The Children Act-Il Verdetto

recensione del film:
THE CHILDREN ACT-IL VERDETTO

Titolo originale:
The Children Act

Regia:
Richard Eyre

Principali interpreti:
Emma Thompson, Stanley Tucci, Fionn Whitehead, Anthony Calf, Jason Watkins, Ben Chaplin, Rupert Vansittart, Rosie Boore, Nikki Amuka-Bird, Honey Holmes – 105 min. – Gran Bretagna 2017.

La bella coppia
Fiona, giudice del tribunale di Londra, cercava angosciosamente le ragioni oscure dello sfascio del proprio matrimonio ora che  Jack, suo marito, le aveva confidato la delusione per la sua crescente freddezza e per il suo negarsi da troppo tempo ai rapporti sessuali, ciò che lo aveva indotto a cercarsi un’amante, nonostante si sentisse ancora molto legato a lei, che aveva reagito sferzantemente, esternandogli tutto il proprio disgusto.
Era un brutto momento per lei, che, finora senza scosse, aveva superato le poche difficoltà della sua vita di donna privilegiata, di ottima famiglia e di ottima educazione, che aveva sposato, per amore, Jack più di trent’anni prima, e che con lui era vissuta serenamente, senza sacrificargli la propria carriera: era stata, da giovane, una brillante avvocatessa ed era infine diventata giudice, chiamata dal Tribunale di Londra ad applicare il diritto di famiglia con l’intelligenza e l’umanità che tutti le riconoscevano.
Jack era professore, all’Università, di storia antica e l’amava; si era abituato, come lei, a vivere senza figli, che nessuno dei due aveva escluso per scelta: di comune accordo avevano rimandato il loro arrivo a data da destinarsi, cosicché erano invecchiati, quasi senza accorgersi della loro mancanza; ospitavano volentieri, però, nella grande stanza degli ospiti della loro casa nipoti e nipotini.

Il giudice Fiona e i “suoi” casi difficili
Da qualche tempo si accumulavano sul tavolo di Fiona in Tribunale, e persino a casa sulla sua scrivania, carte e documenti da studiare a fondo. Forse era questa eccessiva mole di lavoro la causa del suo inaridirsi affettivo o forse ne era l’effetto, un alibi per non affrontare prima di tutto con se stessa alcuni nodi irrisolti della sua vita che ora venivano al pettine e le imponevano chiarezza.
Gli ultimi casi giudiziari erano stati davvero impegnativi e avevano sollevato interrogativi insoliti per lei che, sempre serenanente pragmatica, era stata improvvisamente costretta a decidere persino della vita e della morte, ciò che l’aveva profondamente scossa e coinvolta emotivamente: era difficile, del resto, in simili circostanze non interrogarsi sull’esistenza (anche sulla propria) sul ruolo del caso, e sul senso del vivere.
Per la prima volta, probabilmente, quando aveva deciso di autorizzare la separazione di due neonati siamesi (uno dei quali, vivendo a spese dell’altro, stava condannandolo a morire presto insieme a lui), aveva compreso la difficoltà di distinguere nettamente fra il bene e il male, incarnati quasi metaforicamente da quel “mostruoso” viluppo di membra, le cui fotografie strazianti ricomparivano nei suoi incubi notturni.

Era stato però Adam Henry, il diciassettenne malato di leucemia, a porre a Fiona il problema più grave della sua carriera, per le conseguenze imprevedibili del verdetto grazie al quale, autorizzando i medici all’uso della trasfusione di sangue per curarlo, gli aveva restituito la vita, mentre la madre e il padre, Testimoni di Geova come lui che voleva lasciarsi morire, lo invitavano ad affidarsi al dio della loro setta, rifiutando di peccare, contaminandosi col sangue altrui.
Adam dopo le trasfusioni era davvero rinato e ora, per mostrarle la propria gratitudine e il proprio affetto, la seguiva come un’ombra dappertutto, le sottoponeva le sue poesie, le ricordava con la chitarra quel canto che, durante l’incontro all’ospedale, lei gli aveva cantato sulle note di una ballata irlandese che aveva accompagnato una bella lirica di Yeats. L’ultimo loro imbarazzante incontro si era concluso con un tenero bacio dopo il quale Fiona si era vista costretta ad allontanarlo, per sempre, con dolce fermezza. Quando, disgraziatamente, la malattia era tornata, Adam, ormai maggiorenne e padrone di disporre di sé, si era lasciato morire nel ricordo di lei, rifiutando ogni trasfusione, ma lasciandole le poesie che per lei aveva scritto, insieme al rimorso.
Qualche cosa, nel loro rapporto, non aveva funzionato, ma di quella immane tragedia Fiona era davvero responsabile? In fondo non era che una piccola e generosa creatura travolta da una tempesta di dubbi angosciosi, che ora aveva davvero bisogno dell’ascolto amorevole di Jack, unica solida certezza sulla quale ora avrebbe costruito il resto della propria vita.

Dal romanzo al film
Il film ripropone la vexata quaestio dei rapporti fra le opere letterarie e la loro trasposizione cinematografica, che diventa particolarmente interessante nel caso di quest’opera, che Ian McEwan, autore del bellissimo romanzo The Children Act (edito in Italia da Einaudi nel 2014 col titolo La ballata di Adam Henry), ha sceneggiato per il regista Richard Eyre, collaborando attivamente alla realizzazione di questo bel film.
Trasposizione probabilmente non semplice, poiché si trattava di portare sullo schermo la complessa figura femminile di Fiona Maye indagandone la profonda crisi esistenziale, ma limitando (o confinando allo spazio onirico) i flashback e non avvalendosi della voce fuori campo in sostituzione del flusso di coscienza attraverso il quale, nell’opera letteraria, memoria del passato e tempo presente si intrecciano continuamente, delineando il quadro emotivo contraddittorio e incerto nel quale si muove la protagonista.
Occorreva una grande interprete come Emma Thompson per trasmettere, grazie alla profondità espressiva del volto e dello sguardo mobilissimo, nonché alla passione raggelata della recitazione, la complessità emotiva che il romanzo comunica, coinvolgendoci nella lettura. Ritengo, personalmente, che l’impresa sia riuscita.
Notevole anche l’interpretazione di tutti gli altri attori, e soprattutto di un ottimo Stanley Tucci (Jack) e del giovane Fionn Whitehead (Adam)

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la bisbetica e il furbacchione (Saving Mister Banks)

Schermata 02-2456714 alle 14.49.15recensione del film:
SAVING MISTER BANKS

Regia:
John Lee Hancock

Principali interpreti:
Tom Hanks, Emma Thompson, Colin Farrell, Paul Giamatti, Jason Schwartzman, B.J. Novak, Bradley Whitford, Ruth Wilson, Annie Rose Buckley, Melanie Paxson – 120 min. – USA 2013

Nonostante la mia diffidenza “a prescindere” per tutto quello che riguarda Walt Disney e il suo mondo zuccheroso e consumistico, caratteristico anche di quella specie di paese dei balocchi molto kitsch che è presente dappertutto, sul nostro pianeta, col nome di Disneyland, devo ammettere che questo film, prodotto da Walt Disney e girato interamente negli studi disneyani, col supporto dell’Archivio lì conservato, è un bel film, molto ben realizzato e a tratti anche molto emozionante: non mi sono pentita di averlo visto.

Mary Poppins ha cinquant’anni: era comparso, infatti, sugli schermi nel 1964 il film con questo titolo, uno dei più famosi di Walt Disney, il quale aveva cercato da circa vent’anni di accaparrarsi i diritti sul romanzo di Pamela Lyndon Travers, dopo aver visto i suoi figli appassionarsi a leggere le avventure della celebre “tata” creata dalla scrittrice australiana. Per vent’anni, circa, la Travers, che ora abitava a Londra, aveva resistito alle lusinghe e alle insistenze disneyane: cedette quando fu sopraffatta dalle esigenze economiche, che non le permettevano di fare troppo la schizzinosa; mai seppe, tuttavia, superare la riluttanza per un mondo troppo superficiale e ottimisticamente americano, che sentiva lontano da sé e dalla sua cultura e per il quale provava un profondo disgusto. La vicenda della nascita molto travagliata di Mary Poppins è ricostruita dal regista John Lee Hancock con grande accuratezza, in questo film, ed è stata resa possibile grazie alla pignoleria puntigliosa e bisbetica con la quale la scrittrice aveva seguito la sceneggiatura del romanzo e la musica (che i fratelli Sherman avevano da tempo predisposto a insaputa di lei). La Travers aveva preteso infatti che ogni seduta di preparazione del film prevedesse la sua presenza e la sua approvazione, e che venisse registrata, per poter in seguito controllare se le variazioni rispetto al romanzo erano state tutte concordate. Eppure, appena arrivata a Los Angeles da Londra, tutto lo staff disneyano si era prodigato per accoglierla con gli onori che Disney stesso aveva organizzato senza risparmio, dall’accoglienza in albergo, all’autista personale, ai dolci (anche troppi) che mai sarebbero mancati sul tavolo di lavoro, agli sforzi per accontentarla in ogni momento e in ogni capriccio. La classe (come la cultura), però, non è acqua e la matura Pamela, eternamente scontenta e bizzosa, non perdeva occasione per rimarcarlo e sottolinearlo, così come il furbissimo Walt non perdeva occasione per calmarla, ascoltando e accogliendo nei limiti del possibile ogni sua pretesa. Questo non impedì la rottura che, a film quasi concluso, fu voluta ostinatamente da lei. Quando arrivò sui giornali la notizia del gran gala previsto per l’inaugurazione del film, la Travers scoprì di non essere stata invitata e volle, orgogliosamente, essere presente a proprie spese, vestita con eleganza e un po’ addolcita nello sguardo e nei modi. La contrapposizione molto ben ricostruita ci ricorda che si era trattato dello scontro fra due mondi e di due diverse weltanschauung, però, oltre che dello scontro fra una matura signorina un po’ altezzosa e un cineasta un po’ troppo ricco: si erano fronteggiati in realtà il mondo europeo, colto e inquieto, pieno di ansie e problemi irrisolti, di cui la stessa miss Travers era l’esempio vivente, e il mondo solare e volontaristicamente ottimista della California, ostentatamente ricco e pieno di una gioia di vivere che agli occhi di Pamela doveva apparire del tutto ingiustificata. Saving Mister Banks, tuttavia, contiene molti altri motivi di grande interesse, il primo dei quali è l’evocazione di Mister Banks, il padre di Pamela, l’uomo che era stato capace di comprenderne la voglia di vivere nel mondo fantastico dei sogni e di incoraggiarla a scriverne, tenendola lontana dalle banalità e dalle angosce della vita quotidiana. L’uomo, che era morto giovane, era stato, in realtà, un pessimo padre e un pessimo marito, malato, ma sempre ubriaco e fragile, pieno di figli e irresponsabile nei loro confronti, così come nei confronti della moglie. Questo aveva reso a Pamela molto difficile parlare di lui, oggetto del suo amore e anche delle sue delusioni. Il rapporto difficile col proprio passato si era trasformato, nel romanzo, nella volontà di idealizzare la figura paterna, ciò che l'”ingenuo” americano Walt Disney aveva capito ed era riuscito a spiegarle, inducendola a un comportamento meno severo con se stessa e col suo prossimo. I flashback che costellano i film, e che riportano in vita quello scambio tenerissimo tra lei bambina bellissima e quel padre che ne incoraggiava i voli e gli slanci fantasiosi, nonché la scrittura, sono tra le pagine più belle del film, emozionanti e struggenti, perché raccontano insieme all’infanzia di Pamela, l’infanzia incantata di tutti i bambini, con delicato pudore e con immagini che la fotografia, ingiallita, leggermente sfocata e piena di fascino rende estremamente suggestive. Gli attori sono straordinari: Emma Thompson, indimenticabile Pamela Travers; Tom Hanks, eccezionale Walt Disney, Colin Farrell, perfetto Mister Banks e Paul Giamatti, straordinario autista personale della scrittrice. E’ un film da vedere!

An Education

Recensione del film:
AN EDUCATION

Regia:
Lone Scherfig

Principali interpreti:
Peter Sarsgaard, Carey Mulligan, Alfred Molina, Dominic Cooper, Rosamund Pike, Olivia Williams, Emma Thompson, Cara Seymour, Matthew Beard, Sally Hawkins, Amanda Fairbank-Hynes, Ellie Kendrick, William Melling, Connor Catchpole, Kate Duchène, Bel Parker – 100 min. – Gran Bretagna 2009

Il difficile passaggio dall’adolescenza all’età adulta viene raccontato con molta finezza dalla regista danese di questo film, che, ispirandosi alle memorie della giornalista inglese Lynn Barber, racconta una vicenda ambientata nella Londra del 1961. La giovane Jenny studia in un severo College della città, con ottimi voti, e coll’obiettivo di ottenere l’iscrizione a Oxford per l’università. Gli insegnanti e i genitori la incoraggiano in questa direzione, ma senza offrire alla ragazza motivazioni sufficienti a sacrificare il proprio tempo e la propria giovinezza allo studio. La scuola, infatti, offre esempi di severità, e anche di ottusità, soprattutto attraverso il comportamento della preside (una Emma Thompson, che nessuno immaginerebbe in questi panni, così poco consoni a lei), mentre la famiglia spera di ottenere, grazie alla affermazione della figlia, quello “status” che le è negato per la modestia delle sue condizione sociali e culturali. L’insufficienza delle motivazioni emerge con chiarezza nel momento in cui un affascinante e un po’ attempato giovanotto, corteggiando Jenny, le prospetta un avvenire del tutto diverso, fatto di piaceri, ricchezza e divertimenti. Una “Londra da bere”, in cui il denaro comincia a scorrere con una facilità sospetta, incanta la fanciulla che immagina, ora, il suo futuro in modo un po’ diverso, ma incanta anche i suoi banali genitori, che pensando a Jenny, ma anche un po’ a se stessi, ritengono che una scorciatoia sia praticabile e vantaggiosa per tutti. Il risveglio dal sogno sarà durissimo. Il film affronta dunque un momento difficile per una giovane del 1961, ma pone contemporaneamente anche il problema di come possano gli adulti rapportarsi agli adolescenti offrendo loro valori veri, che diano un senso ai sacrifici che lo studio comporta, e quale linguaggio debbano usare affinché la comunicazione fra le generazioni sia possibile. L’interesse del film è nella semplice fluidità con la quale il tema assai complesso viene raccontato e nell’ottima interpretazione degli attori, fra cui spicca in modo particolare la bravissima e molto espressiva Carey Mulligan, davvero emozionante nei panni dell’adolescente umiliata e ferita, che a durissimo prezzo raggiunge la propria maturità.