Il traditore

recensione del film.
Il TRADITORE

Regia:
Marco Bellocchio

Principali interpreti:
Pierfrancesco Favino, Maria Fernanda Cândido, Fabrizio Ferracane, Luigi Lo Cascio, Fausto Russo Alesi, Nicola Calì, Giovanni Calcagno, Bruno Cariello, Bebo Storti, Vincenzo Pirrotta, Goffredo Maria Bruno, Gabriele Cicirello, Paride Cicirello, Elia Schilton – 148 min. – Italia 2019.

Un film su Tommaso Buscetta, il primo collaboratore di giustizia nella storia della mafia siciliana, anzi, per citare le parole dello stesso Buscetta al giudice Giovanni Falcone, nella storia di Cosa Nostra, perché, a sentire lui, la mafia non era mai esistita, se non come nome inventato dai giornalisti. 
Cosa Nostra, nelle parole di Buscetta, è il nome connotativo di un’organizzazione privata di uomini d’onore che avevano giurato, al momento dell’affiliazione, di proteggere i deboli e coloro che avevano subìto dei torti. Nata nella notte dei tempi (qualcuno la faceva risalire addirittura al tempo della ribellione anti-angioina, che fra il 1282 e il 1302 aveva scatenato le Guerre del Vespro), Cosa nostra era sorta per garantire, al di fuori delle leggi dello stato, una qualche forma di giustizia. Tommaso Buscetta era convinto che gli orrori delle stragi di mafia degli anni ’80 costituissero una violazione degli ideali primigeni, da imputare all’avidità e alla ferocia degli uomini della cosca corleonese, guidata da Totò Riina, assetato di potere e di soldi. Con loro, invano, gli uomini delle cosche palermitane avevano cercato un accordo che ponesse fine alla guerra intestina.

1981
La festa di Santa Rosalia, la processione e il successivo ritrovarsi, a casa di Stefano Bontade, dei capi di Cosa nostra si presentava come l’occasione auspicata dai palermitani per suggellare la tregua con i rivali di Corleone.

Tommaso Buscetta (uno splendido Pierfrancesco Favino), vi partecipava molto defilandosi, perché, come avrebbe spiegato in seguito a Giovanni Falcone (Fausto Russo Alesi), era entrato molto giovane in Cosa Nostra, come un soldato semplice e pronto a obbedire, ma senza ambizioni: ne traeva lauti guadagni, grazie al controllo di una parte del traffico di eroina che gestiva dalla casa di Rio de Janeiro, ma aveva otto figli a cui pensare, nati dalle tre mogli della sua vita, l’ultima delle quali, la portoghese Cristina (Maria Fernanda Cândido), lo aveva accettato pienamente, insieme ai figli dei precedenti matrimoni, evitando ogni discriminazione tra “figli e figliastri”, secondo le parole di Pippo Calò (Fabrizio Ferracane), legato a lui da rapporti d’amicizia, presto traditi passando alla cosca dei corleonesi: il vero traditore dopo la finta pace di Santa Rosalia.
Il tema del tradimento, che, a partire dal titolo, sembra  indirizzare l’interpretazione del film, è perciò sottoposto ad analisi critica: chi abbia tradito davvero e perché lo abbia fatto costituisce un aspetto della ricostruzione storica dell’intera vicenda desunta dai verbali dell’interrogatorio di Giovanni Falcone a Buscetta, a cui Bellocchio abbondantemente attinge, così come si serve dei verbali del Maxiprocesso nonché delle cronache televisive dell’epoca che entrano nel film con opportuni inserimenti in fase di montaggio. Alla ricostruzione storica, però il regista affianca l’interesse per la complessità singolare del personaggio, cosicché lo scavo psicologico, sempre presente nei suoi film, ci offre un ritratto molto interessante di un uomo che, costretto a collaborare con i magistrati per evitare la vendetta degli onnipresenti e onnipotenti sicari corleonesi, mostrava intelligenza e lealtà nei confronti del giudice, a cui non aveva celato i propri difetti e le proprie debolezze. L’onestà genuina del suo racconto aveva reso possibile la stima di Falcone; le sue ampie e documentate rivelazioni avevano permesso il colpo durissimo a Cosa nostra, dapprima con l’arresto e la condanna di molti esponenti, nonché in seguito con l’approvazione delle leggi sul carcere duro, che pur non evitando la vendetta feroce dei corleonesi, avrebbero costretto in difesa l’intera organizzazione.
Nel panorama generalmente povero del cinema italiano, questo film ci offre una bella sorpresa, per i valori civili che esprime, per l’accuratezza della ricostruzione delle vicende che hanno a lungo destabilizzato il nostro paese, per la fine analisi dei rapporti fra Buscetta e Falcone, in cui i momenti di tensione sembrano stemperarsi nelle parole di saggezza profonda del giudice, che ben conscio dei rischi, aveva cercato di minimizzarli, riflettendo sulla precarietà della condizione umana, sull’incombenza minacciosa della morte e sulla necessità di accettarne la sfida in modo significativo, riempiendo di senso i nostri giorni. Dell’eccezionale prova di Favino ho detto; ma anche gli altri attori reggono bene il peso di un film lucido e impegnativo, da vedere e da ricordare.

Bellocchio è fra i registi italiani più apprezzati, insieme a Nanni Moretti e a pochi altri, fuori dai nostri confini. Non sempre ha creato capolavori, ma i suoi film hanno raccontato il nostro paese facendo discutere, mettendo in luce gravi problemi del nostro tempo, con uno stile molto personale e inconfondibile, rifuggendo dai frusti cliché della commedia italiana. Non è cosa da poco!

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tre fratelli in Calabria (Anime nere)

Schermata 09-2456926 alle 23.42.31recensione del film:
ANIME NERE

Regia:

Francesco Munzi

Principali interpreti:

Marco Leonardi, Peppino Mazzotta, Fabrizio Ferracane, Barbora Bobulova, Anna Ferruzzo, Giuseppe Fumo, Pasquale Romeo, Vito Facciolla, Aurora Quattrocchi – 103 min. – Italia, Francia 2014.

Il racconto della vita di tre fratelli originari di Africo*, paesetto della Calabria ai piedi dell’Aspromonte, è al centro di questo film, presentato con successo di critica (soprattutto di quella italiana) e di pubblico all’ultimo Festival veneziano.
E’ una storia che per certi aspetti si colloca all’interno della tradizione regionalistica e neorealistica di molto nostro cinema, ricontestualizzata nella realtà di oggi, però, quando la dimensione internazionale dei problemi non può essere elusa neppure ad Africo, luogo che sembra essersi fermato ai tempi arcaici dei pastori-patriarchi, dove la lingua nazionale non è mai arrivata e dove “Garibaldi fece una brutta fine”. Arrivano dall’estero, infatti, più precisamente dall’Olanda, i soldi che due dei fratelli protagonisti della vicenda destinano alla famiglia: Luigi (Marco Leonardi) ne guadagna molti grazie al controllo del traffico di droga, che ha nel porto di Amsterdam il proprio centro operativo; suo fratello Rocco (Peppino Mazzotta) li ricicla a Milano, ripulendoli con la copertura di una improbabile attività di imprenditore. Il terzo fratello, Luciano (Fabrizio Ferracane), invece, non si è mai allontanato da Africo, dove conduce orgogliosamente una vita modesta, quasi povera, fra le capre che porta al pascolo e che gli permettono un commercio pulito di prodotti ovini. Non ha rapporti molto stretti con i due fratelli malavitosi, se non nei brevi periodi in cui essi ritornano al paese per rivedere la vecchia madre (Aurora Quattrocchi), per distribuire balocchi e profumi fra la parentela, soprattutto femminile, rimasta lì ad attendere, e, soprattutto, per decidere affari poco chiari, che possano accrescere il prestigio della “famiglia”.

La grande preoccupazione di Luciano è il figlio Leo (Giuseppe Fumo), un ragazzo intorno ai vent’anni che non lavora, come molti altri suoi coetanei non solo in Calabria, né sa come impiegare il proprio tempo: non vuole fare il pastore come il padre e preferisce rimuginare, invece, su una antica faida paesana che Luciano vorrebbe lasciarsi alle spalle, nonostante l’offesa che lo aveva reso orfano da piccolo e che aveva precipitato l’intera famiglia nel “disonore” della povertà e della scarsa considerazione sociale. Egli vede, con angoscia, che il figlio si sta avventurando in pericolose e stolide provocazioni nel paese, e paventa il suo inevitabile avvicinarsi a Luigi e a Rocco, che ai suoi occhi di ragazzo poco riflessivo paiono gli unici capaci di proteggerlo dopo le bravate, nonché gli unici in grado di restituire alla famiglia l’onore e il rispetto che merita. In questo clima matura la tragedia terribile e imprevista che si abbatterà su tutti loro, vanificandone progetti e aspettative e distruggendo ad uno ad uno i colpevoli e gli innocenti, ma spezzando, infine, la catena delle faide e delle vendette. Per questo carattere di catastrofe fatale, inspiegabile e catartica, degna delle antiche rappresentazioni teatrali, alcuni critici hanno parlato di film costruito come una tragedia greca di cui sarebbero ravvisabili almeno alcuni elementi: la prevalenza maschile degli attori; il ruolo subalterno delle donne, sfondo corale della vicenda; la presenza di un protagonista sconfitto nel proposito di evitare a ogni costo la conclusione drammatica; il tema della vendetta; l’elemento satiresco dei capri. Al di là delle esagerazioni, mi pare in ogni caso che il finale della pellicola, assai sorprendente, costituisca la parte migliore dell’intero lavoro, perché, allontanandosi dal carattere documentario della parte centrale, introduce alcuni elementi di riflessione e insinua qualche dubbio circa il ruolo deterministico dell’ambiente sulla storia dei personaggi, rendendola  meno angusta e gettando una luce più interessante su tutto quanto il film, che resta pur sempre radicato, quanto alle immagini, ai comportamenti e alla lingua, nella piccola realtà di Africo. Attenta e accurata la regia; bravissimi gli attori; belle le immagini di una Calabria poco turistica davvero.