tre fratelli in Calabria (Anime nere)

Schermata 09-2456926 alle 23.42.31recensione del film:
ANIME NERE

Regia:

Francesco Munzi

Principali interpreti:

Marco Leonardi, Peppino Mazzotta, Fabrizio Ferracane, Barbora Bobulova, Anna Ferruzzo, Giuseppe Fumo, Pasquale Romeo, Vito Facciolla, Aurora Quattrocchi – 103 min. – Italia, Francia 2014.

Il racconto della vita di tre fratelli originari di Africo*, paesetto della Calabria ai piedi dell’Aspromonte, è al centro di questo film, presentato con successo di critica (soprattutto di quella italiana) e di pubblico all’ultimo Festival veneziano.
E’ una storia che per certi aspetti si colloca all’interno della tradizione regionalistica e neorealistica di molto nostro cinema, ricontestualizzata nella realtà di oggi, però, quando la dimensione internazionale dei problemi non può essere elusa neppure ad Africo, luogo che sembra essersi fermato ai tempi arcaici dei pastori-patriarchi, dove la lingua nazionale non è mai arrivata e dove “Garibaldi fece una brutta fine”. Arrivano dall’estero, infatti, più precisamente dall’Olanda, i soldi che due dei fratelli protagonisti della vicenda destinano alla famiglia: Luigi (Marco Leonardi) ne guadagna molti grazie al controllo del traffico di droga, che ha nel porto di Amsterdam il proprio centro operativo; suo fratello Rocco (Peppino Mazzotta) li ricicla a Milano, ripulendoli con la copertura di una improbabile attività di imprenditore. Il terzo fratello, Luciano (Fabrizio Ferracane), invece, non si è mai allontanato da Africo, dove conduce orgogliosamente una vita modesta, quasi povera, fra le capre che porta al pascolo e che gli permettono un commercio pulito di prodotti ovini. Non ha rapporti molto stretti con i due fratelli malavitosi, se non nei brevi periodi in cui essi ritornano al paese per rivedere la vecchia madre (Aurora Quattrocchi), per distribuire balocchi e profumi fra la parentela, soprattutto femminile, rimasta lì ad attendere, e, soprattutto, per decidere affari poco chiari, che possano accrescere il prestigio della “famiglia”.

La grande preoccupazione di Luciano è il figlio Leo (Giuseppe Fumo), un ragazzo intorno ai vent’anni che non lavora, come molti altri suoi coetanei non solo in Calabria, né sa come impiegare il proprio tempo: non vuole fare il pastore come il padre e preferisce rimuginare, invece, su una antica faida paesana che Luciano vorrebbe lasciarsi alle spalle, nonostante l’offesa che lo aveva reso orfano da piccolo e che aveva precipitato l’intera famiglia nel “disonore” della povertà e della scarsa considerazione sociale. Egli vede, con angoscia, che il figlio si sta avventurando in pericolose e stolide provocazioni nel paese, e paventa il suo inevitabile avvicinarsi a Luigi e a Rocco, che ai suoi occhi di ragazzo poco riflessivo paiono gli unici capaci di proteggerlo dopo le bravate, nonché gli unici in grado di restituire alla famiglia l’onore e il rispetto che merita. In questo clima matura la tragedia terribile e imprevista che si abbatterà su tutti loro, vanificandone progetti e aspettative e distruggendo ad uno ad uno i colpevoli e gli innocenti, ma spezzando, infine, la catena delle faide e delle vendette. Per questo carattere di catastrofe fatale, inspiegabile e catartica, degna delle antiche rappresentazioni teatrali, alcuni critici hanno parlato di film costruito come una tragedia greca di cui sarebbero ravvisabili almeno alcuni elementi: la prevalenza maschile degli attori; il ruolo subalterno delle donne, sfondo corale della vicenda; la presenza di un protagonista sconfitto nel proposito di evitare a ogni costo la conclusione drammatica; il tema della vendetta; l’elemento satiresco dei capri. Al di là delle esagerazioni, mi pare in ogni caso che il finale della pellicola, assai sorprendente, costituisca la parte migliore dell’intero lavoro, perché, allontanandosi dal carattere documentario della parte centrale, introduce alcuni elementi di riflessione e insinua qualche dubbio circa il ruolo deterministico dell’ambiente sulla storia dei personaggi, rendendola  meno angusta e gettando una luce più interessante su tutto quanto il film, che resta pur sempre radicato, quanto alle immagini, ai comportamenti e alla lingua, nella piccola realtà di Africo. Attenta e accurata la regia; bravissimi gli attori; belle le immagini di una Calabria poco turistica davvero.

La nostra vita

Recensione del film:
LA NOSTRA VITA

Regia:

Daniele Luchetti

Principali interpreti:
Elio Germano, Raoul Bova, Isabella Ragonese, Luca Zingaretti, Stefania Montorsi, Giorgio Colangeli, Alina Madalina Berzunteanu, Marius Ignat, Awa Ly, Emiliano Campagnola, Alina Berzunteanu – 95 min. – Italia, Francia 2010

Il film racconta la storia di Claudio, lavoratore edile alle dipendenze di un appaltatore palazzinaro mediamente ricco, grazie allo sfruttamento spregiudicato di manodopera in nero, per lo più straniera. La vita di Claudio si divide fra lavoro e famiglia: ama Elena, la moglie che gli ha dato due bambini e che ora ne attende un terzo. Direi che le cose migliori del film sono qui, nel racconto di un amore vero, in cui i piccoli, amati e voluti, sembrano quasi talvolta disturbare, con la loro presenza ingombrante, la complicità fisica profonda tra i due. Al terzo parto, purtroppo, Elena muore, mentre le sopravvive l’ultimo nato, Vasco. Nel giro di pochi giorni, Claudio dovrà assumere quelle decisioni che gli dovrebbero permettere, almeno a suo avviso, di rimpiazzare Elena nel cuore dei bambini. Gli oggetti, i piccoli gadget spesso inutili che nella società di oggi fanno status, e che Elena aveva evitato con cura di dare ai propri figli, diventano l’elemento compensativo dell’affetto perduto, e i soldi per avere oggetti e status diventano l’obiettivo del giovane da questo momento. La tenerezza, di cui Claudio aveva dato prova in passato, sembra lasciare il posto a una progressiva desertificazione affettiva, come se la difesa dal dolore dovesse necessariamente passare attraverso al gelo del cuore e a comportamenti alquanto discutibili sul piano umano e morale. Presto Claudio si troverà, da solo, di fronte a problemi imprevisti e gravi: grazie all’aiuto dei fratelli, però, riuscirà ad affrontarli e risolverli. Nella figura di Claudio, tuttavia, sono ravvisabili, fin dall’inizio del film, le condizioni di debolezza e fragilità che lo spingeranno a certe scelte: l’incapacità di denunciare la morte di un lavoratore rumeno che lavorava con lui rivela un’inclinazione al compromesso non molto onorevole; la mancanza di strumenti culturali per affrontare il dolore (testimoniata dall’enfasi rabbiosa con cui al funerale di Elena intonerà la canzone di Vasco Rossi) rivela l’incapacità di elaborare parole sue per dire la lacerazione prodotta in lui da questa perdita. La rappresentazione di questa “microstoria” sembra essere emblematica della vicenda di tutti noi, italiani che, da “brava gente” (ma sarà stato proprio vero?), stiamo diventando sempre più individualisti ed egoisti, poco rispettosi della legalità, e che riconosciamo come legittima solo la solidarietà familiare, avendo da tempo abbandonato l’interesse per le sorti collettive del nostro paese e perciò per la dimensione “politica” del nostro agire. Sotto quest’aspetto il film è interessante e ci offre un ritratto abbastanza impietoso dell’oggi in cui si muove, affiancando i principali personaggi, l’umanità dolente degli immigrati disperati, disposti a farsi sfruttare, ma non a rinunciare alla propria dignità, come ricorderà a Claudio il giovane rumeno che ha perso il padre e che vorrebbe ritrovarlo per onorarlo almeno da morto.