Mr. Long

recensione del film:
Mr. Long

Regia:
Sabu (II) (nome d’arte di  Hiroyuki Tanaka)

Principali interpreti:
Chen Chang, Shô Aoyagi, Yiti Yao, Run-yin Bai, Masashi Arifuku, Tarô Suwa, Ritsuko Ohkusa, Shiiko Utagawa, Yûsuke Fukuchi, Tetsuya Chiba – 129 min. – Giappone, Germania, Cina, Taiwan 2017.

Mr Long (Cheng Chang) era un fascinoso e tenebroso giovanotto taiwanese che conduceva una doppia vita: quella del cuoco raffinato, e quella del killer che, per denaro, diventava una impassibile macchina di morte, grazie alla destrezza dei suoi movimenti felpati e alla sua abilità di muoversi nell’ombra. Si spostava velocemente, in silenzio, senza lasciare tracce, avendo studiato accuratamente ogni volta il piano che lo avrebbe reso insospettabile e inafferrabile… o quasi! L’ultima sua impresa, in Giappone, infatti, non era andata così: messo in un sacco e più volte ferito con colpi d’arma da fuoco, era riuscito a sopravvivere, non si sa come; era addirittura guarito, grazie all’assistenza affettuosa di un bambino che, silenziosamente, gli aveva fatto trovare l’occorrente per disinfettarsi e curarsi. Inizia in questo modo, sotto il segno dell’amicizia disinteressata col piccino la rigenerazione fisica e “morale”di Long, che ora, nella perferia di una grande città giapponese, riprende a fare il mestiere di cuoco, facendosi conoscere, apprezzare e stimare da molti e, purtroppo, anche riconoscere da qualcuno che avrebbe preferito dimenticare…

Forse perché era stato preceduto dal battage che di solito si riserva ai film ammessi in concorso al Festival di Berlino, questo Mr. Long  aveva acceso la mia curiosità, cosicché, senza altre informazioni, ho voluto vederlo prima che venisse sostituito dai film della nuova stagione. Dico subito che le mie attese, forse eccessive, sono state parzialmente deluse, ciò di cui mi dispiaccio. Riconosco, però, che si tratta di un’opera  singolare, in cui si mescolano e si fondono con grazia favolistica  temi, stilemi e registri di culture diverse, nell’intento evidente di costruire un film che fa dell’amicizia e dell’umana comprensione  il centro narrativo, al di là della diversità delle tradizioni, dei comportamenti e delle culture: nulla è insormontabile se si riconosce l’umanità dell’altro che viene da fuori, bisognoso di cure e di cibo. Un ottimismo sorridente, quasi alla Kaurismaki, accompagna una vicenda che si colloca fra il gangster-movie ( violentissimo e grandguignolesco) e il Wuxiaplan (col suo cavaliere errante e solitario) senza disdegnare, per altro, le suggestioni del teatro interculturale europeo e giapponese sviluppatosi nel corso del ‘900. È un film un po’ “facile” e sicuramente anche un po’ ruffiano, ma è girato con eleganza e interpretato con grande professionalità da Cheng Chang, che già avevamo visto all’opera in The Assassin (2015), affiancato dal piccolo Kenji (Shô Aoyagi). bravissimo e simpaticissimo.

 

 

 

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piccoli Dardenne crescono (Sister)

recensione del film:
SISTER

Titolo originale:
L’enfant d’en haut

Regia:
Ursula Meier

Principali interpreti:
Léa Seydoux, Kacey Mottet Klein, Martin Compston, Gillian Anderson, Jean-François Stévenin – 100 min. – Francia, Svizzera 2012.

Vedendo questo bel film, mi è tornato alla mente Il ragazzo con la bicicletta dei fratelli Dardenne, nonché la loro attenta e asciutta indagine sull’infanzia e sulla adolescenza nei quartieri marginali delle nostre ricche città occidentali.
Qui siamo in una località svizzera di montagna, frequentata da turisti che arrivano da altri luoghi, pieni di soldi e assai distratti. Capita, infatti, che se un ragazzino povero rubacchia il cibo dai loro zaini, o i guanti, o gli occhiali, o la giacca a vento o addirittura un paio di sci lasciati incustoditi, questi signori non se ne preoccupino e provvedano subito a riacquistare il maltolto, senza problemi.
Questo è ciò che vediamo sbigottiti davanti allo schermo, mentre trepidiamo per il ladruncolo, Simon, un piccino senza nessuno che si occupi di lui, che vive in una “torre” cioè in un casermone popolare e solitario, appena al di sotto delle piste innevate, che egli raggiunge in funivia, vestito come deve essere vestito un bambino che scia, con il casco, la giacca a vento, gli occhialoni, i guanti. Nessuno nota la sua solitudine: tutti invece credono con indifferenza alle sue spiegazioni: i genitori non sono con lui perché hanno ben altro da fare, in quanto gestiscono un grande albergo. In realtà Simon non ha genitori: sono morti, apprenderemo in un primo momento. La giovane ragazza, Louise, che invece abita con lui e che lavora fuori, assentandosi per lunghi periodi, in cui Simon si sente ancora più solo, è sua sorella. Non tarderemo a capire che alle assenze per lavoro Louise somma anche assenze per incontri più o meno turbolenti con uomini che ama o che crede di amare e che sono tutti, in ogni caso, prepotenti e violenti. Vivere con Simon le pesa, perché sembra che il piccolo ostacoli il suo tentativo di crearsi una relazione stabile con un uomo che le piaccia, come l’ultimo, che convive qualche giorno con lei nel casermone e che vorrebbe che Simon si allontanasse per un po’. Sempre più dolorosamente escluso, Simon si vendicherà semplicemente raccontandogli la verità su Louise.
Naturalmente io non lo farò, limitandomi a dire che da questo momento il film diventa un’altra cosa: il colpo di scena ci farà assumere su tutta la vicenda un punto di vista più complesso, aprendo, anche sulla storia dolorosissima di Louise, squarci inquietanti che mettono in crisi molti luoghi comuni sulla maternità e sui ruoli genitoriali. Il passaggio tra i due racconti non è brusco, il registro narrativo rimane quello di un’analisi attenta dei comportamenti e delle loro motivazioni, all’origine delle quali possiamo comunque sempre scorgere un’estrema povertà materiale e culturale, che infine si traduce in un disperato bisogno di amore e di sicurezza, soprattutto per Simon.
Il racconto, anche se può sembrare patetico, quanto al contenuto, scorre fluidamente, lasciando attonito e sorpreso lo spettatore, che ha vissuto in piena empatia con Simon e in fondo anche con Louise, senza angoscia e senza lacrime, grazie alla durezza veristica e priva di compiacimenti dello stile della bravissima regista, al suo secondo film.
Aggiungo che questa pellicola ha conquistato l’Orso d’argento a Berlino e che la recitazione del piccolo attore, nella parte di Simon, è assolutamente eccezionale.