The Reunion

recensione del film:
THE REUNION

Titolo originale:
Återträffen

Regia:
Anna Odell

Principali interpreti:
Anna Odell, Anders Berg, David Nordström [II], Erik Ehn, Fredrik Meyer – 90 min. – Svezia 2013.

Questa è un’opera “sperimentale”, girata, con intenti provocatori, dalla regista svedese Anna Odell, che ne è, oltre che l’interprete principale, la protagonista assoluta nel primo e nel secondo tempo.

Premessa
Il primo e il secondo tempo del film sono, in realtà, due film distinti. Il primo è un film di immaginazione: è la ricostruzione, tutta mentale, di una festa in cui si riuniscono vecchi compagni di classe di vent’anni prima; il secondo è il documentario che riporta fedelmente ciò che è avvenuto davvero, dopo l’uscita nelle sale svedesi di quel primo film.

Il primo tempo

C’erano tutti, meno lei, Anna Odell (nessuno l’aveva invitata), all’incontro dei compagni e delle compagne di classe, vent’anni dopo il diploma: un banchetto ben organizzato in quella scuola dai lunghissimi corridoi, pulitissimi e vuoti, spazi molto banali, sui cui muri nessuno aveva mai scritto o disegnato alcunché per lasciare una qualche traccia del proprio passaggio: nessuna trasgressione.
Il lungo piano sequenza che percorre uno di quei corridoi all’apertura del film è un tormentone che scandisce molti momenti del racconto. Non appare minaccioso quanto quello dell’Overlook Hotel, ma pone qualche interrogativo un po’ inquietante: possibile che gli ospiti adolescenti di quella scuola siano stati tutti così educati da non lasciare neppure la più piccola traccia della loro presenza su quei muri, pulitissimi e senza storia? Potrebbero aver accortamente dissimulato gli impulsi anarcoidi e aggressivi dell’età?
Anna Odell  sembra ipotizzare che anche oggi potrebbe ripetersi quello che avveniva vent’anni prima, quando ogni volontà trasgressiva degli studenti si indirizzava, con la tacita connivenza degli insegnanti e delle autorità scolastiche, verso bersagli più fragili dei muri dell’istituto, ovvero verso ragazzi e ragazze presi di mira e presto vittime del mobbing e del bullismo.
Era capitato a lei, insicura e timida, di essere l’obiettivo facile dei suoi compagni di classe, che l’avevano ferita profondamente, rendendola ancora più incerta: quegli stessi, che, adesso uomini e donne, avevano evitato di invitarla per non confrontare la propria vita insignificante con la sua, vita piena di una regista famosa e realizzata.
Tutto questo primo tempo del film è recitato da attori veri, che assecondano la sua interpretazione e la sua regia, a insaputa degli antichi e crudeli compagni di classe, sviluppando l’ipotesi della sua partecipazione, da guastafeste non invitata e di lì a poco  allontanata in malo modo, dall’incontro che lei aveva avvelenato con le proprie accuse, consumando la propria vendetta.

Il secondo tempo

Era stata cura di Anna Odell contattare ad uno ad uno i suoi vecchi compagni di scuola, accertarsi che avessero visto il film e invitarli a casa sua per far due chiacchiere con loro, che avrebbero potuto manifestare impressioni e opinioni in merito alla pellicola. Ora era dunque lei, in evidente condizioni di superiorità, a condurre il gioco crudele del gatto col topo, né la sua squisita gentilezza avrebbe potuto nascondere la realtà: finalmente cosciente del proprio valore, affermata e apprezzata, Anna era pronta non solo a guardare direttamente negli occhi gli uomini e le donne che l’avevano umiliata, ma anche a mettere in evidenza la meschinità della loro vita e dei loro progetti.

Se possibile questo secondo film appare persino più velenoso del primo, poichè maggiormente evidenzia come ciascuno dei carnefici di un tempo, chiuso nella propria mediocrità rispettabile, continui a sfuggire l’inevitabile resa dei conti, non tanto con lei, quanto con se stesso: la propria vita privata, semplice ma felice, diventa la maschera dietro la quale è possibile celare la propria sconfitta esistenziale.
Lo scacco di ciascuno diventa perciò quasi la metafora della sconfitta storica del tentativo più avanzato nel mondo occidentale di creare una società mite, inclusiva e protettiva dei più deboli, conciliando libertà individuale e giustizia, ma ignorando la natura dell’uomo, nel quale l’innata tendenza alla prevaricazione è molto difficile da contenere.

Nonostante le discutibili conclusioni a cui il film pare condurre gli spettatori, credo che quest’opera, tardivamente presentata nelle nostre sale (era uscita nel 2014), sia fra quelle più interessanti da ricuperare.

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Mr. Ove

recensione del film:
Mr. OVE

Titolo originale:
A Man Called Ove

Regia:
Hannes Holm

Principali interpreti:
Rolf Lassgård, Bahar Pars, Ida Engvoll, Filip Berg, Chatarina Larsson, Börje Lundberg, Tobias Almborg, Zozan Akgün, Viktor Baagøe – 116 min. – Svezia 2015.

Anche questo è svedese, come The Square, ma i due film non sono neppure lontanamente paragonabili.

Mr Ove è un signore quasi sessantenne, licenziato, dopo quarantatre anni di onorato servizio, dalle ferrovie svedesi, che avendone apprezzato le qualità, ora lo ricompensano regalandogli una bella pala da giardino. Il fatto era sembrato a Ove (Rolf Lassgård) l’ultima delle troppe batoste che nel corso della vita, fin dalla più tenera età, aveva dovuto subire: un segno del proprio destino personale, che contribuiva  a fargli sentire sempre più insopportabile il peso dell’esistenza. Alle persecuzioni del “fato” egli aveva reagito chiudendosi vieppiù in sé, lasciando che una corazza di severità intransigente si impadronisse del proprio cuore, rendendolo impenetrabile agli altri. La dolcissima Sonja (Ida Engvoll), però, era riuscita a penetrare in quella difesa inespugnabile ed era diventata la moglie perfetta per lui. Erano stati davvero gli anni più felici della sua vita, quelli in cui era migliorata la sua cultura (era diventato ingegnere) e anche la sua posizione sociale (era diventato presidente di un’associazione di condomini) senza tuttavia mitigare, fuori di casa, il proprio carattere da orso, neppure con i più fidati fra i suoi amici. Alla morte di Sonja, anzi, Ove aveva accentuato i propri difetti: un continuo acido inveire contro le storture della modernità lo aveva reso ancora più insopportabile a tutti. Per fortuna, egli continuava a intrattenere un rapporto con Sonja, con cui parlava quando, ogni giorno, portando sulla sua tomba un mazzo di rose fresche, si sfogava amaramente contro la decadenza della società e dei costumi che, soprattutto ora che era rimasto senza lavoro, aveva in animo di abbandonare molto presto. Eppure, manco a farlo apposta, i tentativi numerosi di suicidio sarebbero falliti uno dopo l’altro, mentre i suoi vicini, nuovi arrivati, avrebbero a loro volta provato a demolire la diffidenza e l’ostilità del suo cuore…

Il passato di Ove è ricostruito attraverso numerosi flashback che si inseriscono con naturalezza nel racconto del suo presente, grazie a un montaggio attento, che rende il film a tratti interessante; il tema del burbero benefico, dalla notte dei tempi presente nel teatro, tuttavia, qui sembra riproporsi in una commedia i cui sviluppi sono quasi sempre largamente prevedibili, perché il protagonista, per quanto magnificamente interpretato, assume troppo spesso un carattere fastidiosamente macchiettistico, cosicché molto raramente malinconia (che spesso è volutamente strappalacrime) e commedia trovano un accettabile equilibrio narrativo.

Mr. Ove è ora visibile anche in Italia, dopo essere stato presente, lo scorso anno, nelle sale del resto del mondo, e dopo essere stato addirittura candidato all’Oscar 2017 come migliore film straniero. Il ritardo italiano, però, potrebbe averlo avvantaggiato, poiché l’uscita quasi contemporanea dell’altro svedese, The Square, ha quasi sicuramente portato nelle nostre sale un po’ di spettatori incuriositi da quel cinema rivelatosi capace di riservare più di una sorpresa positiva.
Una parte del pubblico, tuttavia, è costituita dai lettori che hanno amato il romanzo-bestseller (2014) da cui il film è tratto: L’uomo che metteva in ordine il mondo di Fredrik Backman, nato sul blog di uno scrittore svedese molto conosciuto nel mondo del Web, edito in Italia da Mondadori nel 2015.
A mio giudizio, il film si può anche vedere, ma i film belli e interessanti sono molto diversi!

The Square

recensione del film:
THE SQUARE

Regia:
Ruben Östlund

Principali interpreti:
Claes Bang, Elisabeth Moss, Dominic West, Terry Notary, Elijandro Edouard,Christopher Læssø Linda Anborg, Emelie Beckius, Denise Wessman, Jan Lindwall, John Nordling – 142 min. – Svezia, Danimarca, USA, Francia 2017.

Palma d’oro al Festival di Cannes 2017, quest’opera sorprendente premia un regista fra i più interessanti del cinema svedese, poco noto da noi, se non per Forza Maggiore, girato nel 2014, che, comparso dopo un anno nelle nostre sale, avevo apprezzato molto.
La mia recensione, poco allineata alle altre di allora, mi pare, anche alla luce di questa seconda opera, ancora abbastanza convincente (pronta a ricredermi, naturalmente, di fronte ad argomenti più persuasivi).

Questa volta, lontano dalle Alpi e dai ghiacciai, siamo a Stoccolma, la bella e moderna capitale della Svezia, dove vive il protagonista di questo film, Christian (Claes Bang).
Uomo sulla quarantina, di aspetto tranquillo e gradevole, egli è il prestigioso direttore di una galleria d’arte contemporanea, in una sala della quale, all’inizio del film, fa bella mostra di sé la grande installazione di un artista che aveva esposto un certo numero di coni di pietrisco, mentre da uno schermo, sullo sfondo, l’attore Terry Notary si rivolgeva ai visitatori con una performance provocatoria.

Ora, c’era molto fermento nell’ufficio di Christian, molta attesa per la prossima installazione, che si sarebbe chiamata The Square, ovvero Il quadrato. Era un grande quadrato di cubetti di porfido, infatti, l’opera che un’artista concettuale argentina, Lola Arias, aveva ideato,  per trasmettere il messaggio universale d’amore contenuto in quella piazza quadrata, lo spazio che, secondo l’enunciato più volte ribadito, altro non era che il luogo sacro della fiducia e dell’amore universale nel quale a tutti gli uomini toccano uguali diritti e doveri; il luogo privilegiato della cessazione di ogni conflitto, il regno della pace fra gli uomini. Un’allegoria della democrazia, dunque, così come era stata intesa fin dai tempi più antichi.
Come ogni quadrato che si rispetti, anche the Square aveva il suo perimetro, che, messo in rilievo dalla luminosità dei quattro lati, attira da subito i nostri sguardi, ponendo nello stesso momento il più grande problema politico e sociale dei nostri giorni,  ovvero se, e in che modo, chi vive all’interno di quel Quadrato possa mettersi in relazione con chi vive ai confini e oltre. Christian, come gli altri democratici di una borghesia svedese aperta e progressista, non aveva alcun dubbio che occorresse un progetto di inclusione degli “esterni” che doveva necessariamente passare attraverso il riconoscimento della loro umanità e l’assimilazione democratica, ovvero l’estensione anche a loro, che non li avevano mai conosciuti, dei benefici della democrazia.

Il comportamento di Christian

Prima di occuparsi della curiosa installazione di Lola Arias, il regista osserva  abbastanza a lungo i comportamenti di Christian, cogliendoli in alcuni interessanti momenti della sua vita: lo vediamo all’opera come padre (separato) di due bambine, con le quali accetta di condividere le ore libere della giornata, anche se non toccherebbe a lui, mantenendo l’aria svagata e distratta di chi avrebbe altre cose da fare, ma non intende discutere il proprio dovere nei loro confronti. La sua vita sentimentale sembra ispirarsi a simili principi: pochi i suoi investimenti affettivi o passionali nel rapporto con Anna (Elisabeth Moss), la giornalista americana che lo aveva appena intervistato per comprendere meglio il senso delle installazioni nel suo museo. Lo svagato interesse per lei implica, in ogni caso, una premurosa attenzione a evitarle indesiderate gravidanze, grazie all’uso tutto maschile del preservativo, di cui egli sarebbe diventato il grottesco custode, riservando esclusivamente a sé la proprietà dell’oggetto e del suo contenuto, in una scena tanto esilarante, quanto politicamente molto corretta.
Di maggiore interesse, però, ai fini della comprensione complessiva del film, la vicenda, ampiamente seguita, del furto che Christian subisce probabilmente per  opera della stessa donna che egli aveva aiutato a difendersi dal marito manesco. Ancora orgoglioso per il soccorso prestato, egli s’accorge di essere stato alleggerito del portafogli, del cellulare e persino dei gemelli d’oro che aveva indossato. Per la prima volta ora era costretto a misurare distanza fra le proprie convinzioni ideali e la realtà durissima di chi viveva ai bordi di quel quadrato, emarginato dalla ricca borghesia progressista del centro, sempre disposta alle offerte, alle elemosine e alla carità, ma del tutto indisponibile a integrare davvero nel proprio tessuto sociale l’umanità “marginale” e sofferente a cui continuava a destinare qualche briciola del proprio benessere. La restituzione degli oggetti che gli erano stati sottratti era avvenuta in forma privata, poiché egli aveva voluto eludere ogni legge, e aveva utilizzato anche lo strumento del ricatto più ingiusto. Contro di lui si era levata la sola voce ribelle e dignitosa di un piccolo egiziano (impersonato dal giovanissimo e bravissimo attore Elijandro Edouard), fermissimo e tenace nell’intento di ristabilire la verità pretendendo le scuse. È un susseguirsi di scene di impressionante verità, che postulano la necessità di porre in modo completamente diverso il rapporto fra i privilegiati e gli esclusi, prima che le ragioni di questi ultimi diventino davvero insidiose per i valori su cui si fonda la democrazia.

The Square

Alcuni eventi avrebbero accompagnato l’inaugurazione di una così importante installazione nel museo di Christian, scuotendo le coscienze degli uomini: in primo luogo un “video” provocatorio, che, pur rappresentando un falso accadimento all’interno del magico Quadrato, avrebbe fatto parlare di sé, diventando “virale” nella Rete; in secondo luogo l’inserirsi, fra i ricchi e democratici invitati del pranzo di gala, di una nuova e inquietante performance provocatoria dell’attore Therry Notary, che avrebbe riproposto, in modo certamente insolito e a tratti molto fastidioso, il tema dell’accoglienza e della tolleranza. Quest’ultima stupefacente parte del film rivela il fragilissimo equilibrio sul quale è costruita la società democratica, messo continuamente in forse dalla paura, a cui ci induce la distorta e irrazionale percezione della realtà nella quale ci muoviamo. Come nel precedente Forza Maggiore, dunque, anche qui è descritto il meccanismo di costruzione della paura,lo stesso che aveva innescato l’effetto della disastrosa e sconvolgente valanga emotiva nel mondo dei ricchi borghesi incapaci di cogliere davvero i continui pericoli a cui le nostre vite sono esposte. Ancora una volta, dunque, sembra quanto mai pertinente la citazione dell’Angelo sterminatore di Luis Buñuel, film in cui, con graffiante cattiveria, il grande regista aveva smascherato i comportamenti ipocriti di una società incapace di uscire dall’immobilismo paralizzante in cui si era rifugiata a protezione di se stessa e dei propri privilegi e in cui era pronta a ritornare, dopo un breve assaggio di libertà. Come in quel film antico (Buñuel lo aveva girato nel 1962), anche qui la presenza di animali selvaggi che liberamente si aggirano fra gli uomini viene, per quanto possibile, ignorata e rimossa,

Il film, nonostante qualche squilibrio narrativo, è  molto gradevole, per l’intelligenza sarcastica che scava a fondo nei problemi di oggi, presentati agli spettatori in tutta la loro evidenza, buñueliano, come ho detto, ma anche con le inquietudini e preoccupazioni lucidissime che riportano alla memoria i primi film di Haneke, fra i quali il bellissimo Caché. Da vedere sicuramente.

Forza maggiore

Schermata 2015-05-09 alle 22.56.23recensione del film:
FORZA MAGGIORE

Titolo originale:
Turist – Force Majeure

Regia:
Ruben Östlund

Principali interpreti:
Johannes Kuhnke, Lisa Loven Kongsli, Clara Wettergren, Vincent Wettergren, Kristofer Hivju, Fanni Metelius, Karin Myrenberg, Brady Corbet – 118 min. – Francia, Danimarca, Germania 2014.

La vicenda narrata da questo straordinario film si svolge sullo sfondo meraviglioso delle Alpi francesi (Valle del Rodano). Qui arrivano, dall’Europa del Nord gruppi di turisti per trascorrere una distensiva vacanza sulla neve, accolti da un’organizzazione perfettamente predisposta in ogni particolare al fine di rendere tranquilla e indimenticabile la loro settimana bianca. Il “resort” è lussuoso e confortevole (anche se un po’ sinistro e claustrofobico); il villaggio sorge su un altipiano sospeso, come una piattaforma spaziale, fra le le altezze vertiginose circostanti; gli impianti sportivi per la risalita e per il rientro sono studiati per attraversare abissali vuoti nella massima sicurezza dei passeggeri; un’imponente attrezzatura tecnologica mantiene la neve perfetta sui campi da sci, mentre di notte e di giorno colpi di cannone ben mirati provocano il distacco controllato dei cumuli di neve, disgregandoli perché non diventino valanghe.
Una vacanza nella “natura”, dunque? Non proprio, anche se parrebbe, essendo la natura, in quel luogo, imbrigliata e regolata dai marchingegni creati dalle umane conoscenze scientifiche e tecnologiche necessarie per contenerne la spaventosa forza distruttiva. In questo modo, il villaggio sull’abisso diventa anche la metafora della nostra “natura” profonda di esseri umani, frenata e imbrigliata dal millenario processo di incivilimento. E’ ben vero, però, che non tutto ciò che può accadere è prevedibile ed è anche vero che talvolta la nostra stessa percezione di ciò che accade è distorta da paure profonde e irrazionali, che mettono in luce ciò che di noi avevamo tenuto ben nascosto. In questo scenario non semplice, come si vede, vengono fatti muovere i protagonisti del dramma, serio solo in parte, che è rappresentato nel film: una cannonata in pieno giorno provoca la valanga “sotto controllo” che sembra scendere senza ostacoli dalla montagna prospiciente la bella terrazza del resort sulla quale i turisti stanno pranzando e godendosi la straordinaria bellezza che li circonda, fotografando e filmando il grandioso evento. Nulla di grave dovrebbe accadere, e infatti nulla accadrà, ma il progressivo avvicinarsi di quel “mostro”, l’ingrossarsi della sua massa nevosa che discende velocemente e il suo disintegrarsi in mille goccioline che impediscono di vedere (un meraviglioso piano sequenza!), provocano reazioni di paura e di angoscia insospettabili nei componenti di una famiglia svedese, apparentemente tranquilla, ospite di quel luogo. Dapprima sono i bambini a urlare, poi la madre, che cerca di fare loro scudo col proprio corpo, mentre il papà, Tomas (Johannes Kuhnke), invocato a gran voce, si allontana e sembra quasi fuggire dal pericolo (immaginario) e dalle proprie responsabilità. La donna, Ebba (Lisa Loven Kongsli), dunque, si è lasciata trascinare irrazionalmente dal panico e ora reagirà nel peggiore dei modi, e, ciò che è più grave, innescherà una catena di rovinosi contraccolpi, che si trascineranno per tutti i giorni della vacanza, diventata sempre più simile a un incubo claustrofobico.

La “montagna incantata” rivelerà, davvero, alla fine del film il suo volto terribile e nascosto, in un episodio non secondario, allorché, durante l’ultima traversata sugli sci, la stessa famigliuola si troverà sul serio in grande pericolo, nonostante le precauzioni adottate. Sarà la ritrovata solidarietà familiare e coniugale a risolvere un problema che avrebbe potuto diventare drammatico. Tutto è bene quel che finisce bene? No, piuttosto Molto rumor per nulla, per rimanere dalle parti di Shakespeare.
A minare, ancora una volta, infatti, sul pullman del ritorno, la pace e la tranquillità dei turisti è …la paura, questa volta una paura indotta (ancora Ebba), contagiosa e grottesca che rimanda a molti film di Buñuel (L’angelo sterminatore sopra ogni altro). L’ultima scena del gruppo di turisti che scendono precipitosamente dal pullman e si dirigono lentamente lungo la strada tortuosa verso l’aeroporto, al freddo, mentre presto scenderà la notte, mi è sembrata anche l’ironica riproposizione delle scene ricorrenti più famose del Fascino discreto della borghesia (gli strampalati protagonisti del film che si mettono in marcia). I borghesi buñueliani, che hanno paura di tutto e si costruiscono continuamente inesistenti nemici, rassomigliano sinistramente, infatti, alla ricca borghesia di questo film, che continuamente e ovunque vede pericoli, per affrontare i quali si chiude volontariamente nella corazza protettiva della tecnologia avanzata, bunker-prigione sorvegliatissimo, ignorando, però, di vivere sull’orlo dell’abisso.

Magnifico film (premiato dalla giuria al Festival di Cannes 2014, nella sezione Un certain regard), originale e ricchissimo di significativi episodi, da vedere e da meditare.

il senso della vita (Melancholia)

recensione del film:
MELANCHOLIA

Regia:

Lars von Trier

Principali interpreti:
Kirsten Dunst, Charlotte Gainsbourg, Kiefer Sutherland, Charlotte Rampling, Alexander Skarsgård, Stellan Skarsgård, Udo Kier, John Hurt, Brady Corbet- 130 min. – Danimarca, Svezia, Francia, Germania 2011.

Melancholia è in questo film il nome di un enorme pianeta che sta dirigendosi verso il nostro mondo che, infatti, ne verrà inghiottito.
Non credo, dicendo questo, di rivelare alcunché, né di togliere il piacere che deriva dalla visione del film, perchè è lo stesso regista che quasi subito ci rappresenta l’urto fra i due astri in una scena indimenticabile, lontanissima dalle immagini urlate che i film americani di fantascienza ci hanno abituati ad associare alla collisione planetaria: nessun effetto speciale o tridimensionale, nessuno scoppio catastrofico, ma semplicemente l’inglobamento dolce di quella minuscola pallina, che è la nostra Terra, dentro la superficie elastica e accogliente del grandissimo astro: un breve rigonfiamento, una vescica cosmica che non increspa neppure la superficie esterna dell’astro, che rapidamente la riassorbe in sé: la fine, dunque.
Melancholia è, infatti, una meditazione sulla fine, non solo del mondo, ma soprattutto nostra, un film sulla morte e, insieme sul senso della vita. Accompagnato dalla musica malinconica del Tristano e Isotta wagneriano, il prologo che ho descritto ci introduce, con una breve sequenza di quadri teatrali, allo scenario della tragedia degli ultimi giorni dei personaggi: un grande palazzo in riva al mare, con un retrostante giardino che è circondato da un fitto e intricato bosco, dal quale, a fatica, esce, trattenuta da un viluppo di radici che la tengono legata (citazione probabile del giogo bunueliano di Le chien andalou, ma non si tratta dell’unica citazione del regista spagnolo), Justine vestita da sposa.
Ha quindi inizio il film, che si sviluppa in due tempi, dedicati rispettivamente il primo a Justine e al giorno del suo matrimonio; il secondo a Claire, la sorella di Justine che vive nella lussuosa magione, nella quale si svolge la festa nuziale. Le due sorelle sono alquanto diverse fra loro: Justine è una donna di successo, con un ottimo lavoro, che riceve come dono nuziale una promozione professionale; Claire è la madre di un bimbo di cinque anni, nonché la moglie di John, il ricco signore padrone di quella casa. Nel corso del primo tempo, la radiosa sposina innamorata si trasforma in una donna inquieta che si stacca a poco a poco dalla vita: rifiuta il lavoro e la promozione appena ricevuta, rifiuta il marito, che le ha appena donato una piantagione di melograni (gli alberi della vita e della fecondità, secondo la tradizione orientale) e pare rasserenarsi alla luce sempre più vicina del misterioso astro, la morte, che contiene la spiegazione di tutto, la verità che tutti rifiutiamo, forti delle nostre conquiste scientifiche. La scienza, però, ci dice il regista, non ci attrezza ad affrontare la morte, poiché non fa che accrescere la nostra “υβρις”, allontanando da noi la coscienza della nostra fragilità e della nostra solitudine. Le radici che Justine vuole trovare sono nella terra (mi pare il senso della scena iniziale): questo le permette di “sapere” e di affrontare la fine con serenità.
Claire, all’opposto, crede di essere più forte di Justine (la considera malata), e di fronte al tragico destino che sta per coinvolgere lei e la sua famiglia, rifiuta di arrendersi e cerca un’irrazionale via di scampo.
Sarà Justine a rendere meno duro e doloroso il distacco dall’ esistenza per lei e per il piccolo, con un gesto che richiama al senso vero della vita. Stringersi la mano nell’attesa di ciò che è ineluttabile significa ritrovare la solidarietà, quella “pietas” leopardiana, che dà a ciascuno di noi l’unico conforto possibile di fronte al nulla che ci schiaccia senza pietà.
Il film è, a mio avviso, tra i più belli degli ultimi anni: rivela l’eccezionale talento del regista nel trasmettere, col linguaggio del cinema, un messaggio filosofico duro e difficile, coerentemente espresso attraverso una storia sempre interessante e tesa. Il film contiene immagini di grandissima suggestione simbolica, ispirate alla tradizione cinematografica nord-europea e non solo, ma anche attinte al repertorio della pittura: oltre al richiamo a Bruegel, esplicito, delle prime scene, o ad Albrecht Dürer, autore di una celebre Melancholia su acquaforte, si può scorgere, mi pare, anche quello alla Tempesta giorgionesca nella scena di Justine nuda di notte alla luce di Melancholia (la donna anche in questo caso, non oppone difese alla “tempesta” in arrivo). Bellissimo e a sua volta simbolico l’accompagnamento musicale.
Questo film, se il regista non si fosse lasciato andare, un po’ troppo scioccamente, al gusto della battuta sensazionale, avrebbe meritato di vincere la Palma d’oro a Cannes, per il modo lucido e coraggioso col quale viene presentato il messaggio nichilista e per la qualità della direzione di un cast eccellente.

un tuffo nel passato (Beyond)

Recensione del film:
BEYOND

Titolo originale
Svinalängorna

Regia:
Pernilla August

Principali interpreti:
Noomi Rapace, Ola Rapace, Outi Mäenpää, Ville Virtanen, Tehilla Blad – 92 min. – Svezia, Finlandia 2010

Questo è un film svedese che racconta molto bene una storia durissima, interpretata splendidamente dall’ottima Noomi Rapace, la Lisbeth di Uomini che odiano le donne.
Nel giorno di Santa Lucia, la festa, che una famiglia si appresta a celebrare, viene improvvisamente interrotta da due telefonate, che riportano Leena ai problemi del suo passato che credeva definitivamente rimossi. La madre morente, infatti, vuole rivederla ed è proprio ciò che la giovane vorrebbe evitare: il marito la spingerà ad accettare quest’ultimo incontro. Nel passato della giovane donna, il racconto del quale occupa, con continui flash back, la maggior parte del film, la famiglia di Leena ha un ruolo centrale e fortemente negativo. I due genitori, immigrati dalla Finlandia, non riescono ad ambientarsi nella Svezia che li ha accolti e che, in qualche misura, ha cercato di integrarli: sono etilisti; si odiano fino all’aggressione fisica, ma incredibilmente si amano davvero e in modo profondo, ignorando irresponsabilmente le esigenze dei figlioletti, che costringono a vivere in un ambiente che diventa sempre più sordido, degradato e violento. Un tuffo nel passato attende dunque Leena, ben preparato dalla scena del tuffo in piscina, che precede l’inizio del viaggio, a ritroso nel tempo, di lei, che è appassionata nuotatrice fin da piccola. Per tutto il film l’acqua della piscina accompagna la vicenda raccontata, assumendo significati fortemente simbolici: rischio, ma insieme possibilità di emergere; dolore e sacrificio, ma anche purificazione; modo per dimenticare, sia pure per poco, l’orrore della realtà quotidiana; riscatto dalle umiliazioni per ripiombare subito dopo in un abisso senza limiti, gorgo dal quale il tenero fratellino, che non ha ancora imparato il gioco della resistenza all’apnea prolungata, verrà travolto.
Film bello, senza patetismi, ben recitato, oltre che da Leena, soprattutto dai due bambini, che ricoprono il ruolo di Leena da piccola e del fratellino sfortunato.