La vérité

recensione del film:
LE VERITA’

Titolo originale:
La Vérité

Regia:
Kore’eda Hirokazu

Principali interpreti:
Catherine Deneuve, Juliette Binoche, Ethan Hawke, Clémentine Grenier, Manon Clavel,
Alain Libolt, Christian Crahay, Roger Van Hool, Ludivine Sagnier, Laurent Capelluto, Jackie Berroyer
– 107 min. – Francia 2019

Questa volta, alla chetichella, i titolisti italiani hanno superato se stessi, senza clamore…understatement. Il titolo francese, La verité è diventato Le verità, spoiler non richiesto e fuorviante, giacché suggerisce una discutibile interpretazione.

Presentato fuori concorso, come film d’apertura a Venezia quest’anno, l’ultima fatica del giapponese Kore’eda Hirokazu è ancora un ritratto di famiglia. Questa volta si tratta di una famiglia franco-americana, poiché La vérité è anche il primo film occidentale del regista, che lo ha girato interamente a Parigi, di cui egli coglie angoli nascosti che, poco lontani dai consueti notissimi percorsi, hanno il fascino cromatico dei giardini giapponesi d’autunno, malinconicamente allusivi del concludersi di una memorabile e intensa  stagione della vita della protagonista, Fabienne (Catherine Deneuve).
Attrice ammiratissima e amata dal pubblico, Fabienne aveva dedicato al cinema tutta se stessa, lasciando molte vittime sulla propria strada, dalla rivale, Sara, fantasma senza volto, presenza ossessiva nella memoria di sua figlia Lumir (Juliette Binoche) che le rimproverava di averla trascurata, agli uomini che l’avevano adorata, alcuni dei quali continuavano a viverle vicino, nonostante la spietata crudeltà dei tradimenti e degli abbandoni.

Le memorie- la verità

Fabienne aveva scritto e pubblicato un romanzo autobiografico, ponendosi, alle soglie dei sessant’anni, di nuovo al centro dell’attenzione generale: dei giornalisti in cerca di scoop sensazionali; della figlia Lumir, che dagli Stati Uniti, dopo il matrimonio con Hank (Ethan Hawke) non si era più fatta vedere; degli ex amanti dei cui servigi lei tranquillamente si sentiva autorizzata a profittare.
Quelle sue memorie romanzate però, stavano generando conflitti per l’ego spropositato dell’autrice di un racconto che troppe cose (e persone) ometteva, troppi fatti taceva o distorceva senza contraddittorio possibile. Erano le “sue” memorie, d’altra parte…

La villetta di Fabienne, ora, per festeggiare l’uscita di quelle pagine, si animava con l’arrivo di molti ospit: Pierre (Roger Van Hool), ex marito, padre di Lumir, convinto di poter vantare qualche diritto per l’uso del proprio nome in quel libro; Lumir, certa di chiarire finalmente le ragioni della morte di Sara, per lei, bambina, figura consolatoria, sostitutiva della madre sempre assente; la nipotina Charlotte (Clémentine Grenier), per conoscere davvero quella nonna un po’ strega e imparare da lei l’arte magica di trasformare il mondo assecondando gli umani desideri.

Le relazioni familiari, però, si erano complicate: Fabienne era impegnata a recitare se stessa sul set di un film in cui andava in scena un quasi- romanzo della propria vita, ovvero la storia di un rapporto immaginario fra sé e la madre, morta giovane, che dall’aldilà continuava a seguirla, e, mantenendo intatta la propria bellezza, la vedeva invecchiare, la comprendeva e la confortava.
Straordinaria e spiazzante inversione di ruoli: Sara, al posto suo e lei al posto di Lumir, a recitarne l’antica ossessione, non la verità, che continuava a essere quella di una madre appassionata del proprio lavoro, con poco tempo da dedicare a lei, perché la vita di tutti i grandi attori è un amore esclusivo e totalizzante, che non ammette distrazioni. Di quell’amore si può morire giovani, perché non tutti sono forti a sufficienza per sopportare i sacrifici nonché il destino di solitudine che li attende.

È questa la parte più originale dell’intero film, quella che permette al regista di dar voce e immagine alle proprie riflessioni sull’arte e sul cinema,  attraverso l’apporto di due fra le più grandi e straordinarie attrici del cinema francese, in stato di grazia, ineguagliabili nel conferire verità ed equilibrio ai diversi e intricati piani narrativi di questo film.

Non sfugge allo spettatore attento l’interesse del regista cinefilo per i maestri del cinema occidentale su cui egli  aveva formato il suo gusto e la sua poetica, cosicché, il film è anche un omaggio a  Bergman (Sinfonia d’autunno, ma anche Persona); a Fleming (il suo Mago di Oz del 1939 è apertamente citato); a Rohmer ( i colori e la malinconia del meraviglioso Racconto d’autunno) ad Assayas (Sils Maria, e Personal Shopper, soprattutto).

Gran bel film, girato con intelligente e ironica grazia, da vedere possibilmente in lingua originale.


Il piano di Maggie – A cosa servono gli uomini

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recensione del film:
IL PIANO DI MAGGIE – A COSA SERVONO GLI UOMINI

Regia:
Rebecca Miller

Principali interpreti:
Greta Gerwig, Julianne Moore, Ethan Hawke, Bill Hader, Maya Rudolph – 98 minuti – USA, 2015

 

Maggie è una bella ragazza bionda che vive a New York, dove si occupa di arte e management. Ha un sorriso aperto e cordiale, un buon carattere e, a quanto pare, una fiducia incrollabile nell’utilità di programmare razionalmente la propria vita. Per questo, alla soglia dei trent’anni, decide che sia arrivato il momento di progettare un bambino da far crescere nell’amore e nella dedizione di cui è capace. Non è interessata a sposarsi, invece: i suoi amori erano velocemente naufragati senza eccezione alcuna, mentre, grazie all’ingegneria riproduttiva potrebbe evitarsi le seccature di un nuovo e complicato rapporto sentimentale. Le cose, naturalmente, non sono così semplici come sembra credere Maggie: non servono a molto i suoi piani, poiché il caso li scombina in fretta cosicché il bebé concepito senza gioia con il re dei sottaceti biologici (ora improvvisatosi, a malincuore, donatore di seme in provetta) rischia in realtà di essere il figlio di un rapporto d’amore vero con John, l’uomo che sta per diventare suo marito, dopo aver conquistato il suo cuore e aver abbandonato i due figli fra le braccia della moglie Georgette, ambiziosissima e determinata a farsi apprezzare nel mondo dell’Università. Che l’eccessiva fiducia nelle proprie capacità di tutto prevedere e controllare abbia lasciato senza difese Maggie?

Siamo a New York, dalle parti del cinema indipendente americano e dei festival internazionali: ce lo ricordano le stampigliature della locandina, nonché gli attori protagonisti che sono i prediletti di Baumbach (Greta Gerwig è Maggie; Ethan Hawke è John) e Julianne Moore, ovvero Georgette, la deuteragonista; ce lo dicono inoltre le immagini della città e degli ambienti sofisticati in cui la storia si svolge: quello degli intellettuali che orgogliosamente rivendicano il diritto all’affermazione di sé, coltivando sogni improbabili e spesso velleitari. Tale è quello della stessa Maggie, tormentata dalla difficoltà di accettare la realtà con le sue contraddizioni, o quello di John, scrittore di scarso talento che Maggie incoraggia e che Georgette valuta con consapevole e non disinteressato realismo. Alla New York di quell’ambiente ci riportano l’eccesso di parlato, secondo le migliori tradizioni del cinema di Woody Allen, citato spesso, nonché il nome della regista, Rebecca Miller, la figlia di Arthur Miller, che, essendosi formata in quei luoghi, vi si muove con disinvolta conoscenza di causa.
Tutto déja vu, insomma?  
Non tutto direi, perché poche volte era stato detto in modo così chiaro quanto possano diventare ingombranti i figli, per gli uomini e per le donne, se ci si vuole realizzare davvero, nella vita e anche nell’amore, sempre pronti come sono a far valere, giustamente, le loro esigenze e i loro diritti!
Film sottile che con intelligenza indaga nelle relazioni di coppia e nei loro delicati equilibri, in cui, senza alcuna rete, ci si prende e ci si lascia per riprendesi di nuovo, nella convinzione che a poco servano precauzioni e piani per non soffrire. Anche la sofferenza è parte della vita, come la gioia e la felicità: è, allora, segno di maturità e saggezza stare al gioco del caso e, senza illusioni soverchie, godersi con leggerezza, quel po’ di gioia che la sorte riserva a ciascuno. Un film da vedere, possibilmente in versione originale e ignorando l’orribile e irritante (anche perché fuorviante) didascalia pedagogica del titolo italiano.

Il tempo di Mason (Boyhood)

Schermata 10-2456955 alle 07.36.00recensione del film:
BOYHOOD

Regia:
Richard Linklater

Principali interpreti:
Ethan Hawke, Patricia Arquette, Ellar Coltrane, Lorelei Linklater, Steven Chester Prince,Tamara Jolaine, Nick Krause, Jordan Howard, Evie Thompson, Sam Dillon, Natalie Wilemon, Shane Graham, Zoe Graham, Brad Hawkins, Mona Lee Fultz, Angela Rawna – 165 min. – USA 2014.

Il regista Richard Linklater ha ha portato a termine questo suo lavoro in dodici anni, essendosi proposto di seguire, durante tutto questo tempo, il processo di crescita e le trasformazioni di Mason, il protagonista del film, un piccino che nel 2002, anno in cui iniziarono le riprese, aveva solo sei anni. Nel mondo magico del cinema, l’invecchiamento dei personaggi è piuttosto frequente, ma di solito si realizza sostituendo gli interpreti bambini con ragazzi più adulti, o “invecchiando” gli attori che girano il film, a colpi di trucco, parrucche e vestiario. E’ più raro, invece (a meno che si tratti di documentari) che i mutamenti nel tempo vengano seguiti dal vivo, come è accaduto in questo caso:  Boyhood  è stato girato, infatti, nel corso di dodici incontri, uno per ogni anno, fra il regista e l’intero cast, secondo le scadenze previste nel progetto originario. Linklater, dopo la severissima selezione che lo aveva portato a scegliere, fra migliaia di bambini, il piccolo Ellar Coltrane, per il ruolo di Mason, aveva affidato la parte della sorella Samantha a sua figlia, Lorelei Linklater e si era avvalso, inoltre, di altri attori professionisti, fra i quali Patricia Arquette (la madre) e Ethan Hawke (il padre). Grazie alla all’impegno da tutti mantenuto nel corso del tempo, il film ha potuto continuare e concludersi secondo le intenzioni iniziali, con le correzioni alla sceneggiatura originaria che le circostanze, mutate e talvolta imprevedibili, avevano reso necessarie. Assistiamo perciò al progressivo trasformarsi, anno dopo anno, dell’aspetto di tutti i protagonisti: vediamo crescere il bambino fino alla conclusione dei suoi studi secondari, invecchiare gli adulti, cambiare i volti e i corpi, e anche mutare le abitudini e la vita di ciascuno. La vicenda, ambientata in Texas, è abbastanza semplice: Mason e Samantha, la sorellina un po’ più grande, vivono da un po’ di anni solo con la mamma, una donna graziosa che inutilmente ricerca, dopo il fallimento del matrimonio, una stabile relazione sentimentale. I due piccoli sono costretti a seguirla nei suoi spostamenti di città in città, riluttanti ad abbandonare la rete di amicizie che erano riusciti a costruire a scuola o coi vicini.  Nei weekend entrambi si incontrano col padre, cui li lega una reciproca tenerezza e un affetto profondo, alimentato dai racconti favolosi di lui, esperto del mondo, delle usanze e delle abitudini di altri popoli. Più tardi, quando Samantha passerà le sue domeniche col boy-friend, Mason e il padre condivideranno la passione per il baseball e qualche confidenza sulle ragazze, fino a che, col termine della scuola secondaria, Mason, ormai quasi adulto, partirà alla volta del College: la sua fanciullezza (Boyhood) si è conclusa.

Come si vede, la storia raccontata è una storia come tante altre: Mason non è diverso dai bambini che come lui crescono, giocano, si fanno i dispetti, combinano bricconate e vanno  a scuola poco volentieri. E’ abbastanza diffusa, anche, l’esperienza della divisione dei genitori, dolorosa per tutti e quindi anche per Mason e Samantha, che spesso sono costretti ad affrontare patrigni inadeguati e ubriaconi, a lasciare gli amici più fidati, a far finta di gradire regali di compleanno degni degli ultraconservatori texani * e ad accorgersi che persino il papà così amato non sempre mantiene le promesse! La narrazione, che avrebbe potuto raccontare cose ovvie e più volte viste al cinema, si mantiene invece sempre interessante e coinvolgente poiché ci conduce, attraverso gli occhi di Mason, nel mondo dell’infanzia, dal quale molto gradualmente egli si allontana, abbandonando elfi e fiabe e imparando dolorosamente ad affrontare le asprezze della vita, che per lui è fatta di poche gioie, di cocenti disinganni, e di solitudine malinconica, che non sempre gli adulti  comprendono come dovrebbero. Il film si sviluppa con fluida dolcezza, senza mai annoiare nelle quasi tre ore di proiezione il che dipende, secondo me, dalla finezza della regia, molto poetica, a cui la lunga durata dei tempi di lavorazione ha offerto probabilmente un’ occasione straordinaria per meditare a fondo, fra un “tournage” e l’altro, sul passaggio più delicato e difficile della vita di tutti.

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* la preziosissima Bibbia o il glorioso fucile di famiglia…