Improvvisamente l’estate scorsa

recensione del film:
IMPROVVISAMENTE L’ESTATE SCORSA

Titolo originale:
Suddenly, Last Summer

Regia:
Joseph L. Mankiewicz


Principali Interpreti:
Elizabeth Taylor, Mercedes McCambridge, Montgomery Clift, Katharine Hepburn, Albert Dekker -114 min. – USA 1959

Questo magnifico film di Joseph L. Mankiewicz, è stato riproposto, per pochi giorni, al Cinema Massimo di Torino (Museo del cinema) nell’ambito di una rassegna dedicata al grande regista.

Dall’atto unico al film
Nel 1959 Joseph L. Mankiewicz aveva presentato l’adattamento cinematografico dell’atto unico Suddenly, Last Summer di Tennesse Williams, il notissimo scrittore teatrale intervenuto di persona accanto al collega Gore Vidal, per perfezionare la sceneggiatura: la nascita del film, infatti, non era stata facile anche per l’esigenza di estendere la parte centrale della pièce al fine di trasformarne la vicenda (breve) in un credibile lungometraggio. La maggiore preoccupazione di tutti, però, era lo scabrosissimo contenuto, solo parzialmente aggirabile applicando il codice di autoregolamentazione dei produttori, il cosiddetto Codice Hays *, secondo il quale di omosessualità nei film non si poteva assolutamente parlare, ma solo oscuramente alludere. In questo caso, i movimenti più integralisti avevano imposto che il personaggio “irregolare” non fosse in alcun modo visibile, né nel corpo, né nel volto, e neppure identificabile attraverso la voce. Almeno due altri temi scandalosi, però, percorrevano sottotraccia la pièce rendendone difficilissima la trasposizione cinematografica: uno di questi era il morboso rapporto, quasi incestuoso, fra l’invisibile Sebastian e sua madre Violet (Katharine Hepburn), cosciente della “scandalosa” omosessualità del figlio e delle sue probabili pulsioni pederastiche; l’altro, abbastanza apertamente accennato nel tragico finale, era l’impressionante primitivismo orgiastico del rito dionisiaco (cannibalesco?), che avrebbe concluso la vita del giovane Sebastian in vacanza in Spagna. La difficile impresa fu affrontata con molta eleganza, depotenziando le probabili proteste, grazie alla forza eccezionalmente coinvolgente  dell’interpretazione di Elizabeth Taylor, attrice molto popolare e gradita agli spettatori, che aveva contribuito, con la propria recitazione [melo]drammatica a oscurare i contenuti più scandalosi. La presenza dell’ottimo Montgomery Clift, che fu imposta da lei, si rivelò, a sua volta, un’ottima scelta, nonostante le difficoltà e i rallentamenti conseguenti alle cattive condizioni di salute dell’attore, non guarito dopo l’incidente del 1956.

La vicenda

La vicenda del film è abbastanza nota, ma forse non ai più giovani, perciò vale la pena soffermarvisi: si svolge a New Orleans, dove sorgeva un manicomio pubblico, luogo terribile, estremo ricovero di uomini e donne emarginati dalla società e dalla famiglia per ragioni che non sempre attenevano alla malattia mentale, e che erano più spesso frutto di inconfessabili interessi economici, di ipocrisie e di odi familiari. Si era trasferito in questa struttura un neurochirurgo specializzato nelle operazioni di lobotomia, il giovane dottor Cukrowicz (Montgomery Clift), che si era fatto le ossa a Los Angeles e che qui ora intendeva lavorare. L’ospedale, però, per la scarsità dei finanziamenti pubblici, non poteva assicurare strumenti e condizioni ottimali per le sue delicate operazioni al cervello, anche se il direttore sanitario, attento e sensibile alle sue esigenze, contava sulle generose donazioni di molti cittadini ricchi che volentieri, nel ricordo dei loro defunti, devolvevano all’ente cospicue somme di denaro. In modo particolare, una ricca vedova, Violet Venable (Katharine Hepburn), aveva promesso migliaia di dollari per una fondazione legata al nome del proprio figlio Sebastian, giovane poeta, morto nell’estate precedente durante una vacanza in Spagna, dove la cugina Catherine Holly (Elizabeth Taylor) lo aveva accompagnato. Al suo ritorno, Catherine aveva dato segni di squilibrio mentale, e aveva rimosso dalla sua memoria i particolari orribili di quella morte, legata alle abitudini sessuali di Sebastian. La rispettabilità della ricca famiglia di Sebastian, nella persona di Violet, la madre amorosissima, ora privata del figlio, richiedeva che Catherine mettesse a tacere per sempre i ricordi legati alla torbida vicenda di cui era stata involontaria e terrorizzata testimone. Aveva promesso, pertanto, che se il dottor Cukrowicz avesse, con la lobotomia, “aiutato” Catherine a liberarsi di un ricordo doloroso, una ricchissima donazione avrebbe garantito all’ospedale tutto il prestigio e i soldi necessari al suo perfetto funzionamento.

Il bellissimo dottor Cukrowicz, ora, vorrebbe vederci chiaro….

Film indimenticabile non solo per le grandi interpretazioni degli attori, ma per il crescente e teso clima di orrore perverso che, seguendo il dolorosissimo riemergere dei ricordi di Catherine (affiancati da un lungo e ansiogeno flashback), ne fa un’opera inquietante, unica nella grande vicenda cinematografica del regista e insolita anche nella lunga storia dei film capaci di suscitare insieme pietà, sdegno e repulsione.
Il DVD dell’opera è facilmente reperibile sul mercato e la sua visione è particolarmente raccomandabile a chi ama il cinema, a chi apprezza il bianco e nero (molto prezioso) e anche a chi ancora oggi vorrebbe ripristinare i manicomi!

*Sull’applicazione del codice Hays vigilavano, mobilitando i propri iscritti fanatici, agguerriti movimenti ultra-conservatori che miravano a introdurre la censura governativa sul cinema, non ritenendo sufficiente l’autoregolamentazione dei produttori!

 

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L’uomo dal braccio d’oro

Schermata 2016-04-28 alle 09.19.42recensione del film:
L’UOMO DAL BRACCIO D’ORO

Titolo originale:
The Man with the Golden Arm

Regia:
Otto Preminger

Principali interpreti:
Frank Sinatra, Kim Novak, Eleanor Parker Darren McGavin, Arnold Stang – 119 min. – USA 1955

 

Un vecchio film, un ottimo cast ben diretto dal grande Otto Preminger e una grande prova d’attore di Frank Sinatra, qui nei panni troppo appiccicosi del tossicodipendente da morfina Frankie Machine che ha già provato, apparentemente con successo, a liberarsi di quegli abiti scomodi, ma che ora è tornato a drogarsi alla grande con conseguenze devastanti.

Frankie Machine ha un braccio d’oro: così aveva sentenziato il musicista, docente di  batteria, che aveva provato a ricuperarlo durante il suo soggiorno in galera, dov’era finito per ragioni che, se pure non del tutto chiarite, certamente avevano a che vedere col  gioco d’azzardo e col consumo di droga. Siamo in un quartiere “a rischio” di un’imprecisata città americana, in cui un’umanità marginale e povera passa le proprie giornate nella noia e nell’avvilimento sempre presenti in chi, non avendo lavoro, cerca di sopravvivere tentando la sorte coi magri guadagni del gioco d’azzardo, nelle bische clandestine retrostanti i locali equivoci dove si aggirano sfruttatori privi di scrupoli, spacciatori avidi di guadagno, ballerine in cerca di compagnia e personaggi strani, come Sparrow, socialmente poco accettati. La storia di Frankie si colloca in questo contesto degradato, nel quale resistere alla droga era difficilissimo, anche perché sarebbe stata necessaria quella forza di carattere che in genere chi si droga non ha, soprattutto se, come era accaduto a lui, le scelte più importanti della sua vita erano state (e continuavano a essere) pesantemente condizionate dai ricatti emotivi di una moglie possessiva e asfissiante (Eleanor Parker), che gli attribuiva la responsabilità delle proprie permanenti disgrazie (la donna si fingeva paralizzata alle gambe in seguito a un incidente stradale avvenuto per colpa di lui), ed esigeva da lui denaro e attenzioni. Dilaniato dai sensi di colpa e incapace di dire di no, egli si era sentito costretto a lasciare Molly (Kim Novak), la donna che amava e che avrebbe voluto sposare.

Il braccio d’oro del grande batterista si stava trasformando ora in un braccio pieno di lividi e buchi, tracce delle assunzioni di droga che lo stavano riportando al vizio antico, al peso soffocante della “scimmia”, talvolta diventando anche il braccio quasi infallibile del giocatore d’azzardo, nella bisca dei falsi amici ai quali, ancora, era stato incapace di dire di no.

La cupa storia del progressivo sfacelo fisico e morale di Frankie ci viene raccontata con impassibile e duro realismo nel corso del film, che viola consapevolmente il codice Hays, ovvero il sistema di norme moralistiche a cui, a partire dagli anni ’30 (1934), i registi avrebbero dovuto sottoporre le riprese dei loro film, in modo da evitare il turbamento delle persone “per bene” a cui erano indirizzati. Nel contempo, però,  questo modo insolito della rappresentazione offre agli spettatori un quadro davvero impressionante anche dei bassifondi delle città americane, del mondo degli emarginati che lo abitavano in attesa che avesse termine in qualche modo la loro solitaria disperazione vissuta nell’assenza di qualsiasi forma di solidarietà, tra imbroglioni e sfruttatori di ogni risma, mai perseguiti dalla polizia che appare tollerante di questo stato di cose e propensa piuttosto a perseguirne le vittime.

Otto Preminger trasse il film dal romanzo omonimo di Nelson Algren, ma fu costretto dal produttore a discostarsene nel finale, sostituendo al suicidio di Frankie l’happy ending, che tuttavia appare in ogni caso molto, molto amaro. Bellissimo accompagnamento musicale composto da Elmer Bernstein.