggetto di conquista, essendo la madre comune di tutti gli esseri viventi, di cui era  importante conoscere e rispettare  le leggi per evitare che da madre amorosa si trasformasse in nemica spietata. Questo, per millenni, era stato il segreto della loro convivenza armoniosa con l’ambiente naturale; questo aveva affascinato il bianco Hugh Glass che, arrivato lì come trapper (cacciatore di pellicce), era stato sedotto (oltre che da una bella fanciulla del luogo, che lo aveva reso padre) dalla weltanschauung, così diversa da quella degli Europei e dei pionieri per i quali il gusto della scoperta di nuove terre da sempre era legata a una pervicace volontà di rapina e di sfruttamento economico. Amando teneramente quel suo figlioletto che presto avrebbe perso la madre, Glass aveva imparato la lingua locale e stabilito discreti rapporti con i nativi, grazie ai quali accompagnava le spedizioni dei trappers, affinché raggiungessero con i loro pesantissimi carichi di pellame il campo base, e poi le imbarcazioni dirette ai mercati americani ed europei nel tempo più rapido e senza troppi rischi.

Il tema fondamentale intorno al quale si sviluppa tutto il film è il rapporto uomo-natura in una regione quasi inesplorata, coperta di ghiacci e di foreste e attraversata da grandi corsi d’acqua; abitata soprattutto dagli animali in grado di adattarsi a quelle temperature. Lo scenario naturalistico, che non è solo lo sfondo, poiché interagisce in modo decisivo con le vicende raccontate, è tra le cose più belle e suggestive del film, per la grandissima fotografia di Emmanuel Lubezki, che sembra qui, come già era avvenuto per The Tree of Life, introdurre nel paesaggio una dimensione mistico – religiosa, sottolineata dal riproporsi della luce che, attraversando verticalmente le altissime conifere, permette di vedere ciò che accade nel cuore di quelle foreste e anche di guardare oltre, al di là di una frontiera, che è inesplorata ma che è anche raggiungibile, attraverso strade pericolose che mettono a dura prova la volontà di arrivare a quel traguardo luminoso: la salvezza (Dio?). Per il protagonista Glass (Leonardo di Caprio) Dio coincide con la giustizia vendicatrice contro John Fitzgerald (Tom Hardy), il trapper che l’aveva tradito e offeso (non voglio dire di più) negli affetti più cari; per John Fitzgerald Dio coincide con lo scoiattolo, che si mette provvidenzialmente sulla strada degli uomini, che subito lo uccideranno per divorarlo e continueranno a sopravvivere: ognuno, in quelle condizioni estreme crea il proprio Dio rispondendo alle proprie speranze e alle proprie attese, al di fuori certamente delle rappresentazioni della tradizione iconografica cristiana, evocata con sapientissimi squarci di antiche pitture .

Il film ci presenta perciò pagine di grande e indiscutibile bellezza, all’interno delle quali è raccontata la sofferenza più atroce: quella di Glass, sottoposto a torture morali e soprattutto fisiche insopportabili (anche per enfasi retorica), che sommandosi senza tregua in un uomo già ferito quasi mortalmente dall’orsa appaiono del tutto incredibili e spesso anche ridicole, almeno a me, che non riesco a impressionarmi per le ingenue rappresentazioni del Male Assoluto ottenute, talvolta, anche attraverso gli effetti della Computer Grafica. Le torture, anziché piegare la volontà del protagonista, lo spronano riducendolo spesso a un balbettante e grugnente ammasso di piaghe putride e sanguinolente che egli cura, utilizzando gli insegnamenti della sapienza dei nativi, con infusi ed erbe miracolose, lasciando alla fine il dubbio che il Dio della salvezza abbia più di una caratteristica “new Age”. Rimane il fatto che Glass, redivivo, alla fine del film non porterà sul corpo snello e smagrito, molto opportunamente, alcuna traccia di piaghe e di ferite.

Da vedere e da discutere, per lo meno un po’, lasciando decantare gli entusiasmi che non si addicono alla critica e meditando sulla triste sorte di Leonardo di Caprio, che è un bravo attore e che non meritava tante botte per dimostrarlo all’Academy.

*Michael Punke – Revenant – Einaudi editore.
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Il buono, il brutto, il cattivo

Schermata 2015-10-07 alle 18.31.52recensione del film:
IL BUONO, IL BRUTTO, IL CATTIVO

Regia:
Sergio Leone

Principali interpreti:
Clint Eastwood, Lee Van Cleef, Eli Wallach, Luigi Pistilli, Rada Rassimov,Aldo Giuffré, Mario Brega, Enzo Petito, Claudio Scarchilli, John Bartha, Livio Lorenzon,Antonio Casale, Sandro Scarchilli, Benito Stefanelli, Angelo Novi, Antonio Casas  – 182 min. – Italia, Spagna 196

Restaurato e trasferito su DVD dalla Cineteca di Bologna nel luglio 2014.

Anche questa recensione è scritta, come contributo personale, per il Cineforum di Canegrate che concluderà con la proiezione di questo film, il 24 novembre prossimo, la programmazione che ha portato avanti dal luglio di quest’anno. 

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– La Trilogia del dollaro

Il buono, il brutto, il cattivo (1966) è l’ultimo dei tre film di Sergio Leone che insieme costituiscono la cosiddetta Trilogia del dollaro: è stato girato dopo Per un pugno di dollari  (1964) e Per qualche dollaro in più (1965). Con i due film precedenti questo ha in comune l’ambiente deserto del West, ricostruito in terra di Spagna, alcuni attori non protagonisti, la musica di Ennio Morricone nonché la presenza di Clint Eastwood, che incarna nelle tre opere il misterioso personaggio  dello “straniero senza nome”, arrivato dal nulla, col poncho e il piccolo sigaro all’angolo della bocca, biondo, dall’ aspetto freddo e impenetrabile, di poche parole, rapidissimo e preciso nello sparo, eseguito con gelida e intelligente determinazione. La scelta di Eastwood, nel primo film del 1964, era stata un ripiego per Sergio Leone, che aveva firmato la regia con lo pseudonimo di Bob Robertson*. Clint era allora sconosciuto in Europa e poco conosciuto anche negli Stati Uniti, dove aveva ottenuto un po’ di popolarità presso il pubblico del piccolo schermo, avendo recitato per una serie televisiva senza troppe pretese, che si intitolava Rawhide. Non era proprio l’attore che avrebbe voluto il regista che puntava molto più in alto, a Charles Bronson o a Henry Fonda: decisamente troppo in alto per lui che, pur essendosi inserito nel mondo del cinema molto giovane e avendo nel proprio curriculum parecchie collaborazioni alla regia e qualche sceneggiatura, aveva diretto per intero, con grande scrupolo filologico, solo Il Colosso di Rodi, realizzando un dignitoso “peplum”. La collaborazione fra l’attore poco noto e il regista non ancora affermato si rivelò, però, molto felice: Per un pugno di dollari fu un successo di pubblico clamoroso, sia pure con strascico giudiziario**. Gli incassi premiarono il regista che aveva avuto il merito di rianimare, rinnovandolo, il genere western, languente negli Stati Uniti, e quello di riportare il pubblico nelle sale italiane, quando, dopo la grande stagione neorealistica, anche il nostro cinema non se la stava passando molto bene. A questo primo western seguì Per qualche dollaro in più, opera di maggiore complessità, con l’ingresso di un eccezionale attore americano, Lee Van Cleef, nei panni del colonnello Mortimer, che, insieme al Monco (Clint Eastwood, così chiamato per l’abilità nell’uso della sola mano destra per sparare riponendo rapidamente l’arma), interpreta la parte del cacciatore di taglie alla ricerca di El Indio, feroce e ombroso bandito pazzo (Gian Maria Volonté), che Mortimer intende catturare non tanto per incassarne la taglia, quanto per vendicare l’atroce morte della sorella.
Lee Van Cleef (nei panni di Sentenza – il Cattivo), insieme a Clint Eastwood (nei panni di Biondo – il Buono) e a Eli Wallach, indimenticabile nuovo arrivato dagli States (nei panni di Tuco – il Brutto) saranno i grandi protagonisti dello straordinario film col quale si chiude la Trilogia: Il buono, il brutto, il cattivo.

 Il buono, il brutto, il cattivo.

C’era una volta la guerra di secessione…

Dal punto di vista storico, per le cose raccontate, questo film dovrebbe essere in realtà la premessa della prima e della seconda pellicola della Trilogia poiché la vicenda si svolge durante la guerra di secessione americana, che i due film precedenti avevano dato per conclusa. Questa guerra non occupa poca parte della nuova opera, e non ne costituisce neppure lo sfondo neutro, poiché si intreccia continuamente con le avventure dei tre personaggi e diventa il decisivo snodo conclusivo dell’intera pellicola. Questo va sottolineato, perché permette di riflettere attentamente sul particolare cinema “western” del grande regista, ormai lontano dal mondo del Far West, che, pur rimanendo presente nella sua immaginazione e pur essendo fonte inesauribile di creazione di nuovi miti, non interessava più il pubblico, preso dai problemi e dalle contraddizioni del proprio tempo. Egli, dunque, ci presenta un periodo diverso della storia americana, di cui ricostruisce con cura meticolosa fatti realmente accaduti e molti particolari della vita quotidiana, inserendovi, credibilmente, la finzione narrativa e dando voce contemporaneamente anche alla nuova sensibilità del pubblico, prima di tutto nei confronti di quell’inutile strage che si chiama guerra. Il nuovo modo di sentire si era manifestato anche in Italia, opponendo alle commemorazioni ufficiali, che nel corso del 1965 avevano evocato le due guerre mondiali (quella iniziata nel 1915 e quella conclusa nel 1945), una visione pacifista e antibellicista. Se ne sentono spesso gli echi nel film, come nell’episodio del ponte di Langstone, che, nonostante fosse stato teatro di battaglie sanguinose senza esito alcuno, continuava a essere oggetto di contese infinite provocando troppi morti, mutilati e feriti gravissimi, sacrificati dal puntiglio degli Stati Maggiori, che poco si preoccupavano delle sofferenze dei giovani mandati al macello. Solo la sua distruzione ad opera di Biondo e di Tuco, a lungo desiderata dall’ufficiale (Aldo Giuffré) stanco di veder morire i propri soldati per obbedire agli sciagurati ordini dei superiori, avrebbe evitato il perdurare della carneficina e, insieme, permesso ai due banditi di raggiungere il nascondiglio del tesoro di cui intendevano impadronirsi fin dall’inizio del film. I due banditi erano riusciti separatamente e fortunosamente a riguadagnare la libertà con la fuga, evitando di essere spediti, come prigionieri di guerra, al terribile campo delle prigioni unioniste di Betterville, dove sicuramente sarebbero morti, poiché si trattava di un luogo di tortura e sterminio, ciò che allude alla verità storica dell’esistenza in terra americana, del primo lager della storia***, scientificamente organizzato per far morire i reclusi fra i più atroci tormenti mentre la guerra era in pieno svolgimento. Le parole dell’ufficiale, convinto dell’idiozia della guerra, quelle di Biondo turbato dall’orrore di tanti morti, e, prima delle loro, quelle di Tuco, che aveva difeso la propria scelta dell’illegalità di fronte a un fratello prete, che dall’alto dei suoi privilegi si era permesso di condannarlo, rovesciavano le tradizionali e manichee rappresentazioni dei buoni e dei cattivi nei western e inducevano lo spettatore a interrogarsi sulla relatività delle convinzioni morali, e a riconoscere anche nei banditi un’umanità non del tutto perduta. Tuco e Biondo, coi loro difetti e coi loro pregi, si trasformavano, incarnando, nel corso del film, i più umani dei banditi, simili a quelli che frequentemente si possono incontrare nei racconti picareschi o in alcuni romanzi d’avventura della tradizione letteraria (Leone accenna a Don Chisciotte), distinguendosi da Sentenza, la cui cattiveria vera lo aveva portato a schierarsi col potere e con i signori della guerra per trarne il massimo dei vantaggi.
Ricostruendo negli spazi deserti della Spagna l’ambiente dei vecchi Western, Leone ne aveva ricreato l’incanto grazie alle immagini pulite ed essenziali, in cui il paesaggio grandioso coi suoi silenzi, interrotti dai suoni e dai rumori della natura, riecheggiati dalle musiche suggestive di Ennio Morricone, permetteva alle vicende di svilupparsi in un’aura favolistica, quasi magica, capace di far sognare ancora gli spettatori, che pur lontano da quei fatti, li sentivano vicino e si commuovevano, allo stesso modo con cui continuava a essere commosso il pubblico che seguiva i racconti fantasiosi dei “pupari” che evocavano, muovendo le loro marionette, le gesta degli antichi paladini di Orlando, aggiornate ai tempi e adattate ai luoghi in cui lo spettacolo si rappresentava (ho riportato a memoria le parole dello stesso Leone, nell’intervista di cui do notizia nella nota***).

Presto condannati dai critici italiani, assai poco lungimiranti e molto conservatori, che non apprezzavano la contaminazione del nostro cinema con i temi, pur importanti, di derivazione americana, che, secondo loro, male si sarebbero inseriti nella nostra tradizione cinematografica, i film della Trilogia, diedero origine a una serie infinita di imitazioni in Italia creando il genere degli “Spaghetti Western”, la cui paternità era stata attribuita a Sergio Leone, il quale la respingeva con tutta l’ironia tagliente e bonaria di cui era capace e che connota questi stessi film, quest’ultimo soprattutto. Il pubblico, invece, gli aveva dato ragione, così come i registi più intelligenti d’oltreoceano che ne avrebbero presto colto le novità, tanto che, per molti di loro, questi anomali western erano diventati oggetto di ispirazione e anche di culto.

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*alla lettera “figlio di Robert”: suo padre Vincenzo Leone, regista a sua volta, si presentava come Roberto Roberti

**Leone, che si era ispirato a La sfida del samurai di Akira Kurosawa (1961), fu accusato di plagio, perse la causa, e fu condannato a cedere gli incassi del film in Giappone, Corea e Formosa, nonché il 15% dei diritti mondiali.
La causa ritardò fino al 1967 l’ingresso della Trilogia negli U.S.A.

***fu lo stesso Sergio Leone a parlarne in una lunga intervista del 1982, raccolta a Londra da Christopher Frayling e ora pubblicata nel bellissimo volume edito dalla Cineteca di Bologna, ancora reperibile sul mercato librario, dal titolo C’era una volta in Italia dello stesso Frayling-

andarsene per dimenticare (Un giorno devi andare)

Schermata 04-2456384 alle 22.38.48recensione del film:

UN GIORNO DEVI ANDARE

 

Regia:

Giorgio Diritti.

Principali interpreti:

Jasmine Trinca, Anne Alvaro, Sonia Gessner, Pia Engleberth, Amanda Fonseca Galvao, Paulo De Souza, Eder Frota Dos Santos, Manuela Mendonça Marinho – 110 min. – Italia, Francia 2013.

Un uomo abbandona la moglie poiché ha perso il primo figlio, insieme alla speranza di averne altri in futuro: si direbbe una brutta storia molto italiana, una storia di ordinaria prepotenza maschile, di chi non vuole capire il dolore delle donne. E’ invece la premessa da cui nasce il terzo film di Giorgio Diritti: dopo essere stata lasciata dal marito, infatti, la giovane Augusta decide di andarsene dal nostro paese, per uscire dalla sua comprensibile angoscia e per ritrovare il senso della propria vita, spingendosi fino alla lontana Amazzonia, a fianco di un’ amica di sua madre, suor Franca, che meritoriamente si occupa da tempo dei nativi di quei luoghi, della salvezza delle loro anime, nonché di quella dei loro corpi. L’infelice Augusta, però, non ci mette molto a comprendere che la religiosità di Franca, pur animata dalle migliori intenzioni, è assai discutibile poiché, tutta tesa com’è all’evangelizzazione di quegli uomini, sottovaluta del tutto la loro cultura,  legata alla terra, madre di tutti i viventi, tanto rispettata e amata da loro, quanto tenuta in poco conto dalla missione cattolica cui suor Franca fa riferimento. Attraverso i missionari, infatti, e forse oltre la loro volontà, sta penetrando anche laggiù la logica del tutto eurocentrica dello sfruttamento della terra e della cosiddetta valorizzazione turistica, con tanto di disboscamento e crescita dei supermercati e degli hotel: si sta ripetendo in Amazzonia ciò che era avvenuto in Africa e in tutte le terre cosiddette selvagge in cui l’arrivo dei missionari, nonostante i migliori propositi, aveva aperto, nel corso dei secoli, la strada allo sfruttamento coloniale. Questo è detto nel film attraverso immagini che illustrano con chiarezza documentaristica le trasformazioni antropologiche e naturalistiche peggiorative a cui l’Amazzonia sta per essere soggetta. Se Augusta volesse mettersi a lavorare con un movimento di opposizione e di resistenza, potrebbe ritrovare il senso perduto della vita, in una realtà sociale che ha bisogno di gente come lei, solidale e lucidamente in grado di contribuire ad arginare, con strategie mirate, la devastazione di quei territori. Preferisce, invece, lo splendido isolamento della vita solitaria, vivendo di ciò che la natura le offre e continuando a piangere lacrime amare sul proprio destino. Ogni tanto, ricordandosi di lei, qualcuno arriva con un po’ di cibo o le porta i propri bambini, perché possano giocare con lei, dandole un po’ di gioia. Il film utilizza, però, almeno due registri narrativi, che non riesce a fondere compiutamente: quello del documentario e quello della storia privata di Augusta che è l’elemento debole di tutta la pellicola. Vengono inoltre spesso introdotte, del tutto inutilmente ai fini della narrazione, altre immagini, belle e suggestive, per altro, del convento di suor Franca in Trentino, dove spesso va, per parlare della figlia, la madre di Augusta, oppure altre immagini della nonna di lei morente in ospedale, occasione forse per mostrare la giovane donna amazzonica strappata ai propri cari da suor Franca e portata in Italia per assistere i malati. Gli aspetti positivi del film vanno colti nella serie delle bellissime e straordinarie sequenze che ci presentano un paesaggio fascinoso, o quelle dei coloratissimi riti collettivi delle danze locali; nonchè, come ho detto, nell’analisi documentaristica del degrado incipiente; tutto il resto è inutile e spurio e poco aggiunge alla storia. Un vero peccato per chi si illudeva, come me, di vedere uno splendido film non inferiore ai due bellissimi di Giorgio Diritti che l’avevano preceduto: Il vento fa il suo giro e L’uomo che verrà.