Una donna fantastica

recensione del film:
UNA DONNA FANTASTICA

Titolo originale:
Una mujer fantástica

Regia:
Sebastian Lelio

Principali interpreti:
Daniela Vega, Francisco Reyes, Luis Gnecco, Aline Küppenheim, Amparo Noguera, Néstor Cantillana, Alejandro Goic, Sergio Hernández. Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 104 min. – Cile, Germania 2017.

Con questo bel film, prodotto da Pablo Larrain e premiato con l’Orso d’argento a Berlino quest’anno, ritorna il regista cileno Sebastian Lelio e conferma le sue qualità non comuni di narratore già dimostrate nel 2013 col bellissimo Gloria, insolito e poetico ritratto femminile.

Ancora una volta, un ritratto insolito di donna, una donna speciale, Marina Vidal (Daniela Vega), giovane transessuale, dotata di una singolare bellezza, dolce e vagamente androgina, che faceva la cameriera per mantenersi, ma che aveva una bella voce e una grande passione per il canto. Talvolta qualche locale notturno le dava spazio, ma il suo sogno era di interpretare quel repertorio antico della lirica che sembrava particolarmente adatto alla sua voce duttile e profonda: un maestro l’aveva indirizzata accompagnandola col pianoforte, ma delle sue lezioni non era assidua frequentatrice. Marina viveva a Santiago del Cile con Orlando (Francisco Reyes), un imprenditore, più vecchio di vent’anni, tenero e innamorato, tanto che per amor suo aveva abbandonato la precedente famiglia. Li vediamo insieme, al ristorante, per festeggiare, davanti a una bella torta, il compleanno di lei, alla vigilia della partenza alla volta delle cascate dell’Iguazú, il viaggio che Orlando le aveva promesso e che ora finalmente avrebbero fatto. Siamo all’inizio del racconto: di lì a poco, un malore improvviso, un aneurisma, seguito da una rovinosa caduta sulle scale di casa, avrebbe posto fine alla vita di lui, lasciandola nella solitudine disperata che la morte improvvisa di chi si ama suscita in chi rimane, a cui  si era aggiunto, nel suo caso, il violento e brutale disprezzo di quella società che non aveva mai accettato il loro rapporto. Non doveva essere stata facile la loro vita di coppia: Santiago del Cile, la bella città che ora presenta un volto moderno e limpido, con le vetrate luccicanti della sua bellissima architettura, quasi  cercando di cancellare agli occhi del mondo il ricordo degli orrori oscuri della dittatura, non è il migliore dei mondi possibili. La percorrono sottotraccia i veleni di una cultura retriva e bigotta, i meschini desideri di vendetta, gli inconfessabili intenti persecutori nei confronti dei “mostri” che devono essere lasciati fuori dalla convivenza “civile”, muro eretto per proteggere la sacralità della famiglia, l’innocenza dei bambini e per giustificare la totale mancanza di umanità. Il dolore in quel mondo gelido e spietato è privilegio solo delle persone normali, gli altri, i diversi come Marina, sicuramente non lo provano: la loro ricerca d’amore è solo perversione; la loro imperfezione fisica ne fa “chimere”, indegne di qualsiasi forma di rispetto. La polizia e il medico legale avevano sentito il dovere di sottoporla a un’umiliante ispezione corporale e a un interrogatorio (lungo quelle scale potrebbe averlo spinto lei); la famiglia di lui le aveva impedito persino di dare a Orlando l’ultimo saluto durante la messa funebre e l’aveva privata di Diabla, il bellissimo cane che Orlando le aveva regalato. Non si sarebbe lasciata piegare da quel vento rabbioso, perché insieme all’innata dignità grazie alla quale Marina era riuscita a difendersi sempre, la memoria di lui l’avrebbe aiutata a ritrovare se stessa, a salutarlo sulla soglia del crematorio, toccandogli la mano per l’ultima volta (quanta umanità negli umili necrofori che avevano capito la sua tragedia!) e a riprendersi Diabla e le lezioni di canto. A lui avrebbe dedicato il suo primo concerto, aperto con la bellissima aria iniziale del Serse di Händel: Ombra mai fu, in cui Marina dispiegando tutta la dolce sensibilità della sua voce da contro-tenore aveva mostrato quanto la diversità possa diventare il valore aggiunto anche in una società manichea incapace di distinguere e di capire.

Film molto bello, denuncia limpidissima di un’intolleranza sempre più insopportabile per tutte le coscienze civili, interpretato da Daniela Vega, attrice trans, che ha reso con grandissima sensibilità un ruolo non facile. Il regista, cercando di coinvolgere un pubblico molto vasto, si è tenuto lontano dal mondo LGBT, un po’ troppo chiuso per orientare le simpatie di un numero alto di spettatori, necessario affinché si  formi il consenso più vasto possibile intorno al tema dei diritti di ogni persona, in nome della comune umanità.

Virgin Mountain

recensione del film:
ViRGIN MOUNTAIN

Regia:
Dagur Kári

Principali interpreti:
Gunnar Jonsson, Ilmur Kristjánsdóttir, Sigurjón Kjartansson, Franziska Una Dagsdóttir, Margrét Helga Jóhannsdóttir  – 94 min – Islanda 2015.

Fùsi (Gunnar Jonsson) ha più di quarant’anni, è obeso e lavora in un aeroporto islandese così instancabilmente che da anni non va in ferie. È un omone grande e grosso; forse per questo non gli sembrano faticose le mansioni del carico e dello scarico di merci e bagagli, che spesso svolge anche per conto di colleghi meno robusti e più sfaticati di lui, i quali invece di mostrargli gratitudine, lo fanno oggetto di un continuo e crudele mobbing che subito egli perdona, grazie alla sua connaturata mitezza.
In realtà Fùsi ha trovato, fuori dall’aeroporto, un modo di vivere non privo di qualche piccolo piacere e di qualche gratificazione: si diletta di simulare le grandi battaglie della storia, che ha studiato bene e che vuole ricostruire con precisione, disponendo sul plastico dei campi di battaglia, che ha accuratamente riprodotto, i modellini dei mezzi e dei soldati che vi hanno partecipato, aiutato in questo da un amico che lo stima e ne accetta le stravaganze senza problemi. Non ha grandi pretese, per il resto: è abitudinario nei cibi, così come nella vita quotidiana con sua madre, la sola donna della sua esistenza: non ha mai avuto, infatti,  storie d’amore.
Il ritratto che il regista delinea, nella prima parte del film, è quello di un uomo che probabilmente ha paura di vivere, ma che ha saputo trovare un certo rassegnato equilibrio fra ciò che vorrebbe essere e ciò che non ha il coraggio di essere e che, accontentandosi di poco, vorrebbe continuare a fare le cose che ha sempre fatto, senza doversene giustificare. Naturalmente, in una società che, anche in Islanda, diventa sempre meno tollerante della diversità, nei confronti della quale, anzi, molti nutrono una profonda diffidenza, i suoi comportamenti un po’ infantili, per quanto innocui, suscitano più di un sospetto e gli procurano un po’ di guai, seguiti da molto dolore e sofferenza.
Sarà una donna, Sjöfn (Ilmur Kristjánsdóttir), sola e piena di problemi, a prospettargli la possibilità di una vita diversa, una svolta vera che lo porterebbe finalmente fuori dalla “protezione” materna molto soffocante, per affrontare la vita insieme a lei. Chiudo con queste parole ogni altra anticipazione sui complessi sviluppi del film.

Il regista rivela una eccezionale finezza di analisi psicologica nel ritrarre Fùsi, uomo tanto enorme nell’aspetto, quanto fragile e indifeso nella realtà; così come narra con molta delicatezza il nascere in lui del sentimento d’amore che non è mai disgiunto dalla volontà di proteggere Sjöfn, donna forte solo in apparenza, ma in realtà alla disperata ricerca di qualche solido e affettuoso riferimento, sul quale contare. Di grande sensibilità espressiva e di assoluto rilievo l’interpretazione di Fùsi, ma, sia pure con ruoli meno impegnativi, tutti gli attori appaiono molto bravi e ottimamente diretti. Un piccolo film, spesso triste, ma non del tutto chiuso alla speranza. Da vedere.

Mommy

Schermata 2014-12-07 alle 13.52.35recensione del film:
MOMMY

Regia:

Xavier Dolan

Principali interpreti:
Anne Dorval, Suzanne Clément, Antoine-Olivier Pilon – 140 min. – Francia, Canada 2014.

E’ finalmente visibile anche in Italia Mommy, il film di Xavier Dolan che all’ultimo festival di Cannes ha ottenuto il premio speciale della giuria ex aequo con Adieu au Langage di Godard. Il prestigioso riconoscimento, nonché l’abbinamento con Godard sanciscono il riconoscimento della giuria del festival più importante per questo regista canadese, giovanissimo, che ha all’attivo altri precedenti film, che i cinefili italiani per lo più non conoscono, non essendo mai usciti nel nostro paese. Qualche locale eccezione c’è: a Torino il cinema Massimo, in collegamento col Museo del cinema sta facendo vedere un po’ alla volta i film precedenti, tutti molto interessanti, ma la speranza è che entrino a far parte dei normali circuiti della distribuzione. Inutile, sennò, lamentarsi che la gente “scarica”! Che altro può fare?

Mommy è la storia intrecciata, ma anche maledettamente solitaria  di tre personaggi che vivono nella periferia di Montréal: una madre, Diane (Anne Dorval, splendida); un figlio, Steve (Antoine-Olivier Pilon, molto bravo) e una vicina di casa, Kyla (eccezionale interpretazione di Suzanne Clément). Diane ha perso il marito, fatto che ha negativamente inciso sul già precario equilibrio mentale e sul comportamento di Steve, che al momento del film è un adolescente in grave difficoltà, turbato, oltre che dai problemi della sua età, dall’impossibilità di controllare la propria esuberanza, di contenere i propri impulsi talvolta violenti e la propria logorrea, nonché dall’incapacità di dedicarsi con costanza a qualsivoglia occupazione. L’istituto al quale era stato affidato aveva dovuto espellerlo, in seguito alle lesioni che aveva causato a un suo compagno, cosicché Diane, piuttosto che affidarlo alle durezze di una struttura correzionale, come la legge canadese del 2015 le avrebbe consentito (l’azione è immaginata in un anno del non lontano futuro), decide di tenerlo con sé, scommettendo che il proprio smisurato amore per lui certamente sarebbe riuscito a trasformarlo, così da “confondere gli scettici” che non ci volevano credere. Con queste parole la donna si era riportata a casa Steve, col sogno di farlo studiare, ricuperandolo alla normalità.  I confini della normalità  sono sempre molto labili, però (nei film di Dolan lo sono particolarmente). Diane è in realtà una donna di mezza età pericolosamente vicina a quei confini: una bella donna, sciupata dai dolori e dai sacrifici, indurita dalla vita, da cui ha imparato a difendersi con modi assai sbrigativi e rudi, che ora investe su Steve tutto l’amore e la tenerezza profonda di cui è capace, nonché tutte le sue speranze, ma il suo carattere impulsivo, le delusioni continue e l’imprevedibilità delle scenate di questo figlio, a sua volta tenero, petulante  e aggressivo, la fanno uscire facilmente dai gangheri, tanto da attirare, per i suoi strilli, l’attenzione di Kyla. Di Kyla il regista non ci dice molto: sappiamo che è un’insegnante in anno sabbatico, che è anche lei in un momento assai difficile della propria vita, ma comprendiamo presto che diventa l’elemento di equilibrio fra madre e figlio e che, accettando senza scomporsi la diversità di Steve, riesce a farlo studiare e a calmarlo almeno un po’. Sono i momenti magici del film, quelli in cui sembrano realizzarsi persino i sogni di “normalità” di Diane. I tre potrebbero farcela solo se i fatti della vita, spesso casuali, non intralciassero i loro propositi virtuosi: la bolla di amicizia e di affetti, che sembra proteggerli, si rivela presto un rifugio troppo fragile in un mondo in cui gli innocenti non trovano spazio. Il primo a soccombere sarà Steve, poi sarà la volta di Kyla, sopraffatta dalla sua stessa famiglia che ne ha sempre ignorato i problemi; toccherà, infine a Diane, apparentemente la meno debole e la più incline a trovare i compromessi col principio di realtà necessari per sopravvivere: il suo incupirsi sconsolato ci testimonia, infine, la sua tragica sconfitta. Il regista ci racconta, dunque, dall’ottica degli esclusi, una storia simile a molte altre, ma con singolare forza coinvolgente per la potenza espressiva delle immagini che scorrono sullo schermo nell’insolito formato 1 a 1, cioè in un formato quadrato che, occupando solo una piccola parte dello schermo ci obbliga a concentrare la nostra attenzione sui volti, simili a ritratti, dei singoli personaggi, i perdenti della vita. Quando lo schermo si allarga è per sottolineare i momenti  di aperta frizione fra la loro soggettività e la realtà, come quando Steve si esibisce nel Karaoke, volutamente ignorando l’ostilità crescente intorno a lui o come quando Diane rivive i momenti sognati, i desideri irrealizzati, le speranze deluse… Tutta la narrazione è poi sottolineata da una colonna sonora che, nel suo notevole eclettismo, diventa parte non separabile dalle immagini stesse, cui imprime ulteriore pathos ed espressività.

Il film potrebbe anche non piacere: infatti ha diviso la critica, soprattutto in Italia, ma è molto interessante e merita certo una visione attenta.

così diversi, così uguali (Quasi amici)

recensione del film:
QUASI AMICI

Titolo originale:
Intouchables

Regia:
Olivier Nakache, Eric Toledano

Principali interpreti:
François Cluzet, Omar Sy, Anne Le Ny, Clotilde Mollet, Audrey Fleurot, Alba Gaïa Bellugi, Christian Ameri, Grégoire Oestermann, Cyril Mendy
– 112 min. – Francia 2011

Uscito in Francia nel novembre dell’anno scorso, è ormai il secondo film francese di tutti i tempi per numero di spettatori e per incassi, subito dopo Giù al nord (2008); ha inoltre ricevuto nove nomination ai premi Cézar, mentre Omar Sy ha già vinto il César come miglior attore.
L’opera si ispira alla vera vicenda del ricchissimo e colto aristocratico francese Philippe Pozzo di Borgo che, tetraplegico dal 1993 in seguito a un incidente di parapendio, racconta la straordinaria storia del suo rapporto con l’aiutante – badante, ma soprattutto amico, Abdel, in un romanzo, anche tradotto in italiano col titolo Il diavolo custode, pubblicato da Ponte alle Grazie.
Piccole le variazioni dal romanzo al film, che cambia soprattutto l’origine del quasi amico Abdel: non più algerino, ma senegalese, perciò molto più nero, e non più Abdel, ma Idris, chiamato da tutti Driss.
L’incontro fra Driss e Philippe avviene durante la difficile ricerca di un aiutante, in grado di assumere il gravosissimo compito di dedicarsi a un malato paralizzato dal collo in giù: ciascuno degli aspiranti all’assunzione ha il suo bravo curriculum, le sue abilità professionali, la sua asettica serietà, ma nessuno ha la capacità profonda di rapportarsi ai desideri del malato, che è ancora giovane e ha voglia di vivere, nonostante tutto. Driss si trova, fra tutti gli aspiranti, a essere l’unico presente per caso, a non aver alcuna intenzione di impegnarsi per Philippe, ad avere alcuni precedenti penali, a richiedere solo una firma, necessaria per garantirgli di vivere d’assistenza, nonché ad adocchiare anche la possibilità di rubare un oggetto (niente di meno che un ovetto di Fabergé), da regalare al momento di ripresentarsi alla sua famiglia, nello squallidissimo alloggio di banlieu che dovrebbe riaccoglierlo, dopo un po’ di galera. Non andrà così: Philippe l’ha visto, ne ha valutato la vitalità gioiosa, ha apprezzato la sua sfrontata trasgressività, ha intuito la sua fondamentale generosità e ha preteso, nonostante lo sconcerto del suo staff di infermiere e impiegate, dei suoi conoscenti e dei suoi familiari, di affidarsi a lui, che, dopo un periodo difficile di rodaggio, diventerà davvero l’amico più affidabile e disinteressato, ma anche il suo divertente e divertito compagno di avventure e di trasgressioni. Quello che avrebbe dovuto essere un rapporto di lavoro si trasforma in una vitale condivisione delle più varie esperienze, di fondamentale importanza per entrambi: Philippe e Driss impareranno molte cose l’uno dall’altro e daranno vita a un legame profondo, grazie al quale lo stesso Philippe raggiungerà in certo modo, quell’autonomia che non può venirgli dalle cure mediche, ma solo dall’amore per quella donna che egli ha per lungo tempo corteggiato da lontano, dedicandole poesie e lettere sentimentali, ma che solo grazie al pragmatismo di Driss riuscirà a incontrare e a sposare.
Film molto interessante, emozionante e divertente, che potrebbe anche diventare l’emblema della convivenza possibile, fra uomini che finalmente non temano la diversità, e sappiano riconoscere, al contrario, la comune umanità.
Faccio notare che in italiano, per gusto dell’orrido, Intouchables è diventato Quasi amici, stravolgendo il concetto contenuto nel titolo francese e che, analogamente, il romanzo, che in francese è Le second souffle è diventato Il diavolo custode. Mi astengo da ogni malignità: i titoli parlano da sé!

amore, amicizia, diversità (London River)

Recensione del film:

LONDON RIVER

Regia: Rachid Bouchareb.

Principali interpreti:Brenda Blethyn, Sotigui Kouyaté, Roschdy Zem, Sami Bouajila, Bernard Blancan – 87 min. – Gran Bretagna, Francia, Algeria 2009.

La bionda Jane e il nero Alì sono due giovani che si amano: studiano a Londra, dove vivono nel modesto alloggio di in un quartiere multietnico e frequentano anche un corso di arabo. In seguito agli attentati del 7 luglio 2005, i rispettivi genitori, che non hanno da tempo loro notizie, partono per Londra e si mettono alla loro ricerca. La madre di Jane, Mrs. Sommers, è una vedova che vive, col fratello, in una villetta a Guernsey, isola della Manica. Il padre di Alì, Ousmane, è una guardia forestale che lavora in Francia. Egli è un africano, emigrato per garantire a sé e alla sua famiglia un futuro; non ha avuto né tempo, né modo di seguire il figlio a Londra: ha promesso alla moglie di riportarlo da lei, ma è preoccupato che il giovane si sia fatto trascinare in qualche sciagurato progetto terroristico. I due si incontreranno proprio durante i numerosi tentativi di ritrovare i ragazzi. Per entrambi si tratterà di conoscere davvero i propri figli: neppure Mrs. Sommers, infatti sa chi è Jane, l’ha vista, in realtà, durante l’ultimo Natale, ma mai avrebbe immaginato che la figlia studiasse l’arabo o che vivesse con un nero, islamico, in un quartiere talmente pieno di musulmani, che persino il padrone di casa della figlia, macellaio nel quartiere, lo è. La donna è sgomenta e impaurita: le notizie di Jane sono incerte e il timore che la figlia sia vittima degli attentati si fa sempre più forte, ma ciò che sembra maggiormente preoccuparla è che la giovane si sia messa in qualche guaio, perché, l’equivalenza pregiudiziale tra musulmano e attentatore le sembra ovvia; né la donna riesce a capire a che cosa possa servire a Jane la conoscenza dell’arabo. Molto lentamente Mrs. Sommers riuscirà a vedere il nerissimo e africanissimo Ousmane con amicizia, avvicinandosi a poco a poco a lui e al suo mondo, avendo finalmente compreso che nelle cose fondamentali della vita, quali l’amore e le preoccupazioni per i figli, o il dolore, gli uomini, qualunque sia il colore della loro pelle, sono davvero uguali, e che solo la pietà e la solidarietà reciproca ci aiutano a sopportare le angosce, pur nella diversità con cui ciascuno si esprime: si può essere rassegnati di fronte a ciò che è ineluttabile, come Ousmane o non riuscire a nascondere la rabbia, come Mrs. Sommers. Il film, di alto valore morale e civile, è condotto con grande cura. Il regista segue attentamente il mutamento che si produce nell’animo di Mrs. Sommers, e crea nello spettatore una forte tensione, perché riesce a dar vita ai due giovani svelandone a poco a poco gusti, aspirazioni, stili di vita, tanto che si attende con trepidazione di conoscere la loro sorte, sebbene vengano visivamente rappresentati solo attraverso qualche sbiadita fotocopia appiccicata sui muri di Londra. Ottimi gli attori: a Sotigui Kouyaté, umanissimo Ousmane, è andato il riconoscimento prestigioso del premio quale miglior attore al festival di Berlino 2009, poco prima della sua morte avvenuta nell’aprile di quest’anno a Parigi