La Favorita

recensione del film:
LA FAVORITA

Titolo originale:
The Favourite

Regia:
Yorgos Lanthimos.

Principali interpreti:
Olivia Colman, Emma Stone, Rachel Weisz, Nicholas Hoult, Joe Alwyn, James Smith, Mark Gatiss, Jenny Rainsford, Jack Veal, Jon Locke – 120 min. – Grecia 2018.

Dopo averci abituati alle distopie bizzarre dei suoi film precedenti,Yorgos Lanthimos firma l’ultima pellicola, che gli fa riconquistare una larga parte di quel pubblico che, turbato e scontento, in seguito a Il sacrificio del cervo sacrosembrava lo avesse abbandonato. Anche la critica, che aveva accolto con molto malumore quel film e si era divisa (soprattutto in Italia dove più facilmente le obiezioni diventano tifoseria astiosa), pare ora quasi unanimemente essersi riconciliata col suo cinema.

Questa volta il regista greco ha girato La Favorita (terzo film in lingua inglese) senza l’apporto dell’inseparabile sceneggiatore Efthimis Filippou, utilizzando la sceneggiatura, già esistente ma in attesa di regista, di Deborah Davis, cui egli ha affiancato Tony McNamara.
Ne è risultato un sontuoso film storico in costume, con tanto di castello, regina, corte e cortigiani sullo sfondo dell’amena e verdissima campagna inglese, come ci si attende in questi casi, ma che in realtà è un film ancora una volta spiazzante e per molti aspetti sgradevole, come ci si attende da Lanthimos.

I fatti raccontati sono ambientati ai primi del ‘700, durante l’ennesima guerra tra la Francia di Luigi XIV e la Gran Bretagna in crisi dinastica, poiché la matronale regina Anna Stuart (Olivia Colman), dopo diciassette inutili gravidanze, non era riuscita ad assicurare l’erede al trono e ora viveva depressa e malata, esercitando di mala voglia le proprie prerogative regali, incerta fra la pretesa autoritaria di farsi obbedire dai sudditi senza discutere e la volontà di compiacere i cortigiani più servili del partito dei Tory di cui era segretamente portavoce Sarah Churchill (Rachel Weisz), la sua favorita. Sarah, assecondando i capricci e le inclinazioni saffiche di Anna, riusciva a influenzarne le decisioni politiche, spingendola ad autorizzare maggiori finanziamenti alla guerra in corso e anche a reprimere il malcontento che arrivava dai contadini e dai proprietari della terra.
A contendere il suo primato nel cuore e nella mente della regina, era arrivata a corte la graziosa e giovane Abigail (Emma Stone), una cugina decaduta e ridotta in miseria, che sulla propria pelle aveva sperimentato le umiliazioni degradanti che le donne povere erano costrette a subire dai maschi del tempo, fossero nobili o contadini.
Ben fiera della propria appartenenza di classe, la giovane era decisa a risalire nella considerazione sociale e a riconquistare, grazie alla regina, un ruolo degno di lei, nobile per nascita ed educazione, che aveva imparato a rispondere alle sciagure e alle violenze difendendosi, senza troppi complimenti, dalle pretese maschili, e a vincere le proprie battaglie senza molti scrupoli. La rivalità fra le due donne per assicurarsi il favore di Anna Stuart aveva, perciò, presto assunto, oltre che la coloritura politica dello scontro fra il partito della guerra e quello della trattativa con la  Francia, anche le connotazioni di uno scontro senza esclusione di colpi.

Il film
Nelle immagini del film si possono cogliere compiutamente le inconfondibili impronte del regista, che, evitando la narrazione storico-politica della lotta per il potere (qui al femminile), più volte rappresentata al cinema e a forte rischio mélo, ci rivela, con spietata e sarcastica cattiveria, le ingiustizie e l’orrore celati dallo sfarzo un po’ kitsch che ricopre le severe architetture degli interni elisabettiani: i soffitti con le loro decorazioni in gesso, i saloni straripanti di arazzi, quadri e oggetti di pregiata fattura con funzioni inimmaginabili (un vaso d’argento raccoglie il vomito; le raffinate decorazioni di un paravento celano gli inconfessabili divertimenti sessuali di un nobile che ignudo e imparruccato si fa colpire da arance; la biblioteca ricca di volumi, che diventano corpi contundenti nelle mani di Sarah per colpire la propria rivale, ovvero l’unica persona, in quella corte, interessata a leggerli..)
Assegnando loro un’analoga disturbante funzione, Lanthimos fa muovere nei bellissimi e accurati giardini gli animali da cortile, nonché, talvolta, nella stanza della regina i 17 coniglietti (abitualmente in gabbia) che nella sua mente disturbata e sempre più manipolata da chi decideva al suo posto, sono l’equivalente simbolico dei figli perduti, mentre nell’amena e verdissima campagna che circonda il bosco attraversato dalle carrozze dirette alla reggia, facilmente ci si imbratta sprofondando nello sterco che lorda calzari e vezzose crinoline…

Il regista fa larghissimo uso del grandangolo per rappresentare dall’alto spazi dilatati e distorti nei quali i volti e i corpi appaiono deformati in una caricatura feroce, che sembra ricordare i “mostri” di Goya, o la livida umanità di Egon Schiele. Numerose le citazioni cinefile: dal cinema grottesco di Luis Buñuel, a quelle da Kubrick. A Barry Lyndon ci riporta, oltre che l’illuminazione a lume di candela degli interni, l’apparente serenità della campagna verde; a Shining l’angoscia inquieta della mente di Anna assediata dai fantasmi.

La stupefacente colonna sonora, (in cui alla musica barocca fanno da contrappunto ripetuti effetti distorsivi perfettamente funzionali a rendere spiazzante la pellicola e ad accrescere lo straniamento dello spettatore) e la superba performance di Olivia Colman contribuiscomo a rendere estremamente interessante il film, sicuramente da vedere.

Applauditissimo a Venezia, dove ha ottenuto il Leone d’argento per la miglior regia e dove la grandissima Olivia Colman ha ricevuto la coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile, il film è candidato a dieci Oscar, come Roma di Cuaron: sarà una bella sfida.

La La Land

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recensione del film:
LA LA LAND

Regia:
Damien Chazelle

Principali interpreti:
Ryan Gosling, Emma Stone, J. K. Simmons, Finn Wittrock, Sandra Rosko
– 126 min. – USA 2016.

Come il precedente Whiplash del giovane regista Damien Chazelle, anche questo è un film musicale, in modo diverso, ma neppure troppo. In entrambi, infatti, il tema di fondo è quello del lavoro duro necessario per ottenere quel successo che i protagonisti si propongono. In questo film, però, non si vedono né sangue né croste sulle dita del musicista (la batteria era infatti lo strumento di Andrew Neyman, il protagonista del film precedente), e neppure la compiaciuta severità di un maestro che, oltre a insegnare la musica, vorrebbe insegnare a vivere: ci pensa la vita stessa a spiegare come vanno le cose in quell’universo molto particolare che ruota intorno allo star system hollywoodiano e a dirci che, se il sangue del cuore è invisibile, il dolore è ugualmente acuto e forse più profondo.
Il film si apre sull’ingorgo che viene a crearsi attorno a un’uscita autostradale nei pressi di Los Angeles, quando, nel momento del massimo caos, serpeggia fra gli automobilisti molto nervosismo e la voglia di farsi largo a colpi di clacson. All’improvviso, però, con un bel colpo di scena, prevale in tutti la voglia di abbandonare l’auto e di mettersi a danzare e a cantare sul ritmo della musica di un’autoradio, ciò che dà il via a un lungo piano-sequenza che, evocando il cinema musicale dei tempi d’oro di Hollywood, ci trasporta nel clima del film, ovvero nella storia dell’amore impossibile fra i due protagonisti, Sebastian e Mia (rispettivamente Ryan Gosling ed Emma Stone). Entrambi vorrebbero realizzare il loro sogno nel cassetto, facendolo coincidere col lavoro: Mia, che è cassiera in un locale dedicato alla preparazione di breakfast per i divi di Hollywood, vorrebbe fare l’attrice e intanto, su suggerimento di lui, scrive monologhi teatrali; Seb, che è un bravissimo pianista e un appassionato purista della musica jazz, vorrebbe aprire un locale suo e intanto lavora in un piano-bar, cercando, surrettiziamente e senza successo, di far apprezzare il jazz che ama, evitando di contaminarlo con le musiche commerciali delle band che si esibiscono nei locali e nelle discoteche. I due giovani si avvicinano dapprima scambiandosi le confidenze sui reciproci progetti, poi si scoprono innamorati e cercano di includere nei loro sogni anche il futuro che vorrebbero condividere.

Il film si svolge attraverso una serie di avvii musicali che trovano il loro spazio nei cinque momenti della storia, che Chazelle fa coincidere con le stagioni dell’anno  in cui si incontrano e si amano Seb e Mia, da un inverno all’altro, a cui aggiunge ancora l’inverno di qualche anno dopo, quando i due ormai avevano portato a compimento con successo personale i rispettivi progetti, dai quali, però, era rimasto fuori l’amore, poiché, senza che nessuno dei due lo volesse, il destino li aveva portati a percorrere strade separate. La narrazione  è molto esile e si distingue anche per un’elevata frammentarietà: impostata una svolta narrativa, infatti, il regista non la sviluppa, come se fosse incalzato dall’urgenza di impostarne un’altra e un’altra ancora, lasciando in noi un’impressione di leggerezza talvolta eccessiva, ma non sempre sgradevole, che forse significa che gli sta a cuore non tanto la vicenda, quanto l’esigenza di rendere omaggio, attraverso rimandi e citazioni quanto mai numerosi, al vecchio musical hollywoodiano, che non si produce più ma che si può rinnovare nelle forme, così da renderlo accettabile ai giovani, anche a costo di deludere un po’ i padri e i nonni, che con le vecchie musiche e le vecchie pellicole erano cresciuti e avevano formato il proprio gusto cinematografico. È un film sopravvalutato? Probabilmente sì, ma è sicuramente un film da vedere, sia perchè ha un impatto visivo di grande rilevanza, grazie all’uso sapiente del colore sempre molto saturo, sia anche perché è capace di creare effetti suggestivi, grazie alle belle musiche orecchiabili, alle atmosfere romanticheggianti, e alla bravura davvero eccelsa dei due interpreti principali. Forse non è il capolavoro che si dice, ma è un film assai interessante, almeno secondo me.

 

Irrational Man

Schermata 2015-12-27 alle 15.04.56recensione del film:
IRRATIONAL MAN

Regia:
Woody Allen

Principali interpreti:
Jamie Blackley, Joaquin Phoenix,Parker Posey, Emma Stone, Meredith Hagner, Ethan Phillips, Ben Rosenfield, Julie Ann Dawson, Allie Marshall, David Aaron Baker, Pamela Figueiredo Wilcox, J.P., Valenti, Susan Pourfar, David Pittu, Nancy Ellen Shore – 96 min. – USA 2015.

Anche quest’anno è arrivato il cinepanettone di Woody Allen, puntualissimo e abbastanza ovvio, come i suoi più recenti film da qualche tempo (solo il finale di cui non dirò nulla, ovviamente, mi è sembrato un po’ insolito). In una cittadina dell’East Coast è arrivato per insegnare filosofia nella locale università il professor Abe (Joaquin Phoenix). E’ un uomo non più giovanissimo, belloccio, che si porta addosso (oltre a qualche chilo di troppo) la fama del gran seduttore: in ogni caso le donne lo notano da subito, forse perché ha l’aspetto del bel tenebroso, che, a quanto pare, piace sempre. In realtà Abe è davvero un po’ ombroso e tormentato: non ha risolto i propri problemi esistenziali né riesce a trovare risposte nel suo Kant, nonostante proprio l’etica kantiana sia l’oggetto del suo corso universitario. Si direbbe anzi che che il grande filosofo tedesco col suo imperativo categorico non faccia altro che aggravare la crisi del prof. arrivando a condizionarne il comportamento persino tra le lenzuola: le donne non gli mancano, ma come amante sta diventando un disastro!

E se lasciasse perdere Kant? In effetti non da un filosofo, ma da Dostoevskij (ancora!) sembra arrivargli qualche risposta: forse sarà possibile anche a lui, come era stato per Raskolnikov, trovare nel delitto, questa volta senza castigo, il modo per riappropriarsi di sé, tornando a vivere pienamente senza tormentarsi oltre, proprio come come un vampiro che può sopravvivere solo attingendo dal sangue dei viventi la propria linfa vitale. Il film  diventa a questo punto un giallo, quasi un thriller: è la storia della preparazione e dell’esecuzione di un delitto assolutamente perfetto, da parte dell’insospettabile e stimato professore, commesso il quale egli diventerà quell’amante perfetto che le donne avevano desiderato. Non finirà così, com’è intuibile: sarà proprio una delle sue adoranti studentesse (non particolarmente brillante, quanto a conoscenze filosofiche) a smascherarlo.

Nutro qualche dubbio che un insegnante di tal fatta, che non si distingue davvero per l’acutezza e la profondità della mente, affascini sul serio le fanciulle benpensanti che frequentano le università periferiche dell’Impero, per quanto ingenue le si possa immaginare. Certo, questo prof. è Joaquin Phoenix…

Non dirò altro, se non che il film contiene, accentuandoli, molti difetti delle ultime opere di Allen: l’eccesso di parlato e l’insistenza (quasi caricaturale, ormai) sugli stessi problemi esistenziali morali e filosofici trattati, con ben altra acutezza dialettica, in molti ottimi suoi film precedenti. Inoltre, i riferimenti all’etica kantiana, ridotta a una vulgata fastidiosamente superficiale, sono da dimenticare, così come le confutazioni semplicistiche e banali della innamorata studentessa Jill (Emma Stone).

Mi rendo conto che ogni film di Allen assicuri incassi cospicui in ogni caso, ma esprimo ugualmente la mia tristezza di fronte a film che così pallidamente ci ricordano il suo cinema d’antan.

Non provarci più, Woody!

 

Birdman

Schermata 2015-03-08 alle 15.58.54recensione del film:
BIRDMAN

Regia:
Alejandro González Iñárritu.

Principali interpreti:
Michael Keaton, Zach Galifianakis, Edward Norton, Andrea Riseborough, Amy Ryan, Emma Stone, Naomi Watts, Lindsay Duncan, Merritt Wever, Jeremy Shamos, Bill Camp, Damian Young, Natalie Gold, Joel Garland, Clark Middleton, Anna Hardwick, Dusan Dukic, Carrie Ormond, Kelly Southerland – 119 min. – USA 2014

ATTENZIONE SPOILER! (Avviso per i pochi che non l’hanno ancora visto)

Film discusso e discutibile, glorificato da quattro Premi Oscar (miglior film, migliore regia, migliore sceneggiatura originale, migliore fotografia), due Golden Globes (migliore sceneggiatura, miglior attore in un film brillante, per Michael Keaton), un Premio BAFTA (migliore fotografia), per non parlare, ovviamente, della pioggia di nomination. Il film tratta sicuramente alcuni temi interessanti, non sempre sviluppati in modo convincente, almeno secondo il mio parere modestissimo.

L’attore Riggan Thompson (Michael Keaton) aveva ottenuto negli anni ’90 una grande  popolarità interpretando per il cinema e la TV il ruolo dell’uomo volante, parente stretto di Batman e degli eroi consimili che, attraversando il cielo sopra le megalopoli americane, avevano quasi miracolosamente riportato la giustizia sulla terra. Il successo aveva ricoperto Riggan di soldi, ma non ne aveva soddisfatto le ambizioni e, poiché gli pareva di essere molto lontano dall’attore che avrebbe voluto diventare al tempo dei suoi studi, si sentiva scisso nella persona,  quasi schizofrenico. Se da una parte, infatti, la notorietà ne alimentava il narcisismo, dall’altra gli costruiva attorno la gabbia dorata di un ruolo che lo stava imprigionando. Come attore, pertanto, egli non poteva dirsi realizzato, ma l’insoddisfazione conseguente si ripercuoteva anche sulla sua vita privata nella quale aveva collezionato molteplici fallimenti: una figlia drogata, una moglie che se ne era andata, tante donne, ma nessun amore vero e, soprattutto, troppo alcol. Questa era stata forse la ragione per la quale egli intendeva presentare, sulla scena di un teatro di Broadway, un testo dai brevi racconti di Carver*, lavoro abbastanza impegnativo, tale da mettere alla prova le sue qualità e la sua cultura: in tal modo si sarebbe finalmente confrontato con il pubblico newyorkese, più raffinato ed esigente di quello hollywoodiano di pasta più grossolana. Molti segnali, però, gli annunciavano un quasi certo fallimento, accentuando le sue inquietudini; il suo manager aveva mille paure; il primo attore si era ammalato; il giovane sostituto (Edward Norton) era un gigione che rivaleggiava con lui, per dimostrargli di essere più bravo, mentre la giornalista che si occupava di critica teatrale per un importante quotidiano gli preannunciava che lo avrebbe stroncato a prescindere. Nonostante questi pessimi e male auguranti auspici (non gli unici, per altro), Riggan sarebbe riuscito a vincere la scommessa (almeno secondo la mia interpretazione), prendendo coscientemente le distanze dalla volontà di utilizzare Carver per portare la vita (la sua, in questo caso) in scena, senza mediazioni, e rinunciando quindi a mettersi a nudo, come lo avevamo visto fare dalla prima alla penultima scena del film, quando era comparso in mutande non solo nella sua stanza, ma persino tra la folla di Broadway che stava accorrendo per l’anteprima del suo spettacolo.  La sua interpretazione non era stata l’espressione diretta delle sue emozioni personali davanti al testo di Carver, ma ancora una volta la piena assunzione del ruolo di attore, che deve staccarsi dalla propria vita e assumere altre spoglie. Questo, purtroppo, viene detto dal regista in modo assai assai goffo **, che però non mi sembra offuscare il senso complessivo del film, che è in primo luogo una riflessione sul ruolo dell’attore e sui rapporti fra arte e vita, fra finzione e realtà: temi non proprio originalissimi, ma che non è inutile riproporre ogni tanto all’attenzione del pubblico, soprattutto a quello dei più giovani.

A questo scopo il regista utilizza con spregiudicata naturalezza anche numerosi effett(acc)i speciali, che  movimentano il personaggio di Riggan e, riportandolo agli anni dei fasti hollywoodiani senza ricorrere ai flashback, lo banalizzano alquanto, cosicché il tema del doppio, conseguente alla schizofrenia dell’attore, si materializza nel personaggio di Birdman, il fastidioso e predicatorio uomo uccello, a cui spuntano le piume, gli artigli e le ali, col risultato di trasformare la metafora in una allegoria piuttosto fredda. Iñárritu unifica abilmente, grazie all’uso attento delle riprese digitali, i numerosi piani-sequenza che compongono il film, e rende perciò quasi impercettibili gli stacchi e i cambiamenti di scena, così da creare l’illusione di una ininterrotta continuità fra gli interni e gli esterni del teatro; fra il dentro e il fuori, fra i bui corridoi dei sotterranei del teatro e il palcoscenico, seguendo in tal modo i percorsi tortuosi della mente di Riggan, combattuto fra il suo doppio Birdman e la beffarda ironia di Norton, che più dell’uomo uccello impersona davvero l’altra faccia di sé.  Opera, almeno secondo me, interessante, ottimamente recitata, molto disomogenea, ma migliore certamente della pessima presentazione che ne fanno i trailer. Gli Oscar mi sono sembrati, francamente, troppi.

*What We Talk About When We Talk About Love – Di che cosa parliamo quando parliamo d’amore

** lo sparo vero, in diretta sul palcoscenico (suicidio metaforico dell’uomo) seguito dal volo su Broadway travestito da uomo uccello, alla conclusione del film.

Magic in the Moonlight

Schermata 2014-12-20 alle 22.49.34recensione del film:

MAGIC IN THE MOONLIGHT

Regia:
Woody Allen

Principali interpreti:
Eileen Atkins, Colin Firth, Marcia Gay Harden, Hamish Linklater, Simon McBurney, Emma Stone- 98 min. – Francia, USA 2014.

Stanley (Colin Firth) è un eccellente illusionista inglese che si esibisce a Berlino alla fine degli anni ’20, destando meraviglia e ammirazione. E’ anche molto onesto e ammette volentieri che i risultati stupefacenti, tanto apprezzati, sono frutto della sua estrema abilità a nascondere i trucchi numerosi cui ricorre immancabilmente. Egli è anche convinto che siano impostori quei suoi colleghi che dichiarano, ricorrendo a fumisterie pseudoscientifiche, di agire spinti da forze occulte di cui essi sarebbero la vivente manifestazione; si diverte, anzi, a smascherarne le menzogne, rovinandone la reputazione. Quando l’amico Howard (Simon McBurney) lo avvisa che esiste una signorina dotata di qualità paranormali davvero eccezionali, egli è assolutamente certo che si tratti di un’abile imbroglioncella, e chiede di conoscerla, purché sia mantenuto il segreto sulla propria identità. La fanciulla in questione è Sophie (Ellen Atkins), un’affascinante giovinetta americana, ospite, sulla Costa Azzurra, nella villa di una ricchissima famiglia di inglesi, presso la quale ha già dato prova delle proprie doti misteriose, attirandosi la particolare ammirazione del giovane erede. Lo stesso Stanley è colpito e turbato dalle qualità di Sophie, ma è ben deciso a venirne a capo, non intendendo ammettere l’esistenza di forze soprannaturali capaci di manifestarsi a qualcuno attraverso esoterici percorsi, anche se, innamorandosi di lei quasi senza accorgersene, dovrà infine riconoscere che almeno l’amore sa sottrarsi misteriosamente (?) al controllo della nostra ragione.

Il finale del film è scontato e prevedibile, la Costa Azzurra è da cartolina un po’ ingiallita, i personaggi, soprattutto quelli femminili (che si tratti della giovane furbacchiona dall’aspetto soave, o delle vecchie zie che la sanno lunga), non riservano grandi sorprese poiché rientrano nei cliché più tradizionali. Non manca tuttavia qualche bella e fulminea battuta, non banale, né qualche sequenza narrativa degna di nota: Magic in the Moonlight è pur sempre il lavoro di uno fra i registi americani più intelligenti e colti, capace di rendere gradevole anche la visione dei suoi film meno riusciti. Il vecchio Woody ha 79 anni e, forse, non ha ancora voglia di andare in pensione, anche se potrebbe farlo, evitando di deludere il pubblico più affezionato, che continua a sperare (davvero irrazionalmente!) nel miracolo.

le preziose ridicole (The Help)

recensione del film:
THE HELP

Regia:
Tate Taylor

Principali interpreti:
Emma Stone, Viola Davis, Bryce Dallas Howard, Octavia Spencer, Jessica Chastain,Ahna O’Reilly, Allison Janney, Anna Camp, Chris Lowell, Cicely Tyson, Mike Vogel, Sissy Spacek, Brian Kerwin, Leslie Jordan, David Oyelowo, Wes Chatham, Roslyn Ruff, Shane McRae, Ritchie Montgomery, Tarra Riggs, Tiffany Brouwer, La Chanze, Carol Sutton, Aunjanue Ellis, Dana Ivey
– 137 min. – USA 2012.

Ambientato a Jackson (Mississipi) nel corso degli anni ’60, quando, soprattutto negli stati del Sud la discriminazione razziale persisteva tenacemente, questo film ricostruisce la vita delle donne (gli uomini contano proprio poco in questo caso) bianche e nere della città: le prime, in genere, non lavorano, ma passano le giornate fra partite al bridge e organizzazione di party di beneficenza, magari per i bambini africani. Il loro aspetto è quello delle signore molto per bene all’epoca: vita di vespa, gonne scampanate e sgargianti, capelli cotonati e laccati: la femminilità, insomma, stereotipata, subordinata all’esigenza della seduzione, fondamentale per donne che neppure immaginano di poter lavorare per guadagnarsi da vivere. Le nere, invece, lavorano per loro: sono le tate dei loro figli, con i quali, in genere, stabiliscono un rapporto di vero affetto, ma che si occupano anche della casa e del cibo. Le mansioni sono tutte impegnative e delicate, ciò che dovrebbe testimoniare un fondamento di fiducia nei loro confronti. Purtroppo non è così: gli orari massacranti, le pretese spesso assurde, il pregiudizio nei confronti della diversità della loro pelle, le discriminazioni conseguenti e umilianti ci dicono che la strada per i diritti civili è ancora lunga e in salita: per questi diritti Jon Kennedy e Martin Luther King stanno lottando e di lì a poco, verranno uccisi. Eppure, anche nella città di Jackson, qualcosa sta per cambiare: la giovane Eugenia Skeeter, di ritorno dal College, si è fatta un’idea diversa della vita delle donne: vuole lavorare, magari tentando la strada della scrittura, attività che adora.
E’ inoltre inorridita dai modi di fare, di atteggiarsi di vestire, nonché dai discorsi che sente fra le donne bianche, a cominciare da sua madre, probabilmente più intelligente di altre, ma ormai pigramente adagiata nel conformismo pettegolo, parolaio e anche feroce delle preziose ridicole della città. Grazie a lei, (e anche al maturare di un clima nuovo sotto la presidenza Kennedy, mi permetterei di aggiungere), uscirà uno scandaloso libro in cui le narrazioni autobiografiche delle donne nere, col loro fardello di dolori e umiliazioni, ma anche di storie più o meno divertenti, saranno raccolte, così da costituire una importante documentazione, utilizzabile nella lotta per i diritti civili. Il film è quindi una specie di “come eravamo” per gli spettatori americani: rinfrescare la memoria in un tempo in cui la rimozione del passato è la norma, può essere utile. Può anche essere utile fuori dagli Stati Uniti, per esempio da noi, non per dirci come eravamo, ma come stiamo diventando: ridicoli e crudeli nella pacchiana ostentazione della nostra ricchezza, di fronte agli stranieri che lavorano duramente per noi, senza diritti civili, a partire da quello di cittadinanza. Dopo aver detto questo aggiungo, però, che il film ha due fondamentali difetti: segue anche troppo minutamente le tracce del romanzo da cui è tratto: “The Help” di Kathryn Stockett, best seller da tempo sul mercato librario newyorkese; sembra, inoltre, scritto con un occhio a qualche Oscar, col suo buonismo un po’ dolciastro e politically correct, nella descrizione, oggi innocua, delle dure ingiustizie subite dalle donne nere, cittadine americane discriminate. Eccellenti le interpretazioni delle attrici nere, soprattutto di Octavia Spencer, nel ruolo di Minny.