L’uomo fedele

recensione del film:
L’UOMO FEDELE

Titolo originale:
L’Homme Fidèle

Regia:
Louis Garrel

Principali interpreti:
Laetitia Casta, Lily-Rose Depp, Joseph Engel, Louis Garrel – 75 min. – Francia 2018.

Chi non ha visto questo film potrebbe immaginare che in casa Garrel si stia trasmettendo di padre in figlio la passione per l’indagine della fenomenologia amorosa, secondo il gusto del racconto morale cinematografico, nel solco della tradizione culturale, tutta francese, del conte philosophique. Il film, probabilmente, lo farà ricredere. 

I personaggi e i primi sei minuti del film

Una Parigi quasi da cartolina, con tanto di Tour Eiffel sorvolata rapidamente; l’avvicinarsi delle case dell’arrondissement abitato dalla media borghesia dei giovani in carriera: siamo alla scena introduttiva del film che ci offre la location del racconto, e, indirettamente, l’ambiente sociale in cui si svolgerà, quello dei protagonisti, che compaiono in medias res, alle prese con le operazioni quotidiane del dopo-risveglio.
Lui (Louis Garrel) è Abel, giovane giornalista che vive nella casa di Marianne, la donna che ama (Laetitia Casta). Si è appena alzato e ora sta preparandosi la colazione; lei, ancor mezzosvestita, lo raggiunge in cucina: è visibilmente imbarazzata e ha urgenza di parlargli per dirgli:

-di aspettare un figlio (sorriso radioso di Abel);
-che il figlio non è suo (il sorriso si spegne);
-che il figlio è di Paul (sguardo che si rabbuia: è il suo migliore amico)
-che con Paul ha fissato, nel rispetto della bigotta famiglia di lui, la data molto ravvicinata delle nozze;
-che dovrà pertanto andarsene al più presto perché quella casa diventerà il domicilio coniugale di lei e di Paul.

Di questo matrimonio senza storia, non sapremo altro, così come ignoreremo tutto di Paul, riferimento senza volto e senza identità, che per nove anni, ovvero fino alla sua morte improvvisa, era stato il marito di lei e il padre di Joseph (un piccolo ma bravissimo Joseph Engel).
Sono passati soltanto sei minuti: la situazione iniziale si è più volte ribaltata, costringendoci all’attesa guardinga di ciò che avverrà.
———
Si riposizionano i personaggi:
Abel, l’uomo fedele, è ora un giornalista affermato;
Marianne è ora la segretaria indispensabile di un giovane politico ambizioso e belloccio;
il figlio di Paul, Joseph, è un ragazzino sveglio e fantasioso, appassionato di film gialli e di storie poliziesche, che vorrebbe la mamma solo per sé.
Si sono visti tutti ai funerali di Paul; Abel e Marianna potrebbero ricominciare daccapo la loro storia di coppia, ma la gelosia di Joseph, terzo incomodo fra i due, di nuovo innamorati, lascia spazio a nuovi e imprevedibili sviluppi, mentre un nuovo personaggio ne insidia l’armonia ritrovata: è la giovanissima Eve (Lily-Rose Depp), sorella del defunto Paul, che, appena uscita dall’adolescenza, contende a Marianne l’amore di Abel, ancora una volta arrendevole e pronto ad andarsene, traslocando bagagli e ricordi da una casa all’altra, da una storia a un’altra, fedele soprattutto alla propria inerzia, per incapacità di scegliere e di amare davvero. Non racconterò altro, ma molto altro accadrà…il film è da vedere.

La sceneggiatura, scritta dallo stesso regista e da Jean-Claude Carrière, proprio quello stesso degli ultimi film di Luis Buñuel, dà vita a questo grottesco e straniante film, corrosivo dei luoghi comuni, che, con una forte presa sull’attualità, ci presenta un ritratto impietoso dei giovani borghesi di oggi, inconcludenti, sotto l’apparente mitezza, come Abel, o crudeli, sotto l’apparente liberalità sentimentale, come Marianne; capricciosi, come Eve, ma in fondo tutti quanti incapaci di uscire da sé, di comprendere gli altri, privi di slanci ideali, stanchi e vecchi anche da giovani.
Pochi, ma molto bravi gli attori fra i quali spicca una Laetitia Casta davvero superba nei panni del personaggio ambiguo di Marianne e Louis Garrel, credibile Abel, ignavo bamboccione senza qualità.

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Peterloo

recensione del film:
PETERLOO

Regia:
Mike Leigh.

Principali interpreti:
Rory Kinnear, Maxine Peake, Pearce Quigley, David Moorst, Rachel Finnegan, Tom Meredith, David Bamber, Tim McInnerny, Teresa Mahoney, Nico Mirallegro, Karl Johnson, Leo Bill, Mark Ryan, Philip Jackson – 154 min. – Gran Bretagna 2018.

Quest’opera del grande regista britannico Mike Leigh, presentata a Venezia nel settembre scorso, ricostruisce, con estrema accuratezza, un fatto storico fra i più dolorosi della storia del Regno Unito: la spietata repressione del raduno pacifico della popolazione di Manchester, convenuta dalla città e dalle campagne il 16 agosto 1819 nella grande radura di Saint Peter’s Field a sostegno di uno sciopero operaio, forse il primo organizzato dopo che la rivoluzione industriale (nata proprio a Manchester) si era imposta, garantendo altissimi guadagni ai proprietari dei nuovi strumenti meccanici, ai cui ritmi erano tenuti ad adeguarsi i lavoratori inurbati, operai senza diritti, impegnati senza limiti di orario a far funzionare le macchine. L’aumento dei prezzi dei generi alimentari, dopo le guerre napoleoniche, rendeva durissima la vita di ogni giorno, né era possibile in tempi di carestia dilagante ritornare alla terra, ormai esclusiva proprietà dei rentier che vivevano a Londra impegnandosi nelle feste, nelle chiacchiere di corte, nella discussione politica * La crisi economica colpiva duramente; lo scontento di grandi masse affamate e sfruttate era avvertito come una minaccia sovversiva dalla nobiltà, dal clero e dalla borghesia manifatturiera a cui diventava evidente che non sarebbe bastata la sconfitta militare dei Francesi per liberarsi dalla minaccia della rivoluzione. Una nuova coscienza solidaristica e libertaria si era diffusa, infatti, penetrando persino fra i politici più illuminati del Parlamento inglese, fra i professionisti e gli intellettuali. Fu uno di questi, il radicale Henry Hunt (Rory Kinnear), avvocato londinese, a prendere a cuore l’organizzazione dello sciopero, imponendo, non senza difficoltà, al movimento la propria visione non aggressiva e non violenta: una festa popolare senza provocazioni per evitare che la Guardia Nazionale, inviata dal governo di Londra, disperdesse la folla con i fucili, o a colpi di spada, o con le cariche di cavalleria. Non andò così, purtroppo: i canti e la festa si trasformarono in lutto e alla fine della giornata si contarono 15 morti e quasi mille feriti. Non era bastata a tenere lontana la violenza stragista neppure la presenza di cronisti e gazzettieri di molta parte dell’Europa e anche del continente americano che testimoniarono, nelle loro pagine, lo scandalo e la vergogna di quel massacro. Nacque allora il Manchester Guardian, oggi chiamato semplicemente The Guardian, che si sarebbe impegnato da allora a lottare per l’attuazione della riforma della rappresentanza parlamentare e per l’introduzione di una Carta dei dritti dei lavoratori. La strada era però ancora molto lunga… 

Il regista si preoccupa, nella prima parte del film, di contestualizzare lo svolgimento dei fatti, ricostruendo, con verità e senza fretta, gli ambienti in cui vivevano i lavoratori, le abitudini di alcune famiglie, le loro difficoltà. Allo stesso modo ci presenta le paure dei nuovi borghesi delle manifatture, presto alleati dei notabili locali più conservatori e dei preti, così come estende la sua indagine agli ambienti del governo, ai ministri parrucconi e decrepiti, e alla squallida corte del principe ereditario depravato e incapace.
Nella seconda parte, invece, assistiamo ai preparativi di quella giornata, agli accordi fra Hunt e i lavoratori più ascoltati e carismatici, oltre che alla manifestazione e alla tragedia sanguinosa che non risparmiò neppure i bambini.
Una bellissima fotografia accompagna il lungo racconto corale, che si sofferma soprattutto sul personaggio emblematico di Joseph (David Moorst), tornato a casa distrutto dopo la battaglia di Waterloo, quindi seguito dal suo lento reinserirsi in famiglia, fino alla sua fine drammatica, fra le vittime innocenti di quell’orribile giorno.
Tutto il film testimonia la volontà ferma del regista di rendere giustizia ai morti di allora, risvegliando la nostra pietà e rinfrescando la nostra memoria, soprattutto ora che la crisi sembra riproporre antiche paure e sbrigative quanto inutili soluzioni.
Ottime intenzioni, non sempre sufficienti, purtroppo, a vincere la noia di una rappresentazione molto prolissa, anche se di indubbio valore educativo: numerose sono state, ahimè, le uscite di sala prima del concludersi di questo film, pur molto atteso e sicuramente assai bello. Che peccato!

* Sulle condizioni storiche, sfondo del massacro, rievocate nel film, si possono avere notizie dettagliate QUI

Tramonto (Sunset)

Il film Tramonto (Sunset), che ho recensito QUI

sarà in distribuzione nelle sale italiane a partire dal 4 febbraio 2019.

Ne raccomando la visione, poiché per il contenuto e per il modo della sua realizzazione l’opera si presenta fra le più interessanti, ferme restando le riserve che avevo espresso dopo averla vista in anteprima.

In guerra

recensione del film:

IN GUERRA

Titolo originale:

En guerre

Regia:

Stéphane Brizé

Principali interpreti:

Vincent Lindon, Mélanie Rover, Jacques Borderie, David Rey, Olivier LemaireIsabelle Rufin, Bruno Bourthol, Sébastien Vamelle, Valérie Lamond, Guillaume Daret, Jean Grosset, Frédéric Lacomare, Anthony Pitalier, Séverine Charrie – 105 min. – Francia 2018.

Presentato a novembre nelle nostre sale e dalle medesime assai presto uscito, l’ho miracolosamente ripreso al volo e in lingua originale, grazie  alla breve riproposizione del cinema Massimo di Torino (Museo del Cinema).

La vicenda in breve e il film

Nel cuore della Francia di oggi (Nuova Aquitania) più di mille lavoratori della Perrin, fabbrica dell’indotto automobilistico ad alto contenuto tecnologico, sono impegnati a difendere il posto di lavoro, messo in forse dalla direzione dell’azienda che ha sede in Germania, di cui lo stabilimento francese è parte organica. Dalle parole del sindacalista Laurent (Vincent Lindon, magnifico) apprendiamo subito che i motivi dello scontro vanno ricercati nella disdetta padronale dell’accordo, sottoscritto dalle due parti in conflitto due anni prima, quando i lavoratori, pur di difendere la sicurezza del posto di lavoro, avevano rinunciato, per cinque anni a qualsiasi rivendicazione salariale, con un sacrificio non piccolo, che non avrebbe impedito purtroppo alla proprietà tedesca di chiedere la chiusura della sua filiale francese, in crisi di mercato.

Questo bel film è la storia di una vera e propria guerra, vissuta dagli spettatori in presa diretta fin dalla prima scena, nella quale la presenza dei giornalisti e della TV ai colloqui fra i sindacalisti e i dirigenti dell fabbrica assume il valore indicativo della scelta narrativa del regista: la cronaca, che presto penetra, tuttavia, al di là degli aspetti documentari e giornalistici, per parlarci di quegli aspetti che spesso sfuggono alla frettolosa narrazione dei fatti. Se, infatti, al centro del film è lo scontro aspro fra antagonisti classici della storia occidentale degli ultimi due secoli (e anche di una parte della storia del suo cinema), il regista coglie, in tutta la loro durezza, gli elementi di novità che potrebbero rendere insanabile il conflitto, mostrandoci, attraverso i personaggi e le loro parole i caratteri connotativi delle classi in lotta: da una parte l’anarchismo sempre più arrogante, mascherato dal bon ton di facciata e dal bla bla dei luoghi comuni duri a morire, dei neo-liberisti internazionali, riottosi a riconoscere l’urgenza di mediazioni che ne limitino lo strapotere; dall’altra, attraverso le divisioni all’interno del sindacato, l’inesistenza palese di una strategia capace di proporre soluzioni alla nuova sfida della globalizzazione non ricorrendo soltanto alle armi spuntate e subalterne della rivendicazione e degli slogan, inutilmente urlati dall’onesto e generoso Laurent Amédeo. Egli inoltre  evidenzia, attraverso l’imbarazzo balbettante delle autorità politiche, l’inadeguatezza del potere pubblico a farsi portatore di proposte capaci di sbloccare situazioni apparentemente senza uscita, restituendo ai più deboli qualche speranza e qualche ragione per vivere.

Stephan Brizé  affronta, dunque,  ancora il tema del lavoro e della sua precarietà nel mondo globalizzato, dopo aver fatto uscire qualche anno fa La legge del mercato (2015), con lo stesso attore di allora, Vincent Lindon, senza indugiare (lodevolmente) questa volta, però, sugli aspetti privati e patetici della vita del protagonista. Ci offre, in tal modo, con questo durissimo e tragico film, numerose occasioni di riflessioni sul nostro presente e sul futuro probabilmente non roseo che attende le prossime generazioni.

Da vedere e meditare!

Tre volti

recensione del film:
TRE VOLTI

Regia:
Jafar Panahi

Principali interpreti:
Behnaz Jafari, Jafar Panahi, Marziyeh Rezaei, Maedeh Erteghaei, Narges Delaram – 102 min. – Iran 2018.

Quest’ultimo bel film di Jafar Panahi, che si muove ancora in auto per raccontare il suo amatissimo e con lui molto ingrato Iran, è un on the road singolare, come il precedente Taxi Teheran (2015). Probabilmente gli è stato più facile, ora, maneggiare la leggera e minuscola telecamera digitale per le riprese, spostandosi a bordo di un fuoristrada, durante il viaggio avventuroso in compagnia della popolare attrice televisiva Behnaz Jafari, che qui interpreta se stessa, come lui, che è insieme il regista, lo sceneggiatore, nonché il principale attore del film. Il percorso, nel Nord-Ovest iraniano, si era rivelato presto molto difficile, lungo l’unica strada, poco più di un sentiero sterrato, che segue tortuosamente i dossi del terreno costringendo le auto a passare una alla volta, dopo una complessa segnaletica … a colpi di clacson. Quella stretta via di passaggio, attraversata da grotte, anfratti e sentieri laterali, costituisce l’indispensabile collegamento dei villaggi sperduti nel territorio compreso fra Azerbaigian, Armenia e il confine orientale della Turchia anatolica, quasi un’enclave iraniana*, popolata da famiglie musulmane, turcofone, organizzate secondo un’arcaica e radicatissima tradizione patriarcale.

L’occasione (pretestuosa?) del viaggio era arrivata attraverso un video-messaggio indirizzato, da quella landa selvaggia, al cellulare di Behnaz Jafari. Era il disperato grido di dolore di Marziyeh Rezaei, giovane aspirante attrice, che forse aveva raccontato in presa diretta il proprio suicidio alla diva famosa, nella speranza che desse almeno visibilità alla denuncia seguita ai troppi inutili tentativi epistolari di avvicinarla perché la introducesse nella carriera per la quale aveva studiato con ottimi risultati a Tehran. Il messaggio era drammatico e insieme ricattatorio: le immagini si interrompevano bruscamente, lasciando intendere la più tragica delle conclusioni, mentre  inquietudine, rabbia e vaghi sensi di colpa si alternavano nell’animo di Behenaz Jafari che, abbandonando il  lavoro si era messa in strada per cercarla, accompagnata da Panahi, come sempre in incognito.
Magnifico l’esordio di questo film, quasi un invito alla sobrietà dei mezzi: per costruire la magia del cinema non servono davvero macchinari costosi e sofisticati. Un cellulare, col suo stretto formato rettangolare, era stato sufficiente per rappresentare il dramma di una donna; un’invisibile telecamera, leggerissima e molto facilmente spostabile,  sarebbe riuscita a farci conoscere un intero universo.
Qui, Panahi ci affascina davvero, raccontandoci, senza intenti documentari, un mondo immerso nella sua realtà arcaica e favolosa, attraverso i tipi umani che incontra, ascoltando le loro storie con cordialità paziente e gentilezza d’animo, pronto a coglierne la varietà, l’aspetto straniante del loro inconscio paganesimo, impermeabile al monoteismo della fede musulmana dichiarata e alle conoscenze fornite dalla scuola.
Compaiono ai nostri occhi le indimenticabili immagini del toro nero vecchio e malato, adagiato con la sua mole enorme lungo la strada, assistito dal suo padrone in attesa che un fantomatico veterinario gli restituisca la focosa sessualità che lo aveva reso redditizio per lui e popolarissimo fra le mucche, che ne percepivano il richiamo e rispondevano col muggito dal fondo della vallata; o quelle del dono speciale con fiocchi e preghiera, (glielo porta la divertita Behnaz), del prepuzio di un neonato appena circonciso, da offrire, in qualche tempio lungo il percorso di ritorno, a una benevola divinità che vegli e  protegga la vita del piccino. Ovunque il rito del te è il segno dell’accoglienza ospitale, è l’invito difficile da rifiutare. Su tutto, lo sguardo di Panahi demiurgicamente ricrea, con mano sicura e mezzi poverissimi, la poesia delle favole antiche. Le donne, purtroppo, chinano il capo, servono gli uomini devotamente e attendono la morte: un’anziana vi si sta preparando con serenità giacendo, al cimitero, nella propria bara per qualche ora ogni giorno e pregando. A quelle che hanno studiato non resta che la fuga, il ritorno alla città, che ancora una volta Panahi è pronto a registrare riprendendolo col suo infallibile sguardo. Un film incantevole, poetico, indimenticabile e ovviamente da vedere.

*cliccando sulla carta sottostante (fonte Wikipedia) vedrete, ingrandita, la complessa situazione dei confini in quella parte di mondo fra l’Azerbaigian, l’Armenia e il confine orientale della Turchia anatolica.

Il presidente

recensione del film:
IL PRESIDENTE

Titolo originale:
La cordillera

Regia:
Santiago Mitre

Principali inrerpreti:
Ricardo Darín, Dolores Fonzi, Erica Rivas, Elena Anaya, Daniel Giménez Cacho, Alfredo Castro, Gerardo Romano, Paulina García, Christian Slater, Manuel Trotta – 114 min. – Argentina, Francia, Spagna 2017

 

Un Summit segretissimo.
Un cast molto importante per questo ambizioso film del regista Santiago Mitre, grande speranza del cinema argentino poco noto dalle nostre parti. Al centro del suo racconto un Summit dei presidenti degli stati sudamericani, ospitato dall’omologa presidente cilena (Paulina Garcia) presso un inaccessibile edificio monastico sulle Ande che ha mantenuto l’aspetto cupo e claustrofobico del convento che era stato. L’uso delle risorse energetiche autoctone (il petrolio) e la ricerca di fonti alternative; l’ambiente e la sua salvaguardia; i rapporti con gli scomodi vicini nord americani, sono i temi dell’incontro, affidati a pochi politici (tutti maschi, tranne la cilena, neutrale, come si conviene all’ospite) che decidono la sorte dei popoli dell’intero continente nella massima segretezza, per evitare, nel tempo della rete e delle fake news, la diffusione di bufale o di tutto quanto possa favorire manipolazioni, interessate, della pubblica opinione, creando ai loro governi gravi difficoltà nel momento storico che, anche fuori dal continente latino-americano, tutti stiamo attraversando.

Il Presidente e lo psicanalista

Protagonista del Summit e del film è l’argentino Hernán Blanco (Riccardo Darin), Per la sua carriera politica e per il paese che rappresenta, il Summit è di decisiva importanza: pochi lo conoscono per ora, avendo egli appena conquistato la Casa Rosada, contro ogni previsione, grazie alla campagna elettorale abilmente condotta all’insegna del populismo (peronismo?), sostenuto dall’indispensabile segretaria, efficientissima nel costruire la sua immagine  di politico idealista, che, non avendo nulla da nascondere, si muove nell’interesse del suo popolo, con trasparenza e secondo giustizia.
Alla vigilia del meeting però uno scandalo avrebbe potuto mettere in discussione la sua figura di uomo probo e disinteressato: stava tramando contro di lui l’ex genero, un po’ pazzoide e un po’ drogato, che Marina (Dolores Fonzi), la fragile e infelice sua figlia, molto amata, aveva abbandonato in attesa del divorzio.
Si inserisce, a questo punto, un secondo filone narrativo: Marina e le sue crisi di nervi diventano, infatti, le imbarazzanti compagne del soggiorno cileno di Hernán Blanco, tanto da rendere indispensabile l’intervento di un medico-psicanalista-ipnotista (Alfredo Castro) per seguirla giornalmente, nell’intento di portare alla luce le ragioni di tanto turbamento. Tutta questa parte  è interessante di per sé, ma non riesce, a mio avviso, a trovare un modo convincente per innestarsi organicamente nel complesso della vicenda politica, a sua volta estremamente interessante.
L’impressione che ne ho ricavato è che ci troviamo di fronte a un film che, nell’intento del regista, vorrebbe rappresentare la tortuosità dell’agire politico, ribadito attraverso il ricorso frequente alle immagini della lunga strada serpeggiante che porta all’ex convento, o a quelle degli oscuri corridoi dell’albergo dove soggiornano Hernán, Marina e tutto lo staff, ma che in realtà non raggiunge quello scopo.
Chiarissima è infatti la preoccupazione (giustificata?) del politico per ciò che la figlia potrebbe rivelare attraverso l’ipnosi; meno chiaro è il rapporto fra l’oscurità presunta della sua vita privata e l’abilità indubbia che, durante il Summit, gli permetterà di intuire lucidamente il gioco delle parti e degli interessi e di agire di conseguenza, evitando trappole e tranelli a vantaggio della propria visione politica.
Un politico abile non è necessariamente un cattivo politico, così come un uomo che non vuole rendere pubblici i propri problemi familiari non è necessariamente un malvagio. Molte sono le questioni non banali che il regista sottopone al nostro giudizio, ciò che rende il film, nonostante lasci l’impressione un po’ deludente del non completamente risolto, soprattutto nel finale, consigliabile.

 

Tutti lo sanno

recensione del film:
TUTTI LO SANNO

Titolo originale:
Everybody Knows

Regia:
Asghar Farhadi

Principali interpreti:
Penélope Cruz, Javier Bardem, Ricardo Darín, Inma Cuesta, Eduard Fernández, Bárbara Lennie – 130 min. – Spagna, Francia, Italia 2018.

All’origine del plot è il ritorno di Laura (Penelope Cruz), bella donna sulla quarantina, al paese natale, per il matrimonio della sorella Ana (Inma Cuesta). Se ne era allontanata sedici anni prima, per vivere in Argentina con Alejandro (Riccardo Darin), l’uomo diventato suo marito dopo che lei aveva rotto, all’improvviso, la grande storia d’amore che la legava a Paco (Javier Bardem), segreta ma, in realtà, a tutti nota e oggetto di universale riprovazione. A lui Laura aveva venduto, prima di andarsene, i vigneti paterni, trascurati e poco produttivi, innescando illazioni e pettegolezzi, nonché invidia e ira tra i famigliari, soprattutto da quando Paco, grazie al proprio impegno e a cospicui investimenti, ne aveva ottenuto vini di grande pregio, diventando ricco.
Dall’Argentina Laura era partita con i due figli; Alejandro, che era rimasto laggiù, l’avrebbe raggiunta ben presto, però, poiché Beatrice (Bárbara Lennie), la figlia sedicenne era stata rapita, non si sa come, mentre erano in corso i festeggiamenti nuziali, da un gruppo di criminali che pretendevano il pagamento di una bella somma per liberarla…
Il film, a questo punto, assume le caratteristiche di un thriller, di cui, doverosamente, non parlerò

Presentato a Cannes quest’anno, in apertura del Festival, Tutti lo sanno è il primo film di Asghar Farhadi realizzato senza l’apporto dei suoi attori iraniani: opera di produzione internazionale; cast stellare di lingua spagnola; ambiente iberico per sviluppare il tema a lui caro delle tensioni logoranti che attraversano sotterranee la vita sociale e familiare, osservate questa volta nella piccola realtà rurale di Torre Laguna, non lontana da Madrid, microcosmo dal quale emergono, meglio che dalle grandi città, sensi di colpa e rimorsi segreti che uomini e donne cercano inutilmente di allontanare da sé  o di dimenticare.
Tre ottimi attori e un apprezzato regista, però, non ci danno un film convincente: dopo le prime suggestive scene, ricche di citazioni cinefile inserite con grazia nel contesto del severo paesaggio della Castiglia-Leon, il racconto diventa una soap opera enfatica, piena di luoghi comuni: il colore locale; il gusto del pittoresco nei festeggiamenti nuziali; le libagioni degli invitati fra lazzi e cachinni; il folk musicale chiassoso e protratto oltre misura lasciano la sgradevole impressione di un superficiale compiacimento esotico artificioso e banalmente cartolinesco.
Enfatica e sopra le righe anche la rappresentazione del dolore: urli, singhiozzi, concitazioni e agnizioni finali che, per la loro prevedibilità, poco ci fanno agnoscere, ma molto ci fanno rimpiangere la misura rigorosa delle storie severe raccontate dal regista che fu Asghar Farhadi.

Pedro Almodovar, forse non a caso, ha ritirato l’appoggio produttivo a questo film, lasciando spazio alla nostra RAI che gli è subentrata.

Si può tranquillamente evitare di vederlo.

Dello stesso regista, ricordo:

Il Cliente; Il Passato; Una Separazione; Abouy Elly

 

La donna dello scrittore

recensione del film:
LA DONNA DELLO SCRITTORE

Titolo originale:
Transit

Regia:
Christian Petzold

Principali interpreti:
Franz Rogowski, Paula Beer, Godehard Giese, Lilien Batman, Maryam Zaree, Barbara Auer, Matthias Brandt, Sebastian Hülk, Emilie De Preissac, Antoine Oppenheim, Louison Tresallet, Alex Brendemühl, Agnès Regollo, Grégoire Monsaingeon – 101 min. – Francia 2018.

L’antefatto:
1940 – Marsiglia, come Casablanca, è luogo di transito dei rifugiati politici, che, fuggendo da Parigi, alla vigilia dell’occupazione tedesca, lì trovavano il porto dal quale raggiungere, al di là dell’Atlantico, i paesi più sicuri del nord e del centro America: impresa rischiosissima e faticosa; lotta contro il tempo, prima che il governo-fantoccio di Vichy, agli ordini dei nazisti, estendesse fino a Marsiglia la gelida spietatezza dei rastrellamenti contro gli ebrei e gli oppositori politici da spedire ad Auschwitz, come tutti sappiamo.

Un film straniante
A Marsiglia, Maria (Paula Beer) è in attesa dell’arrivo del marito, lo scrittore Weidel, per imbarcarsi con lui alla volta di Città del Messico: solo a lui l’ambasciata avrebbe rilasciato il visto necessario alla loro partenza. Il plico dei suoi documenti di accredito era nelle mani di Georg (Franz Rogowski), come lui rifugiato tedesco a Parigi, comunista in cerca di salvezza su un treno per Marsiglia, dove avrebbero dovuto incontrarsi, secondo i piani della rete clandestina del loro partito.
Per caso, durante il viaggio, Georg aveva appreso del suicidio di Weidel, imprevista circostanza che scombinava quei piani: non sapendo che fare, ora, delle carte in suo possesso, aveva deciso di distruggerle e di sostituirsi a lui assumendone l’identità; ricordare l’indirizzo di Maria era in fondo tutto ciò di cui aveva bisogno per ottenere per sé e per lei, dall’ambasciata messicana, il visto per il viaggio in nave: la salvezza.
In un’atmosfera di attesa estenuante, costretto a non essere se stesso, Georg si era immerso dunque nei vicoli della città, nei suoi bar e nell’universo dei rifugiati provvisoriamente a Marsiglia, vivendo i loro stessi drammi nelle code ai consolati o nella precarietà delle sistemazioni più squallide, negli alberghi e nelle case di passaggio: altre vite come la sua, sospese fra un presente di terrore disperante e un futuro forse meno angoscioso, ma, in ogni caso, incerto e sfuggente perché amore, solidarietà, amicizia, legami familiari sembravano scomparsi o calpestati da una generalizzata volontà di dominio e di sopraffazione.
Il film assume, fin dall’inizio, un carattere di spiazzante contemporaneità, ovvero di un racconto nel quale si confondono passato e presente, poiché ciò che era avvenuto nel 1940 è sovrapposto,  sullo schermo, da ciò che sta avvenendo oggi: gli strumenti della discriminazione e dell’oppressione sono gli stessi e (allora, come ora), indossando abiti del nostro tempo, aguzzini reiterano i riti orribili dell’esclusione e della discriminazione contro milioni di rifugiati che, in preda all’angoscia sono lasciati soli, senza identità, disperando di essere riconosciuti nella loro dignità umana, al di là dell’appartenenza religiosa, politica o etnica.
Durante il racconto si susseguono brevi e intense storie d’amore; episodi di amicizia; tragedie; sorprese drammatiche e inaspettate svolte, di cui sarebbe imperdonabile parlare in anticipo: meglio, secondo me, se gli spettatori si lascerannno coinvolgere dall’atmosfera misteriosa di sospetto e di intrigo che il regista costruisce molto bene, poiché nella strana realtà marsigliese in cui porto e periferie sono connotati dalla tecnologia e dalla modernità, nulla e nessuno è ciò che appare, né la voce fuori campo è sempre la stessa: indizi di una realtà oscura e indecifrabile, senza via d’uscita…
Ispirato liberamente al romanzo Transit (1944) della scrittricee intellettuale tedesca Anna Seghersil film è, a mio giudizio, pur con qualche difetto, in particolare nella parte centrale, che forse si gioverebbe di qualche taglio mirato, uno dei migliori sullo schermo, in questi giorni, ed è fra i più interessanti firmati dal regista Christian Petzold, già apprezzato nei precedenti La scelta di Barbara e Il segreto del suo volto. Ha però molto diviso la critica e soprattutto gli spettatori, non sempre convinti dalle soluzioni narrative del regista e talvolta incerti nel dipanare l’intricata vicenda. 

 

Disobedience

recensione del film:
DISOBEDIENCE

Regia:
Sebastián Lelio

Principali interpreti:
Rachel Weisz, Rachel McAdams, Alessandro Nivola, Cara Horgan, Mark Stobbart, Dominic Applewhite, Sophia Brown, Bernardo Santos, Anton Lesser, Nicholas Woodeson, Allan Corduner – 114 min. – USA 2017

Tornata a Londra per i funerali del padre, Ronit (Rachel Weisz) rivede i parenti e gli amici di gioventù, ben inseriti, ora, nella comunità ebraico-ortodossa nella quale era cresciuta ed era stata educata, ma che aveva volontariamente lasciato da più di vent’anni per non esserne soffocata: teneva troppo ai suoi progetti e alla sua libertà. Se ne era andata a New York, dove aveva messo a frutto l’appassionata conoscenza della fotografia, diventando un’apprezzata artista sperimentale, con un curriculum prestigioso, ricco di mostre e di riconoscimenti.
Aveva saputo della morte del padre, rabbino della comunità londinese e adesso era lì, a rendergli l’estremo saluto, poiché, anche se non aveva più dato notizie di sé, non aveva cessato di amarlo.
A Londra il cugino Dovid (Alessandro Nivola), compagno di giovanili trasgressioni, l’aveva accolta con evidente imbarazzo: era diventato marito di Esti (Rachel McAdams) la sua migliore amica di allora. “Noi tre eravamo una forza”, aveva ricordato Ronit, evocando i giorni della ragazza che era stata, quando, con loro, avrebbe voluto cambiare il mondo. Con Esti aveva avuto una breve storia d’amore, vero scandalo per quel rigido microcosmo yiddish, all’origine del proprio auto-esilio alla volta degli Stati Uniti, unico modo per assicurarsi la possibilità di decidere della propria vita, senza interferire con la fede della comunità di appartenenza e soprattutto senza nuocere al padre e alla sua carriera. Il suo ritorno era stato percepito come una minaccia alla tranquillità raggiunta dall’intera comunità; le sue rassicurazioni circa la breve durata della permanenza londinese non convincevano; persino Dovid diffidava di lei, ora che era insegnante di Tōrāh e candidato alla successione del vecchio rabbino, caduto in Sinagoga mentre pronunciava il suo sermone sull’amore e sulla libertà. Le ribellioni giovanili, come sogni che svaniscono al risveglio, dunque, erano rapidamente rientrate, né i fedeli avrebbero tollerato nuove trasgressioni: Esti sembrava del tutto rinsavita dalle bizzarrie giovanili ed era diventata una brava moglie devota, nonché l’insegnante di inglese della scuola ebraica, apprezzata dai genitori dei piccini che le erano affidati. Questo, almeno, stando alle apparenze, per lo più ingannevoli, come tutti sanno. I severi dettami della Tōrāh, infatti, non erano idonei per imbrigliarne il  cuore, più incline ad ascoltare i dettami d’amore…a quel modo che ditta dentro… perché l’antica fiamma per Ronit non si era mai spenta: lei aveva sperato di rivederla dopo aver avvertito la Sinagoga d NewYork; lei era tornata a corteggiarla appassionatamente, nonostante tenesse davvero molto all’affetto protettivo di Dovid, alla stima della propria comunità e nonostante ora fosse incinta…

Grande narratore di difficili storie femminili, dopo GloriaUna donna fantastica –indimenticabile Oscar* dello scorso febbraio – il regista cileno Sebastian Lelio ci offre con questo bel film  una  nuova prova della sua finezza di ritrattista, originale nel raccontare le donne che osano coraggiosamente sfidare pregiudizi e convenzionu sociali, per realizzare i propri sogni e le proprie aspirazioni. Tutti e tre questi film sono connotati da un clima di tensione sottilmente erotica, fin dalle prime scene: ripenso agli sguardi ammiccanti che Gloria lancia all’uomo che ancora non conosce, ma che con ogni evidenza le piace; ripenso al modo speciale con cui si guardano Marina e Orlando, l’uomo amatissimo col quale convive, nonostante il disprezzo e l’emarginazione a cui si sente condannata. In quest’ultimo sono le parole sacre del Cantico dei Cantici, lette da un commosso Dovid agli studenti, nella prima straordinaria e spiazzante scena, a riverberare la loro sensualità sul resto del film, nel quale l’erotismo femminile assume il duplice aspetto della trasgressione aperta e sincera (Ronit) e del fuoco nascosto che sta per divampare, facendo vacillare acritiche e costrittive certezze (Esti). Ottime le due attrici e ottimo anche Alessandro Nivola, un tormentato Dovid, incerto fino alla fine fra tradizione dottrinale e amorosa compassione. Per la prima volta, Sebastian Lelio ha girato un film lontano dal suo Cile, interamente in lingua inglese per una produzione americana, come quasi tutti gli attori.  Da vedere!

*Migliore film straniero

Quasi nemici-l’importante è avere ragione

recensione del film:
QUASI NEMICI, l’importante è avere ragione

Titolo originale:
Le brio

Regia:
Yvan Attal

Principali interpreti:
Daniel Auteuil, Camélia Jordana, Yasin Houicha, Nozha Khouadra, Yvonne Gradelet, Nicolas Vaude* – 95 min. – Francia 2017. 

Questa volta è toccato a Le Brio, intelligente commedia francese, subire l’affronto dei nostri titolisti, diventando Quasi nemici-l’importante è avere ragione! No comment.

È la storia di Neila (Camélia Jordana), studentessa al primo anno di giurisprudenza (si era iscritta alla prestigiosa Paris II-Pantheon Assas) con l’aspirazione di diventare avvocato, impresa non facile, soprattutto quando, come lei, si abita a Créteil (la banlieu dei cittadini francesi di origine magrebina) e ci si deve adeguare alle levatacce e al sacrificio del proprio tempo per gli spostamenti quotidiani. Per lei, poi, le difficoltà si erano acuite per l’offensiva  accoglienza del professor Pierre Mazard (Daniel Auteil) che l’aveva umiliata con pesanti invettive al suo ingresso, in ritardo, nell’aula gremita in cui egli stava già tenendo la prolusione del corso di diritto. La commedia è costruita a partire da questo contrasto, sfociato ben presto nell’aperta ostilità reciproca, perché Neila mal sopportava le offese alla sua persona, al suo abbigliamento e alla sua esteriore rozzezza, mentre Mazard persisteva nelle sue provocazioni  intollerabilmente razziste e machiste, anche secondo la stragrande maggioranza degli studenti, che infatti aveva chiesto, con tanto di firme, che la Facoltà aprisse un’inchiesta sul comportamento ingiurioso del vecchio “barone”, giudicando se fosse compatibile con la sua cattedra: vero grattacapo per l’Università, che si giovava dell’apporto indiscutibilmente competente e prestigioso dell’intrattabile professore. L’annuale gara di eloquenza, fra le università parigine, sarebbe servita a rimandarne l’allontanamento, mettendone alla prova l’imparzialità di giudizio: Mazard avrebbe preparato Neila a questa gara, per dimostrare che al di là dei suoi modi sprezzanti, ciò che gli stava davvero a cuore altro non fosse che il bene degli studenti, Neila compresa. Il singolare Pigmalione, sarebbe stato davvero in grado di educare la sua Galatea? Dovrete vedere il film per saperlo, tenendo presente, però, che l’interesse del film non è tanto nella descrizione di un conflitto-scontro di culture (déja vu) che in una commedia si compone in ogni caso, quanto piuttosto nella riflessione acuta e brillante sul linguaggio della comunicazione fra gli uomini, complessa questione non solo terminologica.

Come le lezioni di Pierre Mazard sull’eloquenza si propongono di dimostrare, infatti, tutto il nostro comportamento parla di noi: il corpo, i gesti, il tono della voce, gli abiti costituiscono il biglietto da visita che comunica la nostra vera identità, insieme, com’è ovvio, alla parola che in sommo grado ha la capacità di comunicare e di convincere. Rifacendosi alla lunga tradIzione filosofica occidentale, dai sofisti a  Platone, per arrivare a Schopenhauer e alla sua Dialettica eristica – l’arte di avere ragione, il professore impartisce a Neila (e agli spettatori) molte brevissime e argute lezioni di retorica, supportate dai più grandi esempi letterari, in primo luogo dal grande Shakespeare. Il celeberrimo discorso di Antonio sulla bara di Cesare** diventa, perciò, l’exemplum su cui si costruisce il film, che forse è politicamente molto scorretto, ma sicuramente molto divertente ed efficacemente educativo nel ricordarci che l’uso consapevole dell’eloquenza non solo permette ai singoli individui di avere ragione, ma aiuta  a ottenere il consenso politico necessario (e ambiguo) per governare in tempo di democrazia. È un bene per tutti comprenderlo.

Da vedere!

*Sono presenti nel film, come materiale d’archivio, alcuni interventi di Claude Lévi-Strauss, Serge Gainsbourg, Romain Gary, Jacques Brel, François Mitterrand.

** QUI: Marlon Brando nella parte di Marco Antonio, una vera chicca!