Detroit

recensione del film:
DETROIT

Regia:
Kathryn Bigelow

Principali interpreti:
Will Poulter, Hannah Murray, Jack Reynor, John Boyega, Anthony Mackie, Ben O’Toole, John Krasinski, Kaitlyn Dever, Jason Mitchell, Jacob Latimore, Jeremy Strong, Tyler James Williams – 143 min. – USA 2017

 

Il film è preceduto da alcuni gradevoli disegni animati che brevemente ci informano dei precedenti storici della rivolta nera avvenuta a Detroit nel 1967, illustrando il massiccio spostarsi dei neri del Sud verso quella grande città, alla fine della prima guerra mondiale e il loro successivo insediarsi, alla fine della seconda, nelle abitazioni del centro, abbandonato dai vecchi proprietari che preferivano vivere nelle grandi residenze immerse nel verde extraurbano, lontane dall’inquinamento delle fabbriche metallurgiche e automobilistiche. Il film evidenzia, nel corso del racconto, i fenomeni che, come in tutti i luoghi di recente industrializzazione, sono abitualmente connessi allo sfruttamento spietato della mano d’opera: dagli infortuni invalidanti, senza alcuna protezione assicurativa, alla marginalizzazione di chiunque fosse (o fosse stato) costretto a star fuori dal processo produttivo, all’alcolismo, legato al gioco d’azzardo e alla prostituzione, al senso di estraneità e di odio per gli alloggi fatiscenti e luridi dei lavoratori: siamo in presenza dell’estremo degrado ambientale, umano e sociale, preludio, come sempre, della rivolta sociale.

La rivolta, infatti, arrivò e durò dal 23 al 27 luglio del 1967. Nel  film è raccontata nei suoi diversi momenti, attraverso una ricostruzione in parte fornita dalle testimonianze di alcuni protagonisti di allora, ancora vivi e in grado di ricordare, in parte romanzata dei fatti e del loro seguito giudiziario, come specificherà la stessa regista alla fine del film, non essendo più disponibile una gran parte dei documenti d’archivio distrutti dai numerosi incendi scoppiati nei giorni della rivolta, non sempre causati dalla rabbia distruttiva dei manifestanti, però, soprattutto dopo gli abusi e le violenze perpetrate da molti agenti di polizia che guidavano le feroci e illegali operazioni di repressione. In queste si era distinto soprattutto il giovane agente Krauss (Will Poulter) razzista e sadico, già conosciuto per queste sue caratteristiche. La tortura; l’assassinio di tre innocenti, che si trovavano con altri in una sala giochi, adiacente al motel Algier, senza aver partecipato alla rivolta; l’umiliazione di due donne bianche, che erano in compagnia di alcuni di loro, occupano una parte molto importante del film, che segue attentamente gli effetti fisici e psichici degli eccessi polizieschi sui seviziati, senza tuttavia allontanarsi dallo stile documentaristico e sobrio tipico di tutti i film firmati da Kathryn Bigelow*. Ne è risultato un lavoro teso, accurato, certamente interessante, ma anche discutibile, poiché se è vero che la nostra solidarietà è sollecitata verso i poveretti umiliati e offesi, è altrettanto vero che dalla lunghissima durata di quelle scene e dal distacco gelido del modo di raccontare sembra emergere un certo compiacimento descrittivo, nonché un progressivo allontanarsi dell’attenzione dalla questione razziale, per focalizzarsi su quella degli eccessi della polizia, nonostante proprio il tema dell’uguaglianza dei diritti dei neri fosse, nel  ’67, il più scottante e dibattuto negli Stati Uniti guidati da Lyndon Johnson. Le immagini, è ben vero, sono molto impressionanti, ma anche un po’ imbarazzanti: forse sarebbe stato preferibile da parte della regista un approccio maggiormente rispettoso del dolore. 
Questo, tuttavia, è un un film di buona qualità, sicuramente da vedere e da meditare.

 

*The Hurt Loacher –  *Zero Dark Thirty

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un mondo di zombi (Solo gli amanti sopravvivono)

Schermata 05-2456795 alle 21.47.55recensione del film:
SOLO GLI AMANTI SOPRAVVIVONO

Titolo originale:
Only Lovers Left Alive

regia:
Jim Jarmusch

Principali interpreti:
Tom Hiddleston, Tilda Swinton, Mia Wasikowska, John Hurt, Anton Yelchin, Jeffrey Wright, Slimane Dazi, Carter Logan, Wayne Brinston, Ali Amine, Yasmine Hamdan, Kamal Moummad, Aurelie Thepaut – 123 min. – Gran Bretagna, Germania, Francia, Cipro, USA 2013.

Alcuni vampiri sono sopravvissuti nei secoli, connotati, come sappiamo, dai lunghi canini e dalla necessità di nutrirsi ogni giorno del nostro sangue. Jim Jarmusch, il regista di questo film, tuttavia, immagina che oggi, questi “mostri” non azzannino più il collo degli esseri umani: sono vampiri politicamente corretti e soprattutto coscienti che, muovendosi nel mondo dell’informazione globale, se uccidessero degli esseri umani secondo quell’ antica modalità, sarebbero esposti all’immediata persecuzione e alla definitiva sconfitta.
Si accontentano, perciò, di acquistare sacche di sangue fresco ogni mattina, fornito loro da compiacenti addetti alla sorveglianza di qualche reparto ematologico degli ospedali, come fa Adam (Tom Hiddleston) a Detroit. Adam è l’eterno innamorato di Eve (Tilda Swinton), che vive a Tangeri dove riesce nascostamente a procurare del buon sangue fresco per sé e per il vecchio poeta Christopher Marlowe, detto Kit (John Hurt), colui che, secondo l’attribuzione anti-stratfordiana* di Jarmusch, col nome di Shakespeare è stato ricordato nei secoli.
Eve raggiungerà il suo innamorato a Detroit, luogo ormai sull’orlo del collasso: la crisi economica spaventosa l’ha resa una città irrimediabilmente morta, popolata da zombi, che si aggirano nell’underground urbano, ascoltando il rock lugubre che Adam compone accompagnandosi con gli strumenti più antichi di cui è diventato collezionista. I due eterni amanti saranno presto, però, costretti entrambi ad allontanarsi di lì, alla volta di Tangeri, che mostrerà al loro arrivo, tuttavia, un volto assai diverso da quello che Eve aveva conosciuto: città morta, anch’essa, irrimediabilmente corrotta e priva di sangue puro, senza il quale né Marlowe, né i due innamorati potranno sopravvivere. A meno che…

Il finale, certamente sorprendente e spiazzante, non pare sufficiente, però, a riscattare le sorti di un film che, per quanto accurato, raffinato ed elegante nella confezione, nelle musiche, nel modo favolistico, ironico e simbolico del racconto, sembra indugiare un po’ troppo a lungo, soprattutto nella parte centrale, procurando agli estimatori del regista, fra i quali mi annovero, un po’ di stanchezza e una certa delusione.
Visione consigliata solo agli ammiratori ferventi del regista, disposti a perdonargli anche qualche momentanea (speriamo!) défaillance.

*Chi volesse approfondire l’antica questione dell’attribuzione (straffordiana o anti-straffordiana) delle opere di Shakespeare può trovare QUI una sintetica, ma abbastanza chiara spiegazione