Il sacrificio del cervo sacro

recensione del film:
IL SACRIFICIO DEL CERVO SACRO

Titolo originale:
The Killing of a Sacred Deer

Regia:
Yorgos Lanthimos

Principali interpreti:
Colin Farrell, Nicole Kidman, Barry Keoghan, Raffey Cassidy, Sunny Suljic, Alicia Silverstone, Bill Camp, Denise Dal Vera – 109 min. – Gran Bretagna, USA 2017

In un attrezzatissimo e organizzatissimo ospedale dell’Ohio, a Cincinnati, lavora Stephen Murphy (Colin Farrell), stimato cardiochirurgo che porta con sé il segreto di un incidente occorsogli durante l’operazione a cuore aperto che era costata la vita a un uomo, forse per una sua leggerezza o forse per un suo involontario errore, ciò che lo aveva indotto a proteggere, almeno un po’ Martin, il figlio del defunto. Al momento del film Martin (Barry Keoghan) è un adolescente un po’ strano, che segue Stephen ovunque, in modo così insistente da diventare una presenza fastidiosa nella sua vita di rispettabile professionista: nel reparto tutti lo avevano notato, mentre chiedeva di lui e lo aspettava all’uscita. Ora, poi, si era fatto accogliere in casa, insinuando inquietudini oscure anche nella sua vita privata: si vedeva con Kim, la graziosa figlia adolescente, che come lui amava la musica, era diventato amico di Bob, l’ultimo nato, e anche di Anna, sua moglie  (Nicole Kidman), oftalmologa di chiara fama. Aveva poi dovuto accontentarlo, andando a conoscere sua madre (Alicia Silverstone): visita imbarazzante, col seguito sgradevole di un’offerta d’amore per interposta persona…Una persecuzione, insomma, un incubo: nulla in confronto a ciò che sarebbe accaduto e che il regista greco Yorgos Lanthimos  prepara accortamente, creando l’atmosfera di crescente tensione, in cui un po’ alla volta prende consistenza una trama da antica tragedia, annunciata per altro dall’allusione al cervo sacro del titolo, che nella versione originale è vittima di un assassinio (the Killing), mentre nel solito titolo italiano da spoiler è un sacrificio (e la differenza non è da poco). L’assassinio di Bob è infatti la vendetta a cui aspira il giovane Martin, il giusto contrappasso per la morte di suo padre, determinata dallo stato di ubriachezza del chirurgo, prontamente occultato dai documenti ospedalieri. Un “capro espiatorio” (l’innocente Bob!), avrebbe posto fine alle sciagure che stavano travolgendo l’intera famiglia e avrebbe riportato in equilibrio una situazione sulla quale gravava il peso dell’ingiustizia. Come Ifigenia in Aulide, o come Isacco, dunque? Non proprio così, secondo il regista, perché in un cielo senza dei, in una natura senza segrete corrispondenze e in un’umanità che fonda su basi utilitaristiche i propri riferimenti morali non può che affermarsi la barbarie più feroce, al di là della “politesse” formale dei nostri comportamenti, e al di là del razionalismo glaciale della nostra cultura che ignora ogni linea d’ombra.

Il film, disturbante come i personaggi che lo abitano e come tutti i film di questo regista, è molto ambizioso, perché nasce dal progetto a lungo accarezzato e ora dichiarato apertamente di lasciare provocatoriamente interagire alcuni aspetti della cultura tragica antica con gli uomini della società contemporanea, allo scopo di metterne in rilievo le contraddizioni e le lacerazioni che né scienza, né razionalità sono in grado di ricomporre in sintesi unitaria. L’eroe borghese, come è ben noto, non esiste: la sua crudeltà è priva di grandezza, la sua bontà è per lo più interessata, la sua rispettabilità cela abissi di abiezione inconfessabile. Tutto ciò viene detto con la solita glaciale impassibilità, che si riflette negli sfondi asettici degli ambienti ospedalieri, nella ricchezza elegante dei grigi e nelle deformazioni quasi grottesche dei luoghi, grazie all’uso delle riprese dall’alto, e di lunghe carrellate ricche di suggestioni kubrickiane. Ottima la direzione degli attori, in un film difficile ma non privo di suggestioni fascinose; sicuramente non per tutti, come le divisioni dei critici hanno reso evidente.

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In Bruges-La coscienza dell’assassino

recensione del film:
IN BRUGES-LA COSCIENZA DELL’ASSASSINO

Regia:
Martin McDonagh

Principali interpreti:
Brendan Gleeson, Colin Farrell, Ralph Fiennes, Jérémie Renier, Clémence Poésy,Ciarán Hinds, Thekla Reuten, Jordan Prentice, Zeljko Ivanek, Elizabeth Berrington, Rudy Blomme, Olivier Bonjour, Mark Donovan, Ann Elsley, Jean-Marc Favorin, Eric Godon – 101 min. – Gran Bretagna, Belgio 2008.

La mia valutazione molto positiva di Tre manifesti a Ebbing- Missouri mi ha spinta a rivedere e ad analizzare i due lungometraggi precedenti del regista.

In Bruges-La coscienza dell’assassino, presentato nelle nostre sale nel maggio del 2008, ebbe un notevole successo di pubblico: costituiva per gli spettatori del cinema il primo incontro con Martin McDonagh, l’inglese di origini irlandesi affermato soprattutto come regista teatrale, molto apprezzato nel Regno Unito e in altri paesi anglofoni. Alla sua uscita, questa sua pellicola aveva destato in molti di noi un’ottima impressione, anche per lo scenario nel quale si ambientava la vicenda raccontata: una Bruges incantevole, insolita nel cinema e anche negli itinerari del nostro turismo, nonostante la qualità del suo assetto urbanistico, dei suoi palazzi gotici e tardo-gotici, dei suoi monumenti, nonché delle opere custodite nei suoi musei.
Il film, però, non era solo una bella cartolina da Bruges, anche se questo aspetto non andrebbe sottovalutato, per la dichiarata volontà del regista, che, innamorato della città, aveva voluto utilizzarne vie, canali, ponti, chiese e piazze quali sfondi straordinari del suo racconto (persino l’allora sindaco della città aveva trovato una collocazione secondaria fra i personaggi); quella pellicola è. infatti, la nerissima storia di una coppia di killer professionali, Ken (Brendan Gleeson)  e Ray (Colin Farrell), che lì avevano dovuto rifugiarsi dopo l’ultima loro sciagurata impresa londinese.
Era accaduto che gli spari del fucile di Ray avessero ucciso un prete in chiesa (come gli era stato ordinato), ma che avessero anche causato la morte di un bambino in preghiera, celato alla vista dal massiccio corpo dell’assassinato. I due complici, cui la polizia stava dando la caccia in conseguenza dell’orribile misfatto, avrebbero dovuto starsene lontani da Londra per un po’ di tempo, seguendo le indicazioni di Harry (Ralph Fiennes), il boss, che per il momento aveva deciso che raggiungessero Bruges. Per Ray, al suo primo omicidio, il battesimo del fuoco si era trasformato in un’imprevista tragedia; col rimorso nel cuore aveva seguito mal volentieri Ken in terra fiamminga, sperando di rientrare, quanto prima, sul suolo britannico….

In Bruges, però, non si limita alla cronaca, umoristicamente narrata, della fuga dei due malfattori: è il racconto di un soggiorno inquieto e strano, che Harry, uomo nevrotico e crudele aveva imposto, dal suo cottage, ai due malavitosi, segregandoli in una stanza d’albergo, in attesa di… Godot, ovvero di una sua telefonata. Per questa ragione, nel corso del film non si vedono molte scene movimentate, come ci si attenderebbe: quelle poche di solito nascono dal nervosismo di Ray, che se ne va in giro, col suo onnipresente senso di colpa, attraverso la città, i suoi bar e i suoi locali equivoci alla ricerca di avventure e di “paradisi artificiali” che ne plachino la rabbia e il rimorso. Egli lascia che sia Ken, più adulto e più maturo di lui, a scoprire la vecchia città, per lui decisamente poco attraente. Seguiremo, perciò nel corso del film, a fasi alterne, il percorso dei due personaggi, che non sempre si comportano da pacifici cittadini, perché, anche in questo fascinoso angolo di mondo, le occasioni per venire alle mani non mancano… Alla fine, però, inseguimenti movimentati, sparatorie e fughe rocambolesche compenseranno ampiamente chi se le aspettava fin dall’inizio.
Il film è sorprendentemente, invece, anche una meditazione semi-seria sul passato e sul suo lascito contraddittorio fatto di dolore, di saggezza e di bellezza, che potrebbe aiutarci ad accettare i nostri errori e le nostre contraddizioni: parrebbe quasi un racconto di formazione. Potrebbe esserlo, in qualche misura, se consideriamo separatamente i due personaggi protagonisti: Ken appare pacificato e rasserenato (ha elaborato il lutto per la morte violenta della moglie amatissima), poiché la bellezza della città gli ha offerto, forse, la chance che cercava per comprendere il senso della vita, grazie all’incanto suggestivo degli angoli segreti, all’ampio panorama dall’alto delle torri, alla visione del cigno bellissimo che emerge dalle acque scure e anche alle riflessioni sull’inquietante trittico di Jeronymus Bosch. Ray è un personaggio più restio ad accettare se stesso e a meditare: è impulsivo, violento e rozzo, ma è ancora molto giovane e una seconda chance probabilmente arriverà anche per lui, aiutato dall’amore di una donna, che il finale, aperto, del film lascerebbe intuire.

Pur nella diversità dell’intreccio, ritengo che sia i percorsi accidentati e talvolta inverosimili attraverso i quali si fa strada un filo di speranza, sia il tema dell’attesa (inutile?), sia le ultime scene del film che rendono esplicita l’dea della “seconda chance” ci portino a Ebbing, insieme ai modi “pulp” del racconto che scorre davanti ai nostri occhi e alla nostra mente.

 

L’inganno

recensione del film:
L’INGANNO

Titolo originale:
The Beguiled

Regia:
Sofia Coppola

Principali interpreti:
Colin Farrell, Nicole Kidman, Kirsten Dunst, Elle Fanning, Oona Laurence, Angourie Rice, Addison Riecke, Emma Howard, Wayne Pére – 91 min. – USA 2017

Credo che sia bene precisare che questo film ha diviso la critica, e a quanto ne so anche il pubblico, soprattutto perché è difficile darne una valutazione autonoma rispetto all’onnipresente e molto (giustamente) ingombrante La notte brava del soldato Jonathan, il capolavoro di Don Siegel, ispirato, come questo, al romanzo di Thomas Cullinan A painted Devil. 

Lo scenario è, anche in questo caso, la guerra civile americana nell’anno 1864, a tre anni dal suo inizio, così come viene vissuta in  Virginia all’interno di un collegio femminile che ospita poche studentesse, alcune delle quali molto piccole, e un’insegnante di francese, Edwina (Kirsten Dunst). La piccola comunità è diretta dall’austera e matura Miss Martha (Nicole Kidman), severa ma religiosamente caritatevole. La vita del collegio è scandita dall’organizzazione meticolosa del tempo: lo studio, il lavoro (il cucito, la preparazione dei cibi…) e la preghiera si alternano con soffocante ripetitività, cosicché il collegio è nella realtà il carcere soffocante delle giovani ospiti, l’emblema stesso di una clausura destinata a durare almeno fino alla conclusione della guerra. La dimensione esterna, storico- politica, che aveva avuto una parte considerevole nel film del 1971, avendo conferito ai diversi protagonisti spessore e profondità, qui è solo accennata: i soldati sudisti bussano alla porta, ma non si vedono: è molto lontana la voce di Miss Martha che parla con loro. La rimozione del mondo esterno è significativa poiché rende riconoscibile la regista che, come ha più volte dichiarato, e come sappiamo dai suoi film precedenti, è anche qui interessata all’esplorazione del mondo delle giovani donne che per educazione o per necessità sono costrette a misurarsi, nell’età delicata dell’adolescenza, con la realtà di adulti che hanno deciso per loro, condannandole in questo modo all’infelicità per il resto della vita. Il riferimento che sembra più immediato, perciò, non è al film di Siegel:  è piuttosto al bellissimo The Virgin Suicides, la terribile storia delle malinconiche sorelle Lisbon, che avevano studiato e organizzato meticolosamente il suicidio quale risposta all’assenza di ogni credibile prospettiva di felicità futura. Né mi sembra trascurabile l’accostamento a un’altra delle memorabili adolescenti di Sofia Coppola, Marie Antoinette, film in cui lo scenario storico è solo apparentemente ignorato, essendo la sua assenza  compensata dalla simpatetica condivisione delle umiliazioni dolorose che le regole soffocanti di Versailles imponevano anche a lei, la vivace giovinetta diventata regina di Francia (la memorabile scena del parto pubblico, davanti a un’impressionante massa di persone che si accalcavano per assistervi, non è solo storicamente verissima, è soprattutto umanamente struggente per la sensazione claustrofobica e insieme pietosa che suscita in noi).
L’inganno, perciò, può agevolmente collocarsi all’interno di questo aspetto dell’ispirazione creativa di Sofia Coppola, e ha il pregio notevole di una fotografia elegantemente attenta agli accostamenti cromatici, alle ombre e alle tenui luci delle candele suggestivamente kubrickiane. Lascia, invece, a desiderare l’analisi psicologica, che non spiega né il troppo veloce mutare del soldato John (un Colin Farrell da dimenticare, altro che Clint!), né quello di Martha, qui del tutto priva delle inconfessabili e inquietanti colpe che nel film del ’71 ne facevano il personaggio forse più complesso e interessante, per non parlare della studentessa Alicia (Elle Fanning), così deliziosamente seducente nel vecchio film e così priva di charme e incolore in questo. Tutte queste considerazioni mi portano a esprimere molte perplessità sulla riuscita di questo film: si può vedere, ma se lo si perde, non ci si rimette troppo. Da vedere sicuramente, invece, tutti i film che ho citato nel corso di questo articolo!

The Lobster

Schermata 2015-10-15 alle 22.14.29recensione del film:
THE LOBSTER

Regia:
Yorgos Lanthimos

Principali interpreti:
Colin Farrell, Rachel Weisz, Jessica Barden, Olivia Colman, Ashley Jensen, Ariane Labed, Aggeliki Papoulia, John C. Reilly, Léa Seydoux, Michael Smiley, Ben Whishaw, Roger Ashton-Griffiths, Rosanna Hoult – 118 min. – Grecia, Gran Bretagna, Irlanda, Paesi Bassi, Francia

The Lobster, ovvero l’aragosta: questo è l’animale che David vorrebbe diventare, al termine dei quarantacinque giorni di residenza coatta nell’albergo creato appositamente per i single come lui in una realtà sociale distopica, forse futura, in cui, per qualche misteriosa ragione, a nessuno, uomo o donna, è permesso di vivere da solo. Il potere dominante in quella società, è, infatti, molto ben organizzato per provvedere immediatamente alla cattura dei vedovi, delle vedove, o degli amanti che si sono lasciati, per ricoverarli in quell’hotel. Chiunque, alla fine del soggiorno, non abbia trovato la propria metà viene trasformato in un animale, secondo la scelta che ciascuno ha dichiarato prima di essere accolto, si fa per dire, nella struttura. Le regole a cui i “villeggianti” si devono attenere sono poche e semplici, né mancano di una qualche “correttezza” politica: sono accettati gli omosessuali, per esempio, per i quali, naturalmente, valgono le stesse leggi; non i bisessuali, però, che come i single non possono essere tollerati. Si comprende subito, allora, che quelle poche e semplici norme sono state create per favorire il controllo dei comportamenti, che è più difficile se le persone vivono da sole, oppure se il percorso della loro vita non segue i binari rassicuranti della “normalità”, secondo l’accezione comunemente accettata in una realtà dominata dalla paura della diversità in cui sono amate le definizioni nette e manichee, tanto quanto detestate le sfumature e le analisi sottili. Ecco, dunque, che il nostro David (un Colin Farrell perfetto per quel ruolo) entra in quella struttura accompagnato da un bel cane (così era stato trasformato suo fratello), senza molte speranze di trovare la partner giusta per lui. Riuscirà, però, fortunosamente, a fuggire e a ritrovarsi in mezzo a un bosco, accolto all’interno di una comunità di single irriducibili, guidata da una virago spietata (bravissima Léa Seydoux), ben decisa a far rispettare a qualsiasi costo la libertà (?) dei single che sono scampati alla metamorfosi animalesca. La situazione di David, com’è facilmente intuibile, non migliora di molto, essendo ora, per sua disgrazia, vittima di un altro fanatismo ideologico, rovesciato specularmente rispetto al primo, ma non perciò meno stupidamente tirannico. Nulla come le imposizioni e i divieti invogliano a trasgredire, soprattutto se si riferiscono a quella sfera di opzioni privatissime che riguardano l’amore, in cui ciò che è lecito o illecito non può essere deciso da chi è esterno a quell’esperienza: in men che non si dica, infatti, David si innamora d’una donna che a sua volta lo ama. La coppia si è questa volta formata liberamente: per sottrarsi alla nuova tirannia, però,  non le resta che fuggire alla ricerca di una libertà assoluta, cioè sciolta da vincoli e controlli sociali. E’ possibile questa condizione?

La domanda che costituisce, probabilmente, il tema centrale del film, non è nuova: aveva trovato una drammatica risposta in un film molto diversamente raccontato da Bernardo Bertolucci nel 1972, L’ultimo tango a Parigi. In The Lobster, dove l’intera situazione si invera in un’allegoria grottesca e spesso crudelmente umoristica, le conclusioni non sono meno drammatiche (non intendo ovviamente anticiparle) e mettono in risalto, simbolicamente, a quale insostenibile prezzo sia possibile.

Questo film, del regista greco Yorgos Lanthimos, quasi sconosciuto da noi, (nonostante sia alla sua terza pellicola), evidenzia, con un linguaggio nuovo, razionalistico e nero fino alla perfidia e davvero poco sentimentale, la precarietà dell’equilibrio di coppia, ma anche la fragilità del nostro equilibrio individuale, sottoposto di continuo alle sollecitazioni che vengono dalle attese che la società esprime nei nostri confronti, alle quali è difficilissimo se non impossibile sottrarsi del tutto. E’ uno di quei film che può molto divertire (come è successo a me), perché fa appello alla nostra ironia e alla nostra curiosità indagatrice, ma può anche molto irritare chi si aspetta di trovare altra cosa da un racconto filosofico condotto con la precisione di un teorema.

Bellissime e accuratamente selezionate le immagini del paesaggio irlandese del Kerry, sfondo dell’intera vicenda; bellissime e perfette le musiche; splendida la recitazione degli attori, guidati molto bene da questo bravo regista, premiato con premio della Giuria, per quest’opera, all’ultimo festival di Cannes. E’ troppo chiedere che si possano conoscere anche i suoi due film precedenti in questo nostro paese?

P.S.Vorrei aggiungere che il regista di questo film deriva qualche scena dal cinema di Bunuel, talvolta apertamente citato (l’ultima scena rimanda ad esempio a Un Chien andalou, alcune al Il fascino discreto della borghesia, altre a L’angelo sterminatore), ma che in fatto di citazioni è assai evidente quella del suicidio, che sembra tratta di peso da Miss Violence, del suo collega greco, Avranas.
Questo dimostra l’attenta conoscenza della tradizione cinematografica da parte di Lanthimos, che cita non a caso due registi di cui coglie appieno sia lo spirito dissacrante e anticonvenzionale, sia la rappresentazione assai spiazzante di un’umanità costretta a vivere senza libertà

la bisbetica e il furbacchione (Saving Mister Banks)

Schermata 02-2456714 alle 14.49.15recensione del film:
SAVING MISTER BANKS

Regia:
John Lee Hancock

Principali interpreti:
Tom Hanks, Emma Thompson, Colin Farrell, Paul Giamatti, Jason Schwartzman, B.J. Novak, Bradley Whitford, Ruth Wilson, Annie Rose Buckley, Melanie Paxson – 120 min. – USA 2013

Nonostante la mia diffidenza “a prescindere” per tutto quello che riguarda Walt Disney e il suo mondo zuccheroso e consumistico, caratteristico anche di quella specie di paese dei balocchi molto kitsch che è presente dappertutto, sul nostro pianeta, col nome di Disneyland, devo ammettere che questo film, prodotto da Walt Disney e girato interamente negli studi disneyani, col supporto dell’Archivio lì conservato, è un bel film, molto ben realizzato e a tratti anche molto emozionante: non mi sono pentita di averlo visto.

Mary Poppins ha cinquant’anni: era comparso, infatti, sugli schermi nel 1964 il film con questo titolo, uno dei più famosi di Walt Disney, il quale aveva cercato da circa vent’anni di accaparrarsi i diritti sul romanzo di Pamela Lyndon Travers, dopo aver visto i suoi figli appassionarsi a leggere le avventure della celebre “tata” creata dalla scrittrice australiana. Per vent’anni, circa, la Travers, che ora abitava a Londra, aveva resistito alle lusinghe e alle insistenze disneyane: cedette quando fu sopraffatta dalle esigenze economiche, che non le permettevano di fare troppo la schizzinosa; mai seppe, tuttavia, superare la riluttanza per un mondo troppo superficiale e ottimisticamente americano, che sentiva lontano da sé e dalla sua cultura e per il quale provava un profondo disgusto. La vicenda della nascita molto travagliata di Mary Poppins è ricostruita dal regista John Lee Hancock con grande accuratezza, in questo film, ed è stata resa possibile grazie alla pignoleria puntigliosa e bisbetica con la quale la scrittrice aveva seguito la sceneggiatura del romanzo e la musica (che i fratelli Sherman avevano da tempo predisposto a insaputa di lei). La Travers aveva preteso infatti che ogni seduta di preparazione del film prevedesse la sua presenza e la sua approvazione, e che venisse registrata, per poter in seguito controllare se le variazioni rispetto al romanzo erano state tutte concordate. Eppure, appena arrivata a Los Angeles da Londra, tutto lo staff disneyano si era prodigato per accoglierla con gli onori che Disney stesso aveva organizzato senza risparmio, dall’accoglienza in albergo, all’autista personale, ai dolci (anche troppi) che mai sarebbero mancati sul tavolo di lavoro, agli sforzi per accontentarla in ogni momento e in ogni capriccio. La classe (come la cultura), però, non è acqua e la matura Pamela, eternamente scontenta e bizzosa, non perdeva occasione per rimarcarlo e sottolinearlo, così come il furbissimo Walt non perdeva occasione per calmarla, ascoltando e accogliendo nei limiti del possibile ogni sua pretesa. Questo non impedì la rottura che, a film quasi concluso, fu voluta ostinatamente da lei. Quando arrivò sui giornali la notizia del gran gala previsto per l’inaugurazione del film, la Travers scoprì di non essere stata invitata e volle, orgogliosamente, essere presente a proprie spese, vestita con eleganza e un po’ addolcita nello sguardo e nei modi. La contrapposizione molto ben ricostruita ci ricorda che si era trattato dello scontro fra due mondi e di due diverse weltanschauung, però, oltre che dello scontro fra una matura signorina un po’ altezzosa e un cineasta un po’ troppo ricco: si erano fronteggiati in realtà il mondo europeo, colto e inquieto, pieno di ansie e problemi irrisolti, di cui la stessa miss Travers era l’esempio vivente, e il mondo solare e volontaristicamente ottimista della California, ostentatamente ricco e pieno di una gioia di vivere che agli occhi di Pamela doveva apparire del tutto ingiustificata. Saving Mister Banks, tuttavia, contiene molti altri motivi di grande interesse, il primo dei quali è l’evocazione di Mister Banks, il padre di Pamela, l’uomo che era stato capace di comprenderne la voglia di vivere nel mondo fantastico dei sogni e di incoraggiarla a scriverne, tenendola lontana dalle banalità e dalle angosce della vita quotidiana. L’uomo, che era morto giovane, era stato, in realtà, un pessimo padre e un pessimo marito, malato, ma sempre ubriaco e fragile, pieno di figli e irresponsabile nei loro confronti, così come nei confronti della moglie. Questo aveva reso a Pamela molto difficile parlare di lui, oggetto del suo amore e anche delle sue delusioni. Il rapporto difficile col proprio passato si era trasformato, nel romanzo, nella volontà di idealizzare la figura paterna, ciò che l'”ingenuo” americano Walt Disney aveva capito ed era riuscito a spiegarle, inducendola a un comportamento meno severo con se stessa e col suo prossimo. I flashback che costellano i film, e che riportano in vita quello scambio tenerissimo tra lei bambina bellissima e quel padre che ne incoraggiava i voli e gli slanci fantasiosi, nonché la scrittura, sono tra le pagine più belle del film, emozionanti e struggenti, perché raccontano insieme all’infanzia di Pamela, l’infanzia incantata di tutti i bambini, con delicato pudore e con immagini che la fotografia, ingiallita, leggermente sfocata e piena di fascino rende estremamente suggestive. Gli attori sono straordinari: Emma Thompson, indimenticabile Pamela Travers; Tom Hanks, eccezionale Walt Disney, Colin Farrell, perfetto Mister Banks e Paul Giamatti, straordinario autista personale della scrittrice. E’ un film da vedere!

un film un po’ pasticciato (London boulevard)

recensione del film:
LONDON BOULEVARD

Regia:
William Monahan

Principali interpreti:
Colin Farrell, Keira Knightley, David Thewlis, Anna Friel, Ben Chaplin, Ray Winstone, Eddie Marsan, Sanjeev Bhaskar, Stephen Graham, Ophelia Lovibond, Jamie Campbell Bower, Elly Fairman, Kerry Shale, Jonathan Cullen, Nick Bartlett, Alan Williams, Julian Littman, Giles Terera, Matt King, Velibor Topic, Lee Boardman, Donald Sumpter – 103 min. – USA, Gran Bretagna 2010

Un giovane, dopo aver scontato una condanna di tre anni per aggressione, all’uscita di galera trova ad aspettarlo un amico del giro malavitoso che aveva frequentato in passato. Suo proposito è, però, far pulizia nella sua vita, rompendo i legami che lo avevano messo nei grossi guai nei quali non vorrebbe più trovarsi.
Il film ci racconta il percorso faticoso e improbabile del giovane per allontanarsi da quel mondo. Per questa ragione cercherà e troverà un lavoro come guardiano della villa di un’attrice con seri problemi psicologici. Il seguito del film è la descrizione degli ostacoli che il giovanotto trova sulla strada del suo riscatto, dell’amore che nasce fra lui e l’attrice, dei problemi che si frappongono al suo realizzarsi, del ruolo del caso, che , mai nominato, è tuttavia l’elemento decisivo della situazione. Benché il film abbia un padre dichiarato nel romanzo omonimo, uscito anche in Italia , il regista sembra tener presente soprattutto il famosissimo film di Billy Wilder con Gloria Swanson: Sunset Boulevard, l’indimenticabile Viale del tramonto, a cui, soprattutto si ispira, sia pure con molta libertà.
Ne è scaturito un film riuscito a metà, che si salva soprattutto per l’interpretazione di Colin Farrell, che è anche un piacere rivedere: bad boy, che vorrebbe redimersi per amore di Keira Knightley. Una Londra non turistica, oscura e notturna è lo sfondo di tutto il plot, che procede senza fretta verso un catastrofico finale, asssai grandguignolesco.