de senectute (Quartet)

Schermata 01-2456321 alle 18.39.43recensione del film.

QUARTET

Regia:

Dustin Hoffman

Principali interpreti:

Maggie Smith, Tom Courtenay, Billy Connolly, Pauline Collins, Michael Gambon, Sheridan Smith, Luke Newberry, Trevor Peacock, David Ryal, Michael Byrne – 98 min. – Gran Bretagna 2012

Questo gradevolissima pellicola è l’opera prima del regista Dustin Hoffman. E’ infatti lui, il grande attore, il regista che, all’età non proprio verde di 75 anni, ci ha provato e ci ha dato un piccolo e tenero film, non completamente di sua invenzione,  essendo frutto della trasposizione per il cinema di una commedia teatrale di Ronald Harwood, che si è assunto il compito di adattarla, scrivendone la sceneggiatura, Il resto è opera di alcuni vecchi grandi attori, riproposti molto opportunamente, che interpretano con sensibilità, ironia e gusto la storia di un gruppo di anziani cantanti o professori d’orchestra che, ospiti di una lussuosa casa di riposo per musicisti, bella costruzione  nella verdissima campagna londinese, si impegneranno nel concerto annuale per la celebrazione di un anniversario verdiano, contribuendo, grazie agli incassi dello spettacolo, alla sopravvivenza dell’ istituzione. Questa è l’esile vicenda intorno alla quale si sviluppa l’intero film,  nel corso del quale si viene a conoscenza anche delle storie passate degli artisti, nonché di quelle dei quattro cantanti prestigiosi, che, concedendosi in gruppo, costituiranno il maggior richiamo del pubblico di appassionati che affollerà il concerto. Sono piccole e grandi storie di passioni amorose vissute e improvvisamente troncate, secondo copioni un po’ melodrammatici, di prime donne capricciose, di irriducibili seduttori e sciupafemmine, di tradimenti non perdonati, di litigi e rivalità che ancora provocano dolore nei vecchi artisti non rassegnati al declino, anzi, determinati a essere ben vivi e a dare il meglio di sé. Il regista (in una intervista a Enrico Deaglio sull’ultimo numero del Venerdì di Repubblica) li definisce: “pensionati che non vogliono andare in pensione, non vogliono fermarsi … non morire prima di esser morti“. La meravigliosa musica verdiana, che accompagna gli spettatori dall’inizio alla fine del film è elemento suggestivo e anche dominante di questa pellicola un po’ malinconica, ma  piena di grazia e misuratissima, e ci ricorda che l’ispirazione a realizzarla venne a Dustin Hoffmann dalla visione del documentario svizzero di Daniel Schmid (1984), Il bacio di Tosca, sulla casa di riposo per musicisti fondata a Milano da Giuseppe Verdi. Questo film, col quale si è inaugurato poco tempo fa il Torino Film Festival, ha richiamato, finora, sorprendentemente, moltissimi spettatori, il che suona un po’ come riconoscimento della sua pregevole qualità.

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Barney e la morte dell’autore (La versione di Barney)

Recensione del film:

LA VERSIONE DI BARNEY

Titolo originale:
Barneys version

Regia:
Richard J. Lewis.

Principali interpreti:
Paul Giamatti, Dustin Hoffman, Minnie Driver, Rosamund Pike, Rachelle Lefevre Version – 132 min. – Canada, Italia 2010.

Mi chiedo quale senso abbia la polemica presente in quasi tutte le recensioni, relativa all’inadeguatezza del film rispetto al romanzo. Il film va, secondo me, giudicato di per sé, poiché si avvale, nel narrare la stessa vicenda del romanzo, di mezzi espressivi, grammaticali e sintattici completamente diversi. Parafrasando il famoso titolo di un’opera di Roland Barthes, “La morte dell’autore”, che invitava il lettore a ignorare l’autore, per soffermarsi esclusivamente sul testo, bisognerebbe sostenere “la morte del romanzo ispiratore”, per soffermarsi solo su quel particolare testo che è il film, che in questo caso è l’opera da commentare. Entriamo nel merito di questo lavoro, dunque, per dare un giudizio, per quanto possibile, oggettivo. Il film ci racconta la vita di Barney Panofsky, singolare personaggio, la cui esistenza si svolge fra Roma, teatro del suo primo e subito fallito matrimonio, e New York, città in cu vive suo padre, poliziotto in pensione, grande ammiratore delle donne anche da vecchio, ma anche luogo in cui avviene la conoscenza della seconda moglie. Proprio durante il pranzo di nozze, Barney incontra, fra gli invitati, Miriam, che sarà il suo vero e unico amore per tutta la vita. Il rocambolesco inseguimento di lei lascia presagire la prossima conclusione di questa seconda vicenda matrimoniale, alla quale è legata, però anche l’oscura storia della scomparsa del suo migliore amico, in seguito alla quale Barney verrà sospettato di omicidio. Il matrimonio fra Miriam e Barney, la nascita dei figli non conclude però le avventure del protagonista, perché il suo goffo comportamento riesce a mettere in crisi anche l’amore della donna, che decide di lasciarlo. L’ultima parte del film, che ci presenta la decadenza fisica di Barney, la sua vecchiaia triste, accompagnata dalla demenza senile e dalla perdita della memoria, ci presenta però anche il riavvicinamento di Miriam al marito, che conferma la durata, nonostante tutto, dell’ amore che li aveva uniti. Ci troviamo, nel film, di fronte a un personaggio singolare, connotato da alcune caratteristiche: Barney è un maldestro pasticcione, che sembra quasi inciampare nelle cose: nonostante la migliore volontà non riesce a raggiungere le mete che gli stanno a cuore per la precipitazione irriflessiva del suo comportamento, per la stolta e incosciente immaturità che lo accompagna anche nei momenti più seri della vita; è anche uno svagato e tenero innamorato, un padre affettuoso e un marito geloso e possessivo; è inoltre molto indulgente con se stesso e portato ad autoassolversi. Tutto ciò viene detto con verità nel film, grazie a una regia attenta a non farsi travolgere dalle contraddizioni del personaggio, dalle sue mille sfaccettature poiché pare privilegiare una lineare e chiara narrazione, col risultato di darci un film coerente e gradevole, commovente nel finale, anche se non un capolavoro. Il lavoro degli attori accompagna bene l’intento del regista: Barney è un bravo Paul Giamatti, che con una espressione sempre un po’ trasognata e ottusa si adatta in modo convincente a un ruolo difficile; bravissimo Dustin Hoffmann (ma è ovvio); brave anche le attrici, in modo particolare Rosamund Pike nella parte di Miriam.