una vita per caso (L’uomo che non c’era)

Untitled-2 recensione del film:
L’UOMO CHE NON C’ERA

Titolo originale.
The man who wasn’t there

Regia:
Joel Coen Ethan Coen

Principali interpreti:
Billy Bob Thornton, Frances McDormand, James Gandolfini, Michael Badalucco, Katherine Borowitz, John Michael Higgins, Jon Polito, Richard Jenkins, Christopher McDonald, Jack McGee, Scarlett Johansson – 116 min. – USA 2001

Riproposto a tarda ora, qualche giorno fa, da una rete televisiva, me lo sono riguardato con calma dal mio DVD e recensito!

Si chiamava Ed Crane il protagonista di questo film, ovvero l’uomo che non c’era, colui la cui individuazione è problematica, essendo possibile parlarne soprattutto per ciò che lo differenziava da chi viveva felicemente e attivamente intorno a lui. Al di là del carattere individuale di ciascuna di quelle persone, si trattava di donne e uomini accomunati dalla stessa weltanschauung: la condivisa convinzione di trovarsi nel migliore dei mondi possibili. Doris, sua moglie; Frank, suo cognato; Big Dave, suo amico, nonché titolare del negozio in cui Doris lavorava e anche gli altri amici e conoscenti non si ponevano molte domande e non avevano dubbi: non solo questo mondo era perfetto per loro, ma essi avrebbero potuto ulteriormente migliorarlo col lavoro, con gli affari e col denaro. Ed, invece, si poneva continuamente molte domande, senza trovare risposte adeguate, il che non faceva che accrescerne l’incertezza e l’inquietudine: non riuscendo a spiegarsi le incongruenze, le contraddizioni e l’insensatezza del vivere, si accontentava di opporre un ostinato silenzio alle vuote chiacchiere del suo prossimo, di cui egli guardava, con meravigliata e ironica indifferenza, l’arrabattarsi e l’affannarsi per accumulare altro denaro.
Il suo silenzio e lo sguardo assente ci dicono però anche della sua consapevolezza lucida e impotente: aveva intuito nell’esistenza universale una cieca mancanza di finalità, cosicché gli sembrava che ogni forma vitale fosse mossa da un’energia assurda e oscura, quella stessa che rendeva inarrestabile la crescita dei capelli, anche dopo la vita stessa, ciò che per lui era un enigma ossessivo e tormentoso, ma che, invece, per Frank era sicuramente il positivo indizio di un ordine naturale quasi provvidenzialmente finalizzato al proprio benessere individuale e familiare, visto che era parrucchiere!
Ed, l’anti-eroe, lavorava per Frank: ci appare subito, infatti, nel suo camice da barbiere, al lavoro nella bottega del cognato chiacchierone. Come la sua stessa voce narrante tiene a precisare, dentro questo lavoro egli si era trovato, o, per usare le sue parole, “ci si era sposato”, essendo Doris la sorella di Frank. Tutto quanto era accaduto nella sua vita era stato un evento casuale e inopinato: il lavoro, il matrimonio, la casa e persino il tradimento di Doris, che ora se la stava intendendo con Big Dave.

Inatteso e casuale era stato anche l’incontro con l’ambiguo Creighton Tolliver, l’uomo che avrebbe impresso la svolta definitiva alla sua esistenza. Questi, probabilmente un imbroglione in cerca di ingenui da spennare, gli aveva fatto credere che fosse arrivata finalmente anche per lui la possibilità di di farsi stimare per ciò che avrebbe realizzato nel business, allora emergente (il film è ambientato nel 1949), del lavaggio a secco. Ed Crane gli aveva dato retta e, sedotto soprattutto dall’idea di vendicarsi del tradimento di Doris, aveva estorto col ricatto a Big Dave il denaro richiestogli da Creighton per avviargli l’attività.
Del tutto inattesi e imprevedibili, però, gli sviluppi della faccenda: Big Dave, completamente rovinato, aveva scoperto che era stato Ed a ricattarlo e ora stava per strangolarlo, costringendolo, per difendersi, a ucciderlo; Doris era stata accusata del delitto e rischiava la pena di morte; Frank si era indebitato per procurarle un avvocato capace di farla uscire dai guai; Creighton sembrava essere sparito con il malloppo.
Il film, che nella prima parte aveva presentato i personaggi della vicenda, delineandone i tratti connotativi, ora assume sempre più marcatamente il carattere di un thriller molto teso, al termine del quale Ed Crane finirà stritolato. La verità dei fatti si era rivelata impossibile da ricostruire per gli uomini che avevano condotto le indagini dopo il sorprendente ritrovamento del corpo di Creighton, esattamente come per Ed Crane era stato impossibile, durante tutta la sua vita inquieta, penetrare oltre le apparenze del reale che smentivano continuamente le certezze della maggioranza degli uomini.
Le parole dell’avvocato di Doris, a questo proposito, non potrebbero essere più chiare:

Il principio di indeterminazione, dunque, (quello stesso principio che i fratelli Coen riproporranno di fronte all’interrogarsi di Larry, ai suoi perché angosciosi nell’altro loro bellissimo film del 2009, A serious Man) è tutto ciò che un fisico “crucco” (per dirla con l’avvocato) di nome Heisenberg, stimato anche da Einstein, era riuscito a stabilire circa le possibilità conoscitive della scienza e perciò stesso nostre! In altri termini,  nulla. Ed Crane, il barbiere-filosofo l’aveva intuito!
Il film è girato a colori e successivamente desaturato, con effetti stupefacenti, che rappresentano quasi visivamente il brancolare nel buio di Ed alla ricerca inutile della verità ed è recitato in modo superlativo da Billy Bob Thornton (Ed Crane); Frances McDormand (Doris), James Gandolfini (Big Dave), Michael Badalucco (Frank), Jon Polito (Creighton). Fugace ma interessante l’apparire di Scarlett Johansson, giovanissima, in un ruolo secondario, ma decisivo verso la fine del film, che è bellissimo, quasi un capolavoro!

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il “cielo stellato sopra di me” e il “mondo morale in me” (Il Grinta)

Recensione del film:

IL GRINTA

Titolo originale:
True Grit

Regia:
Ethan Coen, Joel Coen.

Principali interpreti:
Jeff Bridges, Matt Damon, Josh Brolin, Hailee Steinfeld, Barry Pepper, Domhnall Gleeson, Elizabeth Marvel, Ed Corbin, Nicholas Sadler, Dakin Matthews, Paul Rae, Joe Stevens, Mary Anzalone, Brian Brown, Bruce Green, Mike Watson -110 min. – USA 2010.

A prima vista gli ingredienti di un western ci sono tutti: pistole e pistoleri; frontiera in pieno deserto ad ovest dell’Arkansas, ai limiti del Texas; cavalli e cowboys; sceriffi un po’ ubriachi e un po’ corrotti; vendetta e giustizia self-made. Quello che fa la differenza sono i fratelli Coen, che certamente apprezzano il cinema western, ma ne fanno occasione per trattare i temi che li contraddistinguono: il ridimensionamento dell’eroe; la casualità degli eventi che sfugge a qualsiasi logica progettuale; la conoscenza del male. Qui, come in altri loro film questi argomenti innescano una serie di invenzioni formali di grandissima suggestione, punteggiate dall’ironia di sempre. Una ragazzina di soli quattordici anni, Mattie Ross è fermamente intenzionata a ottenere giustizia: vorrebbe vedere condannato all’impiccagione Tom Chaney che è l’assassino di suo padre, ma che si è dato alla fuga. La prima parte del film ci mostra Mattie che va alla ricerca di un uomo che sia in grado, per esperienza e determinazione, di trovarlo e di portarlo davanti a un giudice. Le sembra che Rooster Cogburn, anziano e feroce sceriffo, sia la persona giusta e, per persuaderlo a tenerla con sé, durante la ricerca, non esita a seguirlo anche nel luogo che sembra il meno adatto a lei: la piazza dell’impiccagione di tre condannati a morte, cui assisterà senza alcun turbamento, ottenendo poi di dormire nell’ improvvisato obitorio del becchino. Comincerà a questo punto il viaggio di formazione di Mattie, perché questo è, almeno secondo me, il senso del film. Affianca a a tratti il viaggio di Mattie e Rooster anche La Boeuf, ranger texano, a sua volta alla ricerca di Chaney. Non c’è alcun piano, per quanto accuratamente preparato, che si realizzi secondo le previsioni: il caso é costantemente con i personaggi e con il loro spostarsi dentro una natura fotografata meravigliosamente. Contro ogni attesa, e nel momento più tranquillo, Chaney verrà riconosciuto da Mattie e solo lei lo affronterà uccidendolo, ma subito dopo precipitando in una grotta sotterranea in cui farà l’incontro coi serpenti in agguato. La caduta, l’incontro coi serpenti, la difficile riemersione alla luce, la fuga e la conclusione del viaggio (non del film, che è più convenzionale) mi pare abbiano significati allegorici e metafisici e riecheggiano, in qualche misura le suggestioni bibliche, che già l’incipit del film, aveva opportunamente evocate. In questa luce andrebbe interpretata, a mio avviso, la bellissima e suggestiva scena notturna in cui la cavalcata di Rooster e Mattie sta per concludersi: l’infinito deserto, illuminato dalle infinite stelle del cielo, sfondo della stanchezza e del dolore di Mattie. Il mondo morale che ora, dopo l’esperienza del male, la giovane ha conquistato e custodisce in sé, è separato, forse in modo incomunicabile, dal resto dell’universo di cui il cielo stellato è emblema, come ci ricordava Kant. Ritengo quindi che sia fuorviante parlare di questo film come di un western: si tratta, come sempre per i Coen, di un film con contenuto morale e metafisico, principalmente. Gli attori sono magnifici e magnificamente diretti, davvero tutti quanti. Ogni riferimento al film precedente, con Jon Wayne, che porta lo stesso titolo è, a mio avviso, alquanto improprio.

A Serious man

Recensione del film:
A Serious Man

Regia:
Joel Coen, Ethan Coen

Principali interpreti:
Michael Stuhlbarg, Richard Kind, Fred Melamed, Sari Lennick, Adam Arkin, Aaron Wolff, Jessica McManus, Brent Braunschweig, David Kang, Jack Swiler, Andrew S. Lentz, Jon Kaminski Jr, Ari Hoptman, Benjy Portnoe, George Wyner, Fyvush Finkel, Katherine Borowitz, Steve Park, Amy Landecker, Allen Lewis Rickman, Raye Birk, Peter Breitmayer, Stephen Park, Simon Helberg, Alan Mandell – 105 min. – USA, Gran Bretagna, Francia 2009.

Questo film invita a riflettere su alcuni interrogativi ai quali tutti gli uomini, in tutti i tempi, hanno cercato di dare risposta, attraverso le religioni, attraverso le filosofie morali, ma anche cercandone la spiegazione razionale. Qual è il senso del nostro esistere? Il bene e il male in che modo sono distinguibili? La scienza è in grado di migliorare davvero la nostra esistenza? Il protagonista, Larry, è un serio e impegnato insegnante di fisica della provincia americana, sul cui futuro professionale sembrano aleggiare le oscure minacce di alcune lettere anonime. Le laboriose dimostrazioni matematiche dei fenomeni fisici vengono ascoltate dai suoi studenti sonnecchianti, uno dei quali, gli dice apertamente di ritenere che la fisica sia una pura descrizione di fenomeni e, in quanto tale, del tutto separabile dalla matematica. Nella matematica, invece, secondo Larry, è la spiegazione dei fenomeni stessi, ma al termine dei suoi astrusi calcoli il “principio di indeterminazione” si imporrà, quasi a dimostrare l’inutilità della costruzione razionale così attentamente perseguita. D’altra parte è la vita stessa che si incarica di contraddire la serietà dell’impegno di Larry: le sciagure si accumulano su di lui, incolpevole e incapace di fare del male. La sua famiglia non sta insieme, i suoi parenti lo mettono nei guai e, nel momento in cui egli si rivolge ai rabbini, cioè all’autorità religiosa, ne ricava risposte banali che non riescono a indicargli il senso e la direzione della sua vita, ormai priva di bussola. Quando, per una serie di eventi fortuiti, tutti i guai di Larry sembrano risolversi, alcuni inquietanti segnali esterni, lo ripiomberanno nell’incertezza del futuro e della sua stessa vita: l’indeterminazione sembra essere, dunque, la cifra non solo dei fenomeni fisici, ma anche dell’esistere. In questa incertezza di ogni riferimento, perde valore qualsiasi sistema morale fondato sulla distinzione fra bene e male, perché, spesso, ciò che Larry ritiene un bene, si rivela deleterio, mentre ciò che ritiene un male si rivela utile e necessario a risolvere molti problemi, forse non i suoi, certamente di chi ha più di lui necessità di soccorso e di aiuto. Questa è anche la logica del prologo del film, in cui i protagonisti, che ricompariranno nel corso della narrazione, con ruoli diversi e forse più complessi, interpretano una vicenda apparentemente più oscura, che diventa una specie di falsariga della storia che seguirà, e che si conclude anch’essa con l’indeterminabilità del vero e del falso, del bene e del male. Chi è il Dibuk? E’ davvero morto o è vivo? La donna che lo ha colpito ha fatto bene o male?
Quello che rimane impresso del film è il linguaggio lieve col quale le domande metafisiche diventano racconto intelligentemente ironico e incalzante, che tiene sveglia la mente dello spettatore, ma parla anche al suo cuore, sollecitando una pietosa compassione di Larry e di se stesso.