Chesil Beach

recensione del film
CHESIL BEACH

Titolo originale:
On Chesil Beach

Regia:
Dominic Cooke

Principali interpreti:
Saoirse Ronan, Billy Howle, Anne-Marie Duff, Lionel Mayhew, Emily Watson, Samuel West, Adrian Scarborough, Bebe Cave, Jonjo O’Neill, Christopher Bowen . 110 min. – Gran Bretagna 2017

1962 
L’antico e proverbiale conservatorismo dell’alta borghesia britannica trovava nuove ragioni dopo la guerra, quando i cittadini di mezz’età, che avevano contribuito alla difesa della libertà e della dignità dei popoli dell’Europa intera, si erano resi conto della progressiva irrilevanza internazionale del loro paese, che inarrestabilmente perdeva prestigio e colonie. Il desiderio dei più giovani di vivere in un mondo senza guerre, popolato di uomini e di donne disposti a non tenere in gran conto le convenzioni e le divisioni di classe, ma accomunati dal desiderio di superarle in nome delle loro naturali esigenze di amicizia e d’amore, era percepito come il frutto della propaganda surrettizia del mondo comunista, nell’intento di conquistare il loro cuore per dare il colpo di grazia ai valori del mondo occidentale. Il ’68 non è lontano, ma non è ancora alle porte…
In questo quadro storico, il film racconta la vicenda di due ragazzi: Edward (Billy Howle), di origini piccolo borghesi, laureato in storia medioevale, senza chiari progetti per il proprio futuro; Florence (Saoirse Ronan), di ricca e colta famiglia alto-borghese, talentuosa violinista, ansiosa di affermarsi nelle sale da concerto e nei teatri.
Si erano incontrati a Oxford nel corso di un raduno pacifista; si erano piaciuti, si erano rivisti e si erano innamorati, arrivando, dopo un anno, privi di qualsiasi esperienza amorosa e sessuale, al matrimonio. Mai un bacio vero, mai un momento di abbandono delle proprie difese e dei propri timori durante il fidanzamento, fatto di molte chiacchiere e di sogni ad occhi aperti, confidati all’altro soprattutto per superare l’impaccio, la timidezza, la paura.
Ora che si erano  sposati, si accingevano a trascorrere la loro luna di miele in un albergo con vista su Chesil Beach, la  stretta spiaggia ghiaiosa sulla Manica, che, per una lunghezza di venti chilometri, unisce l’isola di Portland alla contea del Dorset sud-occidentale. Di questa lingua di terra, affascinante per la varietà dei colori dei suoi ciottoli di grandezza irregolare e per la stranezza della sua conformazione, lo scrittore Ian McEwan, autore del romanzo omonimo e anche della sceneggiatura del film, ha detto: “Chesil Beach mi ispirava per la possibilità di più metafore narrative; il fatto che i protagonisti, in un momento così importante della loro vita, siano bloccati […] su una lingua di ghiaia si riflette nella sensazione straniante di dover arrivare a una nuova consapevolezza e invece di rimanere intrappolati al confine”.  Una disastrosa prima notte di nozze avrebbe, infatti, trasformato fin dal primo momento quell’oasi di pace e di bellezza, relativamente lontana dal mondo e dalle sue sgradevolezze, in un incubo claustrofobico, senza altre vie d’uscita se non la fuga, per dimenticare l’ effettiva luna di fiele, che distruggeva il sogno d’amore di entrambi. Sulla coppia avevano avuto un impatto devastante l’inesperienza amorosa e la differenza di classe: su questi temi lo scrittore aveva sviluppato  il proprio romanzo (2007), nonché la sceneggiatura del film, che tuttavia si sarebbe realizzato solo nel 2017, dopo l’incontro col regista Dominic Cooke, di provenienza teatrale e alla sua prima esperienza di cinema.

Uscito nei mesi scorsi per le sale cinematografiche di tutto il mondo, questo film vede solo ora la luce anche in Italia, preceduto dalla proiezione recente dell’altro film tratto da un romanzo di McEwan, che cronologicamente dovrebbe seguirlo: The children Act -Il verdetto, destinato dal distributore italiano a trascinare questo nella scia del proprio successo.

Questo Chesil Beach, però, offre l’occasione, ancora una volta, per meditare sul tema dei rapporti fra letteratura e cinema, sapendo che i film non possono diventare il clone e neppure la parafrasi dell’opera letteraria che li ha ispirati, qualsiasi trasposizione della quale è una creazione nuova non necessariamente fedele all’originale: tradurre, come sappiamo, vuol dire interpretare e perciò, spesso, tradire. Il rischio della narrazione piatta, per eccesso di fedeltà, è nella prima parte del film continuamente in agguato ed è evitato soprattutto per l’eccezionale qualità dell’interpretazione dei due attori, attentissimi  a cogliere le sfumature più minute e rivelatrici del comportamento e delle angosce segrete di Edward e di Florence. Finale, invece, da dimenticare, non perché si allontani da quello del romanzo, ma per l’artificio troppo scoperto della messa in scena e per il suo scadere lacrimoso con effetto “La, La Land” che francamente ci poteva essere evitato. Il film si può vedere, soprattutto per la prova convincente che i due attori principali forniscono di sé.

 

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le temibili ragazze di un villaggio del Dorset (Tamara Drewe)


Recensione del film:

TAMARA DREWE
Tradimenti all’inglese

Titolo originale:
Tamara Drewe

Regia:

Stephen Frears
Principali interpreti:
Gemma Arterton, Roger Allam, Bill Camp, Dominic Cooper, Luke Evans -111 min. – Gran Bretagna 2010

Una commedia molto ben scritta e ancor meglio realizzata, sulle tracce di un romanzo a fumetti di Posy Simmonds uscito recentemente anche in Italia , liberamente ispirato al romanzo (uscito allora a puntate) di Thomas Hardy: Via dalla pazza folla (1874).

Il film si apre presentandoci la vita apparentemente sonnolenta di un piccolo villaggio del Dorset, nella dolce bellezza della campagna inglese, dove uno scrittore affermato e alquanto spocchioso, ma non eccelso, Nicholas, insieme alla moglie Beth, offre ospitalità ad altri scrittori che vogliano andarsene dalla “pazza folla” per ritrovare, nella pace della natura, un’ ispirazione languente. L’attività della fattoria di Beth e Nicholas offre occasione di lavoro come tuttofare ad Andy, uno dei pochi giovani rimasto nel villaggio, un tempo innamorato di una giovinetta bruttina, Tamara, che aveva lasciato il luogo alla volta di Londra, dove si era affermata come giornalista. Il ritorno di Tamara, del tutto inatteso, imprime una svolta alla vita del villaggio, soprattutto per la metamorfosi della fanciulla, che, essendosi fatta correggere un naso un po’ troppo esuberante, è diventata bellissima, e ora è in grado di scegliere le compagnie maschili che ritiene interessanti. Questo, ovviamente, non può che sconvolgere i rapporti umani nel villaggio che da tempo avevano trovato un certo equilibrio: gli uomini non hanno occhi che per lei, mentre le donne si rodono per la gelosia, in modo particolare due adolescenti, ammiratrici di un muscoloso e tatuato batterista, Ben, che intendono conquistare a qualsiasi costo, e si mettono in concorrenza con Tamara, senza badare ai mezzi, per incoscienza, per curiosità, e per atteggiarsi a donne vissute. Vicende del tutto impreviste si mettono in moto: si anima la piccola comunità del villaggio e si sconvolgono ruoli e inveterate abitudini. Non tutto il film, però, mantiene il tono effervescente della commedia brillante: qualcuno soffre molto per la leggerezza altrui; si sfiora la tragedia: qualcuno muore; emergono, con qualche sorpresa per gli spettatori, amori veri che non si erano in precedenza rivelati. Stephen Frears, ottimo regista, conduce tutta la vicenda con sicurezza ed equilibrio, offrendoci un film bello e interessante, dal primo all’ultimo minuto, oscillando fra humor e affettuosa comprensione, ma non facendo mancare anche, qua e là, stoccate ben dirette contro il chiacchiericcio un po’ ridicolo e inconcludente di scrittori velleitari, o contro l’ipocrisia e l’insensibilità di molti maschi, nei confronti del mondo femminile. Bravissimi tutti gli attori.