Toby Dammit

recensione del mediometraggio
TOBY DAMMIT

Dal film:
Tre Passi nel delirio

Regia di Federico Fellini

Con:
Terence Stamp, Milena Vukovitch, Salvo Randone, Marina Yaru
Durata – 40 min. Italia, Francia – 1967-

 

Le sale cinematografiche a Torino sono chiuse, almeno fino al 2 marzo, perciò io
continuerò a ricordare Federico Fellini, nel centenario della nascita, occupandomi dei suoi film. 


TOBY DAMMIT

è il terzo episodio, diretto da Fellini*, di TRE PASSI NEL DELIRIO, trasposizione cinematografica, ad opera di tre registi famosi,  di tre racconti “straordinari” di Edgar Allan Poe*.
Toby Dammit è il più audace dei tre medio-metraggi, essendo una liberissima interpretazione, tutta felliniana, ambientata ai nostri giorni, di un racconto fantastico, ovvero della narrazione ironica dell’inverarsi di una metafora linguistica (scommettere la testa col diavolo)** in un uomo che fin dal nome è connotato dalla maledizione (dammit > damn it).

Il breve film, invece è un racconto che di quel precedente letterario mantiene pochi spunti per soffermarsi sul personaggio di Toby (grandissimo Terence Stamp), attore americano maudit (alcol, droga e altri disordini, anche ideologici ), almeno secondo le convenzioni hollywoodiane, ma in realtà connotato da una pulsione di morte inarrestabile, a cui immediatamente pensiamo vedendone il pallore, la stanchezza, l’assenza di interesse per ciò che accade intorno a lui.

È pur vero che l’ambiente dei cineasti romani che lo ha fatto arrivare a Cinecittà non è molto stimolante: affaristi in clergyman che producono il western cattolico che Toby interpreterà; soporiferi riti di premiazione di irrilevanti personaggi a cui dovrà assistere, con la mente altrove. Durante la surreale cerimonia il suo dormiveglia va  ai segnali inquietanti che dal suo arrivo lo hanno accompagnato, dall’incidente sull’autostrada al sinistro tramonto bruno che avvolge i movimenti in controluce delle suore o dei musulmani in preghiera… Per fortuna, lo attende all’uscita la nuova e fiammante Ferrari che, per contratto, ha voluto in pagamento della sua prestazione attoriale, nonché la presenza fantasmatica di una bimba bianco-vestita  che lo mette di buon umore: è una sorridente giocherellona, inseparabile dalla sua palla bianca, personificazione, come vedremo alla fine, della morte stessa.

Toby è uomo cupo, disperato e inquieto alla ricerca ossessiva della pace, cosicché questo breve film, angoscioso e molto coinvolgente, diventa presto la rappresentazione di un suicidio a lungo preparato.

Il trailer  che segue si riferisce all’intero film.

 

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* Primo episodio: METZERGERSTEIN (regia di Roger Vadim, con Jane e Peter Fonda);
Secondo episodio: WILLIAM WILSON (regia di Louis Malle, con Alain Delon, Renzo Palmer e Brigitte Bardot).

** Il titolo del racconto di Poe è: Don’t wager your Head to the Devil (non giocare la tua testa col diavolo)

 

Roma di Federico Fellini

recensione del film:
ROMA di Federico Fellini

Regia:
Federico Fellini

Principali interpreti:
Alvaro Vitali, Fiona Florence, Britta Barnes, Pia De Doses, Renato Giovannoli, Marne Maitland, Federico Fellini, Peter Gonzales Falcon, Galliano Sbarra, Libero Frissi, Mario Del Vago, Alfredo Adami, Gore Vidal, Anna Magnani, Elisa Mainardi, Feodor Chaliapin Jr., Loredana Martinez, Alessandro Quasimodo – 120 min. – Italia 1972.

Uscito nel 1972, ingiustamente in ombra a causa della maggiore popolarità dei bellissimi film successivi, questo capolavoro merita la più attenta visione: non è un’opera minore, 

Chi era nato a Rimini nel 1920, come Federico Fellini, aveva visto fin da bambino le rovine di Roma antica appena fuori dal Borgo* e aveva giocato fra le statue falsamente antiche volute dal regime in onore di Giulio Cesare e di Augusto. Più tardi avrebbe attraversato a piedi nudi il rigagnolo fatale, il Rubicone, con i compagni di scuola**, seguendo i passi del vecchio preside declamante la frase famosa durante una breve gita fuori porta, insieme all’insegnante e al prete.
Un’altisonante retorica politica – e religiosa dopo i Patti Lateranensi***– accompagnava martellante le normali attività scolastiche e dilagava persino al refettorio: ogni occasione era buona per riportare in vita i luoghi comuni latini, strumentalmente adattati alla mistica fascista e clericale, secondo la visione reazionaria che si andava imponendo dappertutto, spazzando via, con le buone o più spesso con le cattive, la fierezza laica e mazziniana di molti romagnoli. Le autorità scolastiche, insieme al prete che dirigeva l’istituto, educavano gli adolescenti alla devozione e ai sentimenti patriottici, mascherando ipocritamente, spesso senza riuscirci, i propri vizi privati, come era successo quando il prete aveva dimenticato fra gli sbiaditi fotogrammi della città eterna delle chiese e degli eroi, che stava proiettando, le immagini… osé di generose curve  femminili, accolte con festosa malizia dai giovani studenti, annoiati dai troppi discorsi.

Evocate con tenerezza commossa, emergono dal racconto le memorie delle domeniche in famiglia, quando si pranzava solo dopo aver ricevuto la benedizione papale di Piazza San Pietro, trasmessa dalla radio – enorme mobile presente nelle case borghesi – mentre il padre, fiero mazziniano, schiumava di rabbia – o dei pomeriggi festivi al cinema, con le imprese dei gladiatori antichi, seguite dal cinegiornale che alimentava il mito della città eterna con le “atletiche” immagini degli intrepidi che attraversavano cerchi infuocati.
Roma tornava ancora nei sogni dei ragazzini che accorrevano alla stazione per vedere la partenza di quel treno che nel 1931, infine, avrebbe f
atto arrivare nella capitale il ventunenne Federico Fellini (Peter Gonzales Falcon), alto e smilzo giovanotto, uscito dal liceo classico e aspirante giornalista, elegante nel suo vestito bianco.

Come la Rimini del Borgo, anche Roma diventa luogo del cuore e dell’immaginazione,  mito che trasfigura il vissuto grazie alla “simpatia” umana non diversa da quella di un tempo, vero dono dell’anima che un anno dopo l’uscita di questo film avrebbe ispirato al regista Amarcord (1973).
Ecco dunque rivivere le allegre tavolate delle trattorie all’aperto, le chiacchierate, l’ascolto sorridente; ecco la famiglia Palletta che nel grande palazzo in rovina aveva ricavato le stanze separate da lunghi corridoi; ecco i bambini capricciosi e adorabili; la  rispettabilità di facciata; le prostitute dei casini per i clienti di riguardo e quelle vecchie e malate che si aggirano di notte, lungo le viuzze malfamate; ecco l’avanspettacolo sguaiato dei guitti da strapazzo, dei cantanti che steccano e di quelli più raffinati; ecco la fronda contro la guerra che timidamente sembra ritrovare un po’ di voce quando i bombardamenti alleati smentiscono le ottimistiche previsioni.

Il film si sviluppa attraverso il continuo avvicendarsi non diacronico dei ricordi personali, confrontati col presente del boom economico che violentemente sfigura il volto della città, come ci viene detto nelle sequenze emblematiche del raccordo anulare che la circonda e che concorre,  insieme agli orribili casermoni in costruzione lungo il suo percorso, a disorientare chi l’aveva amata. Sono sequenze celeberrime, che, insieme a quelle degli scavi per la metropolitana, diventano il ritratto di una Roma così cambiata in pochissimi anni**** da non potersi più riconoscere: le belle sculture e le pitture antiche, ritrovate, non possono che corrompersi al primo contatto con l’aria che viene dal fondo delle gallerie; all’esterno delle quali  il traffico impazzisce e rende tutti più cattivi, più aggressivi, più disperati o, forse, più soli e disincantati, come sembra dire Anna Magnani nella fugace e  bellissima apparizione verso la conclusione del film.

L’edizione restaurata della Cineteca di Bologna ricupera per noi le parti che la censura dell’epoca aveva cancellato nell’edizione italiana del film. Riusciamo a vedere dunque l’agghiacciante sfilata di moda riservatissima (il pubblico era quello della nobiltà nera, in untuoso deliquio), dedicata agli abiti sacerdotali, presentata dalle sartorie più celebri della città.

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* Così i riminesi chiamavano la loro città agl’inizi degli anni ’30.

** All’epoca solo l’istruzione elementare era obbligatoria; la scuola media era privata.

*** Il Concordato sottoscritto fra stato italiano e chiesa cattolica l’11 febbraio 1929

**** La dolce vita è del 1960

Il concerto

Recensione del film:
IL CONCERTO

Titolo originale:
Le concert

Regia:
Radu Mihaileanu

Principali interpreti:
Aleksei Guskov, Dmitri Nazarov, Mélanie Laurent, François Berléand, Miou-Miou, Valeri Barinov, Anna Kamenkova Pavlova, Lionel Abelanski, Alexander Komissarov, Ramzy Bedia, Ovidiu Cuncea, Maria Dinulescu, Roger Dumas, Guillaume Gallienne, Aleksandr Komissarov, Ion Sapdaru, Valentin Teodosiu, Jacqueline Bisset, Laurent Bateau, Valeriy Barinov, Vasile Albinet -120 min. – Francia, Italia, Romania, Belgio 2009

La caduta rovinosa della Russia sovietica lascia molte macerie e molte ferite: dalle pacchianate kistch dei nuovi ricchi mafiosi, ai sogni infranti di chi ci aveva creduto, alle vite spezzate di chi si era opposto. Alle nequizie del regime non è subentrata un’organizzazione più giusta della società, anzi, per molti la situazione si è cristallizzata: i ruoli sono rimasti quelli di allora perché non è facile risalire in una società di furbi e violenti, e anche perché spesso non si è disposti a lottare per emergere nuovamente, quando mancano ormai le persone che avrebbero motivato quella lotta. In questa Russia degradata e cinica si svolge la vicenda raccontata dal film, che ha per protagonista il grande maestro Filipov, direttore della prestigiosa orchestra del Bolshoj, cacciato dagli uomini di Breznev, insieme agli orchestrali ebrei che suonavano con lui. La storia è quella di un’avventurosa e rocambolesca risalita di Filipov, dei suoi amici di un tempo e di altri nuovi, soprattutto zingari, con agnizioni finali e trionfi parigini. Parrebbe una bella fiaba, ma il film è invece molto di più, intanto perché vi sono contenuti i ritratti affettuosi e teneri di questi artisti dimenticati da tutti, ormai abbandonati al loro destino di “ultimi”, che, nonostante tutto, non solo hanno conservato il loro amore per la musica, ma che, grazie proprio a questo, sono in grado di offrire anche un modello di società. L’orchestra, come già ci aveva spiegato Fellini, può essere considerata quasi la metafora della società, che in questo caso dovrebbe abbandonare le pretese di diventare per sempre perfetta, per accontentarsi di piccoli progetti per la cui riuscita, di volta in volta, sono decisivi tutti, uomini e donne di ogni condizione e provenienza, che allo scopo devono essere organizzati. Questa specie di “armata brancaleone”, sulla quale nessuno è pronto a scommettere, è molto simile a quella che attraverso un viaggio avventuroso raggiungerà i confini russi in Train de vie, l’altro bellissimo film dello stesso regista. Mihaileanu si conferma davvero geniale nell’inventare storie in cui si fondono perfettamente storia e immaginazione, in cui l’arte del racconto retrospettivo (altra citazione felliniana?) assume il carattere della struggente rievocazione di un passato irripetibile, senza che ciò, però, comporti un eccessivo patetismo. Il sorriso, che nasce dall’indulgenza simpatetica verso i difetti umani, è dietro l’angolo e la cultura cosiddetta minore dei popoli dimenticati è lì a manifestare tutta la vitalità e l’energia che la contraddistinguono. Grande regia, dunque, e ottima interpretazione di tutti gli attori, in modo particolare di Aleksei Guskov, grande e sensibile direttore d’orchestra. Segnalerei, ancora, un’ultima citazione, parodistica in questo caso: la strage di San Valentino dal film A qualcuno piace caldo, testimonianza della cultura cinematografica “sincretica” del regista rumeno.