soldati… (Torneranno i prati)

Schermata 2014-11-15 a 15.17.20recensione del film:
TORNERANNO I PRATI

Regia:
Ermanno Olmi

Principali interpreti:
Claudio Santamaria, Alessandro Sperduti, Francesco Formichetti, Andrea Di Maria, Camillo Grassi, Niccolò Senni, Domenico Benetti, Andrea Benetti, Carlo Stefani, Niccolò Tredese, Franz Stefani, Andrea Frigo, Igor Pistollato
– 80 minuti – Italia 2014

Ispirandosi ai racconti di guerra del grande Federico De Roberto, compresi sotto il titolo La paura, quest’ultimo lavoro di Ermanno Olmi si colloca, secondo me molto opportunamente, fra le riflessioni, i dibattiti e le manifestazioni che si sono svolte per il centenario dallo scoppio della prima guerra mondiale in Europa (1914), che precede di un anno l’entrata in guerra del nostro paese a fianco delle potenze dell’Intesa. In un piccolo film di soli 80 minuti, il regista ci fa vivere il dolore e l’angoscia di quella guerra orribile che già nel 1914 era stata, principalmente, guerra di trincea, e che questo carattere aveva mantenuto anche sul fronte italiano, poiché sugli altipiani delle colline carsiche si erano attestate le nostre truppe e lì erano state scavate le trincee che a queste davano rifugio: nelle trincee si dormiva, si distribuiva la posta (quanto attesa!), si mangiava, ci si ammalava, si veniva curati alla meglio e, soprattutto si moriva. In un bellissimo bianco e nero, il regista ci racconta la nostalgia, il dolore e l’angoscia claustrofobica dentro ai cunicoli in cui vivevano i soldati; la sporcizia e le malattie, nonché le mitragliate che li decimavano, non appena tentassero qualche sortita all’aria aperta. Non mancano nel film gli accenni agli ordini irresponsabili e disumani degli alti comandi militari, che, impartiti per conquistare pochi metri di terreno, esponevano a morte sicura i militari costretti all’obbedienza, dai giovani ufficiali, che talvolta tentavano a loro rischio di ribellarsi per salvaguardare le vite dei giovani a loro affidati, ai soldati, che, uno dopo l’altro venivano fatti uscire dalla trincea e cadevano falciati dai colpi di mitra. Ai morti, crivellati di colpi, si aggiungevano numerosi suicidi o molti casi di autolesionismo, estremo e disperato gesto per sottrarsi al tremendo macello. I prati certamente sarebbero rifioriti nel bellissimo paesaggio del fronte ma, a chi, dopo questa guerra, li avrebbe rivisti in pieno rigoglio, il film vuole ricordare il dolore e le sofferenze costati a troppi giovani caduti. Olmi ci aveva già raccontato, in passato l’orrore della guerra, quando nel 2001 aveva girato il bellissimo film Il mestiere delle armi, narrandoci una guerra diversa ma non meno crudele: quella dei capitani di ventura e delle truppe mercenarie al loro seguito. Allora egli aveva capovolto il tradizionale giudizio storico-letterario, da Petrarca a Machiavelli, circa l’inaffidabilità di quei combattenti, raccontando la vita e la morte atroce di Giovanni dalle Bande nere, tradito dai Signori di Ferrara, per i quali stava prestando servizio. Questo vecchio film, introvabile attualmente su DVD, costituisce, insieme a questo, oggi sugli schermi, un indispensabile contributo alla cultura di pace di cui tutti noi, spero, sentiamo la necessità.

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se il Cile è vicino (Diaz – Non pulire questo sangue)

recensione del film:
DIAZ – NON PULIRE QUESTO SANGUE

Regia:
Daniele Vicari

Principali interpreti:
Claudio Santamaria, Jennifer Ulrich, Elio Germano, Davide Iacopini, Ralph Amoussou,
Fabrizio Rongione, Renato Scarpa, Mattia Sbragia, Antonio Gerardi, Paolo Calabresi, Francesco Acquaroli, Alessandro Roja, Eva Cambiale, Rolando Ravello, Monica Birladeanu, Emilie De Preissac, Ignazio Oliva, Camilla Semino, Aylin Prandi, Michaela Bara, Sarah Barecek, Lilith Stanghenberg, Christian Blümel, Christoph Letkowski, Ester Ortega, Pietro Ragusa, Gerry Mastrodomenico – 120 min. – Italia 2012.

Quando, nel luglio del 2001, si svolsero a Genova i lavori del G8, si videro, nel giro di due giorni, fatti che nessun democratico avrebbe voluto vedere: un manifestante venne ucciso in piazza Alimonda; alcune zone della città vennero messe a ferro e fuoco da individui mascherati, i cosiddetti Black Block, che nessuno si sognò di contrastare e fermare o anche solo di cercar di individuare, lasciando perciò spazio a maliziosi sospetti e illazioni; un uomo politico, che ha fatto carriera (e, si spera, autocritica), si insediò nelle stanze della questura di Genova, dando disposizioni, a insaputa del ministro dell’Interno che era Scajola (ma allora è un vizio!) per mantenere, si fa per dire, l’ordine pubblico, attraverso un’operazione volta a trovare le armi nei locali della scuola Diaz. Qui erano stati ospitati per dormire molti giovani e pacifici manifestanti, che non erano riusciti a partire col treno, come avrebbero voluto, perché il convoglio non venne fatto partire. Insieme a loro si erano fermati per la stessa ragione un giornalista bolognese che aveva voluto lasciare la sua scrivania, in redazione, per vedere di persona quello che stava accadendo; un vecchio sindacalista che, finita la manifestazione, aveva rimandato il viaggio di ritorno per portare fiori a Staglieno sulla tomba della figlia; un manager industriale che non aveva trovato posto negli alberghi, ai quali un ordine della Questura aveva vietato di accogliere nuovi avventori. La scuola si rivelò una vera e propria trappola: gli ospiti divennero il capro espiatorio, le vittime incolpevoli dei giorni di tensione vissuti coi nervi a fior di pelle dalle forze dell’ordine, cui sarebbe bastato molto meno che un invito abbastanza esplicito a scovare i terroristi e le loro armi, che si erano rifugiati, così venne loro detto, in quel “manufatto”, cioè in quella scuola, rinominata in burocratese in questo modo.
Il film ci racconta le premesse e le orrende conseguenze dell’assalto violento alla scuola Diaz (e anche degli abusi avvenuti parallelamente nella caserma di Bolzaneto), con occhio obiettivo, visto che la ricostruzione dei fatti avviene attraverso i resoconti degli atti processuali e anche riproponendo le stesse immagini interpretate in modo diverso. Contro i giovani impauriti, che non reagirono e non tentarono neppure di difendersi, fu messa in atto una violenza inaudita; eppure erano giovani ai quali, al massimo, si potrebbe rimproverare l’eccesso di ingenuità fiduciosa e generosa con cui organizzarono la loro partecipazione; ma certo la loro età e la loro inesperienza mai potrebbero diventare una colpa. Altri erano, al contrario, quelli che avrebbero dovuto vigilare, per garantire la serenità di chi voleva manifestare: questo è il compito della polizia in un paese democratico, a meno che qualcuno avesse sperato di liquidare il dissenso attraverso un’operazione “cilena”. Questo dubbio emerge più di una volta, in chi vede il film e pare confermato, purtroppo, dall’agghiacciante finale senza immagini, in cui scorrono davanti ai nostri occhi gli esiti processuali di tanta violenza e di tanto orrore: quasi nessuna condanna e quelle poche a pene lievi; nessun poliziotto allontanato dal delicato compito, prossima prescrizione per tutti i reati e i rei finora non perseguiti.
Fra i meriti del film vorrei sottolineare anche quello di mettere in rilievo il linguaggio burocratico ed eufemistico con cui, durante i vertici in Questura gli alti dirigenti impartivano ordini che, perciò, risultavano capolavori di ipocrisia, simile a quella di Berlusconi, che concluso il summit del G8, in conferenza stampa avallò la versione ufficiale della polizia, sciorinando i successi delle forze di polizia contro i terroristi, prontamente disarmati e arrestati!
Un film italiano coraggioso, in cui finalmente si racconta il nostro paese e un pezzo della sua storia più recente in modo pulito, duro e asciutto.

la legge del mare – (Terraferma)

recensione del film:
TERRAFERMA

Regia:
Emanuele Crialese

Principali interpreti:

Filippo Pucillo, Donatella Finocchiaro, Mimmo Cuticchio, Beppe Fiorello, Timnit T, Martina Codecasa, Filippo Scarafia, Pierpaolo Spollon, Tiziana Lodato, Rubel Tsegay Abraha, Claudio Santamaria, Francesco Casisa – 88 minuti – Italia, Francia 2011

Chi vuol vedere questo bellissimo film italiano deve munirsi di un’abbondante quantità di fazzoletti. Potrebbero servire!

In un’isola del Sud italiano, vicina alla Sicilia, ma abbastanza piccola da essere ignorata dai mappamondi, come dice in un momento di sconforto Giulietta (Donatella Finocchiaro), la vita delle famiglie dei pescatori locali si svolge senza troppe scosse, anche se il mare è sempre più avaro di pesce e, spesso, traditore. All’inizio della vicenda raccontata da Crialese, infatti, questo mare ha da poco inghiottito un padre di famiglia, lasciando una vedova, Giulietta, e un ragazzo, Filippo (Filippo Pucillo), senza futuro. La donna avverte il bisogno di uscire dall’isola alla volta del continente per dare alla sua vita una prospettiva economica più sicura, mentre Filippo, che ha solo vent’anni, è ancora incerto sul da farsi, e ha in mente di utilizzare nei mesi estivi la barca di famiglia, Santuzza, anche per portare a spasso i turisti che hanno cominciato a scoprire l’isola e a villeggiarvi. La casa, opportunamente riattata, viene affittata a studenti in vacanza; la pesca che il nonno Ernesto intende proseguire nelle ore notturne, sarà finalizzata a una modesta offerta di pasti familiari, mentre il servizio di spiaggia viene organizzato dallo zio Nino (Beppe Fiorello), che distribuisce bibite e ombrelloni e cerca anche di fare l’animatore. Il progetto non ha però fatto i conti con la realtà dei poveretti che fuggono dall’Africa verso l’Italia, per i quali l’isola costituisce un primo approdo. I barconi dei migranti, col loro carico di dolore e di speranza, saranno soccorsi dai pescatori della Santuzza, secondo le solidali leggi del mare, che Ernesto non intende violare, ma che immediatamente confliggono con le leggi di un governo disumano e razzista che della lotta all’emigrazione ha fatto la propria bandiera propagandistica. Lo svolgimento drammatico del film evidenzia il contrasto fra l’umanità civile e accogliente dei pescatori, che non ammette di lasciare senza soccorso chi è in pericolo di vita e l’ottusità spietata dei funzionari – burocrati, solerti esecutori di ordini che non tengono conto delle ragioni delle persone in carne e ossa, ma che applicano alla lettera le leggi che , assecondando il diritto del più forte, colpiscono i più deboli. Qualcuno ha parlato di Terraferma come di un film verghiano, quasi una versione moderna dei Malavoglia. Secondo me, i punti di contatto, che pure ci sono, sono, però, alquanto esterni. Non sembrano sufficienti, infatti, né la presenza del vecchio nonno, né la morte di un figlio in mare, né la voglia di modernità che attraversa i giovani dell’isola, per sostenere una derivazione dal romanzo: manca la dimensione corale del racconto, in cui l’autore tace per dar voce, unicamente, ai diversi punti di vista dei narratori popolari, manca l’ironia, espressione del distacco verghiano dalla materia raccontata. Tutto è, invece, fortemente tragico in questo film; l’origine del dolore dei più poveri e infelici è individuata con chiarezza nella cultura dominante, superficialmente edonistica, individualistica e vuota di valori, emblematicamente rappresentata dal barcone dei turisti, dove si canta e si balla, non solo molto diverso da quello che, col suo dolente carico umano, abbiamo conosciuto, ma suo antagonista, poiché le barche dei disgraziati trasportano gente di cui si vorrebbe addirittura ignorare l’esistenza. Dopo un doloroso percorso “di formazione”, il giovane Filippo sceglierà la sua strada, accettando quella legge del mare che non può ammettere eccezioni o deroghe, così come il nonno ha sempre sostenuto.
Il film, che ha avuto il prestigioso riconoscimento veneziano del Premio Speciale della Giuria per la miglior regia, è fra i più interessanti della recente produzione italiana, sia perché finalmente vi si racconta il paese in cui viviamo (nonché i vizi profondi che lo connotano, purtroppo anche in questo difficile momento), con la giusta durezza della indignazione morale; sia per l’alto valore civile che esprime. Crialese mostra, nella direzione di tutti gli attori, una mano ferma e sicura, e ci presenta immagini non turistiche di una bellissima isola siciliana, fotografata con eccezionale sensibilità cromatica ed evocativa, riuscendo a trasformare la fluidità del mare fino a farlo diventare, nell’ultima scena, quasi una roccia, un cristallo non adattabile ai crudeli capricci umani.