la casa che scotta in Oklahoma (I segreti di Osage County)

Schermata 02-2456708 alle 21.57.18recensione del film:
I SEGRETI DI OSAGE COUNTY

Titolo originale:
August: Osage County

Regia:
John Wells

Principali interpreti:

Meryl Streep, Julia Roberts, Ewan McGregor, Chris Cooper, Abigail Breslin, Benedict Cumberbatch, Juliette Lewis, Margo Martindale, Dermot Mulroney, Julianne Nicholson, Sam Shepard, Misty Upham, Will Coffey – 119 min. – USA 2013.

E’ lontano dalle grandi e inquietanti città americane lo scenario di questo film non meno inquietante, ambientato nella profonda provincia delle campagne sterminate del Mid-West, quella dell’individualismo sfrenato e delle grandi solitudini, evocate da Kerouac e anche dalle opere narrative e teatrali di Tennessee Williams, che di quei luoghi ha lasciato descrizioni durissime e indimenticabili. Questo bel film, che ha molto diviso il pubblico e la critica, mi ha ricordato quell’altro, magnifico, che tutti, credo, abbiamo presente: La gatta sul tetto che scotta , ovvero la versione cinematografica, alquanto censurata, della pièce teatrale dello stesso Williams: Cat on a Hot Tin Roof. Naturalmente il film di oggi è assai diverso e ha una sua peculiare originalità, ma l’accostamento fra le due pellicole mi pare non sia del tutto improprio, essendo molte le affinità, a cominciare dalle origini teatrali di entrambe*. Anche qui, inoltre, sono al centro degli eventi sia il gioco al massacro, nato nel corso di una riunione di famiglia nella quale l’odio è il sentimento prevalente, sia la ricerca spasmodica della verità, che non aiuta a risolvere i problemi, così come, anche in questo caso, la grande calura diventa metafora di insostenibili tensioni accumulate all’interno di famiglie assai disfunzionali, di modo che ci rendiamo presto conto che mai fu così stolta la traduzione italiana del titolo che in originale è: August: Osage County).
Scotta, infatti, ad agosto, almeno quanto il tetto su cui cerca di sopravvivere la gatta, anche la casa dell’Hoklahoma in cui si svolge il dramma diretto da John Wells e del quale subito cogliamo le durissime avvisaglie: Violet (Meryl Streep) è una malata di cancro che cerca di rimuovere la coscienza della propria infermità stordendosi con quintali di calmanti e tranquillanti, fumando come una ciminiera e bevendo come una spugna. Ha sempre esercitato sui componenti della famiglia un controllo tirannico, per sottrarsi al quale due figlie se ne sono andate; ora che è malata ha oscurato le finestre della vecchia casa in piena campagna, dove continua a vivere col marito Beverly (Sam Shepard), uomo colto e gentile, innamorato della letteratura e di Thomas Stern Eliot, che ha progettato il suicidio, perché non ne può più, ma che, per evitare che le manchino in futuro le cure e la protezione necessarie, ha assunto una domestica di origine cheyenne, paziente e decisa. Condivide la casa con loro anche Ivy (Julianne Nicholson), l’unica delle tre figlie rimasta lì, forse per caso, più probabilmente per pigra abitudine, ma senza averlo scelto. Un inatteso perdurare dell’assenza di Beverly, allontanatosi improvvisamente, aveva convinto Violet a convocare le altre due figlie, Barbara, la più grande (Julia Roberts), subito accorsa insieme alla propria figlia adolescente Jean (Abigail Breslin) e Karen (Juliette Lewis). Dopo il ritrovamento del corpo dell’uomo, la cerchia dei parenti convenuti si allargherà: le figlie saranno raggiunte dai loro compagni, e arriverà anche Mattie, sorella di Violet, col marito Charles e il figlio Charlie, che ama, segretamente ricambiato, Ivy. Le tensioni si arroventeranno al calor bianco attorno al tavolo della cena funebre, che fa riemergere vecchie ruggini, antichi veleni, tenaci rancori mai sopiti, in un tremendo rimbalzare di rinfacci e rivelazioni, terribile gioco al massacro, da cui tutti, Violet per la prima, che la cena aveva voluto e organizzato, coll’intento di ristabilire una verità abbastanza apertamente ricattatoria che ne riaffermasse il dominio, usciranno distrutti e sconfitti, senza possibilità di scampo.

Il finale amarissimo e cupamente pessimistico, quasi tragico, ci dice, forse, che non esiste spazio in quel luogo (forse non solo in quello) per gli innocenti che paiono quasi predestinati a subire e a soccombere: così è stato per Beverly, tiranneggiato da Violet; così sarà, forse, per l’incolpevole Charlie, che sembra, fin dalla sua prima apparizione, destinato a pagare responsabilità non sue, così sarà, probabilmente, per Charles, che verrà messo al corrente delle dolorose verità che la moglie Mattie spietatamente ha in animo di rivelargli, per precludere a lui e al figlio qualsiasi ipotesi di futuro. Questa famiglia matriarcale è anche il ritratto dell’America più profondamente conservatrice e individualistica, che si chiude in sé, quella degli eroi solitari che, cercando esclusivamente la propria individuale affermazione, si condannano all’inevitabile fallimento. Eccezionale recitazione di Meryl Streep, assolutamente perfetta, e di Julia Roberts, che pare quasi impegnata in una gara di bravura con lei.

*In questo caso la sceneggiatura del film è condotta dallo scrittore, premio Pulitzer, Tracy Letts, autore della pièce teatrale da cui il film è tratto, che ha avuto grandissimo successo sui palcoscenici di Broadway.

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L’uomo nell’ombra

Recensione del film:
L’UOMO NELL’OMBRA

Titolo originale:
The Ghost Writer

Regia:
Roman Polanski

Principali interpreti:
Ewan McGregor, Pierce Brosnan, Kim Cattrall, Olivia Williams, James Belush, Timothy Hutton, Eli Wallach, Tom Wilkinson, Robert Pugh, Jaymes Butler, Daphne Alexander, Marianne Graffam, Nyasha Hatendi, Angelique Fernandez, Glenn Conroy, Kate Copeland, Tim Preece, Anna Botting, Yvonne Tomlinson, Milton Welch, Tim Faraday, Jon Bernthal – 131 min. – USA, Germania, Francia 2010

Il ghost writer di questo film non ha un nome proprio, perché, agli occhi degli uomini di potere di cui il film ci parla, non è nessuno. Egli, in effetti, è un suddito, cui non si chiede altro che di riscrivere l’autobiografia di Adam Lang, che essendo un uomo importante, non ha tempo per queste cose: si tratta, infatti, dell’ex premier inglese, che ha impegnato il proprio paese nella lotta contro il terrorismo di Al Quaeda, con operazioni poco chiare di cui ora pare chiamato a rispondere. Il libro di memorie, che il ghost writer dovrebbe rivedere, e magari riscrivere in senso apologetico, ricevendo una retribuzione di tutto rispetto, ha già subito una prima redazione, ma lo scrittore precedentemente assunto allo scopo è morto, prima di concludere il suo lavoro. Il giovane scrittore accetta l’incarico e decide di raggiungere il potente Adam Lang nell’isola del New England, dove attualmente risiede in una lussuosa e blindatissima casa di vetro, circondata da uomini armati della Cia, che ne fanno un sorvegliatissimo bunker. Il luogo è davvero poco ospitale, ventoso e piovoso, con poche altre abitazioni, assai distanti fra loro: un luogo, insomma inquietante, così come inquietanti e sinistre sono le notizie che il giovane riesce a raccogliere sulla morte del collega che l’ha preceduto, sul premier e sulle ragioni poco confessabili che l’hanno spinto a decidere la guerra al terrorismo e i successivi nefandi comportamenti. Quanto più il ghost writer riesce a mettere insieme le tessere del puzzle, tanto più alto diventa il rischio per la propria vita: l’interesse del thriller è infatti proprio in questo parallelo svolgersi dei due principali percorsi narrativi: l’indagine su Adam Lang e il progressivo venir meno della sicurezza per lo scrittore, che sembra essere davvero solo nel custodire i segreti più imbarazzanti. Il finale del film, è sorprendente e degno di un maestro del giallo, quale spesso Polanski ha dimostrato di essere, magari guardando ad Hitchock, ma anche rifacendosi alla propria personale storia di regista e di uomo. Tuttavia, secondo me, il film non è solo un giallo e si presta ad altre letture: è anche un film politico sul potere e sulle trame che nell’ombra porta avanti, coinvolgendo i cittadini, anche quelli che, come lo scrittore, non hanno mai avuto alcun interesse per la vita politica e hanno votato Lang, perché era di moda, come egli stesso ammetterà. In realtà, nessuno può chiamarsi fuori, perché le azioni dei politici ci riguardano, che lo vogliamo o no: sta a noi decidere se vogliamo contare davvero o essere dei plaudenti ghost writers senza nome.

Colpo di fulmine – Il mago della truffa

Recensione del film:
COLPO DI FULMINE – IL MAGO DELLA TRUFFA

Titolo originale.
I Love You Phillip Morris

Regia:
Glenn Ficarra, John Requa

Principali interpreti:
Jim Carrey, Ewan McGregor, Leslie Mann, Rodrigo Santoro, David Jensen, Jessica Heap, Marc Macaulay, Beth Burvant, Antoni Corone, Dameon Clarke, J.D. Evermore, Griff Furst, Lance E. Nichols, Louis Herthum, Victor Hugo Palacios, James McDaniel, Tony Bentley, Morgana Shaw, Michael Showers, Brennan Brown, Annie Golden, Marylouise Burke, Marcus Lyle Brown, David Dahlgren, Douglas M. Griffin, Michael Wozniak, James B. McDaniel, Trey Burvant, Clay Chamberlin, Harrison C. Davies, Tommy Davis, Jaime San Andres, DeVere Jehl, Kennon Kepper, Jacqueline King, Denise Robin, Liann Pattison – 102 min – USA, Francia 2009

il film racconta la vera storia di un americano, imbroglione di professione, che sta attualmente scontando una condanna “esemplare” a 144 anni di carcere, elargitagli nel Texas governato da George Bush. Nel film la storia vera del protagonista viene modificata nel finale, ed è narrata da lui stesso, Steve Russel, dal letto di un ospedale, da cui non dovrebbe più uscire, se non morto, poiché lì è stato ricoverato come malato terminale di AIDS. Apprendiamo dunque da Steve alcune cose di lui: si è sempre sentito omosessuale, fin da piccolo; ha, nonostante ciò, contratto un matrimonio con una donna (una insopportabile e bigotta borghesuccia), che lo ha reso padre; è stato poliziotto per cercare di identificare la madre che lo aveva abbandonato nella più tenera infanzia; ha lasciato la moglie e anche la polizia, quando, a seguito di un grave incidente, ha deciso di voler vivere la sua vita, secondo le inclinazioni che fino ad allora aveva represso. Inizia, a questo punto, un difficile percorso da gay, con gravi difficoltà soprattutto economiche, superate da Steve attingendo esclusivamente alle sue doti di intelligente imbroglione. Tutta la sua vita da gay è una vita in fuga: dalla prigione, dalla polizia, dalle sventurate vittime delle sue truffe e delle sue millanterie. In carcere conoscerà Philip Morris, timido giovane gay, che gli resterà fedele negli anni. Questa movimentata esistenza potrebbe dar vita a un film interessante, solo che il regista decidesse di scegliere un filone narrativo e lo seguisse con coerenza. Purtroppo, invece, i registri narrativi che vengono seguiti sono parecchi e la pellicola oscilla fra la descrizione della storia d’amore e di fedeltà con Philip, secondo un cliché romantico, e il racconto divertito, ma non sempre divertente e spesso ripetitivo, delle avventure rocambolesche, delle menzogne, degli inganni di Steve. Non è sufficiente la estrema bravura di Jim Carrey e del suo partner Ewan McGregor per evitare allo spettatore una certa noia, perché davanti a un film che vuole essere d’amore, d’avventura, ma anche di rappresentazione della vita carceraria, di inganni comici (ma, quando sono troppi, diventano prevedibili e non fanno più ridere), fondamentalmente si finisce per essere disorientati e ci si trattiene poco volentieri. Peccato!