Pride

Schermata 2014-12-17 alle 12.13.46recensione del film:
PRIDE

Regia:
Matthew Warchus

Principali interpreti:
Bill Nighy, Imelda Staunton, Dominic West, Paddy Considine, George MacKay, Joseph Gilgun, Andrew Scott, Ben Schnetzer, Chris Overton, Faye Marsay, Freddie Fox, Jessica Gunning – 120′- Gran Bretagna 2014.

Ambientata nel Regno Unito ai tempi della “Lady di ferro”, la storia che il film ci racconta è la veridica ricostruzione dell’alleanza anti-tatcheriana che si determinò quando i minatori gallesi, allo stremo per uno sciopero a oltranza contro il piano governativo che avrebbe voluto privatizzare le miniere carbonifere, trovarono sulla loro strada l’ insperata, e per molti aspetti imbarazzante, solidarietà dei gay, che volevano, a loro volta, uscire dal ghetto a cui parevano inesorabilmente condannati dopo l’ultimo Gay Pride. La società dell’epoca era, infatti, nel suo complesso assai chiusa e bacchettona (non solo in quell’angolo di mondo), né il sindacato, né il Labour Party, sua emanazione politica, erano interessati a occuparsi della liceità degli orientamenti sessuali, poiché il pregiudizio era diffuso ovunque, soprattutto negli ambienti prevalentemente maschili.

I minatori, dunque, sentivano l’estrema urgenza di un sostegno solidale anche economico per riuscire a portare ancora avanti la lotta, ma erano anche molto diffidenti nei confronti dei gay, perché era difficile rimuovere il pregiudizio circa le… temibili insidie che sarebbero venute alla loro virilità, soprattutto ora, che si andava diffondendo l’AIDS. I gay, d’altra parte, desideravano essere accettati in famiglia e nella società, affinché non fosse più considerata un’infamia quella diversità, esibita con fierezza orgogliosa nei Gay Pride, soprattutto ora che i reazionari di ogni risma si sentivano incoraggiati alle persecuzioni dal clima politico inaugurato dalla Thatcher, interessata a creare divisioni nel tessuto sociale. Per iniziativa di uno di loro, il giovane Mark, nacque il gruppo degli LGSM (Lesbians and Gays Support The Miners), che, senza nascondersi, iniziò per le vie di Londra la sottoscrizione a favore dei minatori, ultimata la quale, iniziarono i difficili contatti. L’incontro fu la premessa di un’alleanza che in breve tempo tempo divenne molto salda, grazie anche all’amicizia che presto fece piazza pulita di ogni riserva pregiudiziale, ma grazie, soprattutto, al ruolo decisivo delle donne, le mogli, le madri, le sorelle di quei minatori che presto si offrirono, generosamente disponibili, all’ascolto e all’accoglienza, nel ricordo, forse, delle rivendicazioni di un tempo, quando le loro antenate nel 1912 avevano lottato per il “pane”, ma anche per le “rose”, perché mai più in futuro si dimenticasse che l’uomo ha bisogno di cibo, ma anche di bellezza e di amore.

Il regista ci racconta tutto questo con ironia e commossa leggerezza, senza minimizzare i conflitti, ma facendoci rivivere una bella pagina di solidarietà e di speranza (come sottolineano gli applausi che generalmente accompagnano il finale del film), quando, durante il Gay Pride del 1985 tutti quanti, gay, minatori e donne intonano la bellissima e antica canzone Bread and Roses. Il pensiero, certo, corre al bellissimo film di Ken Loach, ma a me, per il modo del racconto è tornato in mente il più recente: We wont Sex, nonché, per lo spirito anti-thatcheriano, Full Monty.

 

 

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il divorzio impossibile (Viviane)

Schermata 2014-11-30 alle 14.01.16recensione del film:
VIVIANE

Titolo originale: 
Gett le Procès de Viviane Amsalem

Regia:

Ronit Elkabetz, Shlomi Elkabetz.

Principali interpreti: 

Ronit Elkabetz, Menashe Noy, Simon Abkarian, Sasson Gabai, Eli Gornstein, Gabi Amrani, Rami Danon, Roberto Polak, Dalia Beger, Albert Iluz,Shmil Ben Ari, Abraham Celektar, Evelin Hagoel, Keren Mor, David Ohayon – 115 min. – Israele, Francia, Germania 2014

Questo è il terzo film di una trilogia iniziata dieci anni fa dai due registi israeliani  Shlomi e Ronit Elkabetz (fratello e sorella): era stato girato nel 2004 ed era uscito (non in Italia) nel 2005 Prendre femme; così come era stato girato nel 2008 ed era uscito (non in Italia) nel 2009 Les sept jours. Per effetto di qualche strano miracolo, la distribuzione italiana, questa volta, ha pensato anche a noi, cinefili di questo paese, che meritiamo, forse, di vedere qualcosa di meglio delle solite italiche commedie o dei kolossal più o meno fantascientifici. Grazie!

Il film racconta la storia infinita di una richiesta di divorzio, presentata da Viviane Amsalem a un tribunale rabbinico israeliano. Separata dal marito da tre anni, Viviane (Ronit Elkabetz), madre di famiglia e donna irreprensibile, vive ora del suo lavoro di parrucchiera, in un alloggio che condivide con la sorella. Non può più sopportare il marito Elisha (Simon Abkarian), non vuole più stare con lui e chiede che il tribunale lo convinca a concederle quello che dovrebbe essere un suo diritto, il divorzio. Purtroppo le cose non funzionano così nello stato di Israele, che viene quasi universalmente considerato un avamposto della democrazia occidentale, in un medio oriente generalmente non democratico, perché in materia di diritto matrimoniale vige la legge religiosa, secondo l’interpretazione dei rabbini, attenti a tutelare la “famiglia” attraverso l’applicazione della Torah, del tutto indifferenti alla vetustà di prescrizioni non sempre compatibili con la società di oggi, nella quale le donne, in Israele come nel resto del mondo, intendono contare sulle loro forze, emanciparsi dalla tutela maschile (non solo dei mariti, ma anche dei padri e dei fratelli) e decidere autonomamente della loro vita. In un grottesco succedersi di testimoni, quasi tutti a favore del marito Elisha, un po’ ebete, un po’ furbacchione, quel diritto a divorziare, che in teoria dovrebbe riguardare uomini e donne, a poco a poco si trasforma in capo di imputazione, che coinvolge anche le poche e coraggiose testimoni a favore di Viviane, nonché il suo avvocato, secondo le peggiori tradizioni dei paesi totalitari in cui il solo fatto di difendere gli oppositori trasforma gli avvocati della difesa in imputati, quando non addirittura in rei.

Il film, però, non è solo la denuncia di un intollerabile sopruso che obbliga a riflettere sulla necessità dello stato laico, neutro di fronte a scelte individuali insindacabili: è, infatti, anche un bellissimo ritratto di donna, fiera e orgogliosa, cosciente di sé, non disposta a giustificarsi, paziente (il richiamo parrebbe a Giobbe), sempre più disperata e sgomenta per lo scorrere inesorabile dei mesi e degli anni fra assurdi rinvii, in attesa che giudici ottusi e indifferenti al dolore finalmente decidano.

Girato all’interno del tribunale, cioè in un solo luogo (come nella tragedia classica), che rende appieno il senso di soffocante ingiustizia e di kafkiani, oscuri labirinti, il bellissimo film si lascia seguire con pieno coinvolgimento degli spettatori, sia per l’accuratezza della scrittura, sia per l’eccezionale interpretazione di Ronit Elkabetz, regista, attrice e ottima sceneggiatrice di questo straordinario lavoro.

rimpiangendo Django (12 anni schiavo)

Schermata 03-2456723 alle 14.36.00recensione del film:
12 ANNI SCHIAVO

Titolo originale:
12 years a slave

Regia:
Steve McQueen

Principali interpreti.

Chiwetel Ejiofor, Michael Fassbender, Benedict Cumberbatch, Paul Dano, Paul Giamatti, Lupita Nyong’o, Sarah Paulson, Brad Pitt, Alfre Woodard, Scoot McNairy, Taran Killam, Garret Dillahunt, Michael K. Williams, Quvenzhané Wallis, Ruth Negga, Bryan Batt, Chris Chalk, Dwight Henry, Anwan Glover, Marc Macaulay, Mustafa Harris – 134 min. – USA 2013.

Solomon Northup era un cittadino libero di Saratoga, città nello Stato di NewYork dove viveva, apprezzato violinista e artigiano, insieme alla moglie e alle due figlie, godendo della stima e del rispetto generale. La pelle nera non gli aveva creato ostacoli nella vita sociale e familiare fino al 1841, anno in cui venne rapito da un’organizzazione schiavistica che, dopo averlo ingannato con la promessa di un vantaggioso contratto di lavoro, lo aveva intontito con un intruglio di vino e belladonna e trasportato in catene nel Sud schiavista. Delle sue vicissitudini, durate fino al 1853 (anno in cui, grazie all’intervento di un canadese abolizionista, gli venne riconosciuto il diritto di tornare a Saratoga e alla sua famiglia), Northup lasciò la drammatica testimonianza di un racconto autobiografico, l’unico, a quanto ho letto, in cui la schiavitù dei neri negli Stati Uniti sia stata raccontata da chi l’aveva vissuta di persona.
A questa narrazione si ispira fedelmente il film di Steve Mc Queen che, dopo aver ricostruito con cura gli scenari in cui Solomon Northup (Chiwetel Ejiofor) si muoveva liberamente, tra Saratoga e Washington, si sposta direttamente nei campi di cotone della Louisiana, cioè nei luoghi della schiavitù del suo personaggio, ripercorrendone le tappe. Solomon, infatti, non ebbe un solo padrone, ma tre, l’ultimo dei quali, Edwin Epps (Michael Fassbender) è, dei tre, il più cupamente feroce e anche il più complesso e contraddittorio, dominato totalmente a sua volta da una moglie possessiva e gelosa. Il regista sembra suggerirci non tanto che esistono diversi modi di essere schiavisti, dal più brutale, al più tormentato, al più “umano”, ma che lo schiavismo sia soprattutto la condizione mentale di chi accetta che esistano, per un presunto ordine naturale o divino, privilegi e privilegiati. Se è così,lo stesso Solomon, che non riesce a liberarsi dell’idea di soffrire per un ingiusto equivoco dovuto alla perdita dei propri documenti, non è estraneo a quella mentalità, neppure nel momento in cui Bass, il canadese provvidenziale (Brad Pitt), comparirà come un deus ex machina nella sua vita e riuscirà a restituirgli, con sentenza del tribunale federale, i diritti conculcati, con molte scuse: tanto gli spetta, per il fatto di essere stato un uomo libero e pazienza se i suoi compagni di umiliazioni e di dolore rimangono dov’erano, nei luoghi maledetti del Sud! Sappiamo solo dalle scritte che compaiono alla conclusione del film che egli lotterà successivamente per l’abolizione della schiavitù.

L’argomento trattato è certamente interessante e promettente, ma questo non si è tradotto quasi mai in un linguaggio cinematograficamente apprezzabile, poiché il racconto è molto piatto e difficilmente riesce a coinvolgere lo spettatore: si esce, anzi, con l’impressione che molto spesso le brutalità efferate siano il pretesto di rappresentazioni estetizzanti, del tutto fuori luogo, quasi che i corpi piagati e sanguinanti dei poveretti che le subiscono si trasformassero in eleganti e cupe pitture materiche informali. Quali fatti storici abbiano favorito il diffondersi della vendita di uomini e donne non viene detto, né quali distorsioni abbia prodotto l’obiettivo dell’arricchimento a qualsiasi costo, né perché gli abolizionisti come Bass si muovessero nelle campagne del Sud, cosicché tutto il film non trova né un accettabile riferimento storico-politico, e neppure un colpo d’ala narrativo che riesca a renderlo davvero coinvolgente, ciò che è più grave dal punto di vista della rappresentazione cinematografica. Inevitabile, anche se probabilmente ingiusto, il paragone con il bel film di Tarantino, Django unchained in cui schiavi e schiavisti avevano trovato una rappresentazione davvero indimenticabile!
Se 12 anni schiavo non avesse portato a casa l’Oscar più prestigioso, quello per il miglior film, non l’avrei recensito, per non infierire su un regista che ho apprezzato molto nei due precedenti film Hunger e  Shame.

il Pianeta Lapo (RCL– Ridotte Capacità Lavorative)

Recensione del film:
RCL– RIDOTTE CAPACITA’ LAVORATIVE

Regia:
Massimiliano Carboni

Principali interpreti:
Paolo Rossi, Emanuele Dell’Aquila, Alessandro Di Rienzo, Davide Rossi, Daniele Maraniello.
– 72 min. – Italia 2010.

Questo è un film da vedere, secondo me, non perché sia una meraviglia, ma perché è uno dei rari film italiani in cui, finalmente, si parla di noi, di questo paese in cui per brevissimo tempo le conquiste civili hanno migliorato le nostre vite, ma che rapidamente sono finite nel dimenticatoio, nell’indifferenza generale, a quanto sembra, essendoci tutti convinti un po’ troppo in fretta che a noi dobbiamo provvedere da soli, magari coll’aiuto della famiglia, e non importa se questo comporta compromessi con un sistema di potere non proprio cristallino. Finalmente, dunque, un film sulle lacrime e sul dolore della vita quotidiana, un “reality movie” e non uno spettacolo dove si fa finta di vivere.

Il pianeta Lapo è un luogo di fantasia, ma in questo film coincide con quella specie di non luogo, in cui vengono confinati, dopo il referendum che ha sancito la vittoria dei SI nello stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco, i lavoratori più riottosi, quelli che hanno votato NO, quelli che il servizio di spionaggio interno ha segnalato come pericolosi nemici del “bene” (che è la competitività sui mercati internazionali), quelli che i giudici del lavoro hanno reintegrato e che sta lì a indicare che non è vero che si vogliano ridurre i costi, mentre è vero che si vogliono negare diritti e conquiste civili. L’azienda non teme gli sprechi che derivano dal tenere inutilizzati lavoratori che un giudice ha doverosamente costretto a riprendere in fabbrica, così come non teme di pagare il servizio di delazione che incastri i lavoratori, obbligandoli a rendere conto non solo del loro lavoro, ma di quel che pensano, o della pretesa di avvalersi di diritti che la legge prevede. Apprendiamo, anzi, che non solo si pagano molti sorveglianti, ma addirittura i sorveglianti dei sorveglianti, sfiorando il grottesco. C’è davvero poco da ridere in questa tragedia farsesca in cui si denuncia il fatto che sta facendosi strada l’idea che sia del tutto normale e accettabile un mondo alla rovescia di cui la risalita al contrario della scala mobile è una geniale metafora. I lavoratori sono costretti a muoversi per eseguire i compiti loro assegnati alla catena di montaggio in senso contrario allo scorrere della catena medesima, col rischio concreto di farsi male. Tutto per il “bene”, si intende. Dove questa concezione di “bene” si fa strada, però, avvengono gravi devastazioni umane oltre che territoriali, come è già avvenuto per la cittadina polacca, che ha già dato e che ora dovrebbe essere soppiantata proprio da Pomigliano.
Bravo Paolo Rossi e anche il regista, che hanno raccontato, con un film a metà fra il documentario e l’opera di fantasia, finalmente, un pezzo d’Italia, assolutamente rappresentativo dell’intero paese.