Doppio amore

recensione del film:
DOPPIO AMORE

Titolo originale:
L’amant double

Regia:
François Ozon

Principali interpreti:
Marine Vacth, Jérémie Renier, Jacqueline Bisset, Myriam Boyer, Dominique Reymond, Fanny Sage, Jean-Édouard Bodziak, Antoin e de La Morinerie, Jean-Paul Muel – 110 min. – Francia 2017.

Chloé (Marine Vacth) era una giovane e fragile donna che viveva da sola, forse ossessionata da un oscuro passato familiare che la rendeva insicura e chiusa; sicuramente perseguitata da un dolore fisico lancinante che da sempre aveva accompagnato la sua vita e che la sua ginecologa aveva attribuito a un disturbo di origine psichica, raccomandandole di affidarsi a Paul Meyer (Jérémie Renier), giovane e stimato psicanalista. Poche sedute erano state sufficienti sia per farla sentire un po’ meglio, sia perché Paul si innamorasse di lei, ciò che aveva determinato la fine di un rapporto professionale ormai inammissibile e l’inizio della loro storia.
Chloé si era dunque trasferita col suo bel gattone certosino nell’appartamento di lui, all’ultimo piano di un moderno palazzo parigino e aveva iniziato la sua nuova vita, talvolta infastidita dalle intrusioni di un’anziana vicina di pianerottolo gattofila e impicciona. L’insoddisfazione per le lunghe assenze di Paul, impegnato nel suo lavoro, la difficoltà per l’insopportabile solitudine (acuita dalla ricomparsa del solito lancinante dolore) e per le attenzioni un po’ inquietanti della signora della porta accanto l’avevano indotta a trovarsi un’occupazione e a riprendere le sedute di psicanalisi, all’insaputa di lui, con un altro professionista. Aveva scelto di farsi curare da Louis Delord (lo stesso Jérémie Renier), nell’aspetto molto simile a Paul (scopriremo essere, infatti, il suo gemello malvagio), il cui ufficio era poco lontano dal museo di arte contemporanea, nel quale Chloé si era impiegata come sorvegliante di sala.
Da questo momento il film diventa un thriller molto teso, con momenti di forte erotismo, condotto con sobria e fredda eleganza dal regista.

François Ozon è visibilmente intrigato dalla suggestione che suscita la coppia dei gemelli Paul-Louis (che nel corso del film troverà un corrispettivo femminile nel palesarsi del comportamento schizofrenico di Chloé) e quindi dal tema del “doppio”, continuamente ribadito dalla presenza, nell’elegante scenografia, di miriadi di specchi che, moltiplicando l’immagine dei principali personaggi, evidenziano la dissociazione patologica della loro personalità.
Grazie, inoltre, alla sua ampia cultura cinefila, Ozon impreziosisce il racconto con continue e pertinenti citazioni da pellicole illustri, dal cui repertorio egli attinge a piene mani, avendo quel tema percorso tutte le epoche della storia della cultura e del cinema, fin dalle sue origini. Ispirandosi al “muto” Lo Studente di Praga – 1913 – , alle gemelle di Lo specchio scuro – 1946 –  alle più note opere di Lang, Hitckock, Polanski, De Palma, Cronenberg, pertanto, egli crea una trama di rimandi ben riconoscibili che, proprio per la loro evidenza, attenuano in parte la tensione e il mistero della pellicola, un po’ banalizzandola. Il film, perciò, pur essendo apprezzabile per il nitore e la classica compostezza delle immagini, che ne rende accettabile il contenuto piuttosto prevedibile e l’erotismo talvolta molto esplicito, nonché il raffinato gusto citazionista, non è, a mio avviso, tra i migliori del regista, sebbene realizzato con intelligenza e cura. La sua visione, in ogni caso, non annoia e, a tratti, può riservare qualche bella sorpresa.

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un progetto di giovani per vivere di musica (Bus Palladium)

Recensione del film:

BUS PALLADIUM

Regia:

Christopher Thompson

Principali interpreti:
Marc-André Grondin, Arthur Dupont, Géraldine Pailhas, Elisa Sednaoui, François Civil,Jules Pélissier, Dominique Reymond, Karole Rocher, Abraham Belaga, Naomi Greene -100 min. – Francia 2010.

Visto ieri al Torino Film Festival (unico film che di questa manifestazione sono riuscita a godermi) mi è sembrato un film interessante e accuratamente costruito da un regista alla prima opera, anche se Christopher Thompson non è nuovo nel mondo del cinema (ha fatto l’attore e anche lo sceneggiatore).
Si dice che fra non molto arriverà nelle sale. Non un capolavoro, ma certamente un film da vedere, accolto da applausi al termine della rappresentazione.

Opera prima del regista francese Christopher Thompson, questo è un film su un gruppo di giovani amici che, a Parigi, negli anni ’80, dopo l’ adolescenza, pensano di realizzare il sogno, coltivato da anni, di creare una band di musicisti rock, forti del successo che già ottengono, esibendosi ogni sera in un locale parigino: il Bus Palladium, appunto.
Manu, Lucas, Jacob Mario e Philippe vivono questo sogno con adesione più o meno profonda, secondo il modo più o meno convinto col quale ciascuno di essi accetta il principio di realtà, preparando, cioè, comunque, un’alternativa all’eventuale fallimento del progetto. Il più fragile di questi ragazzi sembra essere Manu, il cantante estroso e creativo, quello che scommette davvero solo sul successo del gruppo, e che è assolutamente incapace di immaginare il suo futuro al di fuori di esso. Nonostante un promettente esordio nel mondo dello Star System, la band, che si è battezzata Lust (lussuria), incontrerà parecchie difficoltà, alcune delle quali sono legate alle ferree leggi della discografia, cioè di un mondo che pretende di produrre continue novità, senza alcun rispetto dei bisogni e dei limiti dei singoli musicisti; mentre altri problemi si aggiungeranno quando una donna, Laura, una “groupie”, susciterà l’amore sia di Manu, sia di Lucas che, dopo essere stati amici inseparabili, diventeranno rivali. Lucas, mal sopportando la concorrenza sentimentale, deciderà di mettere a frutto la sua laurea in architettura, lasciando il gruppo (determinandone perciò il disfacimento) e abbandonando Manu al suo destino, quasi inevitabile, di drogato che nella sregolatezza e nella trasgressione crederà di compensare le sue delusioni, mantenendo viva la sua ormai inutile vena creativa.
Il film ci parla, quindi, di una difficile maturazione, in un mondo in cui poca attenzione viene dedicata a un’età fra le più difficili, nella quale spesso i giovani vengono lasciati soli e dei quali vengono sottovalutate le necessità profonde, che non sempre coincidono con le ragioni del solo guadagno a qualsiasi costo. Il tema non è fra i più originali, ma viene trattato con mano abbastanza sicura dal regista che, nella sua precedente esperienza di attore e di sceneggiatore, ha potuto constatare direttamente, con ogni probabilità, la crudeltà con cui vengono stroncate le speranze e le illusioni di molti giovani. La musica, pur essendo largamente presente nel film, non costituisce la struttura intorno alla quale viene costruita la narrazione, ma semmai accompagna con il suo diverso modularsi, i momenti di gioia, di incertezza e di disperazione che costituiscono l’ossatura del racconto. Buona la recitazione degli attori, bellissima e raffinata la fotografia, che ben corrisponde alle diverse esigenze espressive che si alternano nel film.