l’anima per una notte d’amore (Faust)

recensione del film
FAUST

Regia:
Aleksandr Sokurov

Principali interpreti:
Johannes Zeiler, Anton Adasinsky, Isolda Dychauk, Georg Friedrich, Hanna Schygulla, Antje Lewald, Florian Brückner, Maxim Mehmet, Katrin Filzen, David Jonsson, Joel Kirby, Eva-Maria Kurz, Antoine Monot Jr., Ondrej Novák, Stefan Weber – 134 min. – Russia 2010

Il Leone d’oro di quest’anno, al Festival d’arte cinematografica di Venezia è andato a Faust, film che costituisce l’ultima parte di una tetralogia sul potere, del regista russo Aleksandr Sokurov. Attingendo alla ricca tradizione letteraria che rappresenta lo scienziato spinto a un patto col demonio per amore della conoscenza assoluta, il regista ci racconta dello scienziato Faust che, disperando della possibilità di una conoscenza in grado di trascendere la realtà materiale fatta di fame, sporcizia, fetori e sterco, nella quale tutta l’umanità è immersa senza scampo, stringe col diavolo un patto di sangue in cambio di una notte d’amore con la bella Margherita, unica creatura del film che evochi la luce abbagliante e accecante, unica conoscenza possibile di ciò che permette agli uomini di uscire da se stessi.
Il film esordisce con la rappresentazione di Faust, medico tedesco, che in una lurida stanza male illuminata procede all’autopsia del corpo di un uomo, immergendo le proprie mani nude nel ventre squarciato, da cui estrae i visceri con l’ansia frustrata di chi vorrebbe trovare altro dalle budella e dalle sacche escrementizie: l’anima. Purtroppo, alla repellente realtà della fetida materia di cui si compone il corpo sezionato, corrisponde l’altrettanto repellente realtà del vivere quotidiano, in un settecentesco villaggio tedesco, popolato da gente ignorante e superstiziosa, quando non da truffatori, ladruncoli e violenti ubriaconi. Non esiste difesa alcuna capace di porre riparo al degrado al quale l’umanità sembra destinata a soccombere, poiché il male è sempre in grado di prevalere sul bene, la violenza sulla bontà, il calcolo utilitaristico sulla solidarietà. Non resta che firmare col sangue un patto di compromesso con il male stesso, nel film rappresentato da un decrepito diavolo, cinico e avido di denaro, senza sesso, ma con un ridicolo codino fra le natiche e con due ali tarpate e perciò ormai incapaci di permettere al corpo di sollevarsi in volo. La notte d’amore, dunque, unica e sola opererà il provvisorio miracolo di fermare il tempo prima che i suoi effetti devastanti trasformino il bel ventre dorato e nudo della giovinetta in quel repellente e maleodorante ammasso di visceri infetti che l’inizio del film aveva rappresentato. Il risveglio, tuttavia, indicherà a Faust che nessuna salvezza é possibile: calarsi agli inferi per un momento di estasi non permetterà di riemergere a riveder le stelle: senza la corazza protettiva di Mefistofele, egli affronterà impotente l’ira di Dio, metaforicamente rappresentata in una serie di immagini di grande suggestione e potenza espressiva.
Tutto il film ci mostra, comunque, una ininterrotta galleria di immagini potentissime, caratterizzate dal livido colore verdastro, colore della morte e del degrado, che lasciano nella mente un incancellabile ricordo, nonché il rovello di ripensare e riflettere sulle cose viste, il che ci dice molto sulla forza della regia: Sokurov, infatti, sa raccontare col suo linguaggio originale il senso dell’avventura faustiana, inducendo lo spettatore a seguire con interesse una vicenda non solo già nota, ma anche apparentemente lontana dal mondo di oggi. La cultura figurativa del regista si manifesta nei richiami continui all’arte nordica, da Hyeronimus Bosch a Rembrandt, reinterpretati in modo molto personale, mentre, mi è parso di scorgere nella rappresentazione del villaggio e della sua umanità plebea e fondamentalmente “bruta” un richiamo, sia pure con significato diametralmente opposto, al Pasolini dei Racconti di Canterbury o del Decameron.
Detto questo, ritengo sia difficile amare questo film, in cui la visione stercoraria e terrificante dell’uomo non lascia spazio ad alcun progetto positivo per cambiare, quando possibile, il corso degli eventi. Sebbene senza illudermi troppo, e sebbene cosciente della difficoltà, io ancora credo che i nostri destini, almeno per quanto dipende da noi, siano nelle nostre mani (in altre parole: credo nell’ottimismo della volontà, contro il pessimismo dell’intelligenza!).

Aggiungo a questa recensione, che (probabilmente per deformazione professionale o per la tabe letteraria inguaribile dalla quale da sempre sono affetta) quando veniva pronunciata la frase “solo una notte” mi veniva spontaneo il ricordo della famosa sestina petrarchesca: A qualunque animale alberga in terra (Canzoniere XXII), laddove, ai versi 31 – 33, Petrarca scrive:

“Con lei foss’io da che si parte il sole,
e non ci vedess’altri che le stelle,
sol una notte, e mai non fosse l’alba,
….

Questi versi avevano, credo, una funzione difensiva poiché stemperavano in malinconica contemplazione il tracimare pessimistico e cupo del film che stavo vedendo. Chiedo scusa a chi mi legge per avere affidato a queste righe la mia piccola confessione che è (forse, ma non ne sono sicura) fuori tema!

una storia di grande suggestione (Io sono Li)

recensione del film:
IO SONO LI

regia:
Andrea Segre

Principali interpreti:
Zhao Tao, Rade Sherbedgia, Marco Paolini, Roberto Citran, Giuseppe Battiston Drammatico, durata 100 min. – Francia, Italia 2011 – 100 min. – Francia, Italia 2011

Un altro film italiano che al al Festival di Venezia è stato accolto molto bene, un’altra storia di immigrazione, un’altra storia difficile. Shun Li fa l’operaia tessile in un laboratorio di sartoria a Roma. E’ venuta in Italia da sola, ma ha lasciato in Cina il suo bambino, di soli otto anni, presso il nonno, che ne ha cura. La sua massima aspirazione è ricongiungersi a lui, ma non dipende da lei né quando, né dove, né come: prima dovrà riscattare il passaporto, col suo lavoro, ma solo l’organizzazione che l’ha fatta arrivare in Italia potrà decidere nel merito; per il momento deve obbedire e spostarsi secondo una logica che le sfugge. Da Roma a Chioggia, dunque, dalla fabbrica al bar-osteria, gestito dai cinesi, ma frequentato da pescatori. Shun Li è intelligente e impara subito a servire i caffé e le “ombrete”; impara le parole con le quali ci si esprime nel dolce dialetto locale, impara che i pescatori lasciano volentieri qualche debito, i “ciodi”, che dovrà riscuotere; e impara, infine, a cucinare le canoce, che offrirà, col suo sorriso, per accompagnare qualche bicchiere. Fra gli avventori si distingue un anziano pescatore, Bepi, di origine slava, naturalizzato chioggiotto da trent’anni, perfettamente assimilato ai locali, ma con minori pregiudizi nei confronti degli stranieri e, in modo particolare di Shun Li, di cui a poco a poco, scopre che appartiene anche lei a una famiglia di pescatori da sempre, che ha un figlio al quale vorrebbe ricongiungersi, che non ha la libertà di muoversi come vorrebbe. Scopre anche che ama la poesia di un grande poeta cinese che ricorda ogni anno facendo galleggiare una rossa candela sull’acqua. Shun Li, a sua volta, scopre che anche lui è un poeta, ha facilità nel mettere in rima le parole, scopre anche che ha sensibilità e finezza d’animo. Ne nasce una bella amicizia, che potrebbe forse diventare una tenera storia d’ amore e d’affetto profondo, se non dovesse confrontarsi con i pregiudizi e la rozzezza degli altri pescatori, ignoranti e grevi nel parlare e nel giudicare, ma anche con gli spietati interessi dei cinesi. Ciò che maggiormente colpisce di questo film è la poesia che scaturisce dall”assoluta semplicità del narrare, sullo sfondo brumoso della laguna di Chioggia, dolce e femminile, laddove il mare aperto, con la sua violenza ha nome e connotazioni maschili, come ben coglie Shun Li, che nei lagunari sfondi sfumati, o nei colori dorati del tramonto, sembra trovare le più profonde e delicate corrispondenze con i moti del suo cuore tenero, sospeso nell’attesa di riabbracciare il figlio. Indimenticabili elementi del paesaggio i casoni dei pescatori, il profilo lontano delle Alpi, evocativi di paesaggi altri, ma familiari a Shun Li, che sembrano quasi emergere da una calligrafica stampa orientale. Il film è incredibilmente suggestivo e pieno di fascino, sorretto da una intelligente sceneggiatura, da un’ottima direzione e lascia sperare, trattandosi di un’opera prima, che il giovane regista, con passato da documentarista, ci darà in futuro altrettanto convincenti prove di sé. Bravissimi gli attori, in modo particolare i due protagonisti, che danno forma credibile e anima a due indimenticabili elegiaci personaggi.