Madre!


recensione del film:
MADRE!

Titolo originale:
Mother!

Regia:
Darren Aronofsky

Principali interpreti:
Jennifer Lawrence, Javier Bardem, Michelle Pfeiffer, Ed Harris, Domhnall Gleeson, Jovan Adepo – 120 min. – USA 2017

Una grossa e bellissima gemma preziosa, esposta nel cuore di una stanza alla quale nessuno può accedere al di fuori di Lei (Jennifer Lawrence) e di Lui (Javier Bardem) è la pietra pura e misteriosa a cui è legata l’ispirazione di Lui, un artista, uno scrittore già molto amato e celebre, ora in crisi creativa. Lei, che è bellissima e molto giovane, è la donna che ora Lui ama e che si occupa della ricostruzione della Casa, andata misteriosamente a fuoco dopo la creazione di un suo romanzo, forse destinato a essere l’ultimo. L’amore che li lega è alquanto insolito: di totale abnegazione, fino all’annullamento di sé, è quello di Lei; di dolcezza paziente quello di Lui, che sembra si lasci beatamente servire da Lei, apparentemente contenta di farlo. La Casa, fondamentale elemento del drammatico film che stiamo vedendo, è una grande villa nella campagna erbosa e aperta, a sua volta resa poco accessibile dai fitti boschi che la circondano, oltre al corso d’acqua: il locus amoenus, si direbbe, il paradiso perduto di cui Lui ha assoluto bisogno per ritrovare la pace smarrita dopo il romanzo e il rogo della casa precedente.

A turbare l’idillio dei due sposi molto innamorati era stato l’arrivo improvviso di un Uomo (Ed Harris), cui era seguito, il giorno dopo, quello della moglie (Michelle Pfeiffer) e, ancora successivamente, quello dei due figli, adulti e nemici: queste inopinate presenze erano state sufficienti a rendere del tutto vane le regole ferree che la coppia si era data, più o meno tacitamente. La realtà esterna, da cui vanamente Lei aveva voluto proteggere Lui e la Casa, si era introdotta nel loro mondo, portandovi la vita con tutte le sue contraddizioni: la malattia, il dolore, e infine l’estremo e indicibile scandalo della morte. I bellissimi tappeti della casa si erano macchiati di sangue, nei muri apparentemente solidi si erano aperte crepe sanguinanti, segnali sinistri, insieme a molti altri, della presenza ineliminabile del male, che resistevano tanto più, quanto più Lei si affannava a cancellarli e a eliminarli.
Quasi miracolosamente, però, l’amore passionale era rinato fra loro e, insieme all’amore, Lui aveva ritrovato anche l’ispirazione e ripreso a scrivere il suo nuovo capolavoro, più bello dell’antico e presto pubblicato. Lei, che adesso aspettava il loro bambino, si accingeva, intanto, a ricostruire la Casa, cancellando, un po’ alla volta e con crescente fatica, i segni dell’oltraggio del sangue e della distruzione: nessun ospite esterno l’avrebbe di nuovo violata perché, ora, oltre al marito, Lei si sarebbe apprestata a difendere, in ogni modo possibile, la stanza del bebè prossimo a nascere.

Nessuno, infatti, avrebbe bussato alla loro porta per conoscere più da vicino la vita del grande scrittore, poiché, travolto dall’industria culturale e dalle necessità del mercato, nella Casa, perfettamente ricostruita e pulita, senza permesso sarebbero entrati, con modi violenti e invasivi, operatori televisivi, giornalisti, ammiratori, fanatici e persino santoni. A nessuno interessava conoscerlo per ascoltarlo: tutti volevano un “selfie” con Lui, tutti desideravano impadronirsi di qualcosa che gli appartenesse: oggetti, pezzi della Casa,  Lei e il bambino, nonché la gemma misteriosa ridotta in frantumi, reliquie del nuovo idolo, da sacrificare sull’altare dei Like e dell’effimero…fino al prossimo romanzo!

Nell’analizzare velocemente questo film, ne ho delineato un’interpretazione plausibile, almeno per me, trattandosi di un’opera molto stratificata e  complessa, che si presta perciò anche ad altre letture, alcune delle quali suggerite, per altro, dallo stesso regista (le sue affermazioni in proposito mi hanno convinta sempre di più che l’opera creativa abbia una vita propria, indipendente dalla volontà esplicitata dal suo creatore, cui non tocca interpretare la propria opera, come suggeriva saggiamente Roland Barthes nel suo sempre attuale The Death of the Author).

Il film mi ha ricordato la riflessione sui rapporti fra arte e realtà dell’argentino Il cittadino illustre, poiché possono sembrare assai simili, nei due film, l’egocentrismo e l’autoreferenzialtà dello scrittore e la sua sostanziale estraneità al mondo così com’è. Il tema del dolore, qui è soprattutto, però, angoscia e incubo visionario, e si manifesta attraverso il personaggio di lei che, con la propria sofferenza, sembra farsi mediatrice di un aspetto tragico della realtà che non riesce tuttavia a ispirarlo, non diventando mai, ai suoi occhi, altro da sé, essendo, anche in questo caso, l’estraneità dal proprio mondo emotivo la condizione fondamentale della scrittura.  Non per nulla, erano stati la Donna e l’Uomo sconosciuti, che l’avevano cercato per parlargli, al fine di  meglio comprenderlo, a offrirgli, nel momento del dolore più profondo e terribile, le emozioni necessarie all’ispirazione da troppo tempo inaridita. Peculiare del regista, poi,  è il modo enfatico del racconto, il gusto per le immagini ripugnanti e sanguinose, che rasentano il kitsch e che, perciò, possono diventare, con la loro ricorsività, manieristiche, così come gli appartiene l’indagine insistita per gli aspetti oscuri di noi, che spesso nascondiamo dietro le nostre “maschere” quotidiane. Questi aspetti rendono il film simile almeno un po’ al precedente Il cigno nero, che alla sua uscita, sei anni fa,  divise critica e spettatori, ciò che sta accadendo puntualmente anche oggi per quest’opera. Mentre è perfettamente comprensibile che non tutti gradiscano il modo con cui il regista racconta, è meno comprensibile l’astio feroce che si è creato a Venezia, durante la proiezione dedicata alla stampa, intorno a un’opera che, al di là dei gusti personali, non è né banale, né meritevole di una visione poco attenta, sia per l’innegabile potenza narrativa, che si manifesta dalla prima all’ultima scena, sia per l’importanza dei temi trattati, sia per l’impegno degli attori, fra i più grandi del cinema di oggi, da Bardem alla Pfeiffer alla bravissima Jennifer Lawrence, davvero sorprendente, sensibilissima e dolorosissima immagine dello strazio e dell’angoscia. Da vedere sicuramente. 

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quello è un pavone vanitoso, non un cigno! (Il cigno nero)


Recensione del film:
IL CIGNO NERO

Titolo originale:
Black Swan

Regia:
Darren Aronofsky
Principali interpreti
Natalie Portman, Vincent Cassel, Mila Kunis, Barbara Hershey, Winona Ryder -110 min. – USA 2010.

il tema della giovane (la ballerina Nina – Natalie Portman in questo film), schiacciata dalle frustrazioni materne, che diventa incapace di vivere, dilaniata com’è dai sensi di colpa che la portano ad autopunirsi, è stato ampiamente trattato da quel bellissimo film che è La pianista, di Michael Haneke, dal quale molte scene di attivo masochismo di questo Cigno nero mi sembrano derivate apertamente. La differenza, secondo me, è nella cultura filosofica di Haneke, nel suo indagare incessante circa l’origine del male nel cuore dell’uomo, i cui effetti vengono sempre rappresentati con un’impassibilità che è anche una presa di distanza. Qui, invece, siamo all’indagine psicoanalitica, secondo la “lectio facilior” che di Freud viene data dalle riviste patinate, che non stupisce trovi molti esaltati estimatori, come emerge anche da numerosi commenti che circolano sul Web. Il comportamento masochistico, inoltre, caratterizza non solo Nina: nel film si direbbe un male contagioso dell’ambiente dei danzatori, visto che ne è affetta anche la sua collega più anziana (si fa per dire), nonché lo stesso coreografo (Thomas Leroy – Vincent Cassel). Egli infatti è convinto che il suo potere gli dia il diritto di considerare il corpo delle ballerine come “roba sua”, e si trova, perciò, quasi senza lingua perché la giovinetta (che giustamente reclama la proprietà di se stessa) si difende come può. Egli, tuttavia, impavido corre ulteriormente quel rischio, poiché si ostina ancora nel corteggiamento per… il bene di lei (s’intende) volendo svegliarne la sensualità. E’ convinto infatti, il nostro Leroy, che solo l’esperienza della passione possa consentire a Nina di raggiungere la perfezione interpretativa, anche nel doppio ruolo di Cigno bianco – Cigno nero, poiché la perfezione artistica consisterebbe, secondo lui, nella totale identificazione di lei col personaggio del cigno nero che si toglierà la vita. Evidentemente Leroy non ha letto neppure Il paradosso dell’attore di Diderot, l’ abc per chi lavora nel teatro, soprattutto al Metropolitan di New York. Dall’assunto falso, secondo cui interprete e personaggio debbano identificarsi, nasce l’enfasi che è il dato connotativo dell’intero film, a mio avviso niente affatto tragico, ma solo bolsamente retorico nei toni e nelle immagini, ivi comprese quelle raccapriccianti di lei che si autoaffligge. Questo lavoro mostra, insomma, come un regista ambizioso, che, grazie all’uso di una buona fotografia e all’eleganza del colore, nonché della musica di Pëtr Il’ič Čajkovskij, realizza un prodotto artigianale, capace di creare negli spettatori una certa tensione, non riesca, tuttavia, a darci un buon film, principalmente per la banalità dei modi del raccontare non troppo originali, e forse per la sua sostanziale povertà culturale.