il mio omaggio a Federico Fellini (Amarcord)

Schermata 11-2456616 alle 22.11.46recensione del film:
AMARCORD

Regia:
Federico Fellini

Principali interpreti:
Bruno Zanin, Pupella Maggio, Armando Brancia, Giuseppe Ianigro, Gianfilippo Carcano, Ciccio Ingrassia, Magali Noël, Nandino Orfei, Alvaro Vitali, Aristide Caporale, Josiane Tanzili, Mario Liberate, Maria Antonietta Beluzzi, Antonino Faa Di Bruno, Francesco Maselli, Lino Patruno, Nando Orfei – 127′ min. – Italia 1973.

Uno dei film più belli della storia del cinema.
Questo mio commento, piccolo e modestissimo omaggio al grande regista, si aggiunge ai ben più importanti contributi che hanno ricordato i vent’ anni dalla morte di Federico Fellini, avvenuta il 31 ottobre 1993. Rimini, la sua città natale, gli ha dedicato il Fellinianno, che si concluderà ai primi di gennaio 2014. Alla fine di questo articolo si può trovare il link alle pagine dei documenti di approfondimento, titolati Tutto su Fellini che permettono di capire meglio chi era Fellini e a quale visione poetica si ispirasse
.

Il titolo Amarcord, che è dialettale e significa io mi ricordo , ci dice subito che questo è il film delle memorie affettuose dell’infanzia e della prima giovinezza, in un contesto sociale nel quale la lingua della comunicazione familiare continuava a essere il dialetto.
Siamo infatti nei primi anni ’30 a Rimini, allora poco più di un borgo, quando il fascismo stava diffondendosi anche nella Romagna più tradizionalmente anarchica e socialista: alcuni vecchi militanti, però, avevano mantenuto la dignità sufficiente per far suonare le note dell’Internazionale da un grammofono sistemato fortunosamente sul campanile, per rovinare la festa ai camerati gozzoviglianti. La media borghesia riminese, invece, si stava adeguando al regime, mentre incombevano i segnali della avvenuta “normalizzazione” dell’intera zona: la grottesca sagoma di un Mussolini di cartapesta, ricoperto di fiori e parlante alla folla “oceanica”; i saggi ginnici alla fine dell’anno scolastico; i gerarchi privi del senso del ridicolo e la violenza intollerante e prepotente, che, come negli anni ’20, utilizzava lo squadrismo delle manganellate e dell’olio di ricino. Gli incredibili insegnanti del liceo locale, retori vanagloriosi, destinati alle impietose burle degli studenti, si riconoscevano nel nuovo regime, così come il parroco, preoccupato soprattutto di dare alla chiesa un’apparenza di ordine e bellezza, mentre la realtà era quella degli studenti che, sempre meno convinti di aver gravemente peccato, aspettavano impazienti che avesse terminato di sistemare i fiori per confessare qualche infrazione al sesto comandamento, quelle che permettevano l’affrettata assoluzione con l’immancabile penitenza. Le giornate dei giovani passavano fra gli scherzi agli insegnanti, la vita in famiglia e lo struscio lungo le vie di Rimini, dove potevano alimentare le fantasie erotiche grazie alla tabaccaia dai seni mostruosamente debordanti, e alla bella Gradisca, maliziosa e, a modo suo, quasi elegante negli abiti che ne fasciavano le curve: vantava un passato prestigioso e leggendario, avendo accolto sotto le lenzuola addirittura il principe ereditario. Tutti i maschi, in ogni caso, anche i meno giovani, erano ossessionati da queste fantasie, che, secondo loro, non potevano che realizzarsi all’interno del Grand Hotel, luogo mitico, circonfuso d’aura misteriosa da parte di chi, dall’esterno, ingrandiva coll’immaginazione lussi e lussuriose orge, soprattutto dopo che uno sceicco vi aveva alloggiato, sistemandovi anche il suo seguito di dignitari con fez e di ben trenta concubine.
Il vecchio anarchico, costretto a bere l’olio di ricino, era l’irascibile padre di Titta (Titta Benzi, da ragazzo, era stato davvero compagno di liceo e di avventure di Federico Fellini), prontissimo sempre, all’ora di pranzo, a rovesciare il tavolo, senza curarsi dei piatti che si frantumavano, dei bicchieri che si rovesciavano, del cibo che andava di traverso a tutti. Era capomastro e lavorava costruendo case e villette lungo la costa: la cittadina si stava sviluppando, ma per il momento manteneva le caratteristiche del paese, anzi del borgo, in cui tutti si conoscevano e fondamentalmente si accettavano bonariamente.

Il film, che segue l’esile traccia della storia di Titta e della sua famiglia, in realtà è la corale rappresentazione dell’intera comunità, così come poteva essere vista, però, da un ragazzo adolescente che stava diventando adulto, ma non aveva perso le stupefacenti fantasie dell’infanzia appena trascorsa. Nascono da questa disposizione d’animo la curiosità verso le cose della vita e verso le abitudini talvolta bizzarre degli uomini e delle donne, tutti raccontati con ironia indulgente; nasce anche l’incantata meraviglia che alimenta alcune tra le pagine più famose ed emozionanti del film: l’arrivo delle odalische, l’harem da Mille e una notte; l’approdo dell’attesissimo transatlantico Rex, comparso di notte, all’improvviso, quando molti ormai si erano addormentati sulle barche, incantevole con le mille luci che ne alleggerivano l’enormità; la nevicata che, ricoprendo col suo manto bianco l’intero borgo, ne faceva lo scenario ideale per la splendida epifania del fantastico pavone del conte, così bello e lieve, nell’eleganza delle sue piume, da placare le intenzioni aggressive dei ragazzi che lo avevano visto arrivare. In questo grande affresco non mancano le pagine malinconicamente dolorose, in cui il racconto si fa più pudico e tristemente allusivo e metaforico: la nebbia che si porta via il nonno di Titta; le briciole che restano sulla tovaglia, spinte per terra dalla mano del padre, l’irascibile, ormai privo di riferimenti nel momento della morte della moglie…

E’ impossibile scrivere queste poche cose, senza che si ripresentino ai nostri occhi i volti degli attori straordinari che hanno dato se stessi per far vivere le scene di questo film, da Magalì Noel, a Pupella Maggio, a Ciccio Ingrassia e a tutti gli altri. E’ anche impossibile non considerare che questo film non sarebbe mai nato se non come l’opera collettiva, realizzata da specializzatissimi professionisti guidati da un genio, che era riuscito, infine, a tenere insieme tutto ciò che aveva fatto costruire, compreso il transatlantico, secondo la sua volontà visionaria, utilizzando quasi soltanto il mitico studio 5 di Cinecittà. Anche la musica di Nino Rota fu elaborata mentre, passo dopo passo, Fellini seguiva, approvando o no il risultato, fino a che il compositore non ebbe trovato gli effetti che il regista aveva in mente e che proprio perciò paiono connaturati al film.
Più volte Fellini smentì di aver voluto parlare di sé o della sua famiglia in questo film. Allo stesso modo egli spiegò più volte che la memoria degli anni dell’infanzia e della prima giovinezza è fondamentale per tutti, perché lì sono le radici di ciò che siamo diventati, ma in modo particolare lo è per gli artisti, poiché, senza quelle radici, non sarebbe possibile alcuna forma di espressione: in questo senso, perciò, indipendentemente da ciò che vuole raccontare, ogni creazione artistica è autobiografica. Sempre secondo Fellini, però, è impossibile mettere in moto la memoria senza uno sforzo potente dell’immaginazione, da cui riprende vita il passato: personaggi e fatti che ne emergono, quindi, non necessariamente corrispondono alla verità storica di ciò che è avvenuto, ma sono invece creazioni fantasmatiche dell’immaginario che ha ricostruito ciò che, in ogni caso, avrebbe potuto avvenire. Per questa ragione, io credo, i personaggi dei film felliniani sono tutti profondamente veri e nello stesso tempo appartengono inequivocabilmente al mondo della magnifica finzione cinematografica.

 

Su questo blog, potete trovare QUI le nove importantissime puntate che la RAI trasmise nel 2003, ricchissime di approfondimenti, di interviste e perciò molto utili per conoscere il nostro grande regista.

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Fellini secondo Scola (Che strano chiamarsi Federico)

Schermata 09-2456553 alle 17.46.31recensione del film:

CHE STRANO CHIAMARSI FEDERICO – SCOLA RACCONTA FELLINI

Regia:

Ettore Scola

Principali interpreti:
Giulio Forges Davanzati, Tommaso Lazotti, Maurizio De Santis, Giacomo Lazotti, Emiliano De Martino – 90 min.- Italia 2013

Fellini se ne andò vent’anni fa, il 31 di ottobre del 1993. E’ prevedibile, oltre che sperabile, che per quella data vengano riproposti alcuni dei suoi film in TV e che molti giornalisti, critici e intellettuali approfondiscano l’importanza della sua figura nella storia del cinema.
Ettore Scola, da parte sua, gli ha dedicato il piccolo e prezioso omaggio di questo film, presentato fuori concorso all’ultimo Festival di Venezia, che ha il pregio di ricordare a tutti noi il maestro indimenticabile di una indimenticabile stagione del nostro cinema, senza l’enfasi retorica o trionfalistica che di solito si accompagna a queste celebrazioni, e che mantiene, anzi,  per tutta la sua durata, il carattere dell’affettuosa rievocazione di un amico, di dieci anni più anziano, conosciuto nella redazione del Marc’Aurelio, ma noto a lui fin da piccolo, quando leggeva per il nonno gli articoli che Fellini pubblicava su quel giornale.
A Roma e al Marc’Aurelio, Fellini era arrivato nel 1939 direttamente da Rimini, portando con sé una cartella piena di disegni, schizzi, scritti umoristici, racconti e sceneggiature, oltre che molte speranze per il suo futuro nella capitale. Scola entrò al Marc’Aurelio molto più tardi, nel 1948, dopo cinque anni di chiusura del giornale, mentre Fellini, ormai fuori, stava trovando la sua strada nel cinema, come sceneggiatore di importantissime pellicole, come Roma città aperta e Paisà di Rossellini. Diventati amici, Scola gli fu compagno inseparabile di scorribande notturne per le strade della capitale, dove Federico indugiava volentieri a chiacchierare con personaggi stravaganti, estrosi e trasgressivi, curioso com’era degli uomini e dei loro comportamenti, materia prima importantissima che avrebbe rielaborato e inserito nei suoi film. La ricostruzione di questi momenti è sorridente e lieve e ci introduce nel mondo felliniano, fatto di invenzioni fantastiche, di meraviglia per la varietà e la ricchezza dell’agire umano, e anche di molta voglia di trasgressione, accompagnata sempre dal desiderio di protezione sicura e indulgente, costituita dai valori più autentici della tradizione civile e religiosa. In questa luce, secondo Scola, può essere letta l’intera filmografia di Fellini, ma anche la sua vita, che nel momento dell’addio parve essere quasi simboleggiata dalla scenografia della camera ardente: due carabinieri che vegliavano su di lui, grande e fantasioso visionario, bugiardo e trasgressivo, novello Pinocchio fra i gendarmi, sullo sfondo del famoso Studio 5 di Cinecittà, fucina delle meravigliose e magiche invenzioni felliniane, capaci di illudere e incantare migliaia di spettatori.
In questa commossa rievocazione non mancano rapide carrellate sui suoi film, nonché divertenti cenni sui suoi rapporti con gli attori: il suo alter ego Mastroianni, prima di ogni altro, al quale, curiosamente, egli non volle affidare l’interpretazione di Casanova. Spezzoni di pellicole e registrazioni vocali, che si alternano ai ricordi personali di chi aveva collaborato ai suoi lavori, ci consegnano il bellissimo e tenero ritratto di un uomo grandissimo.

Vorrei aggiungere, ma senza cattiveria: si dice che dietro un grande uomo sia sempre presente una grande donna. Qui la grande donna c’era, eccome: si chiamava Giulietta Masina. Scola, però, non ce ne ha quasi parlato…

La dolce vita

Untitled-1recensione del film.

LA DOLCE VITA

Regia:

Federico Fellini

Principali interpreti:

Marcello Mastroianni, Anita Ekberg, Anouk Aimée,Yvonne Fourneaux, Magali Noel, Alain Cuny, Annibale Ninchi, Valeria Ciangottini, Enzo Cerusico, Laura Betti, Jacques Sernas, Lex Barker, Adriano Celentano – 173 min. – Italia, Francia 1960.

Ogni tanto rivedere i vecchi film fa bene al cuore, soprattutto se si tratta di film bellissimi, che troppo spesso vengono indicati a sproposito come ispiratori  (di citazioni, in verità, si tratta) di altri, molto acclamati, ma davvero poco affini.

1960: rimarginate le ferite dolorose della guerra mondiale, anche in Italia il boom economico è alle porte, insieme all’impetuosa modernizzazione del paese. La capitale Roma sta cambiando velocemente: le sue periferie si estendono, diventando agglomerati di mostruosi casermoni anonimi, che sorgono come funghi, senza alcun riguardo per l’identità del luogo e senza legami con i bellissimi quartieri che portano le tracce della sua storia millenaria. La città storica, a sua volta, sta perdendo l’anima di un tempo: i primi ricchi turisti internazionali si aggirano ammirando la bellezza dei monumenti e si mescolano alla folla dei cineasti e degli attori che Cinecittà attira da tutto il mondo; nasce il divismo, la cronaca mondana, il giornalismo d’assalto, il paparazzo. La dolce vita muove dall’ampia carrellata sulle periferie in costruzione, mentre un elicottero le sorvola suscitando la generale curiosità, poiché trasporta, ben fissata con cavi robusti, l’enorme statua di un Cristo benedicente, che atterrerà in Vaticano. Un altro elicottero lo segue: trasporta Marcello Rubini, giornalista (Marcello Mastroianni) e Paparazzo, fotografo (Walter Santesso) che racconteranno la cronaca dell’evento; per ora si divertono a distribuire baci, saluti e complimenti alle belle romane che, in costume da bagno, sulla terrazza-giardino, prendono il sole. Marcello è un giovane di Cesena, ha una fidanzata, Emma (Yvonne Fourneaux), molto bella, troppo innamorata, troppo tradita: lo vorrebbe solo per sé, ma, per la verità, la loro storia procede a stento, fra furibondi litigi, fughe, botte, lacrime, sospetti e tentati suicidi. Marcello è arrivato a Roma per utilizzare il suo talento da scrittore: sta, infatti, lavorando come cronista mondano, avendo ridimensionato di molto le proprie ambizioni, ma ha ancora la speranza di scrivere, o prima o poi, il romanzo che gli darà la fama che attende. D’altra parte gli piace il suo lavoro, perché lo mette continuamente in relazione col mondo eccentrico ed eterogeneo del popolo della notte, che incontra in Via Veneto, quello dei principi orientali, dei nobili decaduti, delle donne ricche, belle, annoiate e pronte all’avventura, quello delle prostitute, ma soprattutto quello del cinema, dei produttori, dei registi e delle attrici bellissime, che arrivano, come Sylvia (Anita Ekberg), dall’America. Gli piace anche il mondo degli intellettuali di casa Steiner, nel salotto del quale egli ha modo di conoscere e osservare persone alquanto diverse da quelle di Via Veneto, forse, però, non meno frivole e vanesie, molte delle quali impegnate a interrogarsi sul senso del presente e sul futuro che si prospetta. Possono capitare, poi, notti del tutto difformi, come quelle dell’attesa apparizione della Madonna sotto la pioggia scrosciante, mentre i bambini, che dicono di vederla, vengono furbescamente manovrati da adulti senza scrupoli, che lucrano sul “miracolo”, organizzato come uno spettacolo, con tanto di registi che provano e riprovano le interviste, incuranti del dolore disperato dei malati, trasportati fin lì, esposti alla pioggia, nella speranza della guarigione impossibile: qualcuno ne morirà. La pornografia del dolore è offerta, in tal modo, alla morbosa curiosità del pubblico in cerca di nuove forti emozioni, come accadrà anche dopo il terribile infanticidio-suicidio di Steiner, quando l’orda dei giornalisti e dei fotografi impazziti si precipiterà alla caccia della vedova che sta rientrando in casa, ancora ignara dell’orrore che incombe sulla sua vita. Pietà l’è morta, forse; in ogni caso è sempre più superficiale e sedimenta sempre meno nel cuore di Marcello: tutto scivola via rapidamente: domani sarà un altro giorno, per lui, come per i nuovi consumatori delle gioie effimere, delle emozioni provvisorie. Ciò che tenacemente persiste, invece, nel suo cuore è il mondo della memoria, leitmotiv di ogni film felliniano, “amarcord” dei giorni felici dell’infanzia, mito contrapposto allo squallore presente, di cui egli ha piena coscienza, ma dal quale non riesce a staccarsi. Alla memoria dell’infanzia e della giovinezza è naturalmente legato l’ideale femminile di Marcello: una donna generosa e accogliente, capace di perdono e di tollerante pazienza. La figura della madre, pur non direttamente rappresentata, è evocata nell’episodio dell‘incontro col padre, desideroso di libertà e di scappatelle, ma sempre pronto a tornare fra le sue braccia indulgenti, e anche dall’icona seduttiva e teneramente materna (ah, quegli enormi seni protettivi!) di Sylvia, edipicamente rappresentativa del desiderio di Marcello, vero alter ego di Fellini.

I nostalgici vagheggiamenti del paradiso perduto dell’infanzia, per quanto evocati, non hanno alcuna consistenza e svaniscono, alla luce del giorno, quando cessano gli spettacoli lieti o malinconici che hanno accompagnato le finte gioie della notte: i clown smettono di suonare la loro trombetta stonata, le ballerine rientrano a casa, le luci si spengono e la forzata allegria lascia lo spazio alla cupa meditazione sul futuro e, soprattutto, sulla morte. La voce innocente della piccola Paola (Valeria Ciangottini), la cameriera del locale fuori mano nel quale Marcello aveva cercato la pace necessaria per cominciare il suo romanzo, ora sulla spiaggia, come lui e come i suoi notturni compagni di bagordi e di orge, accorsi a contemplare il mostro marino, invano cerca di arrivare a lui che, ubriaco e stordito dal rumore della risacca, non può riconoscerla e non riesce a sentirla. Con questa immagine finale, densa di significati allegorici e simbolici, il film si conclude, lasciandoci quasi una amarissima profezia. Forse non è un caso che insieme a Ennio Flaiano, Tullio Pericoli e Brunello Rondi abbia partecipato alla sceneggiatura del film anche il giovane Pier Paolo Pasolini.

Chi volesse approfondire la conoscenza del nostro grande regista (forse il più grande fra i nostri grandi registi) potrebbe cominciare da questa bella intervista condotta da Enzo Biagi: