La storia dell’amore

recensione del film:
LA STORIA DELL’AMORE

Titolo originale:
The History of Love

Regia:
Radu Mihaileanu

Principali interpreti:
Derek Jacobi, Sophie Nélisse, Gemma Arterton, Elliott Gould, Mark Rendall, Torri Higginson, William Ainscough, Alex Ozerov, Jamie Bloch, Lynn Marocola, Nancy Cejari, Marko Caka – 134 min. – Francia, Canada, Romania, USA 2016

Il cinema di Mihaileanu è sempre molto interessante, soprattutto quando rappresenta l’umanità varia e composita degli Ebrei dell’Europa orientale, come era avvenuto nel bellissimo Train de Vie o  nel successivo Il concerto.
La storia dell’amore prende le mosse da un paesetto della Polonia, che nella memoria di Leo Gursky (Derek Jacobi), ormai vecchio, si collocava in una dimensione favolosa, quasi mitica: lì era nato, in un tempo remoto, il suo amore per Alma Mereminski (Gemma Arterton), che lo ricambiava appassionatamente, preferendolo ad altri corteggiatori innamorati, come Bruno e Zvi, poiché Leo, che era un grande scrittore, sapeva incantarla e farla sognare, leggendole le pagine del bellissimo romanzo che la loro storia gli aveva ispirato.
Come spesso accade nella vita, l’amore non era bastato a tenerli uniti: Alma aveva dovuto abbandonare il paesetto polacco, alla volta di New York, così come molte altre donne ebree che cercavano di mettersi in salvo con i bambini e i vecchi, durante l’occupazione nazista della Polonia, mentre lui, insieme agli altri ragazzi della sua età, si era fermato per condurre la lotta contro gli occupanti. Tante le promesse: si sarebbero scritti ogni giorno per non disperdere quell’amore prezioso; lui le avrebbe inviato anche il seguito del romanzo; si sarebbero rivisti a New Yok, dove si sarebbero sposati. Non era andata così avendo la guerra reso presto impossibili le comunicazioni: del bellissimo manoscritto “La storia dell’amore” erano rimaste poche tracce; del loro antico legame erano rimasti i ricordi di lui, poiché Alma era diventata nel frattempo una brava moglie e una madre di famiglia.
Ritroviamo Leo a New York nel 2006: ormai molto vecchio, egli viveva in una casa degradata a Chinatown, dove condivideva con l’amico e antico rivale Bruno una vita fatta di liti tormentose, gelosie retrospettive, baruffe sanguinose, ma soprattutto di solitudine profonda e di grande amarezza, poiché l’affannosa ricerca del romanzo che qualcuno, impadronitosi del vecchio manoscritto, avrebbe prima o poi dovuto pubblicare, rendeva più dolorosa la piaga mai sanata di quell’amore che non si era concluso secondo le antiche promesse.
Il film procede in modo un po’ complicato, perché alla storia infelice di Alma e di Leo si intrecciano altre vicende tutt’altro che secondarie, che ruotano tutte intorno al prezioso manoscritto del romanzo, a sua volta legato alla vita e alla morte di Isac, il figlio dei due vecchi innamorati, famoso romanziere che, riconosciuto e legittimato dall’uomo che aveva sposato lei, era vissuto ignorando l’esistenza del vero padre. Collegata a quell’introvabile manoscritto è l’educazione sentimentale e letteraria di un’altra Alma, giovanissima e bella fanciulla (Sophie Nélisse), sorella di un piccolo ebreo mistico e fondamentalista, personaggio fra i più teneri e divertenti del film.

Nell’intrecciarsi un po’ caotico di queste diverse storie (e di molte altre) lo spettatore distratto potrebbe confondersi facilmente: è questo che con ogni probabilità ha determinato il severo giudizio di qualche critico nei confronti del film che è invece, a mio avviso, un’opera di grande vitalità, che presenta momenti molto belli ed emozionanti, assai amabile nell’insieme. Mihaileanu alterna con sicurezza ai registri narrativi patetici e sentimentali, quelli buffi e comici della commedia umana a cui i bravissimi attori, interpreti dei personaggi del piccolo gruppo di ebrei newyorchesi, danno vita e verità.

Il film è l’adattamento cinematografico di un romanzo di successo della scrittrice americana Nicole Krauss (tradotto con lo stesso titolo in Italia e pubblicato dall’editore Guanda nel 2005)

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la bella infelice (Marilyn)

recensione del film:
MARILYN

Titolo originale
My Week with Marilyn

regia:
Simon Curtis

Principali interpreti:
Michelle Williams, Eddie Redmayne, Julia Ormond, Kenneth Branagh, Pip Torrens, Geraldine Somerville, Michael Kitchen, Miranda Raison, Karl Moffatt, Simon Russell Beale, Emma Watson, Judi Dench, Dougray Scott, Toby Jones, Pete Noakes, Dominic Cooper, Derek Jacobi – 99 min. – Gran Bretagna, USA 2011.

Il titolo originale dice, meglio di quello italiano, di che cosa si parla nel film: vi si narra della settimana con Marilyn vissuta da Colin Clark, giovane neolaureato di Oxford, col pallino del cinema. Egli si era trasferito dalla casa di campagna a Londra, proprio per lavorare in quell’ambito e, grazie alla sua insistenza, era riuscito a farsi assumere dallo staff di Lawrence Olivier, come terzo aiuto regista, per il film che si stava preparando e che si titolerà Il principe e la ballerina. Siamo nel 1957: Marilyn Monroe, che all’epoca aveva trent’anni, era da pochi mesi la moglie del drammaturgo americano Arthur Miller. Alle sue spalle, una vita resa spesso abietta dalla povertà, ora riscattata dal successo, seguito all’interpretazione di alcuni film che avrebbero fatto epoca: Niagara, Gli uomini preferiscono le bionde, e Quando la moglie è in vacanza, grazie ai quali si stava affermando anche come straordinario sex symbol. Non ha ancora girato il film-capolavoro A qualcuno piace caldo, ma solo pochi anni la separano dall’ultimo suo Gli spostati, diretto da John Huston alla vigilia, quasi, della morte avvenuta, in circostanze misteriose, nel 1962. Secondo il racconto che Colin Clark affidò alle pagine delle sue memorie (My week with Marilyn), l’arrivo di Marilyn era stato preceduto dai preparativi e dagli adempimenti organizzativi, burocratici e … sindacali di tutto lo staff, impegnato a garantirle la migliore accoglienza possibile in un cottage fuori Londra, e aveva introdotto, nel sonnolento mondo della campagna inglese, un misto di euforia e di inquietudine, che si trasmise a tutti, in modo particolare allorché, col pretesto di rivedere i suoi figli, Miller ripartì per New York, abbandonando lei nella più disperata solitudine. Proprio in questa circostanza si creò lo speciale rapporto di amicizia confidente, e forse d’amore, che legò la bellissima al giovane Colin, innamorato di lei, come tutti coloro che con lei o per lei avevano lavorato.
Cominciavano già a delinearsi le crepe del matrimonio, che Miller, intellettuale di mezz’età in odore di comunismo (siamo in piena guerra fredda), aveva tenacemente voluto e nel quale anche Marilyn aveva creduto, finché non aveva ritenuto di scorgere, in alcune pagine di lui, apprezzamenti poco lusinghieri sul proprio conto. Si delinea nel film un ritratto, forse non originale, ma certo umanissimo, della donna più desiderata del mondo, combattuta fra l’istintiva gioia di vivere, che la porterebbe a uscire dal suo rifugio per immergersi nel bellissimo paesaggio della campagna londinese in piena libertà, nella natura, ma anche fra gli ammiratori che accorrono ad adorarla (bellissima la scena degli studenti di Eton che le si fanno intorno) e l’insicurezza profonda. A questo disagio si aggiungono il terrore di non saper recitare, che si manifesta nell’apparentemente capriccioso comportamento sul set (non è mai puntuale, non ricorda le battute, cerca di rubare la scena), nonché l’oscuro desiderio di oblio e forse di morte che la porta a consumare micidiali quantità di aloolici e sonniferi, che la rendono sempre meno presente a se stessa e sempre più infelice.
Il giovane Collin, nella settimana più critica del suo soggiorno inglese, offre a Marilyn una compagnia leale e affettuosamente disinteressata, nonché qualche momento di pace, lontano dall’angoscia che la fa sentire inadeguata a recitare e a vivere come chiunque non sia prigioniero, come lei era, di un personaggio, senza il quale, per altro, ormai non saprebbe che fare.

Il film ci racconta perciò con pietà e ironia molto britannica cose che si sono più volte dette e lette, ma merita di essere visto per due ragioni fondamentali: per riflettere sul mito ancora vivo e presente, anche se da cinquant’anni Marilyn ci ha lasciati, e infine per ammirare la straordinaria recitazione di Michelle Williams, grandissima e credibilissima Marilyn, al di là della sua scarsa rassomiglianza fisica, che presto viene ignorata, tanto vero e palpitante è il personaggio cui dà forma.