Visages Villages

 

 

recensione del film:
VISAGES, VILLAGES

Regia:
JR, Agnès Varda

Documentario
– 90 min. – Francia 2017

Con questa recensione, concludo il ricordo di Agnès Varda, regista e protagonista, insieme al giovane artista JR, di questo eccezionale film, presentato fuori concorso al Festival di Cannes del 2017 (e successivamente candidato all’Oscar del 2018).

Agnès non conosceva JR di persona, ma ne aveva ammirato l’attività di artista, noto nel mondo per le composizioni e le installazioni fondate sulle proprie gigantografie; allo stesso modo JR aveva  ammirato le creazioni di Agnès, senza conoscerla, eppure entrambi si erano più volte sfiorati negli ambienti degli artisti o nella vita quotidiana parigina. L’abboccamento era avvenuto nell’accogliente e storica dimora di Agnès in Rue Daguerre, base operativa del suo vecchio documentario Daguerréotypes (1976),dove “Agnès-la-Daguerréotypesse” viveva e lavorava da sempre.
Era stata sua figlia, Rosaria Varda, produttrice cinematografica, a organizzare il loro primo colloquio, dal quale era scaturito il progetto di Visages Villages, secondo le intenzioni iniziali un cortometraggio di soli dieci minuti.
In corso d’opera, tuttavia, dopo 18 mesi di lavorazione (una settimana ogni mese dedicata alle riprese e il resto del tempo all’elaborazione del materiale raccolto) il cortometraggio era diventato questo magnifico film di un’ora e mezza, ciò che aveva richiesto l’intervento di alcuni produttori, a integrazione della piccola ma importantissima somma iniziale, raccolta col crowldfunding, che ne aveva reso possibile il decollo.

Col suo caschetto di capelli bicolori, dunque, Agnès, classe 1928, si accingeva a mettersi in viaggio al  fianco di JR (il giovanotto inseparabile dai suoi occhiali scuri), classe 1983, sedendo accanto a lui, sul singolare e magico automezzo attrezzato per fotografare e per trasformare in pochi istanti qualsiasi fotografia in una stupefacente gigantografia, pronta per essere incollata sulla superficie destinata allo scopo, talvolta nell’intento di rianimare un luogo spento e insignificante; altre volte, invece, per far rivivere, nella bellezza dell’immagine, l’emozione che l’aveva originata.
Il film, dunque, è un on the road ricco di incontri, alla scoperta della Francia dei villaggi: quelli in cui molti vivono accettando le novità e i vantaggi della moderna rivoluzione informatica; quelli a rischio di estinzione, dove ancora sopravvivono gli ultimi custodi della memoria locale ignorata dalla globalizzazione, dove l’arrivo dei due artisti che ascoltano con interesse le antiche storie e i personali ricordi diventa l’emozionante occasione per far rivivere, col cinema e con le composizioni di JR, un po’ di quel passato che non si vuole cancellare.
Emerge inaspettatamente l’umanità dolente degli sconfitti che non cedono; si scoprono personaggi bizzarri e poetici, come il vecchio Pony, misantropo, orgoglioso e felice, che, senza aver letto Latouche, ha rifiutato il “progresso” in nome della bellezza dell’universo e di quella del riciclo.
Al richiamo della bellezza e dell’arte di JR tutti accorrono: la barista, ora immortalata sull’alto muro di una casa all’ingresso della città; le donne di Le Havre; i lavoratori di una fabbrica che produce, a ciclo continuo, acido cloridrico e che della loro presenza solidale lasciano sui muri un’indimenticabile testimonianza.
Qualche prezioso ricordo di Agnès trova spazio nel film: la visita alla tomba abbandonata e solitaria di Cartier-Bresson, la corsa (in carrozzella) al Louvre, nel ricordo di Godard; la gigantografia di Guy Bourdin sul bunker tedesco conficcato come una scultura contemporanea su una spiaggia sabbiosa della Manica, soggetta al vento e all’alta marea, immagine emblematica dell’intero film, che della precariètà di ogni  bellezza e di ogni ricordo fa uno dei temi centrali della narrazione.

Colpisce di quest’ opera la semplicità asciutta del racconto, emozionante sicuramente, mai lacrimoso, però, grazie all’attentissimo montaggio di Agnès, vera mente del film, convinta da sempre che un documentario non consista nella semplice addizione di sequenze interessanti, ma che debba essere costruito per guidare, con mano leggera, gli spettatori a riconoscere le emozioni vere, ripulite dalle sbavature patetiche sempre in agguato quando è in gioco la memoria di ciò che è stato, troppo spesso amara e dolorosa. A questo scopo si rivela utile anche la bella e pertinente colonna sonora originale di Matthieu Chedid.

Film memorabile di immagini, di storie, di parole e di musica: uno dei più belli di questi ultimi anni.

 

 

 

 

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Fuocoammare

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recensione del film.

FUOCOAMMARE

Regia:
Gianfranco Rosi

Documentario

durata: 107 min. – Italia, Francia 2016.

 

 

Film eccitante e originale; la giuria è stata travolta dalla compassione. Un film che mette insieme arte e politica e tante sfumature. È esattamente quel che significa arte nel modo in cui lo intende la Berlinale. Un libero racconto e immagini di verità che ci racconta quello che succede oggi. Un film urgente, visionario, necessario” Sono state queste le motivazioni per le quali la giuria ha assegnato a Gianfranco Rosi l’ambito Orso d’oro alla Berlinale, presieduta da Meryl Streep che le ha lette facendole proprie.

Chi si aspetta di vedere, grazie a questo film, un’inchiesta a tinte forti sugli sbarchi degli emigrati africani a Lampedusa sappia che quest’ultima fatica di Rosi non lo è: egli non è un giornalista, ma un regista che si esprime in modo molto personale, come aveva fatto nel precedente Sacro GRA, attraverso il racconto cinematografico. Fatti e persone, anche questa volta, appartengono alla realtà di un luogo, in questo caso alla realtà dell’isola della quale egli stesso aveva fatto parte per un intero anno della propria vita, full immersion trascorsa osservando e ascoltando con umana simpatia e occhi attenti i comportamenti di chi, vivendo circondato dal Mediterraneo, sa da sempre che da quel mare arriva la vita come la morte, che adattarsi (“farsi lo stomaco“) ai suoi capricci è la condizione per sopravvivere, che accogliere è per chi abita in quei luoghi una legge indiscutibile. Se il mare è lo sfondo sempre presente del film, l’ascolto e lo sguardo sono i temi intorno ai quali le vicende narrate si sviluppano, mentre il medico Pietro Bartòlo, il piccolo Samuele Puccilli e il musicista Pippo Fragapane sono le persone che recitando se stesse, determinano, con il proprio vissuto quotidiano, l’esile trama di questo documentario.
Pietro è il medico, davvero il più umano degli uomini: egli sa ascoltare, sa guardare e sa anche partecipare, con la sua compassione, al dolore di tutti, anche di chi arriva dal mare spaventato, smarrito, malato o piagato dalla nafta: mai rassegnato alla morte dei troppi che non ce l’hanno fatta, giovani vite spezzate insieme al bagaglio dei sogni e delle speranze che non si sono realizzate, Pietro aggiunge frustrazione al dolore impotente di chi teme di essere arrivato troppo tardi.
Samuele, invece, è un ragazzino che fa la seconda media. La sua passione per la caccia agli uccellini, assecondata da un’infallibile mira, lo rende imbattibile nel tiro con la fionda, sempre più preciso; il suo occhio sinistro, però, chiuso per mirare sparando nel mucchio degli uccelli in volo, si sta impigrendo un po’ troppo e, per volere dell’oculista, viene stimolato a riprendere le sue funzioni bendando temporaneamente l’occhio sano. Avviene così che, con un occhio bendato e senza fionda, una sera, aggirandosi in un bosco e imbattendosi in un inatteso passerotto che aveva perso lo stormo,  egli comprenda per la prima volta, vedendola da vicino, la paura, lo smarrimento, la fragilità della creatura indifesa: non è ancora guarito, ma sta imparando a guardare!

La musica col suo messaggio universale percorre il film dall’inizio alla fine: è il rap che un giovane nigeriano intona sulle parole di un “gospel“; è lo stupendo coro “Dal tuo stellato soglio“, dal Mosé in Egitto di Rossini, con la sua invocazione al Signore (Pietà dei figli tuoi!), che ci prepara all’impatto doloroso  con i morti del mare, che, con molto pudore, il regista propone al nostro sguardo, attraverso una ripresa d’insieme, che richiama alla mente un antico dipinto; è, infine, Fuocoammare, celebre pezzo della tradizione musicale della zona  che Giuseppe Fragapane, Pippo, valoroso musicista, ha arrangiato e che propone ai propri ascoltatori. Pippo è infatti il diskjockey di una locale radio. Addetto agli ascolti, dunque, ma ascoltatore egli stesso, non solo di musica: dalla solitudine della propria postazione di lavoro, egli presta ascolto attento alle richieste di chi cerca nella musica un po’ di compagnia, soprattutto ai desideri di molte donne che rimangono in casa in attesa che il marito se ne arrivi con la pesca del giorno, oppure a chi cerca la musica giusta per dire le parole d’amore che non si ha il coraggio di esprimere con la propria voce al compagno di sempre, nonostante la lunga condivisone nel corso degli anni.  Un coro di attori popolari ruota intorno intorno ai tre personaggi principali,  ma tutti sono veri, di un’autenticità semplice e antica, tutti sono speciali, persone fuori dal comune!

I lettori interessati troveranno qui  gli appunti del regista, che dopo qualche tempo dal suo arrivo a Lampedusa, stava organizzando il progetto del film.

Io sono Ingrid

Schermata 2015-10-20 alle 23.31.17recensione del film:
IO SONO INGRID

Titolo originale:
Jag är Ingrid

Regia:
Stig Björkman

Documentario con la partecipazione di
Jeanine Basinger, Pia Lindström, Fiorella Mariani, Isabella Rossellini, Isotta Rossellini, Roberto Rossellini, Liv Ullmann, Alicia Vikander, Sigourney Weaver – 114 min. – Svezia 2015.

Presentato come Evento che sarebbe rimasto per soli due giorni nelle nostre sale, come del resto dice la locandina, questo bellissimo documentario su Ingrid Bergman non ha probabilmente avuto l’accoglienza che avrebbe meritato. Per quanto mi riguarda ho vissuto due fatti sorprendenti, correlati fra loro, credo: un alto costo del biglietto (era un Evento!) e una sala semivuota. Oggi vedo che l’ Evento è ancora presente nella mia città (ne sono lieta, sia chiaro!), a prezzo normale, per un solo spettacolo al giorno: inevitabile e non piacevole la sensazione di una bella turlupinatura! In ogni caso, spero che la permanenza oltre i limiti previsti faccia bene alla conoscenza di questa pellicola e dell’eccezionale attrice di cui è ricostruita la vita privata e professionale, divisa fra la passione per la recitazione, coltivata fin da adolescente, e l’amore grandissimo per i figli, poco seguiti, ma sempre in cima a ogni suo pensiero e continuamente oggetto di ansie e di sensi di colpa.
Il regista Stig Björkman ha avuto  l’opportunità davvero fortunata di disporre dell’imponente quantità di diari, appunti, lettere, fotografie e filmati (con cinepresa amatoriale), conservati dagli amici e dai figli, attraverso i quali Ingrid Bergman aveva documentato minutamente i fatti della propria vita, dalla perdita, non ancora adolescente, della madre, a quella del padre, quando ancora era strettissima la propria dipendenza da lui (la giovinetta aveva solo 12 anni), alla scuola, ai primi studi teatrali, ai grandi film che la fecero conoscere al mondo intero negli anni Trenta del secolo scorso, alle vicende d’amore per tre volte seguite dal matrimonio e per tre volte concluse col divorzio.

Il regista, selezionando accuratamente  tutto il preziosissimo materiale, lo ha ricomposto cronologicamente, alternandolo con spezzoni dei film più celebri di lei, e con le interviste ai figli di primo e di secondo letto: Pia Lindström e Isotta, Isabella e Roberto Rossellini.
In tal modo egli ci ha offerto, prima di tutto, il ritratto molto vivo e plausibile di un’attrice dominata dalla passione esclusiva e perfezionista per il proprio lavoro nel teatro e nel cinema, del quale seguiva con grande interesse culturale l’evolversi verso forme nuove e diverse, che avrebbero potuto consentirle quella versatilità interpretativa  a cui tendeva, per evitare la fissità dei ruoli e dei personaggi. Con questo film egli, inoltre, ci racconta una madre soave e dolcissima con i figli (che la sentivano comunque molto vicino nonostante i lunghi periodi di lontananza), nonché una donna inquieta e appassionata nella vita sentimentale. Non si limita a questo, però: il documentario è anche la rappresentazione di un’epoca storica, immediatamente dopo la seconda guerra mondiale, e di un’umanità oscurantista e illiberale, dominata da un moralismo ipocrita, sia nell’Italia povera e retriva della fine degli anni ’40, sia altrove in Europa e soprattutto negli Stati Uniti. I giudizi spietati e le condanne moralistiche avevano coinvolto la storia d’amore dell’attrice con Rossellini, tanto che, additata come adultera esecrabile, le fu addirittura impedito di presentarsi personalmente alla cerimonia per il suo primo Oscar (1956), che infatti fu ritirato in sua vece da Gary Grant: un referendum fra il pubblico che avrebbe seguito, direttamente o in TV, la premiazione, ne aveva decretato l’ostracismo!

Una visione più che consigliabile.

 

Louisiana (The other Side)

Schermata 2015-05-30 alle 22.55.51recensione del film:
LOUISIANA (THE OTHER SIDE)

Regia
Roberto Minervini

Principali interpreti:
Mark Kelley, Lisa Allen, James Lee Miller – 92 minuti- Italia, Francia 2015

Documentario

Louisiana (The other Side) intende descrivere l’ aspetto più nascosto degli Stati Uniti, quello che, almeno secondo molti autorevoli critici, pochi avrebbero raccontato al cinema. Io, personalmente, ritengo che non sia così: penso a Michael Moore, per esempio, che ci ha mostrato molto di quel paese e della mentalità diffusa in parecchi Stati del Sud, sfondo delle riprese di questo film, per non parlare poi dei registi del cinema indipendente americano che, pur adottando tecniche narrative diverse da quelle dei documentaristi, ci ha spesso parlato dell’America meno conosciuta, quella fuori dai circuiti turistici seguendo i quali tutto è bello, pulito e scintillante.

Louisiana è, secondo le dichiarazioni dello stesso regista, uno scrupoloso documentario, girato da lui e da una coppia di operatori, che a turni di mezz’ora si erano avvicendati nelle riprese (ovvero trascorso il tempo massimo oltre il quale la pesantissima macchina da presa a spalla non sarebbe stata sopportabile). In fase di post-produzione, egli stesso, quindi, aveva sottoposto tutto il materiale raccolto a un montaggio severissimo, senza risparmio di tagli, rendendo il “documentario” così accurato ed elegante da risultare infine difficilmente distinguibile da un film di finzione. L’opera si muove lungo due percorsi narrativi, il primo dei quali descrive un giovane drogato, nonché produttore e spacciatore di crack, nelle sue relazioni familiari (ama tanto la nonnina e anche la sorella), sociali e amorose; il secondo segue, invece, a distanza ravvicinata, un gruppo di  fanatici razzisti che, terrorizzati dalla prossima invasione dei loro territori e delle loro case da parte dell’ONU (!), si esercitano con mitra e bombe ad affrontare il pericolo, al fine di salvaguardare le proprie amatissime famiglie. Il film dunque ci presenta, effettivamente, un’America diversa, popolata da uomini confusamente ribelli alle leggi e allo stato, ritenuto responsabile dei loro problemi e delle loro sventure, che non solo dicono nefandezze di ogni sorta, dalle lodi al capitalismo, che permette a ogni maschio di sfruttare economicamente le attrattive sessuali delle “proprie” donne alle dichiarazioni di odio per i “negri” che hanno creduto a Obama e lo hanno votato, ma compiono anche gesti repellenti, che culminano, alla fine del film, in un raccapricciante attentato contro l’auto che ospita l’effigie dell’odiato presidente.

Ne risulta un lavoro assai ambiguo: molti contenuti sono inquietanti, altri sono imbarazzanti, ma in entrambi i casi non diventano, almeno secondo me, oggetto di denuncia, poiché prevale il punto di vista espresso dai miserabili (non solo economicamente) soggetti ripresi dal film, senza che si affacci, almeno qualche volta, un punto di vista “altro”, una qualche obiezione. Tutto ciò mi ha lasciato l’impressione sgradevole di diventare complice di un’operazione volta a umanizzare non solo quelle persone (ci mancherebbe altro), ma anche le cose inaccettabili che dicono o che fanno, il che sicuramente esula dalle intenzioni del talentuoso regista, il cui intervento in post-produzione mi è parso, paradossalmente,  funzionale soprattutto a rendere accettabile, almeno sul piano estetico (ma non è poco!), una visione del mondo regressiva e reazionaria.

Presentato al Festival di Cannes appena concluso, nella sezione Un certain regard.

Sicilia amara (Belluscone – Una storia siciliana)

Schermata 09-2456917 alle 23.32.43recensione del film
BELLUSCONE – UNA STORIA SICILIANA

Regia:
Franco Maresco

Documentario
– 85 minuti – Italia 2014

 

Una grande amarezza si prova dopo la visione di questo film, il documentario non concluso di Franco Maresco, che, preso dallo sconforto a causa delle continue difficoltà e dei numerosi incidenti che hanno accompagnato i momenti delle riprese, ha abbandonato questo suo lavoro, autorizzando solo successivamente l’amico Tatti Sanguineti a mettere insieme un bel po’ del materiale girato e a farlo uscire per l’ultimo festival di Venezia dove ha ottenuto non solo l’ovazione più lunga di tutta la manifestazione, ma anche il Premio speciale della Giuria per la Sezione Orizzonti. Dell’autore, molto schivo soprattutto dopo la separazione dall’amico Daniele Ciprì al quale era legato da un lungo sodalizio artistico, non si è più saputo molto: ci si augura che riprenda fiducia in se stesso e ci regali altri ottimi film.
Va chiarito, prima di tutto, che il documentario, nonostante il titolo, non è un’opera su Berlusconi, o meglio non è solo su Berlusconi: ci mostra una serie di momenti della storia siciliana (ma anche italiana) degli ultimi sessant’anni e ci parla della sostanziale continuità che l’ha caratterizzata. Questa è bene incarnata nella figura dell’ex barbiere palermitano Calogero Mira, detto Ciccio, indiscusso personaggio d’autorità del quartiere Brancaccio fin dal decennio 1950 – 1960, cioè fin da quando era iniziato il “sacco di Palermo”, con l’avallo più che interessato dei politici locali di area democristiana che permisero la colossale speculazione edilizia che sfigurò la città. Mira era stato capace di convogliare vastissimi consensi elettorali intorno ai politici più collusi con la mafia di allora, delle cui richieste egli si faceva tramite e garante. Lo stesso Ciccio, dopo la fine della prima repubblica, fiutato il mutamento, si era riciclato su posizioni berlusconiane, diventando uno degli artefici del consenso elettorale palermitano attorno al Cavaliere. Aveva utilizzato, a questo scopo, anche l’ingenuità assai sprovveduta degli elettori più giovani, illudendoli che le feste musicali del Brancaccio fossero una scorciatoia sulla strada del successo televisivo e aveva anche promosso l’arrivo a Palermo, da Napoli, di alcuni cantanti neomelodici, legati come è noto alla camorra, prima di finire in carcere, dove, almeno credo, si trova ancora. La rappresentazione del personaggio è veramente da grande regista: ne emerge una figura grottescamente ambigua e reticente, fosca, eppure banale e grigia, ben sottolineata dall’assenza di colore delle scene in cui si lascia intervistare:

Le interviste reticenti a Ciccio Mira costituiscono  la struttura di collegamento degli altri episodi del film,  che fin dall’inizio ci danno il quadro di una realtà tragi-comica, di cui, però difficilmente si riesce a ridere: un pensionato che si toglie la vita facendo esplodere col gas la palazzina in cui è il suo alloggio, terrorizzato dalla convinzione che, dopo la sconfitta elettorale di Berlusconi, gli sarà tolta la pensione; i neomelodici che si danno botte da orbi per rivendicare la paternità dell’inno a Berlusconi;  raccolte di fondi per i mafiosi incarcerati (detti “ospiti dello stato”) che vengono lanciate con successo attraverso le TV locali; la chiara condanna, a prescindere, che è indirizzata al mestiere del carabiniere; l’idea, purtroppo condivisa, che sia esistita una mafia buona (si chiamava, per dire, Stefano Bontade!), dispensatrice di giustizia, al tempo in cui venivano, invece, murati nei pilastri delle costruzioni giornalisti e chiunque volesse far luce sui delitti… L’effetto è, a dir poco, straniante e angoscioso: il mondo alla rovescia si materializza a poco a poco davanti ai nostri occhi, e ci fa piombare in un incubo dal quale non ci si riesce a svegliare, tanto che anche un banale incidente tecnico, occorso durante l’intervista (indimenticabile!) a Marcello dell’Utri, non può che farci pensare a un complotto diabolico. A completare il quadro aggiungo l’uso della lingua italiana, ridotta a puro balbettio da analfabeti, dalla quasi totalità dei protagonisti di queste brutte storie, che tuttavia ritengo utile conoscere.  Se avete sufficiente coraggio, andate a vederlo!

Napoli, l’Italia (Le cose belle)

Schermata 07-2456853 alle 15.17.43recensione del film:

LE COSE BELLE
Documentario

Regia:

Agostino Ferrente, Giovanni Piperno

– 88 min. – Italia 2013.

Agostino Ferrente e Giovanni Piperno sono due documentaristi italiani che hanno al loro attivo alcune opere condotte singolarmente: L’orchestra di piazza Vittorio (Ferrente); Il pezzo mancante (Piperno). Hanno diretto insieme, invece, per conto di RAITRE, a Napoli nell’anno 2000, Intervista a mia madre, di cui questo bel documentario costituisce in qualche misura il seguito.
Quando i due registi avevano costruito quel loro primo lavoro, si erano serviti delle storie di quattro ragazzi giovanissimi: Fabio, Enzo, Adele e Silvana, abitanti delle periferie partenopee, pieni di sogni e di speranze per il futuro. Non poteva che essere così: erano tutti molto giovani; avevano tutta la vita da vivere e abitavano in una città, che, per quanto fosse degradata, era in piena fioritura di restauri e di opere. Napoli era, infatti, quella del sindaco Bassolino e stava attraversando il magico momento del “rinascimento napoletano”, ciò che alimentava grande fiducia nel domani e nelle prospettive che sembravano dischiudere, finalmente, anche per questa città e per i suoi abitanti, orizzonti europei. La realtà partenopea non era ancora quella della spazzatura nelle strade, né quella dei fuochi, della diossina che avrebbe inquinato l’aria, dei veleni che sarebbero penetrati nell’acqua e nella terra; né l’illegalità, pur endemicamente presente da sempre, aveva assunto le proporzioni devastanti che oggi conosciamo.
Ferrente e Piperno, tornando dopo più di dieci anni a Napoli e riprendendo i loro contatti di allora, cercano di capire com’è andata per i quattro giovanissimi di un tempo, che nel frattempo sono cresciuti e diventati adulti.
Le cose belle, augurate dai due registi ai ragazzi al momento del commiato, ma anche vagheggiate e apparentemente sul punto di realizzarsi, si stanno ora amaramente confrontando con la situazione dell’oggi, con la fine delle illusioni e con l’accentuarsi della marginalità che per i protagonisti non è ancora diventata così disperata come si potrebbe temere, ma è comunque dolorosissima ed è accompagnata dal timore che diventi una malattia cronica.

Il film, che è altamente consigliabile, è uscito nelle nostre sale solo ora, anche se è stato concluso un anno fa: sembra quasi clandestinamente condannato, come i suoi protagonisti, all’irrilevanza. Se potete, però, andate a vederlo, perché, in fondo, quella infelice città e quei giovani sventurati cercano di sopravvivere come accade a molti loro coetanei anche nel resto d’Italia: speriamo che se la cavino!

il raccordo dei segreti (Sacro GRA)

Schermata 09-2456556 alle 20.38.36recensione del film/documentario:
SACRO GRA

Regia:
Gianfranco Rosi

Durata 93 minuti-Italia 2013.

Il Leone d’oro del 70° festival veneziano quest’anno è andato all’opera italiana di cui mi accingo a scrivere: non un film, ma un documentario, almeno così si è sentito spesso ripetere. La classificazione per “generi”, che sta molto a cuore a chi ama le semplificazioni, non sempre si adatta perfettamente a ogni opera, che si tratti di film o di letteratura, come si sa da almeno due secoli: non appena si analizzano le opere, si capisce che molte sfuggono alle reti che vorrebbero imbrigliarle in uno schema onnicomprensivo**. E’ il caso di molti film ed è anche il caso di questo che non è un film, quale ci si può attendere, poiché non racconta una vicenda, non ha attori, non ha sceneggiatura, ma non è neppure un documentario classico, semplicemente perché non ha intenti documentali e neppure divulgativi. Che cos’è dunque questo oggetto misterioso? E’ la rappresentazione non convenzionale di una realtà suburbana, quella che circonda la capitale del nostro paese e che si può incontrare quando ci si sposta lungo il famoso GRA, il Grande Raccordo Anulare, l’anello di asfalto che ben conoscono quelli che in auto si dirigono verso Roma da tutte le provenienze.
L’urbanista Nicolò Bassetti (insieme a Sapo Matteucci e Massimo Vitali, fotografo) aveva raccolto per un libro, Progetto Sacro GRA, l’esperienza, durata 20 giorni, del percorso a piedi del raccordo, e di alcune località limitrofe, durante la quale aveva incontrato situazioni e persone normalmente poco visibili***. A questo lavoro di Bassetti, Rosi deve l’idea, anche se, come ha precisato egli stesso, per tre anni ha lavorato su quelle tracce, individuando anche i propri percorsi e le proprie storie, che dopo attente e severe sforbiciate nella fase del montaggio di Jacopo Quadri, hanno dato vita a questo strano e fascinoso lavoro. Più di un milione di romani vivono o lavorano o si spostano nei pressi del GRA o sul GRA: tra questi il regista ha scelto i casi più interessanti e curiosi. Nessuno avrebbe sospettato che esistano bar, lungo il percorso, dove alcune ragazze sbarcano il lunario esibendosi in una improvvisata lap dance sul bancone, né che in una casa incredibilmente kitsch viva un principe insignito dell’ordine cavalleresco da dignitari lituani, che affitta le sue stanze ad attori di fotoromanzi, né che sia possibile che la visione di un infuocato tramonto romano possa essere scambiato con l’apparizione della madonna, da un gruppo di donne accorse in auto apposta per vedere il “miracolo”.

Molta è la solitudine dei personaggi che vivono pudicamente la loro marginalità: le prostitute, il pescatore di anguille, il nobile decaduto che invano tenta di coinvolgere la figlia nei suoi discorsi; le donne che ora, in un alloggio appena assegnato, evocano la loro continua lotta contro l’acqua che allagava la casa da poco lasciata, mentre il frastuono del raccordo e degli aerei, pronti ad atterrare, copre le loro voci; il barelliere della Croce Rossa che con molta umanità trasporta i malati, ma che ha il cruccio segreto della madre vecchia e inferma, che vive in solitudine gli ultimi giorni della vita in attesa di vedere lui. Esistono poi eserciti di “punteruoli”, insetti colorati e dall’aspetto innocuo, che hanno invece un’ingordigia irrefrenabile nei confronti delle palme, che divorano senza pietà, infierendo crudelmente anche sulle loro spoglie per soddisfare l’insana voglia di orge, delle quali un appassionato botanico raccoglie le prove, registrandone i rumori osceni, in attesa di vendicare lo scempio con le micidiali pozioni che egli stesso prepara. L’immagine un po’ pateticamente velleitaria e un po’ buffa di questo vendicatore di palme e umanizzatore di insetti, che accompagna con le altre il film nel corso del suo svolgersi, e che ne diventa anche la conclusione, svela, almeno secondo me, il significato profondamente metaforico di questo film, che rappresentando la vita del GRA, nello scorrere del tempo e delle stagioni, in realtà parla di noi, del nostro paese divorato dagli appetiti più famelici e dei poveretti che in piena solitudine affrontano i problemi quotidiani cercando di sopravvivere.

** Chi è interessato al dibattito sulla questione dei generi cinematografici, può trovare QUI, se non una risposta, almeno un buon approccio al problema

*** Chi è interessato al progetto, può trovarlo QUI

Ho scoperto per caso che questo articolo è linkato alla rassegna stampa ufficiale del film:

http://www.sacrogra.it/files/articoli/1231385482401.pdf alla pag 37

Mi congratulo con me stessa!