La donna dello scrittore

recensione del film:
LA DONNA DELLO SCRITTORE

Titolo originale:
Transit

Regia:
Christian Petzold

Principali interpreti:
Franz Rogowski, Paula Beer, Godehard Giese, Lilien Batman, Maryam Zaree, Barbara Auer, Matthias Brandt, Sebastian Hülk, Emilie De Preissac, Antoine Oppenheim, Louison Tresallet, Alex Brendemühl, Agnès Regollo, Grégoire Monsaingeon – 101 min. – Francia 2018.

L’antefatto:
1940 – Marsiglia, come Casablanca, è luogo di transito dei rifugiati politici, che, fuggendo da Parigi, alla vigilia dell’occupazione tedesca, lì trovavano il porto dal quale raggiungere, al di là dell’Atlantico, i paesi più sicuri del nord e del centro America: impresa rischiosissima e faticosa; lotta contro il tempo, prima che il governo-fantoccio di Vichy, agli ordini dei nazisti, estendesse fino a Marsiglia la gelida spietatezza dei rastrellamenti contro gli ebrei e gli oppositori politici da spedire ad Auschwitz, come tutti sappiamo.

Un film straniante
A Marsiglia, Maria (Paula Beer) è in attesa dell’arrivo del marito, lo scrittore Weidel, per imbarcarsi con lui alla volta di Città del Messico: solo a lui l’ambasciata avrebbe rilasciato il visto necessario alla loro partenza. Il plico dei suoi documenti di accredito era nelle mani di Georg (Franz Rogowski), come lui rifugiato tedesco a Parigi, comunista in cerca di salvezza su un treno per Marsiglia, dove avrebbero dovuto incontrarsi, secondo i piani della rete clandestina del loro partito.
Per caso, durante il viaggio, Georg aveva appreso del suicidio di Weidel, imprevista circostanza che scombinava quei piani: non sapendo che fare, ora, delle carte in suo possesso, aveva deciso di distruggerle e di sostituirsi a lui assumendone l’identità; ricordare l’indirizzo di Maria era in fondo tutto ciò di cui aveva bisogno per ottenere per sé e per lei, dall’ambasciata messicana, il visto per il viaggio in nave: la salvezza.
In un’atmosfera di attesa estenuante, costretto a non essere se stesso, Georg si era immerso dunque nei vicoli della città, nei suoi bar e nell’universo dei rifugiati provvisoriamente a Marsiglia, vivendo i loro stessi drammi nelle code ai consolati o nella precarietà delle sistemazioni più squallide, negli alberghi e nelle case di passaggio: altre vite come la sua, sospese fra un presente di terrore disperante e un futuro forse meno angoscioso, ma, in ogni caso, incerto e sfuggente perché amore, solidarietà, amicizia, legami familiari sembravano scomparsi o calpestati da una generalizzata volontà di dominio e di sopraffazione.
Il film assume, fin dall’inizio, un carattere di spiazzante contemporaneità, ovvero di un racconto nel quale si confondono passato e presente, poiché ciò che era avvenuto nel 1940 è sovrapposto,  sullo schermo, da ciò che sta avvenendo oggi: gli strumenti della discriminazione e dell’oppressione sono gli stessi e (allora, come ora), indossando abiti del nostro tempo, aguzzini reiterano i riti orribili dell’esclusione e della discriminazione contro milioni di rifugiati che, in preda all’angoscia sono lasciati soli, senza identità, disperando di essere riconosciuti nella loro dignità umana, al di là dell’appartenenza religiosa, politica o etnica.
Durante il racconto si susseguono brevi e intense storie d’amore; episodi di amicizia; tragedie; sorprese drammatiche e inaspettate svolte, di cui sarebbe imperdonabile parlare in anticipo: meglio, secondo me, se gli spettatori si lascerannno coinvolgere dall’atmosfera misteriosa di sospetto e di intrigo che il regista costruisce molto bene, poiché nella strana realtà marsigliese in cui porto e periferie sono connotati dalla tecnologia e dalla modernità, nulla e nessuno è ciò che appare, né la voce fuori campo è sempre la stessa: indizi di una realtà oscura e indecifrabile, senza via d’uscita…
Ispirato liberamente al romanzo Transit (1944) della scrittricee intellettuale tedesca Anna Seghersil film è, a mio giudizio, pur con qualche difetto, in particolare nella parte centrale, che forse si gioverebbe di qualche taglio mirato, uno dei migliori sullo schermo, in questi giorni, ed è fra i più interessanti firmati dal regista Christian Petzold, già apprezzato nei precedenti La scelta di Barbara e Il segreto del suo volto. Ha però molto diviso la critica e soprattutto gli spettatori, non sempre convinti dalle soluzioni narrative del regista e talvolta incerti nel dipanare l’intricata vicenda. 

 

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Oltre la notte

recensione del film:
OLTRE LA NOTTE

Titolo originale:
Aus dem Nichts

Regia:
Fatih Akin

Principali interpreti:
Diane Kruger, Denis Moschitto, Johannes Krisch, Samia Muriel Chancrin, Numan Acar – 100 min. – Germania, Francia 2017.

La famiglia, la giustizia, il mare
Con questi sottotitoli Fatih Akin suddivide in capitoli (come fa spesso) questo suo film, dal quale, personalmente, mi aspettavo qualcosa di meglio dopo le deludenti ultime sue opere.
La crudeltà di un attentato terroristico di matrice neonazista aveva cancellato in un solo momento la famiglia di Katja (Diane Kruger), provocando l’orribile morte delle due persone che la donna aveva amato sopra ogni altra: suo marito Nuri (Numan Acar) e il piccolo Rocco (Rafael Santana), il figlioletto.
Si erano sposati in carcere, dove lui, turco e curdo, scontava una pena per spaccio di droga. Per rispetto di sé, per lei e in vista del loro futuro, Nuri, una volta libero, aveva cambiato vita: ad Amburgo, dove abitavano, aveva aperto un’agenzia di servizi (pratiche immobiliari e finanziarie) e finalmente svolgeva un lavoro pulito, alla luce del sole.
Lì, in quell’ufficio, un maledetto pomeriggio, Katja gli aveva affidato il piccolo Rocco; lì, una ragazza, che lei aveva visto benissimo, aveva parcheggiato la bici su cui era sistemata la valigetta metallica, ovvero la bomba piena di chiodi che avrebbe provocato l’esplosione disastrosa in cui padre e figlio sarebbero stati spazzati via. Katja, che l’aveva incrociata e le aveva anche parlato, era stata in grado di riconoscerla subito fra le foto segnaletiche dei neonazisti che la polizia le aveva mostrato. Nonostante questa sua testimonianza e nonostante le schiaccianti prove raccolte dalla polizia nel garage della residenza del suo compagno, neonazista come lei, i due criminali erano stati assolti con pretestuose e ridicole motivazioni garantiste, lasciando Katja disperata e determinata a farsi giustizia da sé. Nella terza parte del film, i luoghi luminosi della Grecia e la riva di quel suo limpido mare diventano lo sfondo della vendetta atroce di Katja, che aveva raggiunto i due assassini mettendosi sulle tracce del loro complice di Alba Dorata, nobilitando il proprio gesto col cosciente sacrificio di sé.

Il film

Questo film ha avuto un prestigioso riconoscimento internazionale ai Golden Globe 2018, dove è stato considerato il migliore film straniero del 2017; l’attrice Diane Kruger, da parte sua, aveva ricevuto qualche mese prima la Palma d’oro a Cannes per la migliore interpretazione femminile.
Per quanto poco possa contare esprimo il mio dissenso in entrambi i casi.
Non mi ha convinta né l’enfasi, a tratti insopportabile, dell’interpretazione di Diane Kruger, né la diffusa pornografia del dolore che vorrebbe giustificarla, né la faciloneria della seconda parte del film, relativa al processo, nella quale gli imputati, il loro avvocato, per non parlare del testimone di Alba Dorata sono tutti così brutti e cattivi da sembrare caricature, nazisti con “stigmate” da assassini talmente vistose da dover essere riconosciuti colpevoli prima ancora di aprir bocca. La sentenza, eccessivamente garantista, non poteva che provocare lo sdegno che in lei assumeva la forma di uno scellerato disegno di vendetta, quale unica soluzione per risarcire le vittime innocenti la cui memoria lo stato tedesco non aveva saputo difendere con la forza delle sue leggi.

Discutibile e disomogeneo racconto di una bruttissima storia di terrorismo e di una vendetta privata in puro stile kamikaze.

Victoria

recensione del film:
VICTORIA

Regia:
Sebastian Schipper

operatore:
Sturla Brandth Grǿvlen

Principali interpreti:
Laia Costa, Frederick Lau, Franz Rogowski, Burak Yigit, Max Mauff – 140 min. – Germania 2015.

Sturla Brandth Grǿvlen è il nome dell’operatore citato con grande evidenza, prima di ogni altro, nei titoli di coda di questo film: a lui, principalmente, va infatti il merito della sua singolare realizzazione. A fronte della sceneggiatura ridotta all’osso del regista Sebastian Schipper (una decina di pagine o poco più), egli ha girato il film per circa 140 minuti con un lunghissimo piano-sequenza che non solo segue la notte di alcuni ragazzi che per caso si erano incontrati all’uscita di un locale notturno berlinese, ma ci permette di dare un’occhiata anche agli aspetti più significativi del passato della protagonista, Victoria, la giovane di Madrid che si era allontanata dalla sua città, abbandonando il sogno, che aveva perseguito con tenacia e faticoso impegno, di affermarsi come pianista. A Berlino Victoria aveva trovato un lavoro e un alloggio, e ora aveva deciso di concedersi una notte un po’ speciale, in una discoteca: un piccolo sballo e una dormita prima di tornare alla sua quotidiana occupazione di cameriera in un bar. Non conosceva il tedesco, ma il suo ottimo inglese le permetteva di farsi ben comprendere, persino da quel gruppo di quattro amici con i quali, uscita dalla discoteca, aveva avviato una conversazione. A dire il vero, dei quattro solo Sonne riusciva a parlare in inglese e a capire le parole di lei: non a caso di tutti loro sembrava anche il più presentabile, il più gentile, il più attento e protettivo nei suoi confronti. Che i due si piacessero, e molto, si era compreso subito: dopo un lungo girovagare per le vie della città e dopo la sosta su una terrazza panoramica per godersi l’incanto di Berlino di notte, essi si sarebbero finalmente trovati da soli, in quel bar che lei avrebbe di lì a poco aperto al pubblico.
Gli accadimenti successivi spiazzeranno completamente le attese dello spettatore che immagina l’inizio della loro storia d’amore: una telefonata inattesa, infatti, avrebbe interrotto, insieme alle confidenze dolorose di lei di fronte al pianoforte del bar, anche l’amore nascente, per dare il via a una rischiosissima avventura che, coinvolgendoli entrambi, avrebbe cacciato nei guai anche lei, lontanissima dall’immaginare che una storiaccia di ricatti, di soldi, di sangue avrebbe cambiato per sempre la sua vita nel tempo brevissimo della fine di una notte .
Il film ce lo racconta, in un crescendo di tensione, seguendo in tempo reale, insieme agli spostamenti della giovane, il repentino mutare delle sue speranze e delle sue illusioni, annullate di colpo da una tragica e amarissima realtà.
L’attrice bravissima che interpreta Victoria è Laia Costa, la cui mutevole e intensissima espressività appare decisiva per la credibilità dell’intera vicenda, affiancata da un valido partner come Frederick Lau nel ruolo di Sonne.

Un piccolo film, straordinario non solo per la tecnica narrativa adottata, ma per il carattere quasi di scommessa che ha assunto la sua realizzazione (qualsiasi imprevisto incidente avrebbe potuto vanificarla), nonché per l’insperata successiva accettazione al Festival di Berlino, sorprendente anche per il regista e l’operatore. Finalmente arrivato anche da noi, merita di sicuro di essere visto e apprezzato.

Vi presento Toni Erdmann

schermata-2017-03-03-alle-20-09-12recensione del film:
VI PRESENTO TONI ERDMANN

Titolo originale:
Toni Erdmann

Regia:
Maren Ade

Principali interpreti:
Peter Simonischek, Sandra Hüller, Michael Wittenborn, Thomas Loibl, Trystan Pütter, Hadewych Minis, Lucy Russell, Ingrid Bisu, Vlad Ivanov, John Keogh, Ingo Wimmer, Cosmin Padureanu, Anna Maria Bergold – 162 min. – Germania, Austria 2016.

Qualcuno (perdonatemi se non ricordo chi) ha accostato questo film all’irriverente scultura di Cattelan prospiciente il Palazzo della Borsa a Milano: un dito medio che protendendosi dal dorso di una mano sembra indicare la necessità che un’ ironia graffiante metta in forse il nuovo “Verbo”, ovvero il neo-liberismo che dell’economia finanziaria si serve senza scrupoli.
Questo accostamento, secondo me, pur cogliendone, probabilmente, un aspetto, non esaurisce il complesso significato di questo film quale emerge dal racconto della drammatica storia dell’amore interrotto fra un padre e una figlia, sullo sfondo di una globalizzazione in cui ai rapporti più naturalmente umani si vanno sostituendo le connessioni internazionali della “rete”, idolo crudele al quale veniamo tutti sacrificati, sulla base indiscutibilmente “neutrale” (ma è davvero così?) dei grafici e delle tabelle.
Ci racconta, infatti, la regista tedesca Maren Ade, al suo terzo lungometraggio, che se è pur vero che qualche sana risata potrebbe seppellire la spocchia autoreferenziale degli addetti alle operazioni economiche e finanziarie, che giocano con la vita e le speranze di tutti noi, è altrettanto vero che i costi di quella spocchia arrogante diventano presto o tardi insostenibili anche per loro, costretti, infine, a fare i conti con la propria fragilità acuita dalla solitudine e dal deserto degli affetti.
Ines Conradi (Sandra Hüller), la protagonista di questo film, è una tedesca (una “bruttina stagionata”, direbbe, forse, Carmen Covito) che lavora a Bucarest dove la multinazionale da cui dipende l’ha incaricata di elaborare le proposte più adeguate per la delocalizzazione delle aziende locali, presentando piani particolareggiati per il licenziamento “indolore” del personale. Ines parla perfettamente l’inglese; è continuamente connessa con i colleghi che in qualsiasi momento e da ogni angolo del pianeta l’aggiornano, le forniscono dati, mappe, informazioni che ne accrescono efficienza, prestigio e… crudeltà.  Non esistono affetti per lei: non l’amore, sostituito dal rapporto con un collega che non può e non deve coinvolgerla, distaccato a tal punto da sfiorare la perversione,  non esiste la famiglia: la madre e la nonna, anch’esse a Bucarest, accettandone la “brillante” carriera, si accontentano di vederla qualche volta soltanto. Chi non si rassegna, però, è suo padre Winfred Conradi (grandissimo Peter Simonischek), che vive da solo in Germania e che, ora che è in pensione e gli è morto il vecchio cane fedele, si muove verso la Romania per tentare di ricucire un rapporto con lei. Era sempre stato un burlone, Winfred; gli era sempre piaciuto travestirsi e recitare, semi-nascosto da un trucco clownesco a cui amava aggiungere una chiostra di finti dentoni sporgenti che gli davano (o avrebbero dovuto dargli) un aspetto aggressivo, cosicché, vestito da Toni Erdmann, ora che l’aveva riavvicinata e che ne era stato umiliato, si era presentato agli appuntamenti importanti di lei, intenzionato a svelare l’inconsistenza vuota e ipocrita dei suoi modi e del suo linguaggio.
La satira buffonesca di Toni Erdmann, travestito da ambasciatore tedesco, ora sfrontato e beffardo, ora volgare e sguaiato, turba Ines, che tuttavia ancora lo respinge, inducendolo all’estremo camuffarsi celando il proprio corpo e il proprio capo dentro la maschera soffocante del Kukeri, l’animale pelosissimo che, secondo la tradizione antica dei popoli della Tracia, teneva lontani gli spiriti maligni.

Il film procede con lenta progressione, fra gag, invenzioni comiche spettacolari, ricevimenti ingessati, balli e vuoti discorsi fino alla svolta determinata dall’irrompere improvviso del Kukeri nel bel mezzo di un Naked party nella casa di Ines. Forse non è ancora il ritrovarsi tanto atteso, che abbisogna dei tempi lunghissimi del maturare della coscienza di Ines, ma è quasi sicuramente la nascita di un rapporto nuovo, del nuovo interesse all’ascolto reciproco, e anche, per lei, dell’ascolto di sé, dei propri bisogni profondi, ivi compresi quelli di quel corpo troppo a lungo ignorato per privilegiare una carriera che ha cancellato affetti e ricordi, ma non l’ha fatta star bene.
Splendidamente recitato, il film, ottimamente accolto a Cannes nel 2016 è da vedere assolutamente, poiché rivela una regista di grande originalità, poco nota da noi, di cui forse varrebbe la pena conoscere anche i film precedenti.

Il labirinto del silenzio

Schermata 2016-01-14 alle 22.45.23recensione del film:
IL LABIRINTO DEL SILENZIO

Titolo originale:
Im Labyrinth des Schweigens

Regia:
Giulio Ricciarelli,

Principali interpreti
Alexander Fehling, Andre´ Szymanski, Friederike Becht, Johannes Krisch, Hansi Jochmann, Johann von Bülow, Robert Hunger-Bühler, Lukas Miko, Gert Voss -m124 min. – Germania 2014.

E’ nelle sale, ed è una bella sorpresa, in leggero anticipo rispetto al Giorno della Memoria (che è il 27 di gennaio) questo importante film, interessante per tutti, ma quasi indispensabile per i giovanissimi che, si spera,  lo vedranno accompagnati dai loro insegnanti.
Il regista, Giulio Ricciarelli, milanese di nascita, ma tedesco per ascendenza materna, per cittadinanza, nonché per cultura ed educazione, dirige con serio impegno ed elevata coscienza civile questo bel film, che ricostruisce le vicende giudiziarie preliminari del Processo di Francoforte nella Germania della fine degli anni ’50, pochi anni dopo la conclusione della seconda guerra mondiale. Allora, dopo ricerche faticosissime e ostacolate in ogni modo possibile, uno scarno gruppo di procuratori del tribunale di Francoforte  aveva celebrato un processo, che nessuno avrebbe voluto, contro alcuni sadici aguzzini e spietati assassini che erano stati attivi criminali nel campo di sterminio di Auschwitz e che ora erano tornati alle loro occupazioni quotidiane come se niente fosse successo. Come ci racconta il film, questo fu un processo importantissimo, che costrinse finalmente i tedeschi a fare i conti con una storia scomoda che tutti volentieri avrebbero dimenticato in fretta: sconfitto il nazismo, morto Hitler, ora si cercava di pensare al futuro, lasciandosi alle spalle il peso insostenibile della vergogna nazista. Chi era stato complice, perciò, cercava di mimetizzarsi e di farsi ignorare, spesso ottenendo dalla pubblica amministrazione posti e privilegi; chi era stato costretto a collaborare senza troppo conoscere (soprattutto i più giovani) voleva chiudere una pagina imbarazzante della propria esistenza; chi era troppo piccolo per aver condiviso anche solo una minima parte di colpa preferiva ignorare le responsabilità dei propri familiari; chi aveva subito ed era sopravvissuto ai massacri e alle camere a gas (erano davvero pochissimi rispetto all’agghiacciante numero degli uccisi) cercava di non ripensare alle umiliazioni terribili, alle torture inenarrabili, alla fame. Tutti, perciò, per le ragioni più diverse, avrebbero preferito che venissero cancellate per sempre quelle pagine davvero poco gloriose della storia tedesca, così come gli stessi americani di stanza in Germania, troppo impegnati contro il nuovo “nemico”, l’Unione Sovietica, per preoccuparsi dei crimini di Auschwitz, che già avevano trovato, secondo loro, una risposta al processo di Norimberga. La sete di verità era però anche sete di giustizia, perciò stava diventando un’esigenza ineludibile accertare responsabilità e colpe per voltare pagina davvero.
Il regista riunisce nel solo personaggio del giovane giudice Johann Radmann (Alexander Fehling) compiti e vicende che all’epoca erano distribuiti fra tre giudici realmente esistiti, ma accentua in tal modo la solitudine amara di chi si trovava quasi a combattere contro i mulini a vento, alla ricerca di prove che incastrassero almeno i colpevoli dei reati più infami. Dalla sua parte, all’inizio, solo il giornalista Thomas Gnielka (Andre´Szymanski); successivamente, però, il giudice procuratore-capo lo avrebbe sostenuto e guidato nel difficile compito, anche affiancandogli un collega, inizialmente riluttante. Si sarebbe arrivati al processo nel 1963, poco tempo dopo che lo stato di Israele aveva iniziato il processo ad Adolf Eichmann, scovato dal giudice Radmann, insieme a Mengele, che però era riuscito a fuggire. Il processo contro i nazisti a Francoforte e quello contro Eichmann scossero davvero le coscienze in tutto il mondo.

Il film, ottima opera prima, si fa seguire con molto interesse e, ricordando a tutti che dal sonno della ragione sempre si producono orribili mostri, invita a non rimuovere dalle nostre coscienze l’esperienza di quel passato terribile, non ancora definitivamente lontano da noi. E’ molto importante e significativo che questo film sia stato scelto per rappresentare la Germania alla corsa degli Oscar del prossimo febbraio.

 

Una bella intervista al regista Giulio Ricciarelli si può raggiungere su YouTube cliccando QUI

occasione sprecata (Storia di una ladra di libri)

Schermata 03-2456745 alle 12.51.00recensione del film:
STORIA DI UNA LADRA DI LIBRI

Titolo originale:
The Book Thief

Regia:
Brian Percival

Principali interpreti:
Geoffrey Rush, Emily Watson, Sophie Nélisse, Ben Schnetzer, Nico Liersch. Drammatico, – 125 min. – USA, Germania 2013

Questo è uno di quei film che non meriterebbe, a mio parere, la fatica di una recensione, se non per il serissimo argomento di cui tratta e che richiede un’ attenta riflessione.
Ci troviamo in una piccola città tedesca nel 1939, perciò in pieno regime hitleriano. Qui, attesa da una coppia di coniugi che si è offerta di adottarla, giunge, accompagnata da alcune volontarie della Croce Rossa Internazionale, Liesel, che ha poco più di dieci anni. In verità l’adozione avrebbe dovuto riguardare anche il fratellino della bimba, ma questi, in precarie condizioni di salute, era morto durante il faticoso trasferimento in treno, cosicché solo Liesel aveva potuto essere accolta nella casa povera, ma ospitale, dei coniugi Hans e Rosa Hubermann (Geoffrey Rush e Emily Watson). Apprendiamo che la madre di Liesel, militante comunista e perseguitata politica, aveva dovuto lasciarla per riparare all’estero e, cosa incredibile, che la piccola era analfabeta, ciò che le provocava molte difficoltà fra i suoi compagni di scuola dai quali era derisa. Sarà Hans a insegnarle non solo a leggere, ma ad apprezzare i libri che Liesel avidamente si sarebbe procurata, sottraendoli, con rischio personale, alla ricca biblioteca del borgomastro della cittadina. Presso casa Hubermann era giunto, inatteso ma generosamente accolto, il giovane ebreo Max Vandenburg, che, lasciata la famiglia per sfuggire ai rastrellamenti nazisti, aveva evitato il lager, ma si era ammalato per gli stenti e il freddo, spostandosi a piedi, stremato per la stanchezza e la fame. Il suo arrivo aveva aperto gli occhi di Liesel sulla realtà disumana del nazismo: ne aveva già conosciuto l’avversione alla cultura durante il rogo dei libri a cui aveva dovuto assistere con orrore e sgomento; ora ne sperimentava la volontà ferocemente persecutoria del tutto immotivata, nei confronti di creature inermi e innocenti. Farà tesoro degli insegnamenti di Hans e anche degli utilissimi incoraggiamenti di Max, intellettuale colto e raffinato, per progettare il proprio futuro, interamente dedicato alla causa della solidarietà fra gli uomini, alla pace nella libertà e alla cultura. Questi temi di sicuro interesse storico, vengono sviluppati in modo molto superficiale, con molta approssimazione e raccontati grazie alla voce narrante della Morte, artificio retorico del tutto ingiustificato e molto fastidioso. Forse il film è rivolto al pubblico dei pre-adolescenti, che potrebbero essere attratti dal racconto delle sventure di Liesel e di Max, cominciando a farsi un’idea delle nefandezze del nazismo, senza andar troppo per il sottile e senza badare alle inverosimiglianze del film, agli stereotipi e ai troppi registri narrativi che ne rendono incerta la coerenza.
Lo scopo nobile, però, non trasforma un film mediocre in un bel film. Peccato. Ottima prova di tutti gli attori, bambini e adulti, con una speciale menzione a Geoffrey Rush.

Il film è tratto dal romanzo omonimo di uno scrittore australiano, Markus Zusak, che, pubblicato nel 2005, ha venduto più di otto milioni di copie. L’opera tradotta in italiano è stata pubblicata dall’editore Frassinelli.

“faccio cose, vedo gente” Oh Boy; un caffé a Berlino

Schermata 11-2456600 alle 20.21.09recensione del film:
OH BOY; UN CAFFE’ A BERLINO

Titolo originale:
Oh boy

Regia:
Jan Ole Gerster

Principali interpreti:
Tom Schilling, Friederike Kempter, Marc Hosemann, Katarina Schuttler, Justus von Dohnanyi – 83 minuti – Germania 2012

Questo film mi ha ricordato, più che Woody Allen, come alcuni hanno detto, la celebre scena di Ecce Bombo (1978), quando Michele (Nanni Moretti, allora molto giovane) chiede all’amica di che cosa viva:

una scena esilarante e insieme il ritratto triste di molti giovani di allora, non solo incapaci di affrontare la vita con i loro mezzi, ma anche convinti che forse non valesse la pena farlo, vista la diffusa ricchezza della quale era possibile pur sempre approfittare.

E’ più malinconica e cupa, ma non molto dissimile l’atmosfera che si respira in questo film del tedesco Jan Ole Gerster, che trentacinque anni dopo, propone, nella Berlino di oggi, un tema analogo, girato, con piglio disinvolto, en plein air, quasi un tributo contemporaneo alla Nouvelle vague. Forse perché nell’opulenta Germania della Merkel, i giovani come lui non hanno molte prospettive per il futuro, a Niko Fischer era parso inutile continuare a studiare presso la prestigiosissima Humboldt-Universität zu Berlin. Perché, però aveva fatto credere addirittura di essere alla vigilia della laurea? Come se la passa Niko a Berlino, senza nulla da fare? Forse anche lui “ gira, fa cose, vede gente“?
Il film non risponde a queste domande, perché il regista non indaga, ma si limita a rappresentarci, attraverso pochi episodi costruiti con cura e raccontati con garbo e indulgente ironia, come sia triste e difficile la vita per il nostro ex studente, quando, abbandonato da tutti e privato dal padre, che aveva scoperto la verità sul suo conto, dei rifornimenti del bancomat necessari alla propria sopravvivenza, cerca di utilizzare, senza riuscirci, le poche monete che gli sono rimaste in tasca per bere un caffé, in una giornata grigia, in cui era stato cacciato anche dalla fidanzata: lo vediamo, infatti, mentre cerca di sistemare le scarse cose di sua proprietà, radunate in pochi capaci scatoloni, nell’alloggio da poco affittato, ma subito preso di mira da un vicino di casa inopportuno e impiccione. Cercando di tenersene lontano, Niko incontrerà un amico attore di terz’ordine, nonché una ex compagna di scuola, che ora si esibisce in uno squallido teatro, nella Berlino notturna frequentata da teppisti e provocatori di ogni risma.
Il finale aperto non ci permette di immaginare il suo futuro, ma la sua pazienza dolce, la sua mancanza di aggressività e anche il ritorno della sua compagna fanno sperare che stia per farcela, scuotendosi di dosso l’indolenza alla quale si è quasi rassegnato e che pare aver ricevuto una salutare scossa dopo l’ultimo fondamentale incontro con un anziano che sta per morire.
Il film, opera prima del regista Gerster, è girato in una Berlino quasi irriconoscibile, se non per qualche scorcio che la rende individuabile, in un raffinato bianco e nero assai bello e molto adatto al soggetto.

un’ interessante e chic operazione (Pollo alle prugne)

recensione del film:
POLLO ALLE PRUGNE

Titolo originale
Poulet aux prunes

Regia
Vincent Paronnaud, Marjane Satrapi

Principali interpreti:
Mathieu Amalric, Edouard Baer, Maria de Medeiros, Golshifteh Farahani, Eric Caravaca, Chiara Mastroianni, Isabella Rossellini – 91 min. – Francia, Germania 2011.

Il film racconta la triste storia del grande violinista Nasser Alì, che vive a Teheran insieme alla scorbutica moglie, mai amata, Faranguisse, e ai due bambini nati dal loro matrimonio. In seguito a un violento litigio, Faranguisse gli distrugge lo straordinario violino, indispensabile all’eccellenza delle sue esecuzioni, inducendolo a lasciarsi morire d’inedia. Durante gli otto giorni che precedono la morte, Nasser Alì ricostruisce le tappe importanti della sua vita, dagli studi musicali presso il vecchio maestro che gli affidò in eredità il prezioso violino, all’amore ricambiato per la bellissima Irâne, frustrato dall’opposizione dei genitori di lei, ma perenne fonte di ispirazione della sua arte, e vivo negli anni nonostante la lontananza e le vicissitudini successive. Forse è proprio l’ultimo casuale incontro con lei, che pare averlo dimenticato, a determinare la sua ferma volontà di morire. Il film è dunque il racconto, preceduto da una funzionale introduzione, delle otto giornate di Nasser Alì, che disteso sul proprio letto, è in attesa della fine. Dalla prima all’ultima giornata passano davanti alla sua mente i suoi ricordi dolci e tristi, che spesso si confondono con le proiezioni del futuro immaginato per i suoi figli, cresciuti e invecchiati. Nel film si incrociano perciò molteplici piani temporali, in cui presente, passato e futuro si collocano su scenari diversi, fatti di luoghi reali, ma anche di eleganti sfondi, ritagliati dal cartone disegnato e colorato con raffinatezza. In questi luoghi, veri o di cartone, le vicende rievocate vengono rielaborate trasformandosi in favolosi eventi, la cui lontananza nel tempo è espressa anche attraverso l’assenza di prospettiva spaziale tipica del racconto disegnato. Pollo alle prugne è diretto e sceneggiato da Vincent Paronnaud e Marjane Satrapi, gli autori del libro a fumetti che porta lo stesso titolo; i due che avevano portato sullo schermo, pochi anni fa, il delizioso Persepolis. Il progetto viene portato avanti con poetica ispirazione; colpisce la complessità polisemica dell’amore per Irâne, il cui nome evoca la patria perduta dagli esuli che hanno firmato questo lavoro: una storia d’amore da lontano (omaggio in terra di Francia all’antica cultura cortese?), allusiva di una condizione politica senza speranza, gravata dal dolore disperato per l’impossibile riavvicinamento. Mathieu Amalric, attore realisticamente vivo dalla prima all’ultima scena, è bravissimo e convincente nella sua intensissima e dolente interpretazione. Attorno a lui, altri bravi attori, da Isabella Rossellini, ai due piccini che interpretano i figli di Nasser Alì, così come le molte “maschere” dai volti piatti e poco espressivi, perfette per essere fissate in quel contesto affascinante di fumetto colto e molto chic, che è tanta parte del film.

il medico delle donne (Hysteria)


recensione del film.
HYSTERIA

Regia:

Tanya Wexler

Principali interpreti:
Maggie Gyllenhaal, Hugh Dancy, Jonathan Pryce, Rupert Everett, Ashley Jensen.
– 100 min. – Gran Bretagna, Francia, Germania 2011

Il film non è un capolavoro, ma è divertente ed è altra cosa da quanto ci viene proposto dal trailer e dai numerosi “prossimamente” delle sale, il che mi fa pensare che le promozioni cinematografiche presentino ogni nuova pellicola al peggio, poiché solleticano più le curiosità morbose e pruriginose del pubblico che il suo gusto o la sua cultura (alla larga da questi oggetti misteriosi, per carità!). Il risultato è che un film come questo, che con grazia e garbo ricostruisce accuratamente alcuni aspetti importanti della Londra di fine Ottocento, attira molti spettatori che, illudendosi di vedere scene particolarmente osé, cominciano a ridere sguaiatamente ancor prima che gli attori aprano bocca o si muovano. Nonostante tutto ciò, è piacevole vedere questo lavoro, che è ben costruito, e ci restituisce la verità storica della Londra “fin de siècle”, quando in pieno vittorianesimo puritano e ipocrita, emersero le importantissime lotte sociali condotte dalle suffragette per il diritto femminile al voto, nonché per l’emancipazione delle donne e dei loro bambini dall’indigenza e dall’ignoranza. A questa importante missione si dedica nel film, anima e corpo, Charlotte, una delle figlie del dottor Dalrymple, cioè di colui che curava le signore borghesi di Londra, infelici e depresse per la presunta malattia isterica (prima che gli studi di Freud chiarissero le vere origini di questo disturbo femminile, si pensava che malinconia, tristezza e depressione dipendessero dall’ utero particolarmente irrigidito). Nel corso del film si alternano intrecciandosi le vicende di due mondi paralleli: quello dei quartieri miseri e sordidi di Londra, nei quali si svolge l’opera filantropica di Charlotte, e quello della ricca casa – studio di suo padre, che ne detesta le bizzarrie umanitarie, consolandosi con la tranquilla presenza dell’altra figlia, la più giovane, Emily, tutta casa, pianoforte e studi frenologici. Quando il vecchio Darlymple decise di lasciare il proprio studio, trasmise al suo designato successore, il giovane medico, appena licenziato dall’ospedale dei poveri, Mortimer Grenville, i segreti della cura grazie alla quale era riuscito a “guarire” l’isteria delle sue pazienti: un massaggio esercitato con pressione crescente sulla vulva delle signore, fino al “parossismo”, termine che, secondo la terminologia medica del tempo, avrebbe dovuto indicare l’avvenuto ammorbidimento dell’utero, ma vero e proprio orgasmo, in realtà. Il lavoro di Mortimer ebbe immediato successo, ma gli causò gravi dolori alla mano deputata al massaggio: le invenzioni di un amico, col pallino delle applicazioni elettriche agli oggetti di uso quotidiano, gli diede l’idea di aiutarsi con uno strumento costruito appositamente, un vibratore, che venne dapprima, fra mille cautele, utilizzato in studio, ma che successivamente divenne uno strumento portatile, fonte per lui di guadagno e di indipendenza dal vecchio Darlymple, ciò che gli permise di dedicare le proprie attenzioni a Charlotte e alla sua causa, lasciando al suo destino la sdolcinata Emily. Non voglio aggiungere altro: il film va visto, perché diverte con intelligenza, talvolta maliziosa, non è mai volgare, come lascerebbe immaginare l’argomento trattato. La regista, Tanya Wexler, americana di Chicago e residente a New York, non proprio esordiente, ma poco nota presso il grande pubblico, potrebbe aver trovato l’occasione giusta per farsi apprezzare.

le macerie della guerra di Bosnia (Il sentiero)

recensione del film:
IL SENTIERO

Titolo originale:
Na putu

Regia:
Jasmila Zbanic

Principali interpreti:
Zrinka Cvitesic, Leon Lucev, Ermin Bravo, Mirjana Karanovic, Marija Kohn, Nina Violic, Sebastian Cavazza, Jasna Beri, Izudin Bajrovic, Jasna Zalica, Luna Mijovic – 100 min. – Bosnia-Herzegovina, Austria, Germania, Croazia 2010
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Amar e Luna sono due giovani che lavorano all’aeroporto di Sarajevo: lui come controllore di volo, lei come hostess. Belli e innamorati, desiderano un figlio che non arriva; pur di averlo, Luna decide di sottoporsi all’inseminazione artificiale. Improvvisamente, Amar viene sospeso dal lavoro per sei mesi, essendo stato scoperto mentre consumava, in servizio, bevande alcooliche. Un fortuito piccolo incidente d’auto, durante una gita fuori porta, gli fa ritrovare un commilitone della guerra di Bosnia: Bahrija, che quasi stenta a riconoscere: si è lasciato crescere la barba e ha un copricapo che gli cela parzialmente la fronte, è diventato un rigido musulmano wahabita ed è accompagnato da una donna velata, il cui manto nero le lascia scoperti solo gli occhi. Bahrija si farà vivo con lui per offrirgli un lavoro a tempo, che gli occuperà proprio il vuoto dei sei mesi lontano dall’aeroporto: dovrà insegnare l’uso del computer ai wahabiti che vivono in un villaggio di tende, su un bel lago bosniaco. Amar, dunque, lascerà la sua donna, resa inquieta dal presentimento che il distacco non sia provvisorio: teme che l’indottrinamento religioso trovi più di un varco nel cuore di Amar. Egli, infatti, umiliato e prostrato dalla terribile guerra etnica che l’ha privato di un fratello, si rivelerà sensibile al richiamo della fede identitaria, professata nella sua integrale purezza dai confratelli del villaggio. La guerra, che anche in questo film costituisce lo sfondo imprescindibile del racconto della regista, ha decimato la popolazione bosniaca musulmana, e ha sedimentato odi e dolori incancellabili nel cuore dei sopravvissuti. Qualcuno ha reagito guardando davanti a sé, immaginando e progettando un futuro diverso, rinunciando alla vendetta e ricominciando a vivere. E’ il caso di Luna e dei pochi superstiti della sua famiglia: la casa dell’infanzia e dei ciliegi è lontana: si può rimpiangere, ma la vita che continua richiede nuovi affetti, nuovi spazi e nuove prospettive. La strada che intende ora percorrere Amar è diversa: è quella della rivendicazione orgogliosa dell’appartenenza identitaria, in una prospettiva di allontanamento dalla storia dell’occidente e dalle conquiste dei diritti civili; è la strada indicata da una fede rigida e totalizzante che non potrà che separarlo dolorosamente dalla bellissima Luna e da qualsiasi progetto con lei. Il film è condotto con sicurezza ed equilibrio e aiuta anche lo spettatore a capire la complessità dei comportamenti umani di fronte alle ingiustizie e alla sofferenza. Di grande rilievo la recitazione di tutti gli attori, in modo particolare della bellissima ed espressiva Zrinka Cvitesic nella parte di Luna.

Il mondo alla rovescia (Miracolo a Le Havre )

recensione del film:
MIRACOLO A LE HAVRE

Titolo originale:
Le Havre

Regia:
Aki Kaurismäki

Principali interpreti:
Con André Wilms, Kati Outinen, Jean-Pierre Darroussin, Blondin Miguel, Elina Salo, Evelyne Didi, Quoc-Dung Nguyen, François Monnié, Roberto Piazza, Pierre Étaix, Jean-Pierre Léaud -93 min. – Finlandia, Francia, Germania 2011

Due anni fa scrivevo la recensione di Welcome, film molto bello del regista Philip Lioret, che affrontava, come questo film, anche se in una prospettiva del tutto realistica e purtropppo tragica, il problema dell’accoglienza malvagia ed egoistica degli europei (siamo a Calais) nei confronti degli stranieri che arrivano da noi, fuggendo dalle guerre, dalla fame e anche dalle tirannie.
In questo lavoro, non solo l’argomento è lo stesso, ma è anche identico lo scenario della vicenda: il canale della Manica (siamo a Le Havre); così come molto simili sono le esigenze del ragazzino che vorrebbe raggiungere le sponde inglesi. In entrambi i casi, inoltre, un adulto di buon cuore si prende cura dei giovani protagonisti, organizzando le cose perché la traversata si concluda felicemente, mentre la popolazione locale è fortemente ostile a qualsiasi nuovo arrivo. Nel film del finlandese Aki Kaurismäki, però, la vicenda viene raccontata con maggiore ottimismo e con un piglio più decisamente favolistico, rovesciando completamente, perciò, l’impostazione drammatica di Lioret.
Questa è la ragione per la quale, assistendo alla proiezione di questa pellicola, si ha un vago senso di straniamento, poiché immediatamente si avverte il “deja vu”, mentre, contemporaneamente, tutto sembra snodarsi in un’atmosfera più serena e gioiosa nella quale il bene prevale finalmente sul male, il commissario di polizia ha un cuore anche lui, gli umili (sempre visti con diffidenza dalle persone “per bene”, perché sono brutti e sporchi) nutrono una istintiva solidarietà verso colui che soffre, per il quale organizzano una strategia che avrà successo. La corte dei miracoli, dei lustrascarpe, dei bottegai anziani e poveri, delle anziane bariste di locali mal frequentati, del vecchio cantante rock, abbigliato da cialtrone, incurante dei suoi capelli ormai bianchi, del vecchio cane fedele e spelacchiato, avrà la meglio sull’ottusità dei duri di cuore, che non vogliono vedere gli occhi buoni e tristi di quel un piccolo nero gabonese di nome Idrissa che vuole raggiungere la madre a Londra. Una storia da libro Cuore, quasi un rinnovarsi del racconto Dagli Appennini alle Ande: il miracolo che sembrava impossibile. Nonostante tutto ciò, il film si lascia seguire senza noia e commuove davvero, perché è nelle corde del regista questa magia, che ci ricorda anche un po’, fin dal titolo italiano , il nostro Miracolo a Milano (credo che sia la prima volta che non mi irrita un titolo italiano!). In questa terra miracolosa, altri prodigi si compiranno, lasciando nello spettatore il piacere di questa poetica inverosimiglianza, di un mondo alla rovescia che è dolce come una strenna natalizia, certamente gradevole in questo periodo festivo, in cui tutti ci illudiamo di essere più buoni. Eccellenti attori per un regista a sua volta eccellente.

“non solo lavoratori, ma persone” (Almanya)

recensione del film:
ALMANIA – LA MIA FAMIGLIA VA IN GERMANIA

Titolo originale:
Almanya – Willkommen in Deutschland

Regia:
Yasemin Samdereli

Principali interpreti:
Vedat Erincin, Fahri Ogün Yardim, Lilay Huser, Demet Gül, Denis Moschitto.
– 101 min. – Germania 2011.

Questo è un film grazioso, accolto calorosamente all’ultimo festival di Berlino. Vi si affronta il tema caldissimo dell’emigrazione, con serietà, e insieme con garbo e leggerezza, raccontando in modo parzialmente autobiografico (la regista è immigrata turca di terza generazione), la storia di Hüseyin Yilmaz, che decide di spostarsi dalla Turchia alla Germania, per trovare lavoro: lì, una volta sistemato, si ricongiungerà ai suoi cari: la giovane moglie e i suoi figli ancora piccoli. Il viaggio, la nostalgia, il ritorno, dopo qualche anno di lontananza, al paese d’origine, la decisione di trasferire in Germania tutta la famiglia, per tenerla unita (al suo ritorno il figlio ultimo nato non è più in grado di riconoscerlo!); la riluttanza dei bambini a lasciare amici e abitudini; l’alloggio tedesco in un casermone periferico, la pioggia, il grigiore del paesaggio nordico: tutto quanto, insomma, sia capace di evocare il distacco doloroso dai luoghi cari della propria terra, viene narrato con commozione amara, cui si mescola però, con armonico equilibrio, l’aneddoto buffo, il pregiudizio un po’ ridicolo, in modo che il film non assuma mai, neppure nei momenti in cui la commozione sembrerebbe prevalere, toni troppo drammatici. L’equilibrio del racconto stempera quindi i momenti più difficili, presenti in ogni doloroso viaggio di questo tipo, in un tono medio che ne rende gradevole la visione, anche se lascia il dubbio, alla fine, di un’eccessiva edulcorazione. Hüseyin Yilmaz non riuscirà a pronunciare il discorso, riservato al lavoratore numero un milione e uno che se ne è arrivato in Germania da un paese molto più povero, ma il nipotino, Cenk, quello che a scuola aveva fatto a botte per difendere la sua appartenenza alla terra del nonno, parlerà al posto suo, nella scena finale, di fronte a una divertita platea di importanti personaggi, fra cui nientemeno che Angela Merkel.
L’integrazione avvenuta, la cittadinanza sospirata, per la grande famiglia di Hüseyin, ormai alla terza generazione in Germania, significa infatti, anche riconoscimento delle proprie origini e rispetto del proprio passato. Film da vedere e da meditare, perché troppo violento in Italia è ancora il rifiuto di accogliere con civiltà e umanità gli immigrati, che non sono solo braccia da lavoro, ma uomini in carne e ossa, come il film vuole ricordarci esplicitamente.