Tramonto (Sunset)

Il film Tramonto (Sunset), che ho recensito QUI

sarà in distribuzione nelle sale italiane a partire dal 4 febbraio 2019.

Ne raccomando la visione, poiché per il contenuto e per il modo della sua realizzazione l’opera si presenta fra le più interessanti, ferme restando le riserve che avevo espresso dopo averla vista in anteprima.

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1945

recensione del film:
1945

Regia:
Ferenc Török

Principali interpreti:
Péter Rudolf, Eszter Nagy-Kalozy, Bence Tasnádi, Tamás Szabó Kimmel, Dóra Sztarenki – 91 min. – Ungheria 2017.

Stato di grazia del cinema ungherese, che, dopo il bellissimo Corpo e anima, ora ci presenta, per la regia di Ferenc Török, questo film meraviglioso, nel suo magnifico e raffinato bianco e nero in perfetta sintonia col racconto.
È il 12 agosto del 1945: la guerra in Europa era appena finita; soldati russi si aggiravano nell’Ungheria liberata dai nazisti e in attesa delle prime elezioni politiche che sarebbero arrivate di lì a poco e di cui già si avvertiva  l’imminenza. Molte le attese accompagnate dalla speranza di voltare finalmente pagina, di dimenticare la guerra e i suoi orrori.

Nunc est bibendum, nunc pede libero pulsanda tellus…Ora la voglia di bere e di danzare sembrava sul punto di realizzarsi, perché era giorno di nozze nel piccolo villaggio sperduto nella pustza ungherese, la nuda e brulla pianura che (come è stato notato) pare evocare il Far West, con le sue lunghe distese pianeggianti assolate e secche, attraversate dalla ferrovia. Ad accrescere la suggestione evocativa, l’improvvisa comparsa di una locomotiva a carbone, col suo fumo, nonché, subito dopo, quella di un carro, trainato da un cavallo e seguìto a piedi da un anziano signore, al quale sembrava appoggiarsi un ragazzo molto più giovane. I due sconosciuti avevano sistemato sul carro due cassette di legno dal contenuto ignoto e ora si accingevano ad attraversare a piedi il paese per raggiungere il cimitero ebraico. No, non siamo nel Far West!
L’arrivo dei due uomini non era passato inosservato; aveva anzi destato profonda inquietudine poiché aveva riportato alla memoria di alcuni dei più eminenti e autorevoli abitanti le pagine vergognose del passato recente, quando essi avevano collaborato all’arresto e alla deportazione di una grande famiglia di ebrei, le cui case e i cui averi erano diventati di loro proprietà, con tanto di legittimazione notarile. Per fortuna di ogni persona per bene, i nazisti avevano perso la guerra, ma per i notabili del luogo ansiosi di cancellare in fretta quella tragedia, l’arrivo dei due stranieri, con i loro misteriosi bagagli, invece, era il segnale probabile che con quel passato i conti non erano affatto chiusi: all’orizzonte, forse, altri arrivi, vendette, risarcimenti… In realtà stavano già incrinandosi gli equilibri fragili costruiti sulla spartizione delle spoglie degli innocenti, immolati alla loro avidità, alla loro invidia meschina. Qualcuno, sopraffatto dai sensi di colpa, si era ucciso; una moglie aveva trovato la forza di smascherare le nefandezze sulle quali il marito fondava il proprio futuro politico; i più giovani, che di quella storia vergognosa non erano a conoscenza, ora chiedevano di sapere. Una grande voglia di verità e di pulizia sembrava essersi impadronita di loro, facendo saltare le nozze di convenienza e i relativi festeggiamenti (e come potevamo noi cantare…), rinnegando anche ogni possibile condivisione delle ricchezze accumulate senza scrupoli e senza ribrezzo: sarebbero fuggiti proprio quando tutto sembrava (a quei padri!) essersi risolto. I due sconosciuti, infatti, avevano seppellito, col rito ebraico, quel che rimaneva della famiglia sterminata: poche e terribili testimonianze dell’esistenza, un tempo e in quel luogo, di uomini, donne e bambini sacrificati senza colpe; erano poi ripartiti col treno, senza nulla chiedere, mentre il fumo della locomotiva, scurissimo, ora sinistramente evocava l’orrore e la verità incancellabile dell’Olocausto.

Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa e andando per via,
coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi (Primo Levi)*

* da Shemà
in esergo su Se questo è un uomo

Corpo e anima

recensione del film:
CORPO E ANIMA

Titolo originale:
A teströl és a lélekröl

Regia:
Ildikò Enyedi

Principali interpreti:
Morcsányi Géza, Alexandra Borbély, Ervin Nagy, Pál Mácsai, Júlia Nyakó – 116 min. – Ungheria 2017

Orso d’oro a Berlino nel febbraio 2017, è ora presente nelle nostre sale questo film ungherese firmato da una regista alla sua prima opera. Si tratta di un film molto interessante e anche originale e insolito, sia per il tema affrontato, sia, soprattutto, per il modo del racconto, che a poco a poco ci introduce nel mondo in cui si muovono i due protagonisti, Mària (Alexandra Borbély) ed Endre (Morcsányi Géza, attore non professionista, poiché nella vita fa l’editore e l’organizzatore culturale).
Dopo ampie e bellissime riprese che descrivono lo sfondo naturale del film: una foresta innevata e abitata da un cervo e da una cerbiatta che la percorrono, incontrandosi a tratti o allontanandosi senza mai perdersi di vista, la regista ci mostra, quasi in opposizione, un mattatoio, dove animali non liberi vengono portati per essere uccisi e destinati all’alimentazione umana. Qui le riprese non indugiano troppo sulle sofferenze dei vitelli e dei bovini destinati al macello, se non in modo allusivo, sufficiente, però, a farci temere davvero il peggio: la macchina insiste, invece, sul sangue e sulle operazioni di pulizia meticolose che seguono la mattanza, per tornare ancora sui cervi in libertà negli ampi spazi della foresta.
Questa prima parte del film, le cui corrispondenze simboliche comprenderemo più tardi, occupa una tempo considerevole dei 116 minuti complessivi della pellicola e potrebbe far pensare a un decollo lento e difficile del racconto, che è la storia, infatti, di un difficile amore fra i due principali personaggi: Mària ed Endre. Endre è un uomo di mezza età ed è il responsabile del mattatoio: dirige dall’ultimo piano gli acquisti, le assunzioni e i licenziamenti, ma non disdegna di pranzare insieme agli altri, per essere tenuto al corrente dei problemi aziendali. Raccoglie, perciò, molte confidenze, pur essendo chiuso e alquanto scontroso; ha un braccio paralizzato, ma cerca di dissimularlo, forse conseguente alla somatizzazione di angosce e dolori che appartengono a un passato da dimenticare, che lo ha reso cupo e taciturno.
Mària è stata appena assunta come responsabile del controllo di qualità. È una biondina giovane, dai lineamenti fini e delicati, ossessionata meticolosamente dalle regole e dalla loro scrupolosa applicazione. Vorrebbe passare inosservata, perciò veste male, quasi per nascondere dentro abiti informi e incolori la propria graziosa femminilità; cerca, altresì, di evitare chiacchiere e confidenze e soprattutto ogni contatto fisico di cui ha orrore; in mensa per questa ragione si tiene lontana da tutti, anche se non può evitare che il suo capo, Endre, cerchi di sapere qualcosa di lei. Il loro lento e dolorosissimo avvicinarsi è l’oggetto del film; il tramite fra loro è una psicologa, interpellata per risolvere un problema aziendale, che scopre, incredula, che entrambi, di notte sognano la stessa scena: sono diventati rispettivamente un cervo e una cerbiatta che, nella foresta innevata, si seguono, si avvicinano, si allontanano, si annusano, insomma … si corteggiano! Gli sviluppi della vicenda, che ovviamente non dirò, sono complessi, poiché per entrambi è difficile, e anche molto doloroso, abbandonare le rigide regole che si sono auto-imposti e riconoscere, al di là delle gabbie in cui sono volontariamente rinchiusi, le esigenze del corpo e dell’amore.
La regista, con ironia lieve e con molta delicata grazia, affronta il racconto di un’attrazione impossibile ma prepotente, poiché davvero troppo a lungo erano stati compressi e ignorati i naturali impulsi del corpo e della vita.
Un bel film, che, nonostante l’inizio un po’ faticoso, ripaga gli spettatori con le sue svolte sorprendenti, con la bellezza delle immagini e con la credibile recitazione dei protagonisti. Da vedere.

 […] tra noi già da lunghissimo tempo l’educazione non si degna di pensare al corpo, cosa troppo bassa e abbietta: pensa allo spirito e appunto, volendo coltivare lo spirito, rovina il corpo, senza avvedersi che rovinando questo, rovina a vicenda anche lo spirito.
(da: Dialogo di Tristano e un amico – G.Leopardi – Operette morali)

P.S. Mi viene fatto notare che la bravissima regista di questo film non è affatto alla sua prima opera, ma che ha un passato cinematografico importante, trattandosi ” della più grande regista donna ungherese, che di riconoscimenti ne ha avuti a decine”.
Se la persona che me l’ha comunicato avesse evitato contumelie e insolenze, avrei pubblicato per intero il suo commento.
In ogni caso, prendendo atto della mia imprecisa comunicazione ai lettori, mi cospargo il capo di cenere, ma non modifico di una sola virgola il mio giudizio positivo del film!