Tutti lo sanno

recensione del film:
TUTTI LO SANNO

Titolo originale:
Everybody Knows

Regia:
Asghar Farhadi

Principali interpreti:
Penélope Cruz, Javier Bardem, Ricardo Darín, Inma Cuesta, Eduard Fernández, Bárbara Lennie – 130 min. – Spagna, Francia, Italia 2018.

All’origine del plot è il ritorno di Laura (Penelope Cruz), bella donna sulla quarantina, al paese natale, per il matrimonio della sorella Ana (Inma Cuesta). Se ne era allontanata sedici anni prima, per vivere in Argentina con Alejandro (Riccardo Darin), l’uomo diventato suo marito dopo che lei aveva rotto, all’improvviso, la grande storia d’amore che la legava a Paco (Javier Bardem), segreta ma, in realtà, a tutti nota e oggetto di universale riprovazione. A lui Laura aveva venduto, prima di andarsene, i vigneti paterni, trascurati e poco produttivi, innescando illazioni e pettegolezzi, nonché invidia e ira tra i famigliari, soprattutto da quando Paco, grazie al proprio impegno e a cospicui investimenti, ne aveva ottenuto vini di grande pregio, diventando ricco.
Dall’Argentina Laura era partita con i due figli; Alejandro, che era rimasto laggiù, l’avrebbe raggiunta ben presto, però, poiché Beatrice (Bárbara Lennie), la figlia sedicenne era stata rapita, non si sa come, mentre erano in corso i festeggiamenti nuziali, da un gruppo di criminali che pretendevano il pagamento di una bella somma per liberarla…
Il film, a questo punto, assume le caratteristiche di un thriller, di cui, doverosamente, non parlerò

Presentato a Cannes quest’anno, in apertura del Festival, Tutti lo sanno è il primo film di Asghar Farhadi realizzato senza l’apporto dei suoi attori iraniani: opera di produzione internazionale; cast stellare di lingua spagnola; ambiente iberico per sviluppare il tema a lui caro delle tensioni logoranti che attraversano sotterranee la vita sociale e familiare, osservate questa volta nella piccola realtà rurale di Torre Laguna, non lontana da Madrid, microcosmo dal quale emergono, meglio che dalle grandi città, sensi di colpa e rimorsi segreti che uomini e donne cercano inutilmente di allontanare da sé  o di dimenticare.
Tre ottimi attori e un apprezzato regista, però, non ci danno un film convincente: dopo le prime suggestive scene, ricche di citazioni cinefile inserite con grazia nel contesto del severo paesaggio della Castiglia-Leon, il racconto diventa una soap opera enfatica, piena di luoghi comuni: il colore locale; il gusto del pittoresco nei festeggiamenti nuziali; le libagioni degli invitati fra lazzi e cachinni; il folk musicale chiassoso e protratto oltre misura lasciano la sgradevole impressione di un superficiale compiacimento esotico artificioso e banalmente cartolinesco.
Enfatica e sopra le righe anche la rappresentazione del dolore: urli, singhiozzi, concitazioni e agnizioni finali che, per la loro prevedibilità, poco ci fanno agnoscere, ma molto ci fanno rimpiangere la misura rigorosa delle storie severe raccontate dal regista che fu Asghar Farhadi.

Pedro Almodovar, forse non a caso, ha ritirato l’appoggio produttivo a questo film, lasciando spazio alla nostra RAI che gli è subentrata.

Si può tranquillamente evitare di vederlo.

Dello stesso regista, ricordo:

Il Cliente; Il Passato; Una Separazione; Abouy Elly

 

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La donna dello scrittore

recensione del film:
LA DONNA DELLO SCRITTORE

Titolo originale:
Transit

Regia:
Christian Petzold

Principali interpreti:
Franz Rogowski, Paula Beer, Godehard Giese, Lilien Batman, Maryam Zaree, Barbara Auer, Matthias Brandt, Sebastian Hülk, Emilie De Preissac, Antoine Oppenheim, Louison Tresallet, Alex Brendemühl, Agnès Regollo, Grégoire Monsaingeon – 101 min. – Francia 2018.

L’antefatto:
1940 – Marsiglia, come Casablanca, è luogo di transito dei rifugiati politici, che, fuggendo da Parigi, alla vigilia dell’occupazione tedesca, lì trovavano il porto dal quale raggiungere, al di là dell’Atlantico, i paesi più sicuri del nord e del centro America: impresa rischiosissima e faticosa; lotta contro il tempo, prima che il governo-fantoccio di Vichy, agli ordini dei nazisti, estendesse fino a Marsiglia la gelida spietatezza dei rastrellamenti contro gli ebrei e gli oppositori politici da spedire ad Auschwitz, come tutti sappiamo.

Un film straniante
A Marsiglia, Maria (Paula Beer) è in attesa dell’arrivo del marito, lo scrittore Weidel, per imbarcarsi con lui alla volta di Città del Messico: solo a lui l’ambasciata avrebbe rilasciato il visto necessario alla loro partenza. Il plico dei suoi documenti di accredito era nelle mani di Georg (Franz Rogowski), come lui rifugiato tedesco a Parigi, comunista in cerca di salvezza su un treno per Marsiglia, dove avrebbero dovuto incontrarsi, secondo i piani della rete clandestina del loro partito.
Per caso, durante il viaggio, Georg aveva appreso del suicidio di Weidel, imprevista circostanza che scombinava quei piani: non sapendo che fare, ora, delle carte in suo possesso, aveva deciso di distruggerle e di sostituirsi a lui assumendone l’identità; ricordare l’indirizzo di Maria era in fondo tutto ciò di cui aveva bisogno per ottenere per sé e per lei, dall’ambasciata messicana, il visto per il viaggio in nave: la salvezza.
In un’atmosfera di attesa estenuante, costretto a non essere se stesso, Georg si era immerso dunque nei vicoli della città, nei suoi bar e nell’universo dei rifugiati provvisoriamente a Marsiglia, vivendo i loro stessi drammi nelle code ai consolati o nella precarietà delle sistemazioni più squallide, negli alberghi e nelle case di passaggio: altre vite come la sua, sospese fra un presente di terrore disperante e un futuro forse meno angoscioso, ma, in ogni caso, incerto e sfuggente perché amore, solidarietà, amicizia, legami familiari sembravano scomparsi o calpestati da una generalizzata volontà di dominio e di sopraffazione.
Il film assume, fin dall’inizio, un carattere di spiazzante contemporaneità, ovvero di un racconto nel quale si confondono passato e presente, poiché ciò che era avvenuto nel 1940 è sovrapposto,  sullo schermo, da ciò che sta avvenendo oggi: gli strumenti della discriminazione e dell’oppressione sono gli stessi e (allora, come ora), indossando abiti del nostro tempo, aguzzini reiterano i riti orribili dell’esclusione e della discriminazione contro milioni di rifugiati che, in preda all’angoscia sono lasciati soli, senza identità, disperando di essere riconosciuti nella loro dignità umana, al di là dell’appartenenza religiosa, politica o etnica.
Durante il racconto si susseguono brevi e intense storie d’amore; episodi di amicizia; tragedie; sorprese drammatiche e inaspettate svolte, di cui sarebbe imperdonabile parlare in anticipo: meglio, secondo me, se gli spettatori si lascerannno coinvolgere dall’atmosfera misteriosa di sospetto e di intrigo che il regista costruisce molto bene, poiché nella strana realtà marsigliese in cui porto e periferie sono connotati dalla tecnologia e dalla modernità, nulla e nessuno è ciò che appare, né la voce fuori campo è sempre la stessa: indizi di una realtà oscura e indecifrabile, senza via d’uscita…
Ispirato liberamente al romanzo Transit (1944) della scrittricee intellettuale tedesca Anna Seghersil film è, a mio giudizio, pur con qualche difetto, in particolare nella parte centrale, che forse si gioverebbe di qualche taglio mirato, uno dei migliori sullo schermo, in questi giorni, ed è fra i più interessanti firmati dal regista Christian Petzold, già apprezzato nei precedenti La scelta di Barbara e Il segreto del suo volto. Ha però molto diviso la critica e soprattutto gli spettatori, non sempre convinti dalle soluzioni narrative del regista e talvolta incerti nel dipanare l’intricata vicenda. 

 

Disobedience

recensione del film:
DISOBEDIENCE

Regia:
Sebastián Lelio

Principali interpreti:
Rachel Weisz, Rachel McAdams, Alessandro Nivola, Cara Horgan, Mark Stobbart, Dominic Applewhite, Sophia Brown, Bernardo Santos, Anton Lesser, Nicholas Woodeson, Allan Corduner – 114 min. – USA 2017

Tornata a Londra per i funerali del padre, Ronit (Rachel Weisz) rivede i parenti e gli amici di gioventù, ben inseriti, ora, nella comunità ebraico-ortodossa nella quale era cresciuta ed era stata educata, ma che aveva volontariamente lasciato da più di vent’anni per non esserne soffocata: teneva troppo ai suoi progetti e alla sua libertà. Se ne era andata a New York, dove aveva messo a frutto l’appassionata conoscenza della fotografia, diventando un’apprezzata artista sperimentale, con un curriculum prestigioso, ricco di mostre e di riconoscimenti.
Aveva saputo della morte del padre, rabbino della comunità londinese e adesso era lì, a rendergli l’estremo saluto, poiché, anche se non aveva più dato notizie di sé, non aveva cessato di amarlo.
A Londra il cugino Dovid (Alessandro Nivola), compagno di giovanili trasgressioni, l’aveva accolta con evidente imbarazzo: era diventato marito di Esti (Rachel McAdams) la sua migliore amica di allora. “Noi tre eravamo una forza”, aveva ricordato Ronit, evocando i giorni della ragazza che era stata, quando, con loro, avrebbe voluto cambiare il mondo. Con Esti aveva avuto una breve storia d’amore, vero scandalo per quel rigido microcosmo yiddish, all’origine del proprio auto-esilio alla volta degli Stati Uniti, unico modo per assicurarsi la possibilità di decidere della propria vita, senza interferire con la fede della comunità di appartenenza e soprattutto senza nuocere al padre e alla sua carriera. Il suo ritorno era stato percepito come una minaccia alla tranquillità raggiunta dall’intera comunità; le sue rassicurazioni circa la breve durata della permanenza londinese non convincevano; persino Dovid diffidava di lei, ora che era insegnante di Tōrāh e candidato alla successione del vecchio rabbino, caduto in Sinagoga mentre pronunciava il suo sermone sull’amore e sulla libertà. Le ribellioni giovanili, come sogni che svaniscono al risveglio, dunque, erano rapidamente rientrate, né i fedeli avrebbero tollerato nuove trasgressioni: Esti sembrava del tutto rinsavita dalle bizzarrie giovanili ed era diventata una brava moglie devota, nonché l’insegnante di inglese della scuola ebraica, apprezzata dai genitori dei piccini che le erano affidati. Questo, almeno, stando alle apparenze, per lo più ingannevoli, come tutti sanno. I severi dettami della Tōrāh, infatti, non erano idonei per imbrigliarne il  cuore, più incline ad ascoltare i dettami d’amore…a quel modo che ditta dentro… perché l’antica fiamma per Ronit non si era mai spenta: lei aveva sperato di rivederla dopo aver avvertito la Sinagoga d NewYork; lei era tornata a corteggiarla appassionatamente, nonostante tenesse davvero molto all’affetto protettivo di Dovid, alla stima della propria comunità e nonostante ora fosse incinta…

Grande narratore di difficili storie femminili, dopo GloriaUna donna fantastica –indimenticabile Oscar* dello scorso febbraio – il regista cileno Sebastian Lelio ci offre con questo bel film  una  nuova prova della sua finezza di ritrattista, originale nel raccontare le donne che osano coraggiosamente sfidare pregiudizi e convenzionu sociali, per realizzare i propri sogni e le proprie aspirazioni. Tutti e tre questi film sono connotati da un clima di tensione sottilmente erotica, fin dalle prime scene: ripenso agli sguardi ammiccanti che Gloria lancia all’uomo che ancora non conosce, ma che con ogni evidenza le piace; ripenso al modo speciale con cui si guardano Marina e Orlando, l’uomo amatissimo col quale convive, nonostante il disprezzo e l’emarginazione a cui si sente condannata. In quest’ultimo sono le parole sacre del Cantico dei Cantici, lette da un commosso Dovid agli studenti, nella prima straordinaria e spiazzante scena, a riverberare la loro sensualità sul resto del film, nel quale l’erotismo femminile assume il duplice aspetto della trasgressione aperta e sincera (Ronit) e del fuoco nascosto che sta per divampare, facendo vacillare acritiche e costrittive certezze (Esti). Ottime le due attrici e ottimo anche Alessandro Nivola, un tormentato Dovid, incerto fino alla fine fra tradizione dottrinale e amorosa compassione. Per la prima volta, Sebastian Lelio ha girato un film lontano dal suo Cile, interamente in lingua inglese per una produzione americana, come quasi tutti gli attori.  Da vedere!

*Migliore film straniero

Quasi nemici-l’importante è avere ragione

recensione del film:
QUASI NEMICI, l’importante è avere ragione

Titolo originale:
Le brio

Regia:
Yvan Attal

Principali interpreti:
Daniel Auteuil, Camélia Jordana, Yasin Houicha, Nozha Khouadra, Yvonne Gradelet, Nicolas Vaude* – 95 min. – Francia 2017. 

Questa volta è toccato a Le Brio, intelligente commedia francese, subire l’affronto dei nostri titolisti, diventando Quasi nemici-l’importante è avere ragione! No comment.

È la storia di Neila (Camélia Jordana), studentessa al primo anno di giurisprudenza (si era iscritta alla prestigiosa Paris II-Pantheon Assas) con l’aspirazione di diventare avvocato, impresa non facile, soprattutto quando, come lei, si abita a Créteil (la banlieu dei cittadini francesi di origine magrebina) e ci si deve adeguare alle levatacce e al sacrificio del proprio tempo per gli spostamenti quotidiani. Per lei, poi, le difficoltà si erano acuite per l’offensiva  accoglienza del professor Pierre Mazard (Daniel Auteil) che l’aveva umiliata con pesanti invettive al suo ingresso, in ritardo, nell’aula gremita in cui egli stava già tenendo la prolusione del corso di diritto. La commedia è costruita a partire da questo contrasto, sfociato ben presto nell’aperta ostilità reciproca, perché Neila mal sopportava le offese alla sua persona, al suo abbigliamento e alla sua esteriore rozzezza, mentre Mazard persisteva nelle sue provocazioni  intollerabilmente razziste e machiste, anche secondo la stragrande maggioranza degli studenti, che infatti aveva chiesto, con tanto di firme, che la Facoltà aprisse un’inchiesta sul comportamento ingiurioso del vecchio “barone”, giudicando se fosse compatibile con la sua cattedra: vero grattacapo per l’Università, che si giovava dell’apporto indiscutibilmente competente e prestigioso dell’intrattabile professore. L’annuale gara di eloquenza, fra le università parigine, sarebbe servita a rimandarne l’allontanamento, mettendone alla prova l’imparzialità di giudizio: Mazard avrebbe preparato Neila a questa gara, per dimostrare che al di là dei suoi modi sprezzanti, ciò che gli stava davvero a cuore altro non fosse che il bene degli studenti, Neila compresa. Il singolare Pigmalione, sarebbe stato davvero in grado di educare la sua Galatea? Dovrete vedere il film per saperlo, tenendo presente, però, che l’interesse del film non è tanto nella descrizione di un conflitto-scontro di culture (déja vu) che in una commedia si compone in ogni caso, quanto piuttosto nella riflessione acuta e brillante sul linguaggio della comunicazione fra gli uomini, complessa questione non solo terminologica.

Come le lezioni di Pierre Mazard sull’eloquenza si propongono di dimostrare, infatti, tutto il nostro comportamento parla di noi: il corpo, i gesti, il tono della voce, gli abiti costituiscono il biglietto da visita che comunica la nostra vera identità, insieme, com’è ovvio, alla parola che in sommo grado ha la capacità di comunicare e di convincere. Rifacendosi alla lunga tradIzione filosofica occidentale, dai sofisti a  Platone, per arrivare a Schopenhauer e alla sua Dialettica eristica – l’arte di avere ragione, il professore impartisce a Neila (e agli spettatori) molte brevissime e argute lezioni di retorica, supportate dai più grandi esempi letterari, in primo luogo dal grande Shakespeare. Il celeberrimo discorso di Antonio sulla bara di Cesare** diventa, perciò, l’exemplum su cui si costruisce il film, che forse è politicamente molto scorretto, ma sicuramente molto divertente ed efficacemente educativo nel ricordarci che l’uso consapevole dell’eloquenza non solo permette ai singoli individui di avere ragione, ma aiuta  a ottenere il consenso politico necessario (e ambiguo) per governare in tempo di democrazia. È un bene per tutti comprenderlo.

Da vedere!

*Sono presenti nel film, come materiale d’archivio, alcuni interventi di Claude Lévi-Strauss, Serge Gainsbourg, Romain Gary, Jacques Brel, François Mitterrand.

** QUI: Marlon Brando nella parte di Marco Antonio, una vera chicca!

 

Le fidèle

recensione del film:
LE FIDELE

Regia:
Michaël R. Roskam

Principali interpreti:
Matthias Schoenaerts, Adèle Exarchopoulos, Jean-Benoît Ugeux, Eric de Staercke, Nathalie Van Tongelen, Sam Louwyck,  – 120 min. – Belgio, Paesi Bassi, Francia 2017

Gino, detto Gigi, e Benedicte, detta Bibi, si erano conosciuti al termine di un raid automobilistico: lei, di famiglia alto borghese, era pilota di una vettura in gara; lui, spettatore, si trovava lì per interesse professionale: si occupava (o almeno così le aveva fatto credere) di import-export di automobili. Era nata dopo questo incontro la loro irresistibile attrazione, sfociata subito nell’amore più appassionato, quello che cambia la vita e le dà un senso. Per lui avrebbe potuto anche diventare l’occasione per lasciare alle spalle il proprio penoso passato da orfano, quello che dall’adolescenza gli aveva insegnato a difendersi con feroce determinazione, insieme al gruppo di amici con i quali aveva condiviso le strade delle periferie fiamminghe e la solidarietà violenta, unica difesa di chi vive abbandonato dal mondo. Con loro era diventato adulto e con loro aveva accuratamente progettato e organizzato numerose rapine a mano armata che avevano assicurato all’intera banda di che sopravvivere per qualche tempo. Della sua vita segreta, da sbandato delinquente, aveva accennato a Bibi, che dapprima non l’aveva preso molto sul serio, ma che aveva dovuto presto prendere atto della realtà quando, dopo l’ultima audacissima rapina, fallimentare, era arrivato il carcere e la loro forzata separazione. La fortuna ora sembrava aver abbandonato Bibi; l’azienda paterna era finita sotto il controllo della mafia albanese, mentre la sua salute era compromessa irreparabilmente: non era riuscita a portare a termine la gravidanza a lungo desiderata e la sua stessa vita era in pericolo, né al ritorno dopo la condanna, Gigi avrebbe potuto rivederla…

Preceduto da una fama discreta, presentato lo scorso anno a Venezia, quindi al Film Festival Internazionale di Toronto, interpretato da attori di tutto rispetto, sotto la direzione di Michaël R. Roskam, giovane e talentuoso regista fiammingo al suo terzo lungometraggio*, questo film è, per me, nel suo insieme, molto deludente. Eppure l’attesa di un buon film sembra all’inizio realizzarsi: molto promettente il flashback rapido dell’infanzia di Gino mentre scorrono i titoli di testa; molto bella la successiva narrazione dell’amore nascente e dei primi incontri appassionati fra Gino  e Benedicte (rispettivamente Matthias Schoenaerts e Adèle Exarchopoulos, entrambi ottimamente calati nella parte). A questi momenti rapidi e folgoranti (di quelli che non si dimenticano facilmente, grazie al racconto brioso e veloce, spesso ellittico, e subito molto coinvolgente), che occupano all’incirca la prima parte del film, fa seguito la violentissima rappresentazione delle sciagurate imprese di lui, e l’incupirsi progressivo dell’intera seconda parte sotto i colpi delle disgrazie che, con effetto cumulativo, travolgono lei, il suo desiderio di maternità, il suo amore per la vita, nonché l’aspirazione a rivedere lui, ciò che trasforma la loro bella storia d’amore in un mélo noir dal crescendo così banale da annullare l’aspetto tragico della vicenda. Che peccato!

* (QUI la mia recensione molto positiva della sua precedente pellicola)

In Dubious Battle – Il coraggio degli ultimi

recensione del film:
IN DUBIOUS BATTLE-IL CORAGGIO DEGLI ULTIMI

Titolo originale:
In Dubious Battle

Regia:
James Franco

Principali interpreti:
James Franco, Nat Wolff, Vincent D’Onofrio, Selena Gomez, Ahna O’Reilly, Analeigh Tipton, Robert Duvall, Ed Harris, Bryan Cranston, Sam Shepard. – 110 min. – USA 2016

Da un celebre romanzo di John Steinbeck, pubblicato (fino ai nostri giorni) in Italia da Valentino Bompiani* con la bellissima traduzione di Eugenio Montale, è tratto questo film che si attiene, con qualche curiosa e significativa infedeltà, al testo del grande scrittore americano, che racconta le lotte dei raccoglitori di mele nei grandi frutteti della California, nel corso degli anni ’30. La grande depressione, che era seguita alla crisi del ’29 aveva spinto fuori dalle città impoverite migliaia e migliaia di lavoratori disoccupati, insieme alle loro famiglie, in cerca di lavoro e di abitazione.
Molti uomini erano stati reclutati dagli emissari di Bolton (Robert Duvall), latifondista privo di scrupoli, che con la promessa di tre dollari al giorno, li dirigevano verso le piantagioni fruttifere, presso le quali sorgevano i capannoni-lager sudici e promiscui, squallide dimore di uomini, donne, bambini nonché di topi e parassiti. La paga si era intanto ridotta a un dollaro giornaliero e lo scontento cominciava a serpeggiare, senza mai apertamente esplodere, per la reale mancanza di alternative praticabili al disumano sfruttamento. Erano giunti dalla città anche due intellettuali, clandestini per scampare alle persecuzioni riservate a chi professava pubblicamente idee radicali e socialiste: Mac (James Franco, anche regista del film) e il depresso Jim ( Nat Wolff). Lo scopo di Mac era quello di farsi assumere come raccoglitore e, da quella condizione, riuscire a scuotere dal torpore i suoi compagni di lavoro organizzando uno sciopero; Jim, meno fiducioso, avrebbe raccolto da parte sua anche le più piccole tracce di malcontento e gliele avrebbe segnalate. I rischi erano enormi per entrambi, anche per l’agguerrito sistema di spionaggio dei sorveglianti di Bolton, sempre attentissimi a informare il padrone e sempre pronti a massacrare di botte fino alla morte chi fosse sospettato di boicottare la raccolta e di organizzare qualche forma di sciopero.

La rivolta nonostante tutto era avvenuta e la dura risposta padronale non si era fatta attendere, ma era stata rintuzzata da Mac, che in precedenza aveva organizzato con un piccolo proprietario locale, Mr. Andersom (Sam Shepard) l’accoglienza dei lavoratori in fuga e la loro sistemazione in un campeggio dotato di qualche comfort, e anche di un ambulatorio, mentre il Dr. Burton, medico “liberal”, sensibile ai diritti delle persone (Jack Kehler), avrebbe garantito la propria presenza. Siamo circa alla metà del film (i cui sviluppi non intendo rivelare), condotto con passione dal giovane regista-attore che ricalca forse un po’ troppo parafrasticamente le pagine del romanzo senza rinunciare, talvolta, a un’insistenza enfatica, che può risultare fastidiosa.  Il film tuttavia, almeno secondo me, càpita nelle nostre sale nel momento più opportuno, per ricordare a tutti noi che il caporalato con i suoi orrori, è quasi connaturato al processo di accumulazione del capitale, difeso dai liberisti che ancora oggi ribadiscono le proprie convinzioni con gli stessi argomenti di quei tempi terribili.
Molto interessante è per altro la dialettica delle posizioni  politiche e strategiche di Mac, di Jim, di Anderson e del dottor Burton, ognuno dei quali incarna un aspetto del pensiero della “sinistra” di allora (e anche di oggi?) con la quale si confrontava l’esperienza umana di London (grande Vincent D’Onofrio), il leader naturale dei lavoratori in lotta.
Da vedere.

 

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* la prima coraggiosa edizione (di cui possiedo la copia da sempre presente, a mia memoria, in famiglia) è del 1940 (finito di stampare il 25 agosto “coi tipi delle arti grafiche Chiamenti in Verona) ed è preceduta da una curiosa introduzione dell’editore, che cerca, con molta diplomazia, di legittimarla agli occhi del potere, mantenendo la propria dignità di uomo libero in un momento rischioso: il 10 giugno 1940 l’Italia fascista era entrata in guerra a fianco di Hitler!

Il romanzo ricava il titolo originale da alcuni versi del Paradiso Perduto di Milton:
“And, me preferring,
His utmost power with adverse power opposed
In dubious battle on the plains of Heaven,
And shook His throne“

che così qui traduco (Milton mi perdonerà):
E, preferendo me,
opposero alla sua enorme forza la loro forza
in incerta battaglia sulle pianure del Cielo,
e scossero il suo trono.

La sposa in nero

recensione del film:
LA SPOSA IN NERO

Titolo originale:
La mariée était en noir

Regia:
François Truffaut

Principali interpreti:
Jeanne Moreau, Claude Rich, 
Michel Bouquet, Michael Lousdale, Jean-Claude Brialy, Charles Denner, Daniel Boulanger, Alexandra Stewart, – 107 min. – Francia 1968

Altro film tanto imperdibile quanto introvabile, il cui DVD, miracolosamente, ho reperito in versione originale. Ho faticato parecchio anche a trovare il trailer: quello che conclude questa pagina ne aveva promosso la distribuzione negli Stati Uniti. Eppure è un gran bel film, nonché l’occasione per rivedere Jeanne Moreau in una interpretazione indimenticabile.

L’antefatto e il racconto

Il racconto ha un antefatto importante che viene ricostruito con un lungo flashback, durante la “confessione” di Morane (Michael Lonsdale), verso la metà del film. Morane è uno dei cinque balordi giovanotti i quali, non sapendo come passare il tempo libero, avevano organizzato una sorta di tiro al piccione dalla finestra di un appartamento di fronte alla chiesa in cui si stavano celebrando le nozze di Julie (Jeanne Moreau) e di David (Serge Rousseau), Era stato un altro di questi sfaccendati, però, ovvero il malavitoso di mezza tacca Delvaux (Daniel Boulanger perfetto nel suo phisique du rôle), a deviare il tiro verso il basso, centrando in pieno il giovane appena sposato, che Julie sgomenta aveva visto cadere e morire senza un perché. Mentre i cinque erano fuggiti subito, separandosi e giurando che non si sarebbero mai più rivisti, Julie, dopo aver cercato invano di togliersi la vita, per lei ormai senza significato, aveva indagato a lungo per identificare il responsabile dell’azione criminale riuscendo a individuare tutti coloro che avevano partecipato al macabro gioco e a raccogliere, per ognuno di loro, le notizie indispensabili per vendicare con la morte la tragedia del suo David, l’uomo che aveva amato da sempre, fin dall’infanzia.
Confidava infatti che ciascuno sarebbe caduto nella sua trappola, da Bliss (Claude Rich) il dongiovanni sedotto dal suo fare capriccioso, a Coral (Michel Bouquet), l’impiegato timido e complessato, soggiogato dal suo mistero, a Morane, il politico così narcisista (e così disattento) da non riuscire a evitare l’inganno di cui sembrava essersi accorto persino il figlioletto, il piccolo Cookie. Più difficile del previsto, invece, “giustiziare” il pittore Fergus (Charles Denner) e l’ottuso Delvaux, il vero assassino, ma, infine, la sua vendetta avrebbe raggiunto anche loro.

Il modo del racconto

Il film non rispetta la diacronia degli avvenimenti, perché Truffaut vuole prima di ogni altra cosa presentarci, con la forza delle immagini, la disperazione di Julie: la vediamo all’inizio, a qualche anno dal delitto che l’aveva resa vedova, sfogliare un album di fotografie, così evidentemente dolorose per lei da spingerla a gettarsi dalla finestra, prontamente bloccata dalla madre, che già altre volte le aveva impedito il suicidio. Il suo volto bellissimo e pieno di dolore, la sua fierezza e anche la gentilezza d’animo che si intuisce in queste prime scene non possono che conquistarci. Con la benedizione di Truffaut, dunque, Julie entra subito nel nostro cuore, dove rimarrà per il resto del film: solidarizzeremo con lei sempre, proprio perché il regista ci aveva predisposti a partecipare affettuosamente alla sua ansia di “giustizia”, né abbandoneremo questa nostra simpatia nel corso dell’intera vicenda, nonostante l’efferatezza della sua infallibile vendetta, preparata con razionale precisione nei minimi particolari, ma attuata sul momento, in modo quasi sempre imprevedibile, perché la donna è sempre pronta ad adattare i suoi piani alle circostanze, ad afferrare ogni opportunità, a far fronte prontamente agli inciampi inattesi. I progetti omicidi di Julie, tessere diverse di un solo unitario mosaico, si presentano come una sua doppia scommessa: col destino, beffardamente capace di scombinarli, e con se stessa. Emblematico, a questo proposito, il penultimo e assai complesso episodio, quello dell’uccisione del pittore Fergus, l’uomo che in lei aveva trovato dapprima la modella ideale, poi la donna sognata da sempre: i ritratti a lei somigliantissimi, che Fergus aveva dipinto ben prima di conoscerla, erano nel suo studio a testimoniarlo; il turbamento di Julie, le sue esitazioni angosciose, il suo procrastinare le sedute, nonostante il pericolo incalzante di venire smascherata da Corey (Jean-Claude Brialy), il gallerista, ci pongono alcuni dubbi sulla specificità del film: davvero solo un revenge movie, o un giallo hitchcockiano, condotto dal regista (e dalla straordinaria Moreau) come una ironica sfida? Il giudizio che me ne sono fatta, per quanto poco possa valere, è che si tratti di un’opera assai più complessa, (senza escludere, naturalmente, che la vendetta e la sfida ne siano temi centrali): un film sull’amore e sulla morte, la compagna inevitabile della vita e di qualsiasi amore che, per la sua durata nel tempo, venga fatto coincidere con la vita stessa. Questo è probabilmente il senso profondo del penultimo episodio, molto illuminante per comprendere l’intera pellicola, che continua a interrogarci e a farci riflettere a cinquant’anni dalla sua uscita.

Il Destino

recensione del film:
IL DESTINO

Titolo originale:
Al Massir

Regia:
Youssef Chahine

Principali interpreti:
Nour El-Chérif, Laila Eloui, Mahmoud Hémeida, Safia el Emary, Khaled el Nabaour, Sele Abdel, Ahmed Fouad Selim. – 135 min – Egitto, Francia 1997

Questo film bellissimo è arrivato in Italia l’11 marzo 1998, dopo la Palma speciale ricevuta nel 1997 per il cinquantesimo anniversario del Festival di Cannes dal regista egiziano (1926 – 2008) Yūsuf Shāhīn, francesizzato in Youssef Chahine e con questo nome conosciuto nel mondo.
Qualcuno, nel nostro paese, ebbe allora occasione di vederlo e ne ricevette un’impressione profonda, indimenticabile. Nelle nostre sale durò poco, né qui si è mai visto il suo DVD, che invece è ancora reperibile su qualche sito straniero, ciò che mi ha permesso di rivederlo e di conoscere un po’ meglio anche il regista, del quale mi riprometto di recensire qualche altro film*.
Va aggiunto, infatti, che questa è l’unica opera di Chahine ad aver “soggiornato”, sia pure per un periodo breve, sul suolo italiano: l’autore è dunque pressoché quasi ignorato da noi, ed è un vero peccato!

Che cosa racconta Il destino
Il film si apre su uno dei roghi che nel XII secolo, a Nord dei Pirenei, nella regione francese della Languedoc, avevano posto fine alla vita degli eretici.
Per sentenza del tribunale dell’Inquisizione, all’orribile pena era stato condannato un intellettuale, reo di aver condiviso alcune posizioni di Averroè, il grande filosofo-scienziato, traduttore di Aristotele, che in quegli stessi giorni era il consulente giuridico più ascoltato e stimato di Al Mansur, il califfo, vincitore della battaglia di Alarcos, promotore della rinascita militare, artistica e culturale dell’Andalusia. Ora il regista indirizza la nostra attenzione proprio sul deteriorarsi dei rapporti fra Averroè e il califfo, in seguito al malcontento popolare, fomentato dalle sette fondamentaliste dell’Islam, contro la politica multiculturale e laica della corte, dai cui benefici una considerevole parte della popolazione si sentiva esclusa. La responsabilità del progressivo arretrare della presenza musulmana nella penisola iberica, a seguito della Reconquista cristiano-cattolica**, infatti, veniva fatta semplicisticamente ricadere sulla politica del califfo che aveva indebolito le convinzioni religiose del “popolo”, infiacchendone la coscienza e la volontà. Nel mirino, dunque, l’intera opera di Averroè, che per ragioni politiche, più che per convinzioni personali, il figlio erede di Al Mansur avrebbe condannato al rogo. Tra le pagine più belle e commoventi del film, l’opera collettiva dei discepoli del filosofo che ricopiarono, dividendosi il lavoro, in fretta e clandestinamente, le sue grandi opere, che avevano provvisoriamente nascosto negli scantinati delle abitazioni gitane e che successivamente esportarono fra mille disagi e avventurose peripezie, mettendole definitivamente in salvo in Egitto.

I modi del racconto

La straordinarietà di questo film, però, è soprattutto nell’originale coraggio del regista che, attraversando i “generi”, costruisce un’opera singolarissima, nella quale sono presenti e si fondono molteplici contaminazioni: dal gusto tutto hollywoodiano per il racconto avventuroso e storico (quasi un Kolossal), a quello molto gitano per la danza e il canto popolare, cosicché l’intento morale e didascalico viene in qualche misura alleggerito dalle bellissime musiche (quasi un musical), dai vivacissimi colori, da un eccezionale senso dello spettacolo, che contiene in sé il valore non trattabile della libertà della cultura e del pensiero che lo stesso Chahine, come Averroè, aveva dovuto difendere dagli attacchi dei fanatici religiosi di ogni cultura (compresa quella cristiano-cattolica) che erano arrivati ai suoi film.

Un meraviglioso invito alla tolleranza, all’amicizia disinteressata, all’ascolto dell’altro, quanto mai attuale anche oggi.

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* Chi volesse trovare qualche informazione in più su questo regista, sui suoi numerosi film e sulla sua cosmopolita formazione culturale, può trovare qualche scarna notizia su Wikipedia e anche sulla Treccani.
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** si sarebbe concluso nel 1492 per iniziativa dei “re cattolici”, ovvero di Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona

1945

recensione del film:
1945

Regia:
Ferenc Török

Principali interpreti:
Péter Rudolf, Eszter Nagy-Kalozy, Bence Tasnádi, Tamás Szabó Kimmel, Dóra Sztarenki – 91 min. – Ungheria 2017.

Stato di grazia del cinema ungherese, che, dopo il bellissimo Corpo e anima, ora ci presenta, per la regia di Ferenc Török, questo film meraviglioso, nel suo magnifico e raffinato bianco e nero in perfetta sintonia col racconto.
È il 12 agosto del 1945: la guerra in Europa era appena finita; soldati russi si aggiravano nell’Ungheria liberata dai nazisti e in attesa delle prime elezioni politiche che sarebbero arrivate di lì a poco e di cui già si avvertiva  l’imminenza. Molte le attese accompagnate dalla speranza di voltare finalmente pagina, di dimenticare la guerra e i suoi orrori.

Nunc est bibendum, nunc pede libero pulsanda tellus…Ora la voglia di bere e di danzare sembrava sul punto di realizzarsi, perché era giorno di nozze nel piccolo villaggio sperduto nella pustza ungherese, la nuda e brulla pianura che (come è stato notato) pare evocare il Far West, con le sue lunghe distese pianeggianti assolate e secche, attraversate dalla ferrovia. Ad accrescere la suggestione evocativa, l’improvvisa comparsa di una locomotiva a carbone, col suo fumo, nonché, subito dopo, quella di un carro, trainato da un cavallo e seguìto a piedi da un anziano signore, al quale sembrava appoggiarsi un ragazzo molto più giovane. I due sconosciuti avevano sistemato sul carro due cassette di legno dal contenuto ignoto e ora si accingevano ad attraversare a piedi il paese per raggiungere il cimitero ebraico. No, non siamo nel Far West!
L’arrivo dei due uomini non era passato inosservato; aveva anzi destato profonda inquietudine poiché aveva riportato alla memoria di alcuni dei più eminenti e autorevoli abitanti le pagine vergognose del passato recente, quando essi avevano collaborato all’arresto e alla deportazione di una grande famiglia di ebrei, le cui case e i cui averi erano diventati di loro proprietà, con tanto di legittimazione notarile. Per fortuna di ogni persona per bene, i nazisti avevano perso la guerra, ma per i notabili del luogo ansiosi di cancellare in fretta quella tragedia, l’arrivo dei due stranieri, con i loro misteriosi bagagli, invece, era il segnale probabile che con quel passato i conti non erano affatto chiusi: all’orizzonte, forse, altri arrivi, vendette, risarcimenti… In realtà stavano già incrinandosi gli equilibri fragili costruiti sulla spartizione delle spoglie degli innocenti, immolati alla loro avidità, alla loro invidia meschina. Qualcuno, sopraffatto dai sensi di colpa, si era ucciso; una moglie aveva trovato la forza di smascherare le nefandezze sulle quali il marito fondava il proprio futuro politico; i più giovani, che di quella storia vergognosa non erano a conoscenza, ora chiedevano di sapere. Una grande voglia di verità e di pulizia sembrava essersi impadronita di loro, facendo saltare le nozze di convenienza e i relativi festeggiamenti (e come potevamo noi cantare…), rinnegando anche ogni possibile condivisione delle ricchezze accumulate senza scrupoli e senza ribrezzo: sarebbero fuggiti proprio quando tutto sembrava (a quei padri!) essersi risolto. I due sconosciuti, infatti, avevano seppellito, col rito ebraico, quel che rimaneva della famiglia sterminata: poche e terribili testimonianze dell’esistenza, un tempo e in quel luogo, di uomini, donne e bambini sacrificati senza colpe; erano poi ripartiti col treno, senza nulla chiedere, mentre il fumo della locomotiva, scurissimo, ora sinistramente evocava l’orrore e la verità incancellabile dell’Olocausto.

Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa e andando per via,
coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi (Primo Levi)*

* da Shemà
in esergo su Se questo è un uomo

L’ albero del vicino

recensione del film:
L’ALBERO DEL VICINO

Titolo originale:
Undir Trénu

Regia:
Hafsteinn Gunnar Sigurðsson

Principali interpreti:
Steinþór Hróar Steinþórsson, Edda Björgvinsdóttir, Sigurður Sigurjónsson, Þorsteinn Bachmann, Selma Björnsdóttir, Lára Jóhanna Jónsdóttir. – 89 min. – Islanda, Polonia, Danimarca, Germania 2017

Presentandosi con una locandina che sembra disegnata da un artista naïf, ci arriva dalla pacifica Islanda uno dei film più “cattivi” dell’anno, che pure di film cattivi non mi è sembrato carente. Naturalmente con queste parole non esprimo alcun giudizio negativo sul film, che anzi ritengo un ottimo film, sicuramente da vedere, che nasce da un’attenta e preoccupata osservazione dei comportamenti sociali in un tempo come il nostro, in cui sembrano essere state annullate le mediazioni sociali e politiche che avevano permesso alle società occidentali, da tempo, la composizione dei conflitti in modo pacifico. Come se fossero tornati a un hobbesiano “stato di natura”, i protagonisti (e le protagoniste, va detto!) sembrano rivendicare il diritto illimitato di ciascuno su tutte le cose, non riconoscendo alcuna possibilità al “patto sociale”, ovvero a una qualche forma di accordo, capace di accontentare (o di scontentare, che è lo stesso) tutti in ugual misura in nome di una convivenza possibile. Lo “stato di guerra”, corrispettivo socio-politico dello “stato di natura” (per rimanere nella terminologia di Hobbes) è dunque presente persino fra le nevi e ghiacci di quel remoto paese, dove i pochi abitanti, nelle loro casette tutte uguali, molto ravvicinate, si contendono il diritto al sole, oscurato dall’albero dei vicini, cresciuto un po’ troppo rigoglioso, così da togliere, con la sua abbondante chioma i pochi raggi luminosi, che permetterebbero a una pallida e combattiva signora di mezza età, forse, di abbronzarsi. Un banale litigio diventa, perciò, di dispetto in dispetto, un conflitto aperto, di crudeltà crescente e infine sanguinosa, fra due famiglie: ne faranno le spese, l’albero, un cane, i loro rispettivi proprietari, e le due orribili donne-megere che hanno spinto in quella direzione, alle quali non resterà che piangere sul latte versato.

A questa amarissima e nerissima storia, si intreccia quella dell’ amore spezzato di un giovane (il figlio della coppia proprietaria dell’albero della discordia) incapace, a sua volta, di chiarire la scabrosa situazione in cui si era cacciato e di presentare alla donna che gli aveva dato una figlia qualche scusa (sarebbe stato forse il caso).

Vicende inquietanti, di ordinaria e incivile incomunicabilità raccontate con pungente ironia dal bravo regista, coadiuvato da un ottimo gruppo di attori. Presentato a Venezia nella sezione Orizzonti lo scorso settembre è ora visibile nelle nostre sale. Islandese, ma non dello stesso regista è Rams: storia di due fratelli e otto pecore, altro film molto bello,  di qualche anno fa.

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo… (da Salvatore Quasimodo)

 

A Quiet Passion

recensione del film:
A QUIET PASSION

Regia:
Terence Davies

Principali interpreti:
Cynthia Nixon, Jennifer Ehle, Keith Carradine, Catherine Bailey, Jodhi May, Emma Bell, Duncan Duff, Joanna Bacon, Eric Loren, Benjamin Wainwright, Annette Badland, Rose Williams – 126 min. – Gran Bretagna, Belgio, USA 2016.

IIl film ricostruisce la vita di Emily Dickinson (1830-1886), ovvero di una delle più grandi voci della poesia americana dell’Ottocento, che il regista Terence Davies evoca con cura meticolosa, attento a rendere storicamente credibile e cinematograficamente interessante una storia molto difficile, nella quale contano anche i più più minuti particolari, essendo stata la vicenda umana della poetessa poverissima di eventi di rilievo. La sua esistenza si era infatti svolta quasi sempre in famiglia e all’interno delle mura domestiche della casa di Armherst nel Massachusetts, dalla quale, dopo il rientro dal College, non si era quasi mai allontanata, per consapevole scelta personale, sentendosi solo in quel luogo e solo nella propria stanza completamente libera di coltivare e perfezionare la sua passione di sempre per la scrittura letteraria e la poesia. Il regista, soprattutto nella prima parte del film, col minimalismo raffinato che ne contraddistingue lo stile, indugia su alcuni episodi della giovinezza di Emily (Emma Bell; in seguito Cynthia Nixon) che aiutano a comprenderne la singolarità: dall’isolamento subìto, per motivi di dissenso religioso, nel College da cui fu costretta a ritirarsi, all’evidente fastidio durante la visita alla zia di Boston (indimenticabile il piano sequenza che segue l’incrociarsi significativo dei diversi sguardi), al rapporto sempre dialettico, ma quasi sempre affettuoso col padre, ricco avvocato e politico (Keith Carradine), a sua volta tenero con lei e acuto nel percepirne le qualità speciali, tanto da concederle il permesso di scrivere durante le ore notturne, ciò che non si era mai visto in quella casa, da sempre rigidamente organizzata secondo l’alternarsi della luce naturale e del buio. Alle conoscenze paterne si sarebbe ancora appellata la giovane Emily per pubblicare le sue prime poesie, presso un editore col quale ebbe in seguito discussioni molto accese sulla letteratura “al femminile”, cui seguirono la rottura e la decisione, sempre più ferma, di continuare a scrivere sfruttando il grande privilegio del proprio isolamento e della propria indipendenza, per la quale aveva rinunciato all’amore e al matrimonio. In vita fu circondata dall’affetto di tutti i suoi familiari, che la accettarono ma che mai la compresero del tutto e che non sempre gradirono le sue intemperanze, poiché Emily, invecchiando, accentuava la propria rigidità morale, che era diventata quasi una forma di intolleranza severa, impermeabile a qualsiasi compromesso, provocando, per questa ragione, anche la crisi del proprio rapporto con Austin, l’amato fratello che aveva combattuto per gli Unionisti durante la guerra civile americana.

Il film è condotto con grande eleganza ed è allietato, si può ben dire, dalla lettura fuori campo di alcune sublimi liriche della poetessa, che con la loro leggera semplicità scandiscono, quasi senza soluzione di continuità, il percorso breve della sua esistenza di donna fragile, amaramente consapevole della propria grandezza, di cui con acume percepì l’inattualità, affidando la propria memoria all’amore e alla comprensione dei posteri.
Pellicola importante e secondo me, consigliabile soprattutto a chi conosce e ama la poesia della Dickinson, per evitare che l’indagine insieme evocativa e suggestiva di Terence Davies, per sua stessa dichiarazione intenzionato con questa sua fatica a rendere a Emily quella giustizia e quell’omaggio riconoscente che non ebbe in vita, venga liquidata frettolosamente come una noiosa opera cinematografica senza storia, il che sarebbe un vero peccato.
Magnifica interpretazione degli attori e, in particolare di Cynthia Nixon (la poetessa da adulta perfettamente calata nel personaggio), e di Keith Carradine, nel difficile ruolo di un padre combattuto fra la tenerezza e il dissenso più doloroso.

Gli amori di una bionda

recensione del film:
GLI AMORI DI UNA BIONDA

Titolo originale:
Lásky jedné plavovlávsky

Regia:
Milos Forman

Principali interpreti:
Jana Brejchová, Vlamidir Pucholt, 
Milada Jezkova, Josef Sebanek – 82 min. – Cecoslovacchia 1965.

Questo scritto è il mio piccolo e personale omaggio al grande regista scomparso nello stesso giorno della morte di Vittorio Taviani, il 13 aprile 2018.
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Milos Forman è molto noto a tutti per alcuni film, di produzione americana, fra i quali il magnifico Qualcuno volò sul nido del cuculo, e i cosiddetti “biografici” (il geniale Amadeus e il quasi altrettanto geniale, ma forse meno conosciuto, Man on the Moon). Di produzione anglo-americana è lo splendido Valmont, ispirato al romanzo libertino tardo-settecentesco Les Liaison Dangereuses (1782) di P. Choderlos de Laclos, mentre di produzione spagnola è L’ultimo Inquisitore, che divenne anche l’ultima opera da lui diretta (2006). Non tutti sanno, invece, che questo regista, nato in Cecoslovacchia nel 1932 e rimasto orfano molto presto (aveva perso nei campi di sterminio nazisti entrambi i genitori fra il 1943 e il 1944), era stato un cinefilo precocissimo che, dopo aver studiato alla facoltà di Cinematografia di Praga, si era segnalato sul piano internazionale per le innovazioni introdotte nei suoi due primi film: L’asso di picche (1963) e Gli amori di una bionda (1965). Questi due lungometraggi sono considerati emblematici della Nova Vlna, ovvero della Nuova Ondata dei cineasti praghesi che, come stava avvenenendo in Francia con la Nouvelle Vague, rivendicavano la necessità della ricerca di un nuovo linguaggio per il cinema, che fosse capace di narrare la casualità imprevedibile della vita attraverso l’uso più libero e disinvolto della macchina da presa, negli ambienti desueti della quotidianità delle donne e dei giovani, in famiglia e anche nei luoghi di lavoro, percorsi da scontento e inquietudini non ancora politici (il ’68 si stava appena profilando all’orizzonte), ma in aperto contrasto con l’ottimismo delle magnifiche sorti e progressive del realismo socialista.

Proprio su Gli amori di una bionda intendo soffermarmi, per più di una ragione: la prima è che è un film bellissimo; la seconda è che potrebbe essere conosciuto da qualcuno, essendo uscito nell’edizione restaurata dalla Cineteca di Bologna nel 2017 ed essendo stato presentato, per l’occasione, in qualche sala italiana e in parecchi festival estivi, nella sua versione originale; la terza è che, per chi lo desiderasse, dovrebbe essere relativamente facile vederlo su qualche piattaforma di streaming presente in rete.
Più che una storia, il film racconta gli stati d’animo di alcune ragazze che lavorano in un opificio in cui si fabbricano scarpe, in una località isolata e sperduta della Cecoslovacchia, che si chiama Zruc, circondata dai boschi, con soli due edifici oltre alla fabbrica delle calzature: la stazione ferroviaria e il dormitorio delle ragazze, dove, affastellate nei minuscoli spazi dei letti a castello, le giovani qualche volta litigano, ma più spesso si parlano e si abbandonano alle confidenze, ragionando d’amore, come le amiche di Silvia a Recanati: quella è l’età, quelli sono i sogni per il futuro, insopprimibili come la voglia di andarsene, di fuggire lontano da quel borgo selvaggio. Lo sa bene il direttore della fabbrica, che teme di non raggiungere gli obiettivi del piano quinquennale imposti dall’amministrazione comunista, avendo già sperimentato qualche fuga e qualche abbandono. Avrebbe cercato di risolvere la situazione concordando con le autorità militari, alquanto riluttanti, l’arrivo di un po’ di soldati nella zona: una festa danzante ben organizzata avrebbe favorito, secondo i suoi piani, la nascita degli amori e delle amicizie. C’era qualcosa di patetico e di velleitario in questo tentativo, che infatti era stato quasi fallimentare per la diffusa delusione delle ragazze del gruppo di Andula,la bionda del titolo (Jana Brejchová),, alquanto restia a creare legami con quei soldati, sia per la differenza di età, sia per il loro aspetto fisico un po’ troppo massiccio, sia per la goffaggine del loro comportamento. Andula, poi, è attratta dal bravo pianista della serata (Vladimir Pucholt), uno smilzo ventenne, da subito adocchiato, nella cui stanza, infatti, avrebbe trascorso la sua notte d’amore, fra finte ripulse, abbracci appassionati e promesse che non sarebbero state mantenute, come vedremo nell’ultima parte del film, quando la scena, spostandosi a Praga, ci introduce nella casa dove il bel musicista, impenitente dongiovanni, vive con i genitori (Milada Jezkova e Josef Sebanek), disillusi e logorati dalla ripetitività insensata della loro vita quotidiana.
Alla bionda Andula che lì lo aveva cercato e che, dietro la porta, tutto vede e sente le parole meschine, vili e preoccupate di quel terzetto familiare, versando amarissime lacrime, il regista affida il compito di mostrarci lo squallore di quella realtà, in una serie di bellissime e indimenticabili soggettive. I toni del disincanto e dell’ironia, che connotano una gran parte del film, si fanno più tristi e pietosi: nessun melodramma, ma la rappresentazione dolorosa della universale difficoltà di diventare adulti.
Avviso ai naviganti:
La RAI aveva proposto il film QUI, in un’edizione diversa da quella restaurata (conteneva l’arbitraria doppia aggiunta musicale, all’inizio e alla fine del film, di una canzone cantata da Caterina Caselli che non esiste in originale. Grazioso omaggio molto kitsch della distribuzione di allora?). In ogni caso, ora questo film non è più visibile sul sito indicato, né sono informata delle ragioni.