Ma Loute

Schermata 2016-08-29 alle 00.30.46recensione del film:
MA LOUTE

Regia:
Bruno Dumont

Principali interpreti:
Fabrice Luchini, Juliette Binoche, Valeria Bruni Tedeschi, Jean-Luc Vincent, Didier Desprès, Laura Dupré, Brandon Lavieville, Cyril Rigaux, Angélique Vergara, Raph – 122 min. – Germania, Francia 2016.

 

La commedia grottesca di DumontSchermata 2016-09-05 alle 10.38.15
Siamo nel 1910, a quattro anni dall’inizio della prima guerra mondiale. Stanno per raggiungere la casa di proprietà in stile egizio-kitsch, che domina la baia di Slack dall’alto di un colle boscoso, alcune persone, esponenti della famiglia ricchissima dei Van Peteghem. Sono garruli e spensierati, a bordo di un’auto di quell’epoca molto scoppiettante, scoperta, guidata da André (Fabrice Luchini) uomo deforme e snob, accompagnato da Isabelle (Valeria Bruni Tedeschi) e Billie, giovane ermafrodita appartenente all’ultima generazione della famiglia (Raph, attore teatrale androgino). Presto si congiungeranno a loro in quella dimora Aude (Juliette Binoche) e Christian (Jean-Luc Vincent). Sono tutti strettamente legati fra loro da un groviglio di parentele in cui non è facile districarsi. Essi, infatti, non hanno voluto, proprio come i loro antenati, disperdere i cromosomi familiari e il patrimonio con matrimoni “esterni”. Il sommarsi delle tare e dei difetti è ben visibile perciò nella deformità dei corpi e delle menti di molti di loro. Tutti quanti sono lì per godere un po’ di riposo, attratti dalla natura selvaggia e quasi disabitata del Pas de Calais. Lungo la strada la lieta brigata aveva incrociato gli abitanti autoctoni , tenuti a debita distanza (la classe!), ma idealizzati (il buon selvaggio!). Non sanno i Peteghem che la famiglia, rustica e primitiva, è rude nei modi e alquanto barbarica nelle abitudini alimentari poiché si tratta di una famiglia di cannibali, I Brufort (tutti gli attori sono non professionisti) che si nutrono della carne e del sangue dei malcapitati che incontrano, anche se sono conosciuti come pescatori, venditori di mitili e per il trasporto a guado dei passeggeri, nei tratti non navigabili del canale della Manica. Della famiglia fa parte Ma Loute (Brandon Laviéville), l’eroe eponimo, il cui strano nome designa con ogni evidenza (loute è termine desueto e arcaico francese per indicare ragazza) una sessualità incerta. Tra Ma Loute e Billie, nasce un’attrazione immediata.
Da qualche tempo nella zona erano state segnalate strane sparizioni; a chiarirne le ragioni è inviato da Calais l’enorme e improbabile ispettore Machin (Didier Desprès), accompagnato dall’aiutante Malfoy (Cyril Rigaux).Schermata 2016-09-05 alle 10.49.45

 

La storia che Dumont ci racconta è contemporaneamente, perciò, un insieme di molte storie che mi limito a descrivere in questo modo: è una detection che non può essere una cosa seria; è una contrapposizione fra le due famiglie che si detestano, ma che in qualche misura si rassomigliano e si attraggono, poiché, sia pure in modo barbarico, i Brufort si nutrono del sangue dei ricchi, ovvero, in parole povere, aspirano a diventare come loro assorbendone valori e soprattutto disvalori; è inoltre una storia d’amore fra i due giovani eredi, unici esseri pensanti e senzienti , almeno per un po’, fino a che le ragioni del sangue (imborghesito) diventeranno decisive per Ma Loute.

 

Dumont è un regista sconosciuto in Italia, paese nel quale i suoi film non si sono mai visti. Eppure si tratta di un regista importante, stimato e apprezzato a livello internazionale per alcuni film drammatici pluripremiati, nei quali ha raccontato con graffiante crudeltà il non senso del vivere. Sperimentatore convinto, egli ha tentato la strada della commedia in un’opera, anch’essa mai arrivata da noi, nata per la TV e trasformata in un film di cinque ore di una comicità spesso irresistibile, surreale e corrosiva: P’tit Quinquin, considerato dalla critica più qualificata il miglior film del 2013*. Sui legami di Ma Loute con P’tit Quinquin non credo possano esserci dubbi: indagine impossibile anche in quel caso, con un ispettore della Gendarmerie demente e sempre sopra le righe, pieno di tic e incapace; non grottesco come Machin, però, deformato dalla prosopopea del nulla, pallone gonfiato che a un certo punto si mette a volare. Credo che Dumont in entrambe le storie, ma in questa soprattutto, si sia ispirato al mondo popolare europeo dei racconti fiabeschi, da Perrault ai Fratelli Grimm, che di storie macabre e cannibalesche hanno riempito le loro pagine. Aggiungo che mi è sembrata plausibile, a questo proposito, anche una citazione da Il Racconto dei racconti del nostro Garrone, bellissimo film, ingiustamente negletto. Per suffragare questa mia ipotesi rimando i lettori all’immagine del palombaro che esce dall’acqua delle grotte dell’Alcantara Schermata 2016-08-30 alle 12.59.05e a quella del palombaro che emerge dalle acque della Baia in cui il film viene girato, visibile nel Trailer. A Basile, d’altra parte, si erano ispirati anche Perrault e i Grimm!

Film girato interamente con macchina digitale sulla quale, secondo le sue stesse dichiarazioni, Dumont è intervenuto contrastando pesantemente le immagini e aggiungendo rumori e suoni per sottolineare la comicità grottesca e irreale dell’insieme.

Da vedere!

 

*Quest’opera, di cui possiedo il DVD acquistato in Francia, perciò in lingua originale (del Pas de Calais, mica francese sorboniano, eh!) e senza sottotitoli, rivista dopo Ma Loute, mi è stata molto utile per mettere insieme una recensione decente (spero).

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La Corte

Schermata 2016-03-17 alle 22.23.01recensione del film:
LA CORTE

Titolo originale:
L’hermine

Regia:
Christian Vincent

Principali interpreti:
Fabrice Luchini, Sidse Babett Knudsen, Eva Lallier, Miss Ming, Berenice Sand, Claire Assali, Floriane Potiez, Corinne Masiero, Sophie-Marie Larrouy, Fouzia Guezoum, Simon Ferrante, Abdellah Moundy, Serge Flamenbaum, Emmanuel Rausenberger, Gabriel Lebret, Salma Lahmer – 98 min. – Francia 2015.

A Saint Omer, nella regione del Pas de Calais , Xavier Racine (Fabrice Luchini), presidente della Corte d’Assise, era considerato, universalmente, un “giudice a due cifre” ovvero di una tale severità che i malcapitati imputati nei suoi processi non se l’erano cavata mai con meno di dieci anni di condanna. E’un solitario di mezza età, Xavier, poco incline alla cordialità, al sorriso, all’amicizia: la moglie lo ha lasciato e sta chiedendo il divorzio, cosicché egli ora si trascina fra una triste stanza d’albergo e il tribunale, vestito in modo un po’ sommario e un po’ patetico, con una inseparabile sciarpa rossa che mal si accorda col suo vestiario; un orso, insomma, a cui fa persino comodo l’infuenzaccia che  si porta addosso: nessuna stretta di mano, nessun contagio! Eppure, proprio una stretta di mano, morbida come una carezza, un tempo l’aveva molto turbato: quella mano era di Ditte, l’anestesista dell’ospedale in cui Xavier era stato operato. Quel gesto amorevole, che la donna riservava a tutti i pazienti, era riaffiorato alla sua memoria proprio ora, perché il gioco del caso gli aveva fatto ritrovare la bella Ditte (Sidse Babett Knudsen) fra i giurati estratti a sorte come giudici popolari in un suo processo…

Gli sviluppi dell’incontro sono prevedibili, direi ovvi, ma il film presenta comunque, al di là della esilissima vicenda sentimentale, alcuni motivi di interesse, il primo dei quali è l’eccezionale interpretazione di Fabrice Luchini (al quale evidentemente si addicono, come avevamo già notato, i panni del misantropo). L’attore è capace di rendere credibili le trasformazioni del cuore e la sensualità. rimossa da troppo tempo, di Xavier, di farcene avvertire l’intensità crescente, coinvolgendoci in una commedia molto gradevole e piena di quell’esprit de finesse di cui i francesi conoscono molto bene ogni sfumatura. Né è priva di attrattive la rappresentazione del processo e degli incontri che, prima o dopo le udienze, avvengono fra i giurati, che parlano di sé, si scambiano opinioni e giudizi su ciò che avviene nell’aula e sul loro ruolo: piccoli sguardi su un’umanità per lo più ignorata, che, al di là dei propri problemi, sa dedicarsi con senso di responsabilità a funzioni pubbliche molto delicate. Ancora, poi, appare assai intrigante la deliziosa descrizione della provincia francese, che richiama altri film, anche recenti: un po’ sonnacchiosa, non particolarmente aperta e alquanto lontana dalla vivacità libera e frizzante della capitale (e anche dal suo cinema!).  

Luchini si è guadagnato l’anno scorso a Venezia, per questo film, la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile, mentre al Cesar 2016, il premio alla migliore attrice non protagonista è andato a Sidse Babett Knudsen. Una graziosa commedia, che si può vedere senza offesa per l’intelligenza.

Gemma Bovery

Schermata 2015-01-30 alle 12.42.42recensione del film:
GEMMA BOVERY

Regia:
Anne Fontaine

Principali interpreti:
Fabrice Luchini, Gemma Arterton, Jason Flemyng, Isabelle Candelier, Niels Schneider, Mel Raido, Elsa Zylberstein, Pip Torrens, Kacey Mottet Klein, Edith Scob, Philippe Uchan, Pascale Arbillot, Marie-Bénédicte Roy, Christian Sinniger, Pierre Alloggia, Patrice Le Mehauté, Gaspard Beaucarne, Marianne Viville – 99 min. – Francia 2014.

Ormai stanco della vita parigina, nonché dei finti stracci del suo abbigliamento da bobo (bourgeois-bohemien), Martin Joubert  aveva deciso di dedicarsi per davvero alla vita semplice e schietta, secondo il dettato della natura e non della moda, e si era perciò trasferito in Normandia dove aveva riaperto la panetteria di famiglia abbandonata da molto tempo. Nessun rimpianto per la vita di Parigi: lontano dai veleni dell’aria e delle false amicizie, egli aveva imparato a impastare e panificare in modo eccellente le più varie farine biologiche, mescolandole con arte sopraffina, e, inoltre, nel verde selvaggio di quella regione, aveva potuto dedicarsi placidamente alla lettura e rilettura del suo amatissimo Flaubert, avvantaggiandosi della serenità che gli proveniva da quella vita solitaria, ora che anche la pace dei sensi gli sembrava raggiunta. Erano comparsi, però, a turbare la sua esistenza tranquilla, due coniugi inglesi, che, alla ricerca anch’essi di una vita meno caotica e più naturale, avevano acquistato una casa proprio vicina alla sua, i signori Bovery: un uomo alquanto insignificante lui, Charlie; una giovane donna bella e sensuale lei, Gemma.
Che i loro nomi evocassero quelli di Charles ed Emma Bovary appare a tutti evidente; per un flaubertiano appassionato come Martin, però, quei nomi erano i segnali quasi certi che la storia già scritta ora si stava inverando davanti ai suoi occhi, proprio in quella Normandia nella quale lo scrittore l’aveva concepita: in quello spazio infatti Emma e Charles rivivevano nella coppia di inglesi, che parevano riprodurne quasi il carattere e i comportamenti. Martin seguiva gli sviluppi dei loro rapporti prevedendoli e manifestava un sentimento un po’ geloso e un po’ preoccupato osservando gli amori adulterini di lei, nella convinzione che alla fine, come Emma nel romanzo, anche Gemma avrebbe posto fine alla propria vita avvelenandosi coll’arsenico. Proprio per evitare questa morte annunciata, egli aveva predisposto una strategia, che infine si era rivelata del tutto inutile, se non dannosa, poiché la sorte della donna sarebbe stata decisa soprattutto dall’insipienza grottesca sua e di altri due uomini, tutti e tre, in modo diverso, innamorati di lei.

Questo è un piccolo film assai sofisticato: Anne Fontaine, la regista, si ispira alla Grafic Novel (ora diventata un libro tradotto anche in italiano) dal titolo Gemma Bovery, della fumettista inglese Posy Simmonds, che si era, a sua volta, ispirata al romanzo di Flaubert.
Con molta abilità  la regista ha utilizzato molto bene la recitazione di due attori eccellenti: Fabrice Luchini, non nuovo nel ruolo dell’uomo solitario amante della letteratura che si interroga sul rapporto fra arte e vita (Molière in bicicletta Nella casa) e Gemma Arterton, bellissima e già interprete, in Tamara Drewe,* della donna fascinosa che arriva in un paesetto tranquillo e riesce a turbare la vita dei suoi abitanti. La regista ha inoltre adottato un registro narrativo prevalentemente ironico, di un’ironia molto raffinata e indulgente e ha dato vita a un film che è anche un gioco sottile di citazioni e di rimandi all’opera flaubertiana, di cui spesso proprio Luchini-Martin rovescia con grazia il significato, consegnandoci, infine, un’opera equilibrata, divertente e molto godibile, dall’inizio alla fine.
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*anche Tamara Drewe, girato nel 2009 dal regista Stephen Frears era stato tratto da una Graphic Novel della Simmonds.

Il misantropo (Molière in bicicletta)

Schermata 12-2456640 alle 23.17.10recensione del film
MOLIÈRE IN BICICLETTA

Titolo originale:
Alceste à bicyclette

Regia.
Philippe Le Guay

Principali interpreti:
Fabrice Luchini, Lambert Wilson, Maya Sansa, Laurie Bordesoules, Camille Japy – 104 min. – Francia 2013

Serge, anziano attore cinematografico (Fabrice Luchini), aveva deciso da tempo di abbandonare le scene e anche la vita che aveva condotto per lungo tempo, ritirandosi a Le Ré, un’isoletta dell’Atlantico, non lontana da La Rochelle, a cui è collegata da un bel ponte autostradale. Conducendo una vita molto sobria, era riuscito a sopravvivere nella casa ereditata, riducendo al minimo i propri rapporti sociali, ignorando quasi totalmente il consorzio umano e “civile” e dedicando il proprio tempo quasi completamente alla pittura e alla lettura. In modo particolare, egli continuava a rileggere il suo amato Molière, “il più grande scrittore francese” del quale apprezzava soprattutto Le Misantrope, cioè l’opera teatrale più complessa, quella che, fin dalla sua pubblicazione, aveva acceso grandi discussioni fra gli intellettuali *. La predilezione di Serge indicava forse la propria identificazione con Alceste, l’eroe che aveva scelto l’isolamento quando gli erano diventati insopportabili i vizi della società in cui era costretto a vivere, oppure nascondeva la segreta voglia di recitarne la parte, una volta o l’altra nella vita?
Sicuramente Serge ignorava che qualcun altro avesse pensato di riportarlo sulla scena, almeno per il teatro: il suo ex collega e amico Gauthier Valence, popolarissimo per essere il personaggio più importante di un serial televisivo, lo aveva raggiunto, infatti, a Le Ré per offrirgli una parte nel Misantrope.
La proposta era dapprima stata rifiutata; in seguito Serge, che adorava Alceste, aveva accettato, a patto però di recitare proprio quella parte, la più interessante e impegnativa, sospesa com’è fra dramma e comicità: per questa ragione era entrato in competizione con Gauthier, che aveva individuato in quel ruolo un passaggio decisivo per la sua futura carriera.

Il contrasto iniziale determina, pertanto, durante le prove, uno scontro continuo, condotto con decisione a suon di versi alessandrini **, senza escludere però il ricorso ad altre aggressioni e colpi bassi, soprattutto da parte di Gauthier, ma, verrebbe da dire, “secondo copione”, poiché entrambi mettono in atto esattamente il gioco delle parti del Misantropo, non sulla scena, ma nella vita, ciò che conferma l’eterna attualità e la profonda verità di quel capolavoro.
Sembra che il regista, che è lo stesso del precedente film con Luchini, Le donne del sesto piano, abbia voluto tratteggiare, ricorrendo a Molière, molto amato da Luchini, alcuni aspetti del carattere di questo bravissimo attore. Ci ha dato, in verità, un film colto, interessante e gradevole, splendidamente interpretato anche da Gauthier, Lambert Wilson, lo stesso attore che qualche anno fa aveva interpretato la parte del priore Christian nel bellissimo Les hommes et les Dieux, stoltamente ribattezzato nella nostra lingua Uomini di Dio.
Presentato con successo al Torino Film Festival che si è appena concluso, Molière in bicicletta è ora presente nelle sale di alcune regioni italiane.

*Le discussioni sul Misantrope di Molière vertono principalmente sul personaggio di Alceste, nel quale non è possibile vedere solo l’ uomo intrattabile e di cattivo carattere che appare a prima vista: egli è infatti anche il portatore di una visione del mondo del tutto nuova e rivoluzionaria, grazie alla quale i valori dominanti dell’intera società vengono rifiutati per le ingiustizie che producono e per l’ipocrisia che ne cela la sostanziale violenza e aggressività. Questo aspetto dell’opera, che indirizza verso una lettura pre-illuminista di Molière, fu immediatamente colto fin dalle prime rappresentazioni e fu all’origine di una serie di letture successive, che fino ai nostri giorni tendono a mettere in evidenza le intuizioni progressiste di questo grandissimo scrittore.

**Chi vuole qualche notizia sul verso alessandrino, molto presente nei poemi francesi e nella poesia in quella lingua, può leggere qui;
qui, invece, è possibile trovare qualche notizia sui rapporti fra verso alessandrino e musica rap!

lo scrittore (Nella casa)

Schermata 04-2456401 alle 23.30.23recensione del film:

NELLA CASA

Titolo originale:

Dans la maison

Regia:

François Ozon

Principali interpreti:

Fabrice Luchini, Ernst Umhauer, Kristin Scott Thomas, Emanuelle Seigner, Denis Menochet – 105 min.- Francia 2012.

Un professore di letteratura francese, Germain, tornando al lavoro dopo le vacanze estive, apprende dal preside che il suo liceo, il liceo Flaubert, è diventato una “scuola pilota”. In conseguenza di ciò, fra le altre novità, tutti gli studenti dovranno indossare una bella uniforme, per distinguersi dagli altri liceali, grazie alla loro appartenenza proprio a questa scuola. Al di là della divisa che li renderebbe tutti “uguali” (una bellissima sequenza animata ce li mostra così uguali che rassomigliano alle celeberrime zuppe Campbell dell’arte pop di Andy Warhol) si direbbe che quegli studenti appartengano soprattutto al poco glorioso mondo di chi impara poco e presume molto: non sanno scrivere correttamente, non sanno ragionare, non sanno far di conto, né se ne preoccupano; sembrano, anzi, sempre pronti a dar giudizi affrettati e superficiali sugli insegnanti e su quei rarissimi loro compagni che non si adeguano all’andazzo corrente. Uno di questi è Claude, il ritratto stesso della solitudine: abbandonato dalla madre, un padre invalido; nella classe è nell’ultimo banco (nessuno gli si siede accanto), gli piace apprendere e soprattutto sa scrivere molto bene, suscitando l’interesse di Germain, che, come molti colleghi, all’inizio del nuovo corso, aveva chiesto ai propri studenti, per conoscerli un po’ meglio, una breve descrizione del loro ultimo weekend. L’espediente retorico grazie al quale Claude riesce ad attirare l’attenzione del suo prof. è il modo curioso di chiudere la propria pagina: un interlocutorio Continua, fra parentesi, che fa pensare alla volontà di mantenere con l’insegnante un dialogo aperto, il che puntualmente avviene. Claude racconta della sua passione a osservare (e successivamente a descrivere), dalla panchina del parco di fronte, ciò che avviene nella casa del suo compagno Rapha, essendo attratto dall’apparenza piccolo borghese di quella sua famiglia, unita e tranquilla. Gli incontri fra Germain e Claude, che continua a raccontare per scritto ciò che vede e ciò che immagina nella casa di Rapha, diventano quasi un rito, dopo le normali lezioni, tra le pareti della scuola. Germain è uno scrittore fallito: ha scritto un libro che non ha avuto successo e ora è affascinato dal racconto che procede dalla penna di Claude, che riesce ad approfondire la conoscenza della famiglia di Rapha offrendosi di spiegargli la matematica, scusa con la quale può entrare nella sua abitazione, osservarla ben bene e insieme osservare i comportamenti dei genitori del suo compagno: Rapha padre (si chiama come lui il che non è senza significato) ed Esther, la graziosa madre casalinga dai troppi sogni irrealizzati.

Le correzioni di Germain si spostano dal piano formale (come si potrebbe raccontare meglio ciò che si è osservato) a quello più sostanziale (come si potrebbe costruire meglio il racconto, spostando situazioni e personaggi, non tanto secondo verità o verosimiglianza, ma secondo l’invenzione e l’immaginazione dello scrittore). Nella pellicola di Ozon, che tali correzioni mette in scena per noi, pertanto, compaiono, diventando film esse stesse, le diverse infinite possibilità che dall’osservazione della realtà si aprono non solo alla scrittura, ma anche al fare cinema: in una parola alla creazione artistica. Il film è molto bello, perché la riflessione sull’arte e sulla creazione artistica si trasformano in un racconto cinematografico, talvolta teso e inquietante, talvolta ironico e divertente e talvolta anche drammatico, pieno di una sua verità, che non è però la verità di tutti, ma quella esclusiva dell’artista che crea la sua realtà, componendo e scomponendo gli elementi che arrivano dall’osservazione. Il racconto è molto ben costruito, coinvolgente, ma non troppo, perché anche allo spettatore viene chiesto di distinguere fra realtà e finzione, in un gioco di specchi leggero e intelligente, interessantissimo sempre. Magnifiche le interpretazioni di Fabrice Luchini, il professore, e di Ernst Umhauer, lo studente solitario, che non rassomiglia a nessun altro.

galeotto fu l’uovo (Le donne del sesto piano)

Recensione del film:
LE DONNE DEL 6° PIANO

Titolo originale:
Les Femmes du 6ème ètage

Regia:
Philippe Le Guay

Principali interpreti:
Fabrice Luchini, Sandrine Kiberlain, Natalia Verbeke, Carmen Maura, Lola Dueñas, Berta Ojea, Nuria Solé, Concha Galán, Marie-Armelle Deguy, Muriel Solvay, Audrey Fleurot, Annie Mercier, Michèle Gleizer, Camille Gigot, Jean-Charles Deval, Philippe Duquesne, Christine Vézinet, Jeupeu, Vincent Nemeth, Philippe Du Janerand, Patrick Bonnel, Laurent Claret, Thierry Nenez, José Etchelus, Jean-Claude Jay, Joan Massotkleiner, Ivan Martin Salan – 106 min – Francia 2011

Questo bel film parla con grande finezza e leggerezza di un argomento diventato oggi molto duro: l’immigrazione. Siamo a Parigi, negli anni ’60: in un palazzo dal leggiadro aspetto Liberty, abitano al sesto piano, senza ascensore, alcune donne di origine spagnola. In questo sesto piano (che oggi si direbbe “mansardato”, ma in quegli anni lontani era il piano delle soffitte), vivono in condizioni difficili, senz’acqua, con servizi igienici (si fa per dire!) in comune. Facendo le domestiche, sperano di migliorare la loro umile condizione, ma sono fuggite dalla Spagna per sottrarsi alla povertà, o alle persecuzioni politiche, che nel loro paese, ancora soggetto alla dittatura franchista, perdurano dalla fine della guerra civile. Nel signorile palazzo, invece, i ricchi borghesi parigini occupano gli alloggi più prestigiosi. La presenza delle immigrate spagnole è, per quanto possibile, ignorata, ma per lo più mal tollerata, per le abitudini spontaneamente allegre, ciarliere e solidali delle donne, in contrasto con l’ovattata atmosfera delle famiglie benestanti e ben educate, abituate anche a celare, ipocritamente, la loro crisi: gli uomini cumulano nevrosi (ahimé, quell’uovo alla coque, che, se non perfettamente cotto, può rovinare la giornata!), mentre le donne si occupano di frivolezze mondane, ma gli impegni sono troppi e le stancano tanto! Maria, la bella e giovane spagnola piena di vita, assunta nella grigia e sonnolenta abitazione dei coniugi Joubert come nuova cameriera, riesce a farsi apprezzare dalla signora, per le sue qualità di lavoratrice, ma ancora di più dal marito di lei, per la sua avvenenza, e per la ventata di freschezza e di gioia che introduce nella casa. Il ritratto dei due coniugi è straordinario, direi la parte più riuscita del film. Nel signor Joubert, ottimo Fabrice Luchini, infatti, a poco a poco, attraverso quasi impercettibili mutamenti espressivi, si manifesta il progressivo ricupero di un’energia vitale (che pareva sepolta per sempre fra la noia della vita familiare e le opache pratiche della sua vita professionale) che ora inizia a connotare la sua vita in modo decisivo. Nella signora Joubert, invece, goffamente irrigidita nel suo orripilante abbigliamento bon ton, stenterà a farsi strada la verità di un rapporto coniugale allo stremo: quando finalmente aprirà gli occhi, sarà abbastanza intelligente per capire perché il matrimonio non ha funzionato. La conclusione del film, forse meno convincente, come sempre l’happy – ending delle belle favole, non annulla la magia di una narrazione divertente e seria nello stesso tempo, garbatamente e amabilmente organizzata intorno a un nucleo di verità assai convenzionali. Bravo il regista e brave anche le attrici, fra le quali l’almodovariana Carmen Maura, Sandrine Kiberlain nel ruolo di madame Joubert e Natalia Verbeke nella parte di Maria (di Luchini, tutto il bene possibile: l’ho già scritto).

l’adorabile statuina (Potiche – La bella statuina)

Recensione del film:

POTICHE – LA BELLA STATUINA

Titolo originale:
Potiche

Regia:François Ozon

Principali interpreti:
Catherine Deneuve, Gérard Depardieu, Fabrice Luchini, Karin Viard, Judith Godrèche – 103 min. – Francia 2010.

Film delizioso, raccontato con levità, quasi una moderna fiaba. Come sempre, in Ozon, lo scherzo non è gratuito: riflettiamo sui ruoli e sulle convenzioni sociali,e, ancora una volta, sulla maternità, ridendo e scherzando…
La grande Catherine non avrebbe meritato la Coppa Volpi a Venezia?

C’era una volta, a Sainte Gudule, un uomo (Robert), convinto che il ruolo della donna fosse quello della bella statuina, decorativo soprammobile del salotto, che il ruolo del maschio fosse quello di guadagnare per la famiglia, che il ruolo del proprietario di una fabbrica fosse quello del padrone antisindacale feroce e dispotico.
C’era una volta una donna bella e piena di vita (Suzanne) che aveva tentato di evadere dalla lussuosa prigione che il maschio, marito e padrone aveva costruito attorno a lei, ma che alla fine ci aveva rinunciato, perché la maternità le aveva imposto prioritariamente un ruolo insostituibile.
Quella donna, ancora bella, ma un po’ appesantita, dopo aver allevato due figli, cerca di trovare qualche interesse, che motivi la sua vita, nella poesia, nel contatto con la natura, nel prendersi cura della salute del marito.
Il marito, invecchiato a sua volta, continua a esercitare con padronale iattanza le “sue” prerogative su di lei, sugli operai della “sua” fabbrica e anche sulla segretaria, che non sarebbe “sua”. ma che non osa dirgli di no.
La fiaba moderna (siamo nel 1977), però, non permette che le cose continuino così all’infinito: il caso, dispensatore di giustizia, costringerà Robert a letto per curarsi e Suzanne a occuparsi della direzione dell’azienda di famiglia, con grande soddisfazione degli operai, che solo per merito suo sospendono lo sciopero, del figlio, che nell’azienda introdurrà la propria creatività, fino ad allora sterile, del sindaco comunista del paese di Sainte Gudule, Maurice Babin che aveva avuto una breve storia con Suzanne e che ne era rimasto innamorato. Purtroppo il marito, guarito dalla malattia, ma non dalla presunzione e dalle pretese autoritarie, tornerà a rivendicare il suo ruolo proprietario, ma la nuova Suzanne, questa volta, saprà trovare il modo di affrancarsi vivendo realizzata, felice e contenta. La pièce è raccontata in modo brioso e spiazzante: spesso il regista sembra divertirsi a rovesciare le attese degli spettatori, determinando un alternarsi di effetti comici e malinconici, che conferiscono al film una straordinaria finezza: non è farsa e non è commedia sentimentale: è un film di Ozon, che ancora una volta ci invita a riflettere sui ruoli e sulle convenzioni sociali, questa volta con molte invenzioni, leggerezza e ironia. Gli interpreti sono davvero strordinari: Suzanne e Babin sono la coppia Deneuve – Depardieu, invecchiata dai tempi dell’Ultimo metro, ma, se possibile, ulteriormente migliorata; perfetti nel rievocare un passato non più proponibile, suggellato da un ultimo ballo tenero, malinconico e sorridente. Robert ha avuto in Fabrice Luchini un grande interprete, e ha dichiarato di essersi ispirato, per recitare questa parte, a un noto uomo italiano…