Martin Eden

recensione del film:
MARTIN EDEN

Regia:
Pietro Marcello

Principali interpreti:
Luca Marinelli, Jessica Cressy, Vincenzo Nemolato, Marco Leonardi, Denise Sardisco, Carmen Pommella, Autilia Ranieri, Elisabetta Valgoi, Pietro Ragusa, Savino Paparella, Vincenza Modica, Carlo Cecchi – 129 min. – Italia 2019

È stato un piacere ritrovare al cinema Pietro Marcello, singolare e originale regista italiano, ora al terzo lungometraggio distribuito nelle sale, dopo i due bellissimi racconti-documentari, apprezzati e presentati sulle pagine di questo blog alla loro uscita: La bocca del lupo (2010) e Bella e perduta (2015).

Questa volta, senza tradire il proprio inconfondibile modo di girare, il regista si è cimentato con la fiction, raccontando la storia di Martin Eden*, liberamente traendola dal bel romanzo di Jack London, alle cui pagine, in parte autobiografiche, mi riportano i miei ricordi di ragazzina amante della lettura: pagine, allora, a me molto care (e, ora temo, poco capite).
Il grande scrittore aveva descritto l’ascesa sociale del giovane Martin, il “selvaggio” marinaio, che, infiammato d’amore per la bella e raffinata Ruth, studentessa alto-borghese dei quartieri prestigiosi di San Francisco, aveva individuato nella cultura e nella conoscenza dell’arte e della poesia la strada da percorrere per diventare degno di lei, uscendo dalla povertà e dall’irrilevanza sociale, costringendosi a riprendere gli studi, fra sacrifici e umiliazioni di ogni genere.

La vicenda del selvaggio marinaio di San Francisco viene ripresa quasi alla lettera, ma spostata a Napoli, dove Martin Eden è un bellissimo marinaio che ha il volto e il corpo di Luca Marinelli (Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile, assegnata a Venezia pochi giorni fa).
Martin era cresciuto nei vicoli straccioni e sordidi del capoluogo, aveva interrotto gli studi e si era irrobustito imparando a lottare contro i feroci monelli di strada che lo prendevano di mira. Aveva incontrato casualmente la bella Elena Orsini (Jessica Cressy), dopo aver sottratto il fratello Arturo (Giustiniano Alpi) alle botte di un gruppo di feroci teppisti che lo stavano massacrando…La storia, mutati i nomi, è la stessa del romanzo, poiché
Pietro Marcello si è limitato a trasportarla a Napoli, in un periodo imprecisato del secolo breve, collocabile, comunque fra la fine degli anni ’30, alla vigilia della guerra e l’inizio degli anni ’60 (forse prima del boom economico). Ha utilizzato fotografie e spezzoni di documentari e anche di film, per delinearne in modo spezzato la dimensione storica; infine, ha fissato su pellicola da 16 mm. il singolare mosaico, in coerenza con il suo cinema precedente, sempre a basso budget e molto personale.

A spiegare le origini del progetto è lo stesso regista in occasione della partecipazione, in concorso, al Festival di Venezia 2019 quando, intervistato in merito alla scelta di quel testo, apparentemente lontano dai nostri giorni e dalla nostra sensibilità, ha precisato che al di là delle vicende personali di Martin e del drammatico scacco esistenziale che lo avrebbe indotto al suicidio, il romanzo si rivela, se attentamente meditato, quasi profetico delle inquietudini e degli errori che hanno attraversato la storia del ‘900 fra le due guerre, in Europa e nel nostro paese
Le variazioni non piccole che il regista ha apportato nei confronti del romanzo non ne hanno perciò tradito lo spirito (benché, a mio avviso, quell’antico racconto di formazione, riletto con gli occhi di oggi, riveli, oltre ai suoi anni, la sua profonda “americanità”). Si direbbe, anzi, che il film gli restituisca un’imprevista vitalità, grazie ad alcuni arditi accostamenti che forse ne costituiscono la parte più discutibile. Mi riferisco alla seconda parte del film, quella relativa alla nascita della coscienza sindacale del protagonista affascinato dapprima dal socialismo, poi dal darwinismo sociale spenceriano, coerentemente col suo individualismo.
Gli scritti di Spencer, in realtà, ebbero nel corso dell”800 un’importanza enorme, quasi determinante per la nascita della sociologia sociale e per le teorizzazioni del socialismo, ma in Italia (e nella Napoli hegeliana e successivamente neo-hegeliana in modo particolare) erano rimasti per lo più sconosciuti, anche in pieno periodo positivistico**.
Se, come ha dichiarato il regista, lo aveva colpito “la capacità di Jack London di vedere come in uno specchio le fosche tinte del futuro, le perversioni e i tormenti del Novecento”, forse avrebbe potuto e dovuto pescare in altre acque, quelle dell’anarco-sindacalismo soreliano, per esempio, o del sindacalismo rivoluzionario in Italia e delle sue ambiguità.***
Il film, comunque, al di là di questi rilievi, che non intendono sminuirne la bellezza, è tra i migliori visti in Italia in questi ultimi anni, ricco com’è di immagini poetiche belle e suggestive, di citazioni e autocitazioni, di passione registica e interpretativa.
Da vedere.

                                                      ∞Ω∞Ω∞

* era uscito in Italia per la prima volta nel 1925, ma l’edizione americana risaliva al 1909

** Si veda, a questo proposito, QUI

*** Qui troverete un interessante scritto di Marco Masulli:
« Il rapporto tra il sindacalismo rivoluzionario e le origini del fascismo: appunti di lavoro », Diacronie [Online], N° 17, 1 | 2014, documento 8, Messo online il 01 mars 2014, consultato il 13 septembre 2019.

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Mademoiselle

recensione del film:
MADEMOISELLE

Titolo originale:
Ah-ga-ssi

Regia:
Chan-wook Park

Principali interpreti:
Kim Min-hee, Tae-ri Kim, Ha Jung-woo, Jin-woong Cho, Hae-sook Kim – 144 min. – Corea del sud 2016

 

È ora visibile anche nelle nostre sale questo film – presentato a Cannes nel 2016 – ambientato nellla Corea del 1930 occupata dai giapponesi. Il film si ispira liberamente al romanzo  “storico” Fingersmith della scrittrice scozzese Sarah Waters*.
Dopo Stoker, il suo film hollywoodiano, Chan-wook Park è tornato dunque a parlare della Corea del sud, immaginando che nei suoi boschi sorgesse un bizzarro e grande edificio, costruito in parte come una signorile magione della campagna inglese, in parte come una bassa abitazione lignea giapponese.

I personaggi del film e le macchinazioni per impadronirsi di una ricca eredità

Quello strano edificio, che tutti chiamavano il castello, era abitato, insieme a uno stuolo di addetti al suo servizio, da Lady Hideko (Kim Min Hee), soave e ricchissima giapponesina, mentalmente molto fragile, che lo zio e tutore Kouzuki (Jin-woong Cho), anglofilo e collezionista, avrebbe voluto sposare appena possibile, per impossessarsi non solo di quell’abitazione prestigiosa, ma anche delle collezioni di libri e di opere d’arte che la arredavano e che nessuno avrebbe mai reclamato, essendo la poveretta l’unica superstite dell’intera antica famiglia, dopo il misterioso suicidio della zia che l’aveva educata.

A complicare le cose, però, presto si sarebbero aggiunti gli intrighi di un truffatore, che si era presentato alla servitù come il giapponese conte Fujwara, millantando di essere l’unico vero zio di Hideko, pretendente alla sua mano. Allo scopo di convincerla, il sedicente conte aveva fatto arrivare dalla campagna la bella e giovane Sookee (Tae-ri Kim), astuta ladra dalle buone maniere, la persona giusta, come dama di compagnia, per circuire l’ereditiera sempre più disorientata e indurla al matrimonio. Se l’impresa fosse andata in porto, l’ancella-complice avrebbe avuto il suo bel gruzzolo!

Non intendo svelare altro della trama del film che diventa presto un noir alquanto teso, sul quale non spetta a me far luce; d’altra parte la struttura stessa del racconto cinematografico in tre atti rende impossibile individuare un percorso narrativo lineare: nel corso del secondo atto il racconto degli stessi fatti, condotto da una persona diversa, prende una direzione inattesa e solo nel terzo atto gli eventi trovano la loro collocazione plausibile, ribadita dall’ epilogo che suggella il lieto fine della storia.

La fiaba dell’inizio, che pareva costruita sullo schema di Propp (la bella e ricca fanciulla, il maniero, il bosco, la prigionia, la serva, gli intrighi…) inaspettatamente diventa il racconto di una complicata storia d’amore fra due donne costrette dalla malvagità e dalla sete di potere maschile a vivere separate.

Non mancano esplicite  scene saffiche che qualche critico ha accostato alle altrettanto esplicite scene di La vita di Adele. Personalmente ritengo che le affinità siano di superficie: l’erotismo del film mi è sembrato assai diversamente connotato: qui prevale una squisita eleganza  sottolineata dalla grande raffinatezza degli accostamenti coloristici e dal preziosismo  degli oggetti e degli ambienti che sublimano nella perfezione della forma gli incontri sessuali, per quanto audaci.
Né mi pare trascurabile la crudeltà molto orientale che caratterizza costantemente l’erotismo maschile, come se dal desiderio fosse impossibile disgiungere la volontà di potenza e di sopraffazione.

Sono convinta che il film vada visto: certo non è un racconto moraleggiante sull’ingiustizia di classe, che pure è evidente, né sulle arroganti manifestazioni del colonialismo giapponese: è una commedia amorosa elegantemente sensuale, senza volgarità: non è poco!

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*Tradotto in italiano col titolo Ladra, è acquistabile nelle nostre librerie, oltre che on line.

Tesnota

recensione del film:
TESNOTA

Titolo inglese dell’edizione internazionale :
Closeness

Regia:
Kantemir Balagov

Principali interpreti:
Atrem Cipin, Olga Dragunova, Veniamin Kac, Darya Zhovnar, Nazir Zhukov – 118 min. – Francia 2017.

È l’opera prima di Kantemir Balagov, il promettente regista caucasico, nato nel 1991, che ebbe in Sokurov un eccezionale maestro all’Università. Presentata a Cannes (Un certain regard – 2017), ha raccolto molti consensi e ottenuto il premio per la miglior regia, nonché il FIPRESCI della critica internazionale cinematografica. Oggi è in Italia, nelle sale.

Il contesto

Fra il Mar Nero e il Mar Caspio è situata l’area geografica del Nord caucasico lungo il quale la Repubblica Kabardino-Balkarskaja, insieme agli stati contigui dell’Ossezia del Nord e della Cecenia, delimita le frontiere sud-occidentali della Confederazione russa.
La sua capitale è Nalchik, in territorio Kabardo, dove era cresciuto il regista che, in questo suo primo film, racconta efficacemente la realtà del luogo, abitato da una popolazione multietnica, che nel 1998 era sul punto di deflagrare, proprio come i confini instabili dell’Impero ex sovietico. Una gran parte della popolazione autoctona dei Kabardi musulmani non era insensibile, infatti, agli appelli per la costituzione di uno stato islamico confederale e autonomo dalla Russia lungo le vie del petrolio, dal medio-oriente, alla Turchia, all’Afganistan: una polveriera stava esplodendo e aveva già determinato la prima guerra dei Ceceni separatisti contro lo stato russo, mentre i guerriglieri, che diffondevano per televisione i veleni della propaganda islamista più radicale, trovavano udienza e seguito anche fra i Kabardi dei più sperduti villaggi.

Ilana

1998 – Un fatto di cronaca è all’origine del film che, raccontandoci la tragedia che aveva sconvolto una famiglia di ebrei, mette in luce la crisi dilagante fra le diverse etnie.
Nei pressi di Nalchik la famiglia di Avi e Adina viveva, nel rispetto delle tradizioni proprie e di quelle altrui, dei proventi dell’officina meccanica di Avi aiutato dalla ventiquattrenne figlia Ilana (la bravissima Darya Zhovnar), che, nonostante i modi da maschiaccio, aveva scoperto la tenerezza dell’amore per Zalim (Nazir Zhukov), e si ritagliava, affrontando ogni volta l’opposizione materna, qualche spazio di libertà per partecipare, dopo il lavoro, con gli amici kabardi di lui, a qualche bevuta, all’ascolto di un po’ di rock, e al ballo liberatorio scatenato dalla musica.

La vita in famiglia le era insopportabile, con quella madre così acriticamente sottomessa al volere del marito e alle decisioni della comunità ebraica: le tradizioni e le abitudini solidali, che avevano connotato la vita delle minoranze  ebraiche dai tempi della diaspora, le sembravano del tutto incompatibili con la vita moderna.
Eppure, quegli stessi antichi valori le sarebbero tornati alla mente quando una festosa serata per celebrare la promessa matrimoniale tra suo fratello David (Veniamin Kac) e Julia si era conclusa col sequestro dei due fidanzati operato da un gruppo di terroristi kabardi: ingente la somma richiesta per il loro rilascio, mentre le divisioni e gli egoismi nella comunità ebraica spingevano la famiglia a concludere in tutta fretta l’accordo per farla sposare, come avevano da sempre sperato, col ricco corteggiatore in grado di donare l’intera somma del riscatto… Anche se neppure per un attimo Ilana aveva pensato di accettare un simile compromesso per salvare David, era stata costretta tuttavia a fare i conti con la nuova realtà avvertendo tutto il peso della propria condizione di donna senza libertà sia nell’ambito familiare, sia in quello della comunità ebraica a cui, nonostante le sue riserve, apparteneva.

Il film assume i toni di un noir (i cui sviluppi perciò non rivelerò per non togliere a chi mi legge il piacere di vederlo), ma tiene insieme parecchi temi di grande complessità mantenendo viva la nostra attenzione grazie all’equilibrio che il regista raggiunge inserendoli nella vicenda con naturalezza, senza appesantirla, nonostante la durata vicina alle due ore.
A indirizzare la nostra interpretazione è soprattutto quel particolare titolo internazionale: Closeness che come l’originale balcanico (bulgaro) Tesnota indica una vicinanza così stretta da produrre un senso di soffocamento, e perciò stesso di angoscia, di cui è ora pienamente cosciente Ilana, l’intelligente e infelice personaggio protagonista della pellicola, incolpevole vittima della condizione femminile la cui subalternità pesa soprattutto a lei, indocile e vanamente ribelle.
Le immagini sono girate nel piccolo formato 4:3, ciò che permette al regista di comunicare l’angustia che soffoca ogni volontà di sfuggire all’abbraccio “protettivo” dei famigliari da cui la giovane vorrebbe disperatamente emanciparsi, alla ricerca di un’aria più respirabile e anche di cieli puliti, non inquinati dal lezzo orribile dell’intolleranza e del razzismo. Significative sono, a questo proposito, le ultime bellissime scene del film, girate nella zona selvaggia dei canyon caucasici, così come sono indimenticabili i lunghi piani-sequenza degli interni scuri delle case ebraiche, illuminati dalla scarsa luce di qualche finestra laterale, con effetti quasi caravaggeschi che lasciano intravedere, insieme ai volti, i quadri, i mobili, i tappeti e gli arredi carichi di storia, salvati a stento dalle razzie dei pogrom durante le fughe senza fine di intere popolazioni alla ricerca di qualche luogo tranquillo per ricominciare a vivere. Film molto bello e suggestivo di un regista di soli ventisei anni.

Luna di fiele

recensione del film:
Luna di fiele

Titolo originale:
Bitter Moon

Principali interpreti:
Kristin Scott Thomas, Peter Coyote, Hugh Grant, Emmanuelle Seigner, Victor Banerjee – 139 min. – Francia, Gran Bretagna 1992.

Non è la luna degli astronomi e degli astronauti, non quella degli innamorati e neppure la luna di miele dei giovani sposi romantici: è la luna amarissima di Roman Polanski, che con significative variazioni si ispira al romanzo di Pascal Bruckner Lunes de Fiel .

Due coppie su una nave da crociera 

Diretti a Instanbul sono su quella nave Fiona (Kristin Scott Thomas) e Nigel (Hugh Grant), coniugi londinesi, che, sposati da sette anni, cercano di ritrovare nell’avventura del viaggio lo slancio amoroso dei primi tempi. La loro meta è l’India, mitico luogo di profumi e di esotiche suggestioni, ma ora, secondo un ricco indiano occasionale compagno di crociera, paese tra i più inquinati al mondo, ovunque maleodorante, rumorosissimo e sporco. Fiona non vuole credergli, convinta che la realtà non debba spezzare l’incantesimo del loro romantico sogno.
Viaggiano verso Instanbul anche uno scrittore in crisi creativa, Oscar (Peter Coyote), semi-paralizzato e costretto a muoversi in carrozzella e sua moglie Mimi (Emmanuelle Seigner): Fiona la incrocia, nella toilette delle donne, sconvolta dal pianto e dal vomito. Il tempestivo soccorso di Nigel conclude l’episodio, di cui, dopo qualche ora, egli si sarebbe ricordato, rivedendola, completamente trasformata, mentre si esibisce in una sensualissima danza nel salone-bar della nave: un saluto, una risposta sguaiata, forse insensata  (meglio averne memoria durante il drammatico finale del film) e, finalmente, dalle parole di Oscar, l’inizio di un chiarimento.

La narrazione di Oscar – Parigi e i suoi mille comignoli 

Oscar aveva visto, poco lontano, il turbamento erotico di Nigel, ne aveva notato lo smarrimento e ora gli chiedeva di ascoltare il suo racconto: gli avrebbe parlato della storia del loro amore, groviglio di passioni contraddittorie e devastanti che lo avevano schiacciato, trasformandolo in un uomo ormai incapace di provvedere a se stesso, completamente nelle mani di quella donna, tanto bella quanto spietata.
Ricco per eredità familiare, americano per origine e parigino per elezione, lo scrittore, come molti suoi illustri connazionali, aveva subìto il fascino della Ville Lumière.
Il fortuito incontro con Mimi, che viaggiava senza biglietto sul suo stesso bus, lo aveva sconvolto: al colpo di fulmine era seguita l’affannosa ricerca di lei, per qualche tempo, lungo tutti i possibili percorsi che le fermate del bus suggerivano e, finalmente, il suo ritrovamento nel ristorante in cui Mimi faceva la cameriera. Era cominciata in questo modo la storia del loro amore malato, appassionata e perversa.
Mimi, abbandonando la sistemazione provvisoria presso una compagna della scuola di danza, era entrata nella sua casa, all’ultimo piano, in una bella mansarda dalla quale si vedeva Parigi, con i suoi cieli bigi e i suoi mille comignoli… Le suggestioni musicali, che nascono inevitabilmente dal nome di Mimi, ci spiazzano un po’: forse Musetta, più che Mimi (quell’accostamento miele-fiele!) dovrebbe essere il nome della donna, ma, come è noto al regista, gli americani non vanno troppo per il sottile e sguazzano volentieri fra gli stereotipi, come si vede, d’altra parte, nel corso della rappresentazione, disseminata (è stato notato da molti critici e anche da molti spettatori) di citazioni da altri film, cosicché il déja vu attenua di molto l’effetto conturbante dei giochi erotici fra gli innamorati.
Non ritengo che questo sia un difetto del film: semmai è un indizio divertente dell’intelligenza di Polanski, che, costretto a fuggire dagli Stati Uniti, anche con questo suo lavoro (1992) si fa beffe della demonizzazione di cui è stato oggetto il suo cinema, insieme alla sua persona.
Nell’intento, anzi, di separare la finzione dalla vita talvolta egli sostituisce le parole alle immagini: lo impone il rispetto che egli deve alla sua musa, la Seigner, sua moglie, così come il riserbo che egli giustamente intende mantenere intorno alla loro vita privata.

Alla finzione e al luogo comune, invece, appartiene il crescendo delle umiliazioni reciproche fra Oscar e Mimi e dell’odio implacabile che il film ci racconta, mettendo alla prova il povero Nigel, pronto a impietosirsi per il procurato aborto di Mimi, ma del tutto incurante del bisogno di maternità di Fiona; pronto ad accettare l’erotismo banale dei finti scandali e delle pseudo perversioni, ma anche a respingere l’erotismo vero di certe confessioni che lo turbano e lo eccitano ben più della loro rappresentazione, riprova dell’ipocrisia che spesso avvolge il rapporto di coppia, nella nostra società, nella quale è difficile ammettere l’imperfetta realtà degli esseri umani.

Un bellissimo film, molto sottovalutato, raccontato attraverso una serie di flashback coinvolgenti, splendidamente recitato dagli attori tutti molto in parte, ovvero adeguatamente sfrontati, crudeli, impassibili e impacciati.

Due amici

recensione del film.
DUE AMICI

Titolo originale:
Les deux amis

Regia:
Louis Garrel

Principali interpreti:
Golshifteh Farahani, Louis Garrel, Vincent Macaigne – 100 min. – Francia 2015.

lo scorso aprile, presentando L’uomo fedele, avevo scritto che il regista era al suo secondo lungometraggio. Ora, dopo quattro anni, i coraggiosi distributori di Movies Inspired ci permettono di vedere anche questa sua pregevole opera prima, davvero un bell’esordio di Louis Garrel come regista.

Rispetto al secondo film, questo primo maggiormente si ispira ai temi della fenomenologia d’amore, cara da secoli alla cultura francese, rinverdita dai grandi registi della nouvelle vague e dal cinema di Philip Garrel, il padre di Louis.
In modo particolare Les deux amis ha un riferimento teatrale dichiarato: la pièce del poeta romantico Alfred de Musset, dal titolo: Les caprices de Marianne.
Il tema è un difficile triangolo amoroso: due uomini, Clement (Vincent Macaigne) e Abel (Louis Garrel) sono legati da antica e profonda amicizia, ora messa a dura prova dal trasporto amoroso di Clement per Mona (Golshifteh Farahani) la bella donna misteriosa che lo respinge, non volendo rivelargli il segreto (che gli spettatori conoscono dall’inizio del film) che la induce ogni sera ad abbandonare precipitosamente la panineria della Gare du Nord a Parigi dov’è impegnata come cameriera, per salire su un treno che la riporta in Piccardia. A Clement, goffo e insicuro, il comportamento di Mona pare inspiegabile: una giornata di lavoro fra due viaggi da (o per) un luogo quanto mai misterioso; decide perciò di affidarsi ad Abel, uomo solido e fascinoso, conoscitore delle donne nonché infallibile conquistatore (sarà davvero cosi?)
Nel gioco dell’amore e del caso, invece, sarà proprio Abel a subire il fascino della donna bellissima, dando inizio a un’avventurosa storia a tre, in cui non mancano le ferite e il sangue, metafore evidenti del doloroso e progressivo chiarirsi dei ruoli e dell’inevitabile esclusione di Clément: l’amore nascente fra Abel e Mona è vero e riguarda esclusivamente la coppia degli amanti: tertium non datur!

Lo stato di grazia dell’amore, tuttavia, non è una condizione di perfetta felicità: la impediscono i sensi di colpa di Abel e la sua volontà di non ferire l’amico, la impediscono anche i sacrifici che per un lungo tempo allontaneranno i due innamorati e che per Mona saranno particolarmente gravosi. Forse, però, ne era valsa la pena.

Il racconto del regista è leggero e ironico, non privo di una certa cattiveria soprattutto nel delineare il ritratto dei due protagonisti maschili, entrambi impreparati ad affrontare la realtà della vita: non più ragazzini, ma ancora incapaci di progettare il proprio futuro assumendo in piena coscienza le proprie responsabilità, più propensi a lasciarsi vivere giorno per giorno. Positivo, invece, il personaggio femminile, che accetta serenamente le conseguenze della trasgressione amorosa che le ha regalato, per un tempo troppo breve, gioia e felicità.

Un piccolo film, un gioiellino davvero pieno di grazia. Bravissimi gli attori.

La mia vita con John F. Donovan

recensione del film:
LA MIA VITA CON JOHN F. DONOVAN

Titolo originale:
The Death and Life of John F. Donovan

Regia:
Xavier Dolan

Principali interpreti:
Kit Harington, Natalie Portman, Jacob Tremblay, Ben Schnetzer, Susan Sarandon, Kathy Bates – 123 min. – USA 2018.

Un’opera travagliata e di difficile costruzione, solo parzialmente riuscita e a rischio, più accentuato del solito, di trasformare l’analisi sottile dei sentimenti contraddittori e irrisolti dei protagonisti in feuilleton, anche seXavier Dolan è riuscito ancora una volta a darci, sia pure a frammenti, momenti di grande cinema mélo.
Di sicuro interesse cinefilo, pertanto, è quest’ultima fatica del regista canadese, che ha prodotto, scritto e diretto questa pellicola avvalendosi di un cast eccezionalmente prestigioso, quasi a sottolineare l’importanza che egli intendeva attribuire al suo primo film in lingua inglese.
La sua realizzazione era stata molto difficile e tormentata, tanto che solo al festival di Toronto del 2018 il film aveva potuto essere presentato, dopo essere stato atteso vanamente a Cannes e a Venezia, per le difficoltà che si erano presentate al regista in sede di montaggio, durante il quale egli ne aveva eliminato, con grande sofferenza, una parte cospicua, riducendolo a poco più di due ore dalle quattro iniziali, ciò che lo aveva costretto a tagliare via del tutto il personaggio non secondario dell’attrice Jessica Chastain, che, contrariamente a ciò che molti si aspettavano, aveva reagito con signorile e affettuosa comprensione, manifestando nei confronti di Dolan la propria immutata stima:
…non preoccupatevi, sono stata informata in anticipo … questa [situazione] è stata gestita con il massimo del rispetto e dell’amore.

Dolan ricostruisce la vita del piccolo Rupert Turner (Jacob Tremblay), un ragazzino che dai sei agli undici anni è seguito con attenta partecipazione e con profondo amore, non disgiunto da severità, dalla madre Sam (Natalie Portman), abbandonata dal marito, e che insieme a un’ insegnante della scuola primaria, asseconda l’immaginazione del figlioletto. La giovane docente, poi, è così impressionata dal suo talento precoce per la scrittura creativa, da decidere di dedicare qualche ora del proprio tempo a lui, al termine delle lezioni, per aiutarlo ad affermarsi.
Il piccolo Rupert vorrebbe diventare un attore: il suo modello è John F. Donovan (Kit Harington), uomo di spettacolo non giovanissimo, intrattenitore e attore in una serie TV per ragazzi.
Rupert lo vede esibirsi sul piccolo schermo di casa, circondato da strani effetti speciali, che ai suoi occhi incantati appaiono frutto delle sue straordinarie abilità: sviluppa perciò una così sconfinata ammirazione da stabilire con lui, via e.mail, un fitto dialogo, che diventa sempre più simile a un’ossessione irrinunciabile.
Sarà lo stesso Rupert, dieci anni dopo, poco più che ventenne (l’attore è ora Ben Schnetzer), a ricostruire in un romanzo in cui, per definizione, l’invenzione è predominante, ma non per questo è meno “vera”, quel rapporto, grazie alle missive fortunosamente ricuperate, e a pubblicare la storia di un amore omosessuale rimasto nel limbo dei sogni e dei desideri irrealizzabili, anche per l’improvvisa morte di John, stanco, depresso ed emarginato nel suo ambiente sociale e familiare (la bravissima Susan Sharandon interpreta la parte di una madre stolta e inadeguata) e costretto ad assumere dosi sempre più elevate di psicofarmaci per continuare a esibirsi pubblicamente.

Il racconto è triste e malinconico, condotto come uno strano gioco di specchi, poiché i due protagonisti, pur lontani, e molto diversi per età (la cui differenza nel romanzo si accorcia) si riconoscono nella propria solitaria emarginazione. Il film è inoltre una lunga riflessione sull’inadeguatezza della società e della famiglia, dolorose fonti di incomprensione e di insincerità, che accrescono la sofferenza di chi non può essere se stesso. Importante il ruolo della musica che sottolinea, talvolta un po’ enfaticamente, la narrazione che alterna momenti delicati e teneri a momenti di cupa disperazione. Anche se un po’ velleitario e sotto-tono, il lavoro del regista, attento all’equilibrio emotivo, sospeso fra strazio e dolcezza è sempre molto riconoscibile.

Pallottole in libertà

recensioni del film:
PALLOTTOLE IN LIBERTÅ

Titolo originale:
En Liberté

Regia:
Pierre Salvadori

Principali interpreti:
Adèle Haenel, Pio Marmaï, Vincent Elbaz, Audrey Tautou, Damien Bonnard – 108 min. – Francia 2018.

Questo è un film bizzarro e anche un po’ bislacco: attraversa, con grande disinvoltura, non solo i generi, ma anche i registri narrativi, senza perdere di interesse, forse perché nasce come intelligente e raffinato divertimento del regista, il franco-tunisino Pierre Salvadori, non nuovo a queste mescolanze, ma pochissimo noto da noi (a me, personalmente, era ignoto).
Pierre Salvadori ha alle spalle ottimi studi letterari e cinematografici a Parigi, nonchè un certo numero di film, molto apprezzati nel mondo ,ma pessimamente distribuiti da noi, e, ça va sans dire, peggio titolati dai nostri impagabili e fantasiosi addetti.*
Il titolo originale di quest’ultima sua opera, tanto per fare un esempio, era En liberté e alludeva  al contenuto del film e, più sottilmente, alla difficoltà di vivere davvero in libertà, essendo le scelte sempre pesantemente vincolate a situazioni pre-esistenti, difficili da ignorare. Le pallottole del titolo italiano non hanno nulla a che vedere col film.

La storia ha un avvio tra il melenso e il favoloso e un seguito imprevedibile: una giovane madre, Yvonne Santi (Adèle Haenel) si adopera, come ogni sera, per addormentare il figlioletto insonne, raccontandogli, per l’ennesima volta, l’impresa eroica durante la quale aveva perso la vita il suo papà, Jean Santi, il comandante della polizia locale (siamo in Costa Azzurra). Di lì a poco, con una solenne cerimonia, sarebbe stato inaugurato un monumento dedicato a lui, assai brutto, fra applausi, retorica d’ordinanza e commozione orgogliosa del piccino, vezzeggiato e al centro dell’interesse generale insieme alla sua mamma, poliziotta anche lei.
La festa, però, non sarebbe durata a lungo: Yvonne, casualmente, scopre che quel marito non solo non era mai stato quel martire del dovere che tutti andavano dipingendo, ma che era un uomo corrotto; che aveva organizzato una finta rapina per intascare, con i suoi complici, i soldi dell’assicurazione, e che successsivamente non si era fatto scrupoli nel costruire a tavolino le prove contro un povero cristo innocente, il quale, grazie a quel mascalzone, stava in galera da otto anni. Si aprono a questo punto gli imprevedibili sviluppi del film: Yvonne, affronta con cautela l’argomento col figlio, modificando sera per sera la narrazione delle gesta paterne, ma contemporaneamente si adopera per far uscire l’innocente Antoine ( Pio Marmaï) dal carcere, seguendone successivamente il difficile percorso di re-inserimento familiare e sociale, con un’insistenza melodrammatica così petulante, da ingenerare molte equivoche situazioni e più di un fraintendimento. Intorno ai due personaggi principali, si muovono, con ruoli importanti, Louis (Damien Bonnard), agente, già amico del “martire” e timido e impacciato innamorato di Yvonne; Agnès (Audrey Tautou, ovvero la indimenticabile Amélie, riconoscibilissima e sempre magnifica; anche qui svagata e sognatrice).

In parallelo con gli sviluppi più ovvi (la fatina-crocerossina, talmente invadente da diventare un vero e proprio stalker), il film percorre anche altre strade e fa coesistere la malinconia di Antoine, per i suoi otto anni perduti, con la sua  rabbia grottesca e spiazzante; oppure l’imbarazzo amoroso di Louis con la sua trascuratezza professionale. Nascono perciò numerose gag che, mentre sottolineano l’assurdità delle situazioni, rendono sfuggente la vera natura dei personaggi, quasi celati dietro una maschera che continuamente ne altera la personalità. Questo modo di procedere è accompagnato dall’estrema ricercatezza della sceneggiatura, di cui, nella versione originale (beato chi l’ha vista!) si possono cogliere raffinatezze e pregi letterari (così almeno secondo un bell’articolo di Joachim Lepastier sui Cahiers du cinema pubblicato nell’ottobre 2018 alla pag. 34, seguito dall’intervista a Pierre Salvadori).
Richiedere che la versione originale sia resa disponibile agli appassionati, almeno sul DVD, mi sembra, allora, doveroso.

*si trovano sul mercato italiano almeno due film:

Piccole crepe, grossi guai-2014 (era: Dans la cour)
Ti va di pagare?-2006 (era: Hors de Prix)

Il traditore

recensione del film.
Il TRADITORE

Regia:
Marco Bellocchio

Principali interpreti:
Pierfrancesco Favino, Maria Fernanda Cândido, Fabrizio Ferracane, Luigi Lo Cascio, Fausto Russo Alesi, Nicola Calì, Giovanni Calcagno, Bruno Cariello, Bebo Storti, Vincenzo Pirrotta, Goffredo Maria Bruno, Gabriele Cicirello, Paride Cicirello, Elia Schilton – 148 min. – Italia 2019.

Un film su Tommaso Buscetta, il primo collaboratore di giustizia nella storia della mafia siciliana, anzi, per citare le parole dello stesso Buscetta al giudice Giovanni Falcone, nella storia di Cosa Nostra, perché, a sentire lui, la mafia non era mai esistita, se non come nome inventato dai giornalisti. 
Cosa Nostra, nelle parole di Buscetta, è il nome connotativo di un’organizzazione privata di uomini d’onore che avevano giurato, al momento dell’affiliazione, di proteggere i deboli e coloro che avevano subìto dei torti. Nata nella notte dei tempi (qualcuno la faceva risalire addirittura al tempo della ribellione anti-angioina, che fra il 1282 e il 1302 aveva scatenato le Guerre del Vespro), Cosa nostra era sorta per garantire, al di fuori delle leggi dello stato, una qualche forma di giustizia. Tommaso Buscetta era convinto che gli orrori delle stragi di mafia degli anni ’80 costituissero una violazione degli ideali primigeni, da imputare all’avidità e alla ferocia degli uomini della cosca corleonese, guidata da Totò Riina, assetato di potere e di soldi. Con loro, invano, gli uomini delle cosche palermitane avevano cercato un accordo che ponesse fine alla guerra intestina.

1981
La festa di Santa Rosalia, la processione e il successivo ritrovarsi, a casa di Stefano Bontade, dei capi di Cosa nostra si presentava come l’occasione auspicata dai palermitani per suggellare la tregua con i rivali di Corleone.

Tommaso Buscetta (uno splendido Pierfrancesco Favino), vi partecipava molto defilandosi, perché, come avrebbe spiegato in seguito a Giovanni Falcone (Fausto Russo Alesi), era entrato molto giovane in Cosa Nostra, come un soldato semplice e pronto a obbedire, ma senza ambizioni: ne traeva lauti guadagni, grazie al controllo di una parte del traffico di eroina che gestiva dalla casa di Rio de Janeiro, ma aveva otto figli a cui pensare, nati dalle tre mogli della sua vita, l’ultima delle quali, la portoghese Cristina (Maria Fernanda Cândido), lo aveva accettato pienamente, insieme ai figli dei precedenti matrimoni, evitando ogni discriminazione tra “figli e figliastri”, secondo le parole di Pippo Calò (Fabrizio Ferracane), legato a lui da rapporti d’amicizia, presto traditi passando alla cosca dei corleonesi: il vero traditore dopo la finta pace di Santa Rosalia.
Il tema del tradimento, che, a partire dal titolo, sembra  indirizzare l’interpretazione del film, è perciò sottoposto ad analisi critica: chi abbia tradito davvero e perché lo abbia fatto costituisce un aspetto della ricostruzione storica dell’intera vicenda desunta dai verbali dell’interrogatorio di Giovanni Falcone a Buscetta, a cui Bellocchio abbondantemente attinge, così come si serve dei verbali del Maxiprocesso nonché delle cronache televisive dell’epoca che entrano nel film con opportuni inserimenti in fase di montaggio. Alla ricostruzione storica, però il regista affianca l’interesse per la complessità singolare del personaggio, cosicché lo scavo psicologico, sempre presente nei suoi film, ci offre un ritratto molto interessante di un uomo che, costretto a collaborare con i magistrati per evitare la vendetta degli onnipresenti e onnipotenti sicari corleonesi, mostrava intelligenza e lealtà nei confronti del giudice, a cui non aveva celato i propri difetti e le proprie debolezze. L’onestà genuina del suo racconto aveva reso possibile la stima di Falcone; le sue ampie e documentate rivelazioni avevano permesso il colpo durissimo a Cosa nostra, dapprima con l’arresto e la condanna di molti esponenti, nonché in seguito con l’approvazione delle leggi sul carcere duro, che pur non evitando la vendetta feroce dei corleonesi, avrebbero costretto in difesa l’intera organizzazione.
Nel panorama generalmente povero del cinema italiano, questo film ci offre una bella sorpresa, per i valori civili che esprime, per l’accuratezza della ricostruzione delle vicende che hanno a lungo destabilizzato il nostro paese, per la fine analisi dei rapporti fra Buscetta e Falcone, in cui i momenti di tensione sembrano stemperarsi nelle parole di saggezza profonda del giudice, che ben conscio dei rischi, aveva cercato di minimizzarli, riflettendo sulla precarietà della condizione umana, sull’incombenza minacciosa della morte e sulla necessità di accettarne la sfida in modo significativo, riempiendo di senso i nostri giorni. Dell’eccezionale prova di Favino ho detto; ma anche gli altri attori reggono bene il peso di un film lucido e impegnativo, da vedere e da ricordare.

Bellocchio è fra i registi italiani più apprezzati, insieme a Nanni Moretti e a pochi altri, fuori dai nostri confini. Non sempre ha creato capolavori, ma i suoi film hanno raccontato il nostro paese facendo discutere, mettendo in luce gravi problemi del nostro tempo, con uno stile molto personale e inconfondibile, rifuggendo dai frusti cliché della commedia italiana. Non è cosa da poco!

L’uomo fedele

recensione del film:
L’UOMO FEDELE

Titolo originale:
L’Homme Fidèle

Regia:
Louis Garrel

Principali interpreti:
Laetitia Casta, Lily-Rose Depp, Joseph Engel, Louis Garrel – 75 min. – Francia 2018.

Chi non ha visto questo film potrebbe immaginare che in casa Garrel si stia trasmettendo di padre in figlio la passione per l’indagine della fenomenologia amorosa, secondo il gusto del racconto morale cinematografico, nel solco della tradizione culturale, tutta francese, del conte philosophique. Il film, probabilmente, lo farà ricredere. 

I personaggi e i primi sei minuti del film

Una Parigi quasi da cartolina, con tanto di Tour Eiffel sorvolata rapidamente; l’avvicinarsi delle case dell’arrondissement abitato dalla media borghesia dei giovani in carriera: siamo alla scena introduttiva del film che ci offre la location del racconto, e, indirettamente, l’ambiente sociale in cui si svolgerà, quello dei protagonisti, che compaiono in medias res, alle prese con le operazioni quotidiane del dopo-risveglio.
Lui (Louis Garrel) è Abel, giovane giornalista che vive nella casa di Marianne, la donna che ama (Laetitia Casta). Si è appena alzato e ora sta preparandosi la colazione; lei, ancor mezzosvestita, lo raggiunge in cucina: è visibilmente imbarazzata e ha urgenza di parlargli per dirgli:

-di aspettare un figlio (sorriso radioso di Abel);
-che il figlio non è suo (il sorriso si spegne);
-che il figlio è di Paul (sguardo che si rabbuia: è il suo migliore amico)
-che con Paul ha fissato, nel rispetto della bigotta famiglia di lui, la data molto ravvicinata delle nozze;
-che dovrà pertanto andarsene al più presto perché quella casa diventerà il domicilio coniugale di lei e di Paul.

Di questo matrimonio senza storia, non sapremo altro, così come ignoreremo tutto di Paul, riferimento senza volto e senza identità, che per nove anni, ovvero fino alla sua morte improvvisa, era stato il marito di lei e il padre di Joseph (un piccolo ma bravissimo Joseph Engel).
Sono passati soltanto sei minuti: la situazione iniziale si è più volte ribaltata, costringendoci all’attesa guardinga di ciò che avverrà.
———
Si riposizionano i personaggi:
Abel, l’uomo fedele, è ora un giornalista affermato;
Marianne è ora la segretaria indispensabile di un giovane politico ambizioso e belloccio;
il figlio di Paul, Joseph, è un ragazzino sveglio e fantasioso, appassionato di film gialli e di storie poliziesche, che vorrebbe la mamma solo per sé.
Si sono visti tutti ai funerali di Paul; Abel e Marianna potrebbero ricominciare daccapo la loro storia di coppia, ma la gelosia di Joseph, terzo incomodo fra i due, di nuovo innamorati, lascia spazio a nuovi e imprevedibili sviluppi, mentre un nuovo personaggio ne insidia l’armonia ritrovata: è la giovanissima Eve (Lily-Rose Depp), sorella del defunto Paul, che, appena uscita dall’adolescenza, contende a Marianne l’amore di Abel, ancora una volta arrendevole e pronto ad andarsene, traslocando bagagli e ricordi da una casa all’altra, da una storia a un’altra, fedele soprattutto alla propria inerzia, per incapacità di scegliere e di amare davvero. Non racconterò altro, ma molto altro accadrà…il film è da vedere.

La sceneggiatura, scritta dallo stesso regista e da Jean-Claude Carrière, proprio quello stesso degli ultimi film di Luis Buñuel, dà vita a questo grottesco e straniante film, corrosivo dei luoghi comuni, che, con una forte presa sull’attualità, ci presenta un ritratto impietoso dei giovani borghesi di oggi, inconcludenti, sotto l’apparente mitezza, come Abel, o crudeli, sotto l’apparente liberalità sentimentale, come Marianne; capricciosi, come Eve, ma in fondo tutti quanti incapaci di uscire da sé, di comprendere gli altri, privi di slanci ideali, stanchi e vecchi anche da giovani.
Pochi, ma molto bravi gli attori fra i quali spicca una Laetitia Casta davvero superba nei panni del personaggio ambiguo di Marianne e Louis Garrel, credibile Abel, ignavo bamboccione senza qualità.

Peterloo

recensione del film:
PETERLOO

Regia:
Mike Leigh.

Principali interpreti:
Rory Kinnear, Maxine Peake, Pearce Quigley, David Moorst, Rachel Finnegan, Tom Meredith, David Bamber, Tim McInnerny, Teresa Mahoney, Nico Mirallegro, Karl Johnson, Leo Bill, Mark Ryan, Philip Jackson – 154 min. – Gran Bretagna 2018.

Quest’opera del grande regista britannico Mike Leigh, presentata a Venezia nel settembre scorso, ricostruisce, con estrema accuratezza, un fatto storico fra i più dolorosi della storia del Regno Unito: la spietata repressione del raduno pacifico della popolazione di Manchester, convenuta dalla città e dalle campagne il 16 agosto 1819 nella grande radura di Saint Peter’s Field a sostegno di uno sciopero operaio, forse il primo organizzato dopo che la rivoluzione industriale (nata proprio a Manchester) si era imposta, garantendo altissimi guadagni ai proprietari dei nuovi strumenti meccanici, ai cui ritmi erano tenuti ad adeguarsi i lavoratori inurbati, operai senza diritti, impegnati senza limiti di orario a far funzionare le macchine. L’aumento dei prezzi dei generi alimentari, dopo le guerre napoleoniche, rendeva durissima la vita di ogni giorno, né era possibile in tempi di carestia dilagante ritornare alla terra, ormai esclusiva proprietà dei rentier che vivevano a Londra impegnandosi nelle feste, nelle chiacchiere di corte, nella discussione politica * La crisi economica colpiva duramente; lo scontento di grandi masse affamate e sfruttate era avvertito come una minaccia sovversiva dalla nobiltà, dal clero e dalla borghesia manifatturiera a cui diventava evidente che non sarebbe bastata la sconfitta militare dei Francesi per liberarsi dalla minaccia della rivoluzione. Una nuova coscienza solidaristica e libertaria si era diffusa, infatti, penetrando persino fra i politici più illuminati del Parlamento inglese, fra i professionisti e gli intellettuali. Fu uno di questi, il radicale Henry Hunt (Rory Kinnear), avvocato londinese, a prendere a cuore l’organizzazione dello sciopero, imponendo, non senza difficoltà, al movimento la propria visione non aggressiva e non violenta: una festa popolare senza provocazioni per evitare che la Guardia Nazionale, inviata dal governo di Londra, disperdesse la folla con i fucili, o a colpi di spada, o con le cariche di cavalleria. Non andò così, purtroppo: i canti e la festa si trasformarono in lutto e alla fine della giornata si contarono 15 morti e quasi mille feriti. Non era bastata a tenere lontana la violenza stragista neppure la presenza di cronisti e gazzettieri di molta parte dell’Europa e anche del continente americano che testimoniarono, nelle loro pagine, lo scandalo e la vergogna di quel massacro. Nacque allora il Manchester Guardian, oggi chiamato semplicemente The Guardian, che si sarebbe impegnato da allora a lottare per l’attuazione della riforma della rappresentanza parlamentare e per l’introduzione di una Carta dei dritti dei lavoratori. La strada era però ancora molto lunga… 

Il regista si preoccupa, nella prima parte del film, di contestualizzare lo svolgimento dei fatti, ricostruendo, con verità e senza fretta, gli ambienti in cui vivevano i lavoratori, le abitudini di alcune famiglie, le loro difficoltà. Allo stesso modo ci presenta le paure dei nuovi borghesi delle manifatture, presto alleati dei notabili locali più conservatori e dei preti, così come estende la sua indagine agli ambienti del governo, ai ministri parrucconi e decrepiti, e alla squallida corte del principe ereditario depravato e incapace.
Nella seconda parte, invece, assistiamo ai preparativi di quella giornata, agli accordi fra Hunt e i lavoratori più ascoltati e carismatici, oltre che alla manifestazione e alla tragedia sanguinosa che non risparmiò neppure i bambini.
Una bellissima fotografia accompagna il lungo racconto corale, che si sofferma soprattutto sul personaggio emblematico di Joseph (David Moorst), tornato a casa distrutto dopo la battaglia di Waterloo, quindi seguito dal suo lento reinserirsi in famiglia, fino alla sua fine drammatica, fra le vittime innocenti di quell’orribile giorno.
Tutto il film testimonia la volontà ferma del regista di rendere giustizia ai morti di allora, risvegliando la nostra pietà e rinfrescando la nostra memoria, soprattutto ora che la crisi sembra riproporre antiche paure e sbrigative quanto inutili soluzioni.
Ottime intenzioni, non sempre sufficienti, purtroppo, a vincere la noia di una rappresentazione molto prolissa, anche se di indubbio valore educativo: numerose sono state, ahimè, le uscite di sala prima del concludersi di questo film, pur molto atteso e sicuramente assai bello. Che peccato!

* Sulle condizioni storiche, sfondo del massacro, rievocate nel film, si possono avere notizie dettagliate QUI