La belle époque

recensione del film:
LA BELLE EPOQUE

Regia:
Nicolas Bedos

Principali interpreti:
Daniel Auteuil, Guillaume Canet, Doria Tillier, Fanny Ardant, Pierre Arditi, Denis Podalydès, Michaël Cohen, Jeanne Arènes, Bertrand Poncet, Bruno Raffaelli (II), Lizzie Brocheré, Thomas Scimeca, Christiane Millet – 110 min. – Francia 2019.

È di questi giorni l’uscita di La belle époque, film pregevolissimo del francese Nicolas Bedos, regista al suo secondo lungometraggio: il precedente, Un amore sopra le righe era stato in sala nella primavera dello scorso 2018, ma se n’erano accorti in pochi. Per fortuna il suo DVD è reperibile sul mercato nazionale e, a quanto ne so, Sky lo distribuisce in streaming. Peccato averlo perso su grande schermo.

Si erano conosciuti in un bar di Lione (LA BELLE EPOQUE era il nome esibito sull’ insegna) Marianne (Fanny Ardant), a quei tempi bellissima e seducente nella sua bizzarria e Victor (Daniel Auteuil), amante della bellezza, dell’arte e abile ritrattista. Era stato, per entrambi, attrazione immediata e amore a prima vista.
Aspirante disegnatore, lui, aspirante psicologa lei, si erano trasferiti a Parigi, dove lei si era laureata e dove ciascuno di loro si sarebbe realizzato nel lavoro agognato.
Si erano sposati ed era stato un bel matrimonio da cui era nato un figlio, ora affermato professionista.

L’arrivo della grafica computerizzata, seguita dall’affermarsi della riproduzione seriale di disegni anonimi e tutti uguali, nella ricerca di facile sensazionalismo, avevano messo in crisi il povero Victor, artista-artigiano, a cui era passata persino la voglia di disegnare: né aveva provato a reagire sfruttando le opportunità offerte dalle novità tecnologiche.
Marianne, forse per aiutarlo a superare le difficoltà, o forse perché stanca della sua apatia rinunciataria, aveva preso a strapazzarlo, a tradirlo, a umiliarlo, fino a cacciarlo di casa. Sarebbe stato quel loro unico figlio ad aiutarlo, presentandolo all’amico Antoine (l’intelligente e fascinoso Guillaume Canet), che – come dirò limitando all’indispensabile lo spoiler – è, nel corso del film l’originale e involontario deus ex machina che permette a  Victor di ritrovare l’autostima necessaria per continuare a vivere e a sperare.

Il personaggio di Antoine nella struttura narrativa del film

La storia di un grande amore che si logora non è un argomento nuovo nel cinema (neppure nella vita): difficile perciò renderlo appassionante catturando l’interesse di chi guarda.
Nicolas Bedos, che ha sceneggiato oltre che diretto il film, è riuscito nel miracolo e ha raccontato una vicenda, che è quasi un luogo comune, in modo appassionante, creando il personaggio inconsueto di Antoine, uomo nevrastenico, innamorato molto geloso di Margot (Doria Tillier), ma anche imprenditore col fiuto per gli affari: aveva inventato, con successo, il mestiere un po’ strano, dell’intrattenitore che ripristina, con cura quasi filologica, “eventi” storici, destinati ai ricconi che vorrebbero togliersi lo sfizio di vivere per un giorno, o per qualche ora, nel periodo storico che hanno sempre sognato. Finzione, dunque, imitazione un po’ kitsch del passato: negli Studios di Antoine, transitavano, infatti, attori vestiti da antichi legionari, cavalieri medioevali, colonialisti e schiavi, persino nazisti che avrebbero procurato brividi insoliti ai signori e alle dame sfaccendati che non sapevano come passare il tempo. Storia antica, ma, per un amico, Antoine avrebbe fatto l’eccezione di ricostruire, a prezzi stracciati, la Lione di quarantacinque anni fa (maggio ’74) e di riprodurre sulla scena, il bar (La belle époque) dell’incontro fra Marianne (interpretata da Margot)  e Victor.

Tra finzione e realtà, fra illusioni rinnovate e delusioni in agguato, questa esperienza sarebbe servita a ritrovare, catarticamente, la voglia di vivere e a rimettere insieme la coppia di un tempo?
Se vi ho incuriositi, come spero, lo scoprirete vedendo questo francesissimo, delizioso film, scritto molto bene, montato con audace ed ellittica eleganza e recitato da dio. Non è un capolavoro? Non lo so, ma certo è un bel film, presentato, fuori concorso, a Cannes quest’anno.

otto belle vipere! (Otto donne e un mistero)

Schermata 12-2456655 alle 23.24.16recensione del film:
OTTO DONNE E UN MISTERO

Titolo originale:
8 Femmes

Regia:
François Ozon

Principali interpreti:
Catherine Deneuve, Isabelle Huppert, Emmanuelle Béart, Fanny Ardant, Virginie Ledoyen, Danielle Darrieux, Ludivine Sagnier, Firmine Richard – 101 min. – Francia 2002.

Natale ci regala molti cinepanettoni e molti film per le famiglie, che, forse colpevolmente, mi interessano poco. Naturalmente nelle sale si possono trovare anche buoni film, ma li ho visti tutti e recensiti quasi tutti (non ho recensito Dietro i candelabri, buon film che non mi ha lasciato molto, forse per l’antipatia che mi ha sempre suscitato Valentino Liberace): non mi rimanevano che i DVD di qualche film d’antan, come questo di Ozon, regista che apprezzo, prima di tornare presto alle abituali recensioni dei film nelle sale.

Come tutte le famiglie, anche quella del film in questione si ritrova al gran completo per il pranzo di Natale. Qui siamo nella campagna francese, in una lussuosa villa nella quale il padrone di casa abita, insieme alla bella moglie un po’ attempata, Gaby (Catherine Déneuve), alla figlia Catherine (Ludivine Sagnier), alla suocera (Danielle Darrieux) e alla cognata Augustine, la scontrosa e isterica sorella di Gaby (Isabelle Huppert). L’arrivo dell’altra figlia, la giovane Suzon (Virginie Ledoyen) e, più tardi, della sorella di lui, Pierrette (Fanny Ardant) completa la presentazione dell’intera compagine familiare. La festa, però, non potrà svolgersi, avendo una delle cameriere, Louise (Emmanuelle Béart), scoperto che il padrone di casa a, cui sta portando la colazione in camera, è riverso sul letto in un bagno di sangue, colpito da un pugnalata alla schiena. Altre scoperte si susseguono: i fili del telefono sono stati tagliati, il riscaldamento non si accende, fuori una fitta nevicata impedisce di uscire per comunicare con l’esterno, ciò che rende impossibile, quindi, chiamare la polizia mentre una profonda inquietudine si diffonde fra i presenti. Solo fra loro è, però, da ricercare l’assassino (questo pare certo, poiché l’attentissimo cane non aveva abbaiato, avendo evidentemente riconosciuto la persona che si era introdotta in casa con il proposito omicida). Sarà la figlia più giovane dell’ucciso ad avviare le prime indagini sull’accaduto, cercando di verificare l’ alibi di tutti i presenti, compreso quello della fedele governante nera, Chanel (Firmine Richard): è suo intento, infatti, chiarire gli spostamenti di ciascuno, ma, cosa ben più importante, accertare se qualcuno covasse odio o risentimento rancoroso nei confronti del suo amato genitore.

Il film sembrerebbe procedere in due direzioni, entrambe molto convenzionali: la prima è quella del giallo classico in cui gli indizi, innumerevoli, non diventano mai prove, potendo essere, infatti, continuamente ribaltati e perdendo, quindi, di consistenza; la seconda, che si ispira alla più tradizionale misoginia, è la rivalità astiosa fra le otto donne, le cui inconfessabili e segrete debolezze sono per lo più note all’ universo femminile meschino, pettegolo e ipocrita che si aggira nella casa e intorno a essa, ma sono sempre anche accuratamente occultate e taciute a tutti gli altri, per offrire, almeno all’apparenza, il quadro di una famiglia molto “per bene”, come si conviene fra gente ricca o presunta tale.
In realtà, fin dalle prime scene il film è costruito come un musical le cui sequenze sono accompagnate dal ritmo delle canzoni più note all’epoca in cui il film venne girato, che vengono interpretate dalle diverse otto attrici, che quindi si cimentano con intelligenza e ironia in un genere cinematografico piuttosto ibrido, al quale non sono certo abituate.
Il film, concepito in un primo momento come il remake del film Donne, di George Cukor, girato nel 1939, mantiene dell’originario progetto solo l’idea di un cast esclusivamente femminile, diventando invece l’adattamento da parte di Ozon  di un testo teatrale, piuttosto in voga, scritto negli anni ’60 da Robert Thomas, in cui del giallo rimane assai poco, sostituito da una verve ironica che nel film diventa il malizioso e intelligente umorismo della sceneggiatura, ben sorretta dalle bravissime attrici, capaci di suscitare la nostra curiosità intorno a una vicenda ricca di colpi di scena e di inattese conclusioni.