Il corriere (The Mule)

recensione del film:
IL CORRIERE-THE MULE

Titolo originale:
The Mule

Regia:
Clint Eastwood

Principali interpreti:
Clint Eastwood, Bradley Cooper, Laurence Fishburne, Michael Peña, Dianne Wiest, 
Alison Eastwood, Andy Garcia, Taissa Farmiga, Clifton Collins Jr., Jill Flint, Manny Montana, Noel Gugliemi, Katie Gill. – 116 min. – USA 2018.

Ancora un film con Clint Eastwood, che, alla vigilia dei novant’anni, è il vivo e vegeto protagonista del racconto che egli stesso dirige, interpretando da vecchio leone il personaggio di Earl Stone, l’incredibile corriere di questa storia, che, a quanto pare (ma è così importante?), è “una storia vera”. Fondamentale è invece la verità profonda del personaggio quale emerge a poco a poco, dopo la breve premessa del film, che ce lo presenta al lavoro. Earl era stato un vivaista, ma soprattutto un appassionato ibridatore dei suoi prediletti Hemerocallis, i fiori bellissimi, che durano un solo giorno, ma che paradossalmente assicurano la fioritura più lunga dell’anno, poiché la loro esile eppure robustissima piantina è una vera fabbrica di fiori a getto continuo. Earl ne commerciava ingenti quantità trasportando le pianticelle col suo vecchio pick-up lungo le strade americane durante le fiere; li esponeva; li forniva agli organizzatore dei convegni e delle feste. I guadagni gli erano sufficienti a sopperire alle necessità familiari, mentre non era sufficiente la sua presenza in casa.
La moglie (Dianne Wiest) e la figlia (Alison Eastwood) non lo vedevano mai: se non era in giro per i fiori, era alle adunate dei reduci della Corea, suoi ex commilitoni, oppure alle Convention del Partito repubblicano, a cui andavano le sue simpatie di uomo amante del proprio paese e delle individuali libertà. La moglie, perciò, lo aveva lasciato divorziando da lui, sostenuta dalla figlia.
Si profilavano per il futuro, però, momenti difficili: l’accelerazione impressa da Internet alle comunicazioni e al commercio avrebbe di lì a poco travolto anche lui, come tutti i bravi piccoli produttori di beni per il consumo di nicchia. Earl non era riuscito, infatti,  a salvare quei suoi  fiori bellissimi. Alla vigilia degli ottant’anni non aveva pensione, era solo e anche sfrattato per morosità dal suo vivaio, che dopo il divorzio era diventato la sua abitazione. Né, d’altra parte, era pensabile per lui vivere da pensionato, tranquillamente osservando dalla panchina di un giardinetto la vita degli altri, in attesa di morire, quando come trasportatore o come corriere avrebbe ancora guadagnato qualcosa per vivere: il suo glorioso pick-up, in fondo, era stato una bella risorsa.

Con quel catorcio del vecchio pick-up, in realtà, non avrebbe fatto molta strada come corriere; con quello nuovo, invece, così bello, lucido e nero, la sua vita era davvero cambiata. L’aveva acquistato grazie alle buste piene di dollari che i suoi discutibili (a dir poco) committenti gli facevano regolarmente trovare, dopo che aveva consegnato ai clienti quei borsoni che mai e poi mai egli avrebbe dovuto aprire; quei soldi (maledetti e subito, ma certo non pochi) gli avevano permesso qualche piacere ben più importante del nuovo pick-up: aveva mantenuto la promessa di pagare il proseguimento degli studi della nipotina, ricuperandone l’affetto riconoscente; aveva comprato e rimesso a posto il vecchio vivaio; aveva finanziato le organizzazioni dei reduci dalla Corea, e sostenuto le campagne repubblicane. A quei suoi committenti, trafficanti di droga, non pareva vero di aver trovato uno come lui: i capelli bianchi, lo sguardo diretto, il  corpo sottile spesso tremante, come la sua voce, le frequenti deviazioni anarchiche rispetto al percorso prefissato, alla ricerca di qualche buon cibo, ne facevano un trasportatore insospettabile, che si guadagnava il rispetto e l’ammirazione persino dei poliziotti….

Non anticipo altro del racconto del film, ma posso dire che non sarebbe andata sempre così e, d’altra parte, nessuno, soprattutto a ottant’anni, potrebbe illudersi di vivere per sempre felice e contento: la durata della vita, come quella dei fiori, è quanto mai breve;  le rifiorenze vanno accuratamente seguite e coltivate, prima di esservi costretti, dall’ apparir del vero, a interrogarsi sul senso della vita e su come la si è vissuta.

Il film, infatti, senza perdere il carattere avventuroso del racconto on the road, mette progressivamente in luce le implicazioni metaforiche che ne fanno una appassionata riflessione sulla vita e sulla morte,  attraversata da una costante ironia, ciò che rende amabile e leggero tutto il racconto.
L’immagine che del proprio volto e del proprio corpo Clint ci offre, senza nascondersi, ci permette di cogliere, al di là dei segni dell’età, l’energia ancora vitale dell’uomo deciso a non lasciarsi morire senza offrire a sé qualche momento di gioia, sottolineato dalla musica che accompagna il viaggio e dal suo cantare, così “vero” da indurre a imitarlo persino i suoi committenti, quei farabutti che lo seguono a distanza.

Clint, perciò, offre a noi uno dei suoi “fiori” più belli, rendendo più morbidi i sentieri selvaggi dei suoi percorsi, smorzandone i contrasti attraverso una fotografia molto luminosa; ci fa spesso sorridere con indulgenza e ci sorprende con le citazioni dei grandi film del passato: i suoi  e anche i film altrui, ciò che talvolta davvero ci spiazza. Non mi sarei aspettata, infatti, di riascoltare, in questo diversissimo contesto, e con un completo capovolgimento dei ruoli, il suo Earl (che, come gli era stato detto, tanto rassomigliava a Spencer Tracy), pronunciare le parole di ringraziamento del finale di Vincitori e vinti, il grande film sul processo di Norimberga diretto e prodotto da Stanley Kramer (1961), interpretato da un indimenticabile Spencer Tracy.

Attendo altri bei fiori!

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La notte brava del soldato Jonathan

recensione del film.
LA NOTTE BRAVA DEL SOLDATO JONATHAN

Titolo originale:
The Beguiled

Regia:
Don Siegel

Principali interpreti:
Clint Eastwood, Elizabeth Hartman, Geraldine Page, Jo Ann Harris, Darleen Carr, Mae Mercer – 109 min. – USA 1971

Al Festival di Cannes dello scorso maggio, la regista Sofia Coppola ha presentato L’inganno, il film che sarà nelle nostre sale a partire da giovedì 21 settembre. Non tutti sanno che L’inganno è il remake di questo vecchio film, che ebbe allora un buon successo. In attesa di vederne la nuova versione, ho pensato di presentare l’originale, che si può trovare in DVD. Vale, secondo me, la pena di meditarlo.

Con il bizzarro titolo La Notte brava del soldato Jonathan era stato presentato nel 1971 nelle sale italiane questo film firmato Don Siegel, tratto da un romanzo di Thomas P. Cullinan, intitolato, a sua volta A Painted Devil*.
Il soldato Jonathan (Clint Eastwood) aveva combattuto nell’esercito nordista durante la guerra civile americana; ferito, forse gravemente, era stato ritrovato in pieno territorio sudista, nel bosco dove la dodicenne Amy stava raccogliendo i funghi per il pranzo al collegio femminile da cui si era allontanata e a cui, ora, lo avrebbe accompagnato nella speranza che Miss Martha Farnsworth (Geraldine Page), la severa proprietaria della scuola, se ne prendesse cura. Era stato accolto con molta diffidenza all’interno della struttura educativa nella quale tutte le donne che vi risiedevano, dalle studentesse a Edwina (Elizabeth Hartman), l’insegnante di francese, a Miss Martha, fino alla schiava nera disperata di ogni possibile riscatto, erano convinte sostenitrici della secessione sudista: ricoverare un soldato nemico era molto pericoloso per tutte loro, che, già esposte ai rischi di un’incursione delle truppe nordiste, sarebbero diventate facile preda, per il loro tradimento, anche dei soldati sudisti di passaggio. Sotto quest’aspetto, Sudisti e Nordisti si equivalevano: la guerra, fin dalla notte dei tempi, richiede disumani sacrifici e scatena i più diversi appetiti, facendo emergere gli istinti predatori dei soldati, il cui transito lascia ovunque strascichi molto penosi, alimentando l’odio e il desiderio di rivalsa. Jonathan non era diverso dagli altri, ma sapeva come sfruttare, a proprio vantaggio, l’urbanità e i bei modi che sembravano provenirgli da un’ottima educazione e da una nobiltà d’animo non comune. Egli si era lasciato docilmente curare e, in seguito, accertatosi di esserere il solo maschio presente in quella scuola, era riuscito a guadagnare la fiducia delle donne che lo attorniavano, essendosi rivolto con le parole giuste a ciascuna di loro. La sua bellezza, poi, aveva conquistato il cuore di molte, ciò che avrebbe scatenato le rivalità e le gelosie all’origine della sua rovina. Egli aveva dunque sottovalutato la ferocia femminile, confidando un po’ troppo sulle capacità seduttive delle sue parole lusinghiere e del suo corpo, neppur troppo “oscuro oggetto del desiderio” comune, reciprocamente taciuto, ma universalmente noto o sospettato.

Nel film, condotto con un crescendo di tensione che potrebbe quasi apparentarlo a un noir, si delinea una vicenda oscura e terribile, con tratti di morbosità, costruita, con grande finezza psicologica, seguendo i percorsi che avevano portato le donne e il bel soldato Jonathan ad avvicinarsi e in seguito ad allontanarsi tragicamente: “la notte brava” era stato l’inizio della fine di quel rapporto di fiducia guardinga (perdonate l’ossimoro, ma non saprei definire meglio l’ambiguità del comportamento reciproco) che aveva legato per qualche tempo l’uomo ferito alle donne intristite e inaridite dall’isolamento e dall’inibizione di ogni prospettiva amorosa, ma per lo più ansiose di salvaguardare il buon nome dell’istituzione a cui per ora dovevano protezione e sostentamento. Era stato, infine, il rovesciamento delle sorti della guerra a mutare il destino di tutti, mostrando la brutalità arrogante anche di Jonathan, il vincitore, che, seppure compromesso nella propria integrità fisica, aveva subito presentato il proprio conto, offrendo il fianco alla temibile alleanza delle donne umiliate e offese.
Il film, che si apre e si chiude circolarmente con i colori sbiaditi della fotografia che solo a poco a poco si ravvivano nel racconto, connotando anche temporalmente la distanza del regista, è bellissimo e inquietante e, per l’epoca (1971), anche molto coraggioso, non nascondendo aspetti della realtà che solo a partire dagli anni ’80, fra mille difficoltà, avrebbero trovato il loro spazio  sullo schermo.
Vorrei soffermarmi, brevemente, sul gioco dei titoli, che in parte tradisce diverse interpretazioni della storia narrata: The beguiled, il titolo originale del film, indicherebbe che qualcuno è stato ingannato. Chi? Lo spettatore potrebbe scoprire, secondo me, che ingannati sono stati tutti i personaggi che si erano, in certo modo, illusi. Il titolo italiano, non privo di una certa verità, invece, parrebbe puntare soprattutto sulla stoltezza colpevole del soldato Jonathan, inevitabilmente vittima della propria presunzione: se l’era cercata, dunque, secondo un modo di pensare tenacemente radicato nelle menti di troppi nostri concittadini!

 

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*Pubblicato per la prima volta in Italia da pochi giorni, anche in edizione elettronica, col titolo L’inganno dalla casa editrice DEA Planeta

 

 

Sully

schermata-2016-12-05-alle-23-27-33recensione del film:
SULLY

Regia:
Clint Eastwood

Principali interpreti:
Tom Hanks, Aaron Eckhart, Laura Linney, Anna Gunn, Autumn Reeser, Sam Huntington, Jerry Ferrara, Holt McCallany, Lynn Marocola, Chris Bauer, Max Adler, Valerie Mahaffey, Denise Scilabra, Inder Kumar, Tracee Chimo
– 95 min. – USA 2016

Non è facile a quanto pare andare in pensione negli States: dopo anni di onoratissima carriera non ci va Woody Allen né ci va Clint Eastwood; i due infaticabili registi, anzi, mettono fuori, più o meno ogni anno, il loro bravo film, quasi sempre di buona fattura e dignitoso. Ci vorrebbe andare, invece, il pilota Chesley Sullenberger, “Sully”per gli amici, che dopo 42 anni di onorato servizio alla guida dei caccia americani, era passato all’aviazione civile, avendo ancora bisogno di lavorare per pagare il mutuo dopo l’acquisto della casa. Sully, purtroppo, aveva rischiato seriamente di perdere quel lavoro e anche la pensione, perché la sua compagnia aerea stava mettendo in dubbio la correttezza del suo comportamento in volo quando, nel gennaio del 2009, egli aveva portato in salvo 155 persone che viaggiavano sull’aereo a lui affidato, dopo che lo scontro con uno stormo di oche aveva privato il velivolo dei due motori, durante la fase di decollo. Partito dall’aeroporto La Guardia (uno degli scali di NewYork) e diretto verso il North Carolina, Sully aveva presto constatato l’impossibilità di qualsiasi atterraggio d’emergenza tornando al La Guardia o puntando verso altri aeroporti, troppo lontani in quelle condizioni e aveva rapidamente deciso di tentare un ammaraggio disperato nelle acque gelate del fiume Hudson, che lambisce la costa occidentale di Manhattan, scommettendo sulla sua riuscita e sperando nella rapidità dei soccorsi.
Immediatamente esaltato come un eroe dalla stampa e dalla televisione dell’epoca, Sullenberger era diventato presto oggetto di dubbi e insinuazioni da parte della National Transportation Safety Board, che, anche su pressione delle compagnie di assicurazione, aveva immediatamente avviato un’indagine cercando di imputargli la perdita di un velivolo ormai inservibile e opponendo ai suoi argomenti le prove di simulazione con il computer. Lontano dagli affetti familiari, isolato dall’opinione pubblica dopo che molti giornali e reti televisive avevano deciso di cavalcare lo scandalo e il sospetto, Sully aveva dalla sua, oltre al co-pilota che aveva con lui vissuto lo stesso dramma, uno sbiadito sindacalista e l’avvocato difensore. Era stata però la sua accorata e lucida difesa delle ragioni umane contro le simulazioni che non ne avevano tenuto conto ad avere la meglio e a permettergli di ottenere il riconoscimento pieno dei suoi meriti.

Il film, ricostruendo un fatto di cronaca con fedeltà e asciuttezza giornalistica, riserva gli effetti speciali esclusivamente per lasciarci immaginare quali potessero essere gli incubi terribili che avevano accompagnato i giorni dell’inchiesta, nel lodevole intento di far parlare i fatti sufficientemente drammatici di per sé per aver bisogno di un racconto a tinte più forti e soprattutto più false. Il tormento del pilota, rimosso in quei drammatici minuti, ricompare in forma allucinatoria durante le notti insonni in cui i fantasmi dell’11 settembre sembravano rivivere, prospettando scenari di schianto contro i più famosi grattacieli della metropoli, con un utilizzo sobrio e appropriato degli effetti di simulazione, del tutto giustamente abbandonati nella narrazione “storica” degli eventi. Il risultato è quello di un racconto fluido e contenuto nei canoni classici e composti dei film di Eastwood, sdrammatizzati ulteriormente dall’ironia del co-pilota e dalle scene finali che accompagnano i titoli di coda e che, mostrandoci il vero Sully, circondato dalla famiglia sorridente, ci fa penetrare in quella normalità della middle-class americana per la quale eroismo significa senso del dovere e fiducia nella capacità della società americana di trovare nel momento del pericolo la massima solidarietà collettiva. Null’altro, quindi che la riproposizione della weltanschauung sottesa ai migliori (e anche ai meno convincenti) film di Eastwood: siamo pur sempre nel migliore dei mondi possibili! Splendide interpretazioni di Tom Hanks e di Aaron Eckhart, il co-pilota. Film da vedere.

QUI se volete approfondire, potete trovare tutte le notizie sui fatti del 2009 e sul coraggioso Sullenberger, oltre che qualche intervista e qualche divertente curiosità.

Il buono, il brutto, il cattivo

Schermata 2015-10-07 alle 18.31.52recensione del film:
IL BUONO, IL BRUTTO, IL CATTIVO

Regia:
Sergio Leone

Principali interpreti:
Clint Eastwood, Lee Van Cleef, Eli Wallach, Luigi Pistilli, Rada Rassimov,Aldo Giuffré, Mario Brega, Enzo Petito, Claudio Scarchilli, John Bartha, Livio Lorenzon,Antonio Casale, Sandro Scarchilli, Benito Stefanelli, Angelo Novi, Antonio Casas  – 182 min. – Italia, Spagna 196

Restaurato e trasferito su DVD dalla Cineteca di Bologna nel luglio 2014.

Anche questa recensione è scritta, come contributo personale, per il Cineforum di Canegrate che concluderà con la proiezione di questo film, il 24 novembre prossimo, la programmazione che ha portato avanti dal luglio di quest’anno. 

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– La Trilogia del dollaro

Il buono, il brutto, il cattivo (1966) è l’ultimo dei tre film di Sergio Leone che insieme costituiscono la cosiddetta Trilogia del dollaro: è stato girato dopo Per un pugno di dollari  (1964) e Per qualche dollaro in più (1965). Con i due film precedenti questo ha in comune l’ambiente deserto del West, ricostruito in terra di Spagna, alcuni attori non protagonisti, la musica di Ennio Morricone nonché la presenza di Clint Eastwood, che incarna nelle tre opere il misterioso personaggio  dello “straniero senza nome”, arrivato dal nulla, col poncho e il piccolo sigaro all’angolo della bocca, biondo, dall’ aspetto freddo e impenetrabile, di poche parole, rapidissimo e preciso nello sparo, eseguito con gelida e intelligente determinazione. La scelta di Eastwood, nel primo film del 1964, era stata un ripiego per Sergio Leone, che aveva firmato la regia con lo pseudonimo di Bob Robertson*. Clint era allora sconosciuto in Europa e poco conosciuto anche negli Stati Uniti, dove aveva ottenuto un po’ di popolarità presso il pubblico del piccolo schermo, avendo recitato per una serie televisiva senza troppe pretese, che si intitolava Rawhide. Non era proprio l’attore che avrebbe voluto il regista che puntava molto più in alto, a Charles Bronson o a Henry Fonda: decisamente troppo in alto per lui che, pur essendosi inserito nel mondo del cinema molto giovane e avendo nel proprio curriculum parecchie collaborazioni alla regia e qualche sceneggiatura, aveva diretto per intero, con grande scrupolo filologico, solo Il Colosso di Rodi, realizzando un dignitoso “peplum”. La collaborazione fra l’attore poco noto e il regista non ancora affermato si rivelò, però, molto felice: Per un pugno di dollari fu un successo di pubblico clamoroso, sia pure con strascico giudiziario**. Gli incassi premiarono il regista che aveva avuto il merito di rianimare, rinnovandolo, il genere western, languente negli Stati Uniti, e quello di riportare il pubblico nelle sale italiane, quando, dopo la grande stagione neorealistica, anche il nostro cinema non se la stava passando molto bene. A questo primo western seguì Per qualche dollaro in più, opera di maggiore complessità, con l’ingresso di un eccezionale attore americano, Lee Van Cleef, nei panni del colonnello Mortimer, che, insieme al Monco (Clint Eastwood, così chiamato per l’abilità nell’uso della sola mano destra per sparare riponendo rapidamente l’arma), interpreta la parte del cacciatore di taglie alla ricerca di El Indio, feroce e ombroso bandito pazzo (Gian Maria Volonté), che Mortimer intende catturare non tanto per incassarne la taglia, quanto per vendicare l’atroce morte della sorella.
Lee Van Cleef (nei panni di Sentenza – il Cattivo), insieme a Clint Eastwood (nei panni di Biondo – il Buono) e a Eli Wallach, indimenticabile nuovo arrivato dagli States (nei panni di Tuco – il Brutto) saranno i grandi protagonisti dello straordinario film col quale si chiude la Trilogia: Il buono, il brutto, il cattivo.

 Il buono, il brutto, il cattivo.

C’era una volta la guerra di secessione…

Dal punto di vista storico, per le cose raccontate, questo film dovrebbe essere in realtà la premessa della prima e della seconda pellicola della Trilogia poiché la vicenda si svolge durante la guerra di secessione americana, che i due film precedenti avevano dato per conclusa. Questa guerra non occupa poca parte della nuova opera, e non ne costituisce neppure lo sfondo neutro, poiché si intreccia continuamente con le avventure dei tre personaggi e diventa il decisivo snodo conclusivo dell’intera pellicola. Questo va sottolineato, perché permette di riflettere attentamente sul particolare cinema “western” del grande regista, ormai lontano dal mondo del Far West, che, pur rimanendo presente nella sua immaginazione e pur essendo fonte inesauribile di creazione di nuovi miti, non interessava più il pubblico, preso dai problemi e dalle contraddizioni del proprio tempo. Egli, dunque, ci presenta un periodo diverso della storia americana, di cui ricostruisce con cura meticolosa fatti realmente accaduti e molti particolari della vita quotidiana, inserendovi, credibilmente, la finzione narrativa e dando voce contemporaneamente anche alla nuova sensibilità del pubblico, prima di tutto nei confronti di quell’inutile strage che si chiama guerra. Il nuovo modo di sentire si era manifestato anche in Italia, opponendo alle commemorazioni ufficiali, che nel corso del 1965 avevano evocato le due guerre mondiali (quella iniziata nel 1915 e quella conclusa nel 1945), una visione pacifista e antibellicista. Se ne sentono spesso gli echi nel film, come nell’episodio del ponte di Langstone, che, nonostante fosse stato teatro di battaglie sanguinose senza esito alcuno, continuava a essere oggetto di contese infinite provocando troppi morti, mutilati e feriti gravissimi, sacrificati dal puntiglio degli Stati Maggiori, che poco si preoccupavano delle sofferenze dei giovani mandati al macello. Solo la sua distruzione ad opera di Biondo e di Tuco, a lungo desiderata dall’ufficiale (Aldo Giuffré) stanco di veder morire i propri soldati per obbedire agli sciagurati ordini dei superiori, avrebbe evitato il perdurare della carneficina e, insieme, permesso ai due banditi di raggiungere il nascondiglio del tesoro di cui intendevano impadronirsi fin dall’inizio del film. I due banditi erano riusciti separatamente e fortunosamente a riguadagnare la libertà con la fuga, evitando di essere spediti, come prigionieri di guerra, al terribile campo delle prigioni unioniste di Betterville, dove sicuramente sarebbero morti, poiché si trattava di un luogo di tortura e sterminio, ciò che allude alla verità storica dell’esistenza in terra americana, del primo lager della storia***, scientificamente organizzato per far morire i reclusi fra i più atroci tormenti mentre la guerra era in pieno svolgimento. Le parole dell’ufficiale, convinto dell’idiozia della guerra, quelle di Biondo turbato dall’orrore di tanti morti, e, prima delle loro, quelle di Tuco, che aveva difeso la propria scelta dell’illegalità di fronte a un fratello prete, che dall’alto dei suoi privilegi si era permesso di condannarlo, rovesciavano le tradizionali e manichee rappresentazioni dei buoni e dei cattivi nei western e inducevano lo spettatore a interrogarsi sulla relatività delle convinzioni morali, e a riconoscere anche nei banditi un’umanità non del tutto perduta. Tuco e Biondo, coi loro difetti e coi loro pregi, si trasformavano, incarnando, nel corso del film, i più umani dei banditi, simili a quelli che frequentemente si possono incontrare nei racconti picareschi o in alcuni romanzi d’avventura della tradizione letteraria (Leone accenna a Don Chisciotte), distinguendosi da Sentenza, la cui cattiveria vera lo aveva portato a schierarsi col potere e con i signori della guerra per trarne il massimo dei vantaggi.
Ricostruendo negli spazi deserti della Spagna l’ambiente dei vecchi Western, Leone ne aveva ricreato l’incanto grazie alle immagini pulite ed essenziali, in cui il paesaggio grandioso coi suoi silenzi, interrotti dai suoni e dai rumori della natura, riecheggiati dalle musiche suggestive di Ennio Morricone, permetteva alle vicende di svilupparsi in un’aura favolistica, quasi magica, capace di far sognare ancora gli spettatori, che pur lontano da quei fatti, li sentivano vicino e si commuovevano, allo stesso modo con cui continuava a essere commosso il pubblico che seguiva i racconti fantasiosi dei “pupari” che evocavano, muovendo le loro marionette, le gesta degli antichi paladini di Orlando, aggiornate ai tempi e adattate ai luoghi in cui lo spettacolo si rappresentava (ho riportato a memoria le parole dello stesso Leone, nell’intervista di cui do notizia nella nota***).

Presto condannati dai critici italiani, assai poco lungimiranti e molto conservatori, che non apprezzavano la contaminazione del nostro cinema con i temi, pur importanti, di derivazione americana, che, secondo loro, male si sarebbero inseriti nella nostra tradizione cinematografica, i film della Trilogia, diedero origine a una serie infinita di imitazioni in Italia creando il genere degli “Spaghetti Western”, la cui paternità era stata attribuita a Sergio Leone, il quale la respingeva con tutta l’ironia tagliente e bonaria di cui era capace e che connota questi stessi film, quest’ultimo soprattutto. Il pubblico, invece, gli aveva dato ragione, così come i registi più intelligenti d’oltreoceano che ne avrebbero presto colto le novità, tanto che, per molti di loro, questi anomali western erano diventati oggetto di ispirazione e anche di culto.

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*alla lettera “figlio di Robert”: suo padre Vincenzo Leone, regista a sua volta, si presentava come Roberto Roberti

**Leone, che si era ispirato a La sfida del samurai di Akira Kurosawa (1961), fu accusato di plagio, perse la causa, e fu condannato a cedere gli incassi del film in Giappone, Corea e Formosa, nonché il 15% dei diritti mondiali.
La causa ritardò fino al 1967 l’ingresso della Trilogia negli U.S.A.

***fu lo stesso Sergio Leone a parlarne in una lunga intervista del 1982, raccolta a Londra da Christopher Frayling e ora pubblicata nel bellissimo volume edito dalla Cineteca di Bologna, ancora reperibile sul mercato librario, dal titolo C’era una volta in Italia dello stesso Frayling-

American Sniper

Schermata 2015-01-08 alle 15.47.15recensione del film:
AMERICAN SNIPER

Regia:
Clint Eastwood

Principali interpreti:
Bradley Cooper, Sienna Miller, Jake McDorman, Luke Grimes, Navid Negahban, Keir O’Donnell, Kyle Gallner, Sam Jaeger, Brando Eaton, Brian Hallisay, Eric Close, Owain Yeoman, Max Charles, Billy Miller, Eric Ladin, Marnette Patterson, Greg Duke, Chance Kelly – 134 min. – USA 2015.

Kyle (Bradley Cooper) è un texano DOP, che aveva imparato fin da bambino che gli esseri umani possono essere come i lupi, aggressivi e violenti, come le pecore, miti e docili, oppure come i cani pastori che proteggono le pecore dagli attacchi dei lupi. Da questa visione antropologica, alquanto semplicistica, egli non si sarebbe mai allontanato, neppure da adulto, specialmente dopo che l’ 11 settembre 2001 gli aveva confermato che i lupi esistono, eccome! Dopo il crollo delle Twin Towers, pertanto, egli, non volendo essere pecora, si era messo a disposizione della Patria, arruolandosi nei corpi speciali che sarebbero partiti per le terre dei “lupi”, prontamente individuate dal governo americano, che infatti aveva messo in piedi in poco tempo due guerre orribili, le cui conseguenze continuano a farsi sentire in tutto il mondo. Valutando le sue eccezionali doti di precisione nel tiro, Kyle, dopo un durissimo allenamento, era stato scelto per la guerra in Irak, dove si era segnalato per la intelligente copertura che era riuscito quasi sempre a fornire ai suoi commilitoni impegnati nella ricerca dei terroristi: nessuna strage inutile, nessun colpo a vuoto, 160 bersagli raggiunti, il miglior cecchino della storia degli Stati Uniti. Va da sé che i bersagli raggiunti fossero esseri umani, uomini, donne, ragazzi, e anche un bambino, a cui la madre aveva appena consegnato una bomba destinata a far saltare in aria un blindato occupato dai suoi compagni d’armi. E’ la dura logica della guerra: Kyle colpisce e uccide, ma lo fa per difendere il proprio paese, gli uomini che si fidano di lui, se stesso e, in fondo, anche se indirettamente, la propria famiglia che ha diritto di vivere nella pace e nella sicurezza garantita proprio dall’eroismo coraggioso dei soldati. Non farlo equivarrebbe a morire o a far morire, cioè a diventare pecora, non assumendo le proprie responsabilità. I lupi, in fondo (Kyle lo ribadisce più volte), sono dei selvaggi, i cui valori non meritano alcuna considerazione. Intorno ai soldati si stringe tutta l’America, quella delle famiglie, dei bambini belli, ben nutriti e puliti, che grazie alla guerra condotta da un pugno di coraggiosi eroi che diventeranno leggendari, potranno continuare a vivere nel migliore dei mondi possibili.

La guerra, però, non è una bella cosa, e lascia tracce indelebili nel fisico, nel cuore e nella mente di chi l’ha combattuta, tanto che lo stesso Kyle non sarà più la persona di prima: era stato un marito innamorato della sua Taya (Sienna Miller) e anche un padre tenerissimo, ma ora sembra vivere altrove, inseguendo i fantasmi della sua mente in una vita solo sua, che non intende comunicare ad altri, cosicché è costretto, molto riottoso, a ricorrere allo psicologo, che tenta di riadattarlo alla vita civile. Per fortuna, dunque, anche Kyle- la leggenda (come viene chiamato), o cane da pastore, se preferite, è travolto dalle contraddizioni (non dall’assurdità, come si sostiene su MyMovies) della guerra, sulla liceità della quale, per altro, non nutre dubbi di sorta, ça va sans dire.

Clint Eastwood ci presenta un film molto classico, coinvolgente, ben diretto e ben interpretato (sarebbe stato davvero strano l’opposto). Riconosciuti questi meriti, devo dire che non l’ho amato affatto (si sarà capito!), in primo luogo perché non credo che la guerra sia l’unica risposta possibile alle escalation terroristiche, in secondo luogo perché non mi piace la weltanschauung sottesa a tutto il film: sarà che non sono texana (sono certa, però che esistano molti texani meno reazionari), né mi piace il semplicismo manicheo, né comprendo le ragioni per le quali una guerra voluta da Bush e dai repubblicani, venga presentata come il dato di fatto, indiscutibilmente giusto, da cui prende l’avvio il racconto. Non amo, infine, la confusione fra vendetta e giustizia, né approvo la legge del taglione, né mi piace che Kyle decida di sposare Taya, che amava profondamente, solo dopo essersi accertato che anche lei volesse dei figli (per educarli alla texana, I suppose!).
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Segnalo il seguente link, che mi fa sentire meno sola  nel giudizio sul film.
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Segnalo anche questo articolo, dall’Espresso, abbastanza condivisibile

la storia dei Four Season (Jersey Boys)

Schermata 2014-06-27 a 21.16.36recensione del film:
JERSEY BOYS

Regia:
Clint Eastwood

Principali interpreti:
John Lloyd Young, Erich Bergen, Michael Lomenda, Vincent Piazza, Christopher Walken,Freya Tingley.
– 134 min. – USA 2014.

A Newark, nel New Jersey, non si erano sistemati solo gli emigrati ebrei dell’Europa orientale dei romanzi Di Philip Roth: lì erano approdati anche molti italiani delle regioni del sud, che avevano portato con sé le proprie tradizioni e abitudini. Molti si erano messi a lavorare: non erano diventati ricchi, ma puntavano alla promozione sociale dei propri figli. Alcuni altri, invece, si erano arricchiti in modo spesso illecito: erano mafiosi, malavitosi al loro servizio, o rivali nelle lotte per il controllo del territorio. Il loro capo, temuto e riconosciuto, era Angelo Decarlo, detto Gyp; intorno a lui ruotavano piccoli e grandi malfattori. Nelle strade del quartiere italo-americano crescevano insieme, incontrandosi e organizzando le loro avventure, i figli delle famiglie oneste e anche gli altri, che negli anni ’50 erano adolescenti o poco più, legati dall’amicizia solidale, talvolta omertosa, che derivava soprattutto dall’appartenenza allo stesso quartiere, ma anche dalla condivisione di alcuni valori tradizionali, nonché dei pericoli cui si esponevano durante le poco commendevoli aggressioni o i furti (non sempre piccoli) di cui si rendevano protagonisti. Il rischio per tutti era di finire in galera; qualcuno di loro, infatti, ci era finito; qualcun altro, invece, cercava di immaginare un futuro diverso: un’affermazione di sé, grazie alle proprie personali capacità avrebbe, in effetti, cambiato molte cose e garantito un futuro pulito e dignitoso. Uno dei più giovani di loro, figlio di piccolissimi borghesi, era Frankie Valli, dotato di una voce bella e singolare, tanto da aver colpito e commosso persino Gyp, interpretando una canzone che gli aveva ricordato la madre. Da allora Frankie era diventato un protetto di Gyp, che aveva anche sborsato del denaro, investendo su quella voce. Grazie a lui, Frankie era riuscito a mettere in piedi, con i suoi amici Tommy, Bob e Nick il complesso musicale che col nome di Four Season avrebbe mietuto grandi successi, rinverditi ai nostri giorni da ben otto anni di repliche nel musical in scena a Broadway, nonché dalle numerose tournée che hanno fatto il giro del pianeta.
Clint Eastwod, notoriamente musicofilo e musicista a sua volta, attento a tutto ciò che ha concorso in modo determinante a formare la cultura americana, radicandone le tradizioni, si era interessato alla storia di quel gruppo, che gli era parso quasi emblematico di come, con la forza della volontà e con molti personali sacrifici, si possano raggiungere traguardi apparentemente impossibili. Grazie al racconto dello stesso Frankie (che è anche produttore esecutivo di questo film), che gli ha narrato le traversie, gli ostacoli e gli scontri interni al gruppo stesso, il regista ha diretto questa bella pellicola, film musicale che si chiude addirittura con la conclusione dello spettacolo di Broadway, ma anche ricostruzione di un pezzo di storia degli Stati Uniti, che hanno nel “melting pot” e nella cultura multietnica che ne è derivata le proprie irrinunciabili radici. Va da sé che la rievocazione degli anni ’50 risulti del tutto degna della grandezza del regista e della sua raffinata accuratezza, resa da una bellissima fotografia leggermente sbiadita, nell’insieme classica e perfetta, come tutti i lavori di Clint, che ha ottantaquattro anni portati molto bene!

Fra i bravissimi attori che hanno fatto lo spettacolo, ricordo soprattutto John Lloyd Young (Frankie, anche nello spettacolo di Broadway), Erich Bergen (Bob), Michael Lomenda (Nick), Vincent Piazza (Tommy), Christopher Walken (Gyp Decarlo), Freya Tingley (la moglie di Frankie). Gradevolissimo spettacolo che ci fa trascorrere più di due ore, senza mai annoiare.

la vita, qui e ora (Hereafter)


Recensione del film:

HEREAFTER

Regia:
Clint Eastwood

Principali interpreti:
Matt Damon, Cécile De France, Joy Mohr, Bryce Dallas Howard, George McLaren – 129 min. – USA 2010.

un bellissimo e sorprendente Clint Eastwood. Andatelo a vedere e parliamone insieme!

Non ero molto attratta da questo film: molto ne avevo letto e mi ero convinta che non fosse fatto per me. Da tempo, per esperienza ahimé, ero persuasa che elaborare un lutto significasse fondamentalmente riuscire a superare la nostra dipendenza dalla persona defunta. Chi abbia visto morire persone care e abbia provato, a un certo punto sollievo nel liberarsi di oggetti, che, pur sacri alla memoria, erano in grado di bloccare con la loro presenza l’urgenza di tornare a vivere, avrà immediatamente compreso la scena, atroce, ma di grandissima pregnanza metaforica, del piccolo Marcus, sopravvissuto al proprio gemello Jason, che si libera, malvolentieri, del berretto che era appartenuto al fratellino. Forse, non si può chiedere a chi non ha ancora avuto esperienza di queste cose, di comprenderle, ma certo questa scena, a mio avviso, contiene la chiave interpretativa dell’intero film. C’è anche un’altra scena, per me straordinaria e memorabile che ci aiuta a capire il film: gli allievi del corso di cucina possono gustare, solo bendati, gli ingredienti di certi piatti. La benda, l’oscurità che si deve produrre per apprezzare appieno la bontà e il gusto delle cose, non è che un invito a evitare di voler conoscere ciò che ci può rovinare la vita: chi, incautamente, prova a farlo, ne porterà le amare conseguenze, perché, in questo caso, si tratta di un sapere regressivo e subalterno. Certo, la visione che complessivamente emerge dal film non è ottimistica, né consolante: la vita, che è soggetta a rischi inimmaginabili e del tutto casuali, va vissuta e goduta sapendo che si tratta di una brevissima esperienza irripetibile al termine della quale non sappiamo né se esisterà qualche cosa, né se quelle che sono universalmente considerate visioni pre- morte possano in qualche misura promettere alcunché di plausibile o di reale. Non sappiamo nulla, questo è il vero problema, e perciò dobbiamo trovare il coraggio di assaggiare al buio le esperienze dolci, amare, sapide, insipide che la vita ci presenterà; il resto è malattia e morbosa curiosità: il “dono” del giovane George, che potrebbe essere una miniera di guadagno per lui, nasce da una malattia, provocata da un intervento umano, che avrebbe dovuto riportare il giovane in salute e anche questo, secondo me ha un significato evidentemente metaforico. Che poi i protagonisti del film confluiscano tutti insieme a Londra, alla presentazione del libro di Marie, e che quindi si trovino lì spinti, con motivazioni diverse, da un interesse comune, non credo costituisca un importante oggetto di indagine e di riflessione: è certo che, se i tre vorranno continuare a vivere dovranno pensare al loro futuro qui e ora, non “dopo”, perché il dopo, comunque si presenterà, non ha nulla davvero da comunicare ai vivi. I sensitivi non sono buoni o cattivi, sono per lo più avidi sfruttatori del bisogno di consolazione di chi non ha il coraggio di vivere; George non lo farà, perché sa che dal dolore altrui non può nascere il gusto della vita; Marcus neppure, perché ha capito e alla fine ha ritrovato la madre; si spera che anche Marie rinunci alle sue indagini, per riuscire anche lei, finalmente a vivere serenamente la sua esistenza. Il film è bello, benissimo raccontato, pulito e classico nelle immagini, sufficientemente teso per mantenere viva l’attenzione e anche la commozione degli spettatori. Gli attori sono tutti molto bravi e diretti con mano fermissima (ma occorre dirlo?) da un Eastwood, più giovane che mai

la nazione arcobaleno (Invictus)

Recensione del film:
INVICTUS – L’INVINCIBILE

Titolo originale:
Invictus

Regia:
Clint Eastwood

Principali interpreti:
Morgan Freeman, Matt Damon, Tony Kgoroge, Patrick Mofokeng, Matt SternJulian Lewis Jones, Adjoa Andoh, Marguerite Wheatley, Leleti Khumalo, Patrick Lyster, Louis Minnaar, Penny Downie, Shakes Myeko, Sibongile Nojila, Bonnie Henna, Grant Roberts, Langley Kirkwood, Robert Hobb – 134 min. – USA 2009

Il film si apre presentando la difficile situazione del Sud Africa dopo la vittoria elettorale di Nelson Mandela: le troppe umiliazioni dei neri, soggetti alla ferocia di una segregazione disumana, non potevano essere cancellate, ma neppure era possibile permettere che le paure dei bianchi (minoritari, ma pur sempre in posizioni di vantaggio economico e “militare”, essendo la polizia e l’esercito schierati con loro) creassero un clima di tensione e di guerra civile, che avrebbe riportato all’indietro l’orologio della storia. Il compito del popolare “Madiba” non poteva che essere quello di costruire la nazione, rendendola Arcobaleno, cioè colorata di tutti i colori della pelle degli uomini e delle donne che ci vivevano. La prima parte del film si incentra perciò sulla riflessione politica di Mandela, che, cosciente della sua solitudine, assume l’enorme responsabilità di realizzare un progetto di pacificazione dei popoli sudafricani, utilizzando i mezzi che di volta in volta si presentano come i più adatti allo scopo. Un’apertura di credito viene offerta, tra mille diffidenze dei suoi seguaci, agli esperti guardiani “Afrikaner”, che avranno cura della sua incolumità. Allo sport del rugby, invece, popolarissimo solo fra i bianchi, Madiba affida la missione quasi impossibile di creare un tifo “trasversale”, che cancelli gli odi, permettendo a tutti di identificarsi nei colori verde e oro della squadra degli Springboks.

La scommessa difficile sarà vinta, grazie anche all’intelligenza del capitano della compagine, François Pienaar, che guiderà i suoi compagni in giro per il Sudafrica, a conquistare la simpatia e il tifo dei giovani neri e che prenderà coscienza dell’ingiustizia della carcerazione del vecchio Presidente, visitando l’angusta prigione che per trent’anni l’aveva rinchiuso, senza riuscire tuttavia a piegarne la fierezza di combattente. Cadono le barriere di diffidenza: la squadra, su cui nessuno avrebbe puntato, si affermerà nel campionato del mondo, mandando in visibilio le folle di bianchi e di neri, grazie a un finale di partita giocato con la testa, col corpo, come si addice a uno sport “da selvaggi”, ma soprattutto col cuore. La seconda parte del film, che è la più spettacolare, ma che mi pare un po’ viziata da retorica apologetica, ci descrive, appunto, il ritrovato orgoglio della squadra, le azioni incalzanti dei giocatori, le emozioni collettive delle folle. Molto interessante è, tuttavia, il film nel suo complesso, in cui è possibile, a tratti, ritrovare la problematicità del vecchio Clint Eastwood, soprattutto nella prima parte, vera riflessione sul potere, sul consenso che continuamente va riconquistato (perché in ogni democrazia continuamente viene messo alla prova), e sul lavoro politico diretto a risolvere problemi di tutti, essendo il governo rappresentante dell’intero paese e non della sola parte, sia pure maggioritaria, che lo ha eletto. Morgan Freeman interpreta magnificamente, da par suo, il vecchio Madiba, ma tutti gli attori sono all’altezza del loro ruolo.