La vendetta di un uomo tranquillo


recensione del film:

LA VENDETTA DI UN UOMO TRANQUILLO

Titolo originale:
Tarde para la ira

Regia:
Raúl Arévalo
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Principali interpreti:
Antonio de la Torre, Luis Callejo, Ruth Díaz, Alicia Rubio, Manolo Solo, Raúl Jiménez – 92 min. – Spagna 2016.

José (Antonio de la Torre) era un giovane della ricca borghesia madrilena (padre gioielliere) in procinto di sposare la donna che amava teneramente e con la quale, di lì a pochi giorni, avrebbe messo su famiglia. La serenità della propria esistenza, però, era sparita di colpo, insieme ai suoi sogni e ai suoi propositi, il mattino in cui tre banditi mascherati avevano fatto irruzione nella gioielleria paterna e, con l’accanimento ottuso e insensato degli stolti, gli avevano ridotto il padre, che pure non aveva opposto resistenza, in coma e gli avevano ucciso con crudeltà la fidanzata che si trovava lì per caso. Era stato un colpo durissimo per lui, vissuto fino a quel momento pacificamente, lontanissimo dall’immaginare che i suoi progetti sarebbero naufragati in quello spaventoso mare di sangue.
La sua vita ora, a parecchi anni dal fatto, si svolgeva tra l’ospedale, dove il padre sopravviveva in stato vegetativo e un bar lontano dal centro, dove tutti lo conoscevano e dove sembrava essersi fatto più di un amico. Era un altro uomo, però, (chi non lo sarebbe diventato, con quella pena nel cuore?), che ora meditava soprattutto di vendicare il torto irrisarcibile che aveva subito.
La giustizia istituzionale, del resto, era riuscita a mettere le mani su uno solo dei banditi implicati nella vicenda: un uomo violento di nome Curro (Luis Callejo), il meno colpevole, però, dell’omicidio della sua fidanzata, trattandosi dell’autista che fuori dalla gioielleria attendeva i tre compari con il bottino. L’allarme era scattato prima del previsto, ciò che aveva permesso alla polizia di sorprenderlo nell’auto e di piombargli addosso, mentre i complici erano fuggiti all’impazzata, né avrebbero dato in seguito altre notizie di sé.
Curro aveva pagato per tutti, ma non aveva fatto nomi: condannato a otto anni, ora si apprestava a uscire dal carcere. Aveva in mente di sposare Ana (Ruth Diaz), la fidanzata, madre del suo bambino, ma ignorava che, da qualche tempo, fra Ana e José fosse nata una storia…

Vedremo sbigottiti, nel procedere del racconto, quale spietatezza, ferocia e anche intelligente perfidia stesse usando per la sua vendetta l’ex uomo tranquillo, col quale avevamo in un primo momento simpatizzato e solidarizzato. Il film infatti precisa a poco a poco i contorni inizialmente sfuggenti dei personaggi e degli accadimenti, disseminando solo qualche indizio connotato da una forte ambiguità, senza perciò permettere, prima degli ultimi minuti di proiezione, di comprendere esattamente come fossero andate le cose: tutto è avvolto da una sorta di doppiezza, dal comportamento di José, a quello dei balordi che gli avevano rovinato la vita; dall’amore che sembra legare José ad Ana, al paesaggio della meseta, sfondo di molte scene centrali del film. Tutto è, insomma, contemporaneamente solare e oscuro, sostanzialmente misterioso, né sfugge alla difficoltà di palesarsi con chiarezza ai nostri occhi la stessa Madrid teatro dei fatti: bella e luminosa nel suo centro borghese, sporca e infida nelle zone più povere, dove è collocato anche il bar dei nuovi “amici” di José.

Un bellissimo thriller, molto teso, avvincente e coinvolgente, raccontato con grande e lucida durezza, nonché un magnifico film d’azione, ennesima dimostrazione dello stato di grazia del cinema spagnolo di questi anni, che sa muoversi fra i generi senza temere la concorrenza del cinema americano, fedele, anzi, alla propria tradizione culturale che lo rende riconoscibilissimo e inconfondibile.
Da vedere sicuramente.

Raúl Arévalo, al suo primo lungometraggio come regista*, aveva tenuto per quattro anni la sceneggiatura nel cassetto, sperando di trovare un finanziatore che gli permettesse di realizzare questo film. Aveva poi incontrato sulla sua strada una produttrice che l’aveva aiutato, disinteressatamente, consentendogli l’uscita a Venezia lo scorso anno, nella sezione Orizzonti, dove al termine della proiezione una standing ovation, sette minuti di applausi e il premio all’attrice Alicia Rubio (migliore attrice non protagonista) ne sancirono il successo.

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*Raúl Arévalo era già noto come attore almodovariano (Gli amanti passeggeri), che aveva interpretato con un ruolo importante anche La isla minima. Non aveva precedenti esperienze di regia.

Kiki & i segreti del sesso


Schermata 2016-07-24 alle 12.02.20

recensione del film:

KIKI & I SEGRETI DEL SESSO

Titolo originale:
Kiki, el amor se hace

Regia:
Paco León

Principali interpreti:
Natalia de Molina, Álex García, Paco León, Ana Katz, Belén Cuesta, Candela Peña, Luis Callejo, Luis Bermejo, Alexandra Jiménez, Jacobo Sánchez, Silvia Rey, Eduardo Recabarren, Blanca Apilánez – 102 min. – Spagna 2016.

Ancora  una pessima e volgare trasposizione italiana del titolo originale, che pure, di per sé, dovrebbe essere abbastanza esplicito*. Per nostra fortuna al raccapricciante titolo nella nostra lingua non corrisponde la sostanza del film, che è certamente una commedia erotica, ma non banale, né volgare. Il regista, infatti,  ci introduce nel mondo poco conosciuto  di alcune “perversioni” sessuali dai nomi strani che ne chiariscono la natura: alcuni (sonnofili) provano desiderio sessuale e  piacere solo guardando dormire il proprio partner; altri (arpaxofili) solo in situazioni di pericolo o di aggressione violenta; altri (elefili) mostrano una passione smodata per certi tessuti; altri ancora (dacrifili) per le lacrime del loro partner… e via elencando. Da queste situazioni che non sembrano in verità molto perverse (va da sé che le aggressioni violente siano simulate) nascono gli episodi raccontati dal film con tono spigliato e insieme garbatamente ironico. Una Madrid estiva, colorata e bellissima, costituisce lo sfondo in cui si intrecciano, alternandosi sullo schermo, le storie dei personaggi, la cui  “devianza”sessuale (ma esiste davvero la normalità in questo privatissimo ambito?) li caccia in situazioni quasi sempre imbarazzanti, talvolta buffe e talvolta patetiche e dolorose, ciò che costituisce l’oggetto del film, raccontato con umana e pietosa partecipazione. Il regista, che è al suo terzo lungometraggio, in questo lavoro ricopre anche un ruolo d’attore  non proprio secondario: dal desiderio del suo personaggio (Paco) di far rivivere la passione d’amore per la moglie (che ora è un po’ languente) nasce la coscienza della molteplicità delle fantasie erotiche che possono far bene al rapporto di coppia, riportando gioia e serenità laddove mugugni e silenzi potrebbero mettere in crisi anche il legame più solido. 
Il film, che è un remake dell’australiano The Little Death di Josh Lawson (non mi risulta essere arrivato in Italia), è in realtà molto “spagnolo” ed evoca soprattutto i primi film di Almodovar, per la vivacità e la naturalezza del racconto, per il gusto trasgressivo che lo attraversa e per la sincerità liberatoria dell’erotismo che lo caratterizza. Non un grande capolavoro, ma un film gradevolmente divertente.

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*il regista (QUI l’intera intervista ) dichiara:
“Kiki viene dall’Inglese quickly. Esiste anche il nome francese Kiki e un altro africano; ed è un termine inglese che si riferisce ad un tipo di festa: una canzone molto famosa degli Scissor Sisters si intitola Let´s have a kiki: facciamo una festa. Così kiki si usava per tutto: l’eufemismo infantile di fare un kiki rende la cosa festosa e internazionale”.

Julieta


Schermata 2016-05-27 alle 19.23.03recensione del film:
JULIETA

Titolo originale:
Silencio

Regia:
Pedro Almodovar

Principali interpreti:
Emma Suarèz, Adriana Ugarte, Daniel Grao, Inma Cuesta, Darío Grandinetti, Michelle Jenner, Rossy De Palma, Nathalie Poza, Pilar Castro, Susi Sánchez, Priscilla Delgado, Joaquín Notario, Blanca Parés, María Mera, Agustin Almodóvar, Mariam Bachir, Jorge Pobes – 99 min. – Spagna 2016.

Una breve introduzione.
Premio Nobel per la letteratura nel 2013, Alice Munro è un’ottantenne signora canadese anglofona, che, nella prosa minimalista e scarna di raffinati racconti, ci parla della difficoltà dolorosa del vivere negli spazi gelidi della sua terra. Nulla di più lontano dalla fantasia barocca e “mediterranea” di Almodovar: così, almeno, si direbbe se non sapessimo quanto la lettura di quella narratrice di solitudini sconfinate sia stata decisiva per la nascita di questo bellissimo film, che è, in primo luogo, la libera elaborazione di tre suoi raccontiche gli hanno offerto l’occasione per meditare sulla vita, sul destino e sul senso di colpa.  Alla limpidezza classica e all’austerità di quella prosa, inoltre, Almodovar deve, secondo la sua stessa confessione**, lo stile semplice del film, ovvero la risposta giusta all’urgenza di chiarezza espressiva,
 da lui adesso ritenuta inseparabile dalla propria vena creativa.
L’intreccio del film, che si svolge in Spagna, è la storia della vita di Julieta, studiosa e cultrice dell’antica tragedia greca, che da giovane (è la parte interpretata da Adriana Ugarte) era insegnante supplente in un liceo.

Mi occuperò solo dei personaggi che assumono, secondo me, un ruolo narrativo centrale per comprendere il film; il resto è lasciato alla visione in sala. 

Tre presenze inquietanti.
uno strano compagno di viaggio

Il primo dei tre personaggi che si insinuano sinistramente nella vita di Julieta è un misterioso viaggiatore, da cui muove l’intera vicenda. Si tratta di una presenza fugace, poiché presto  quell’uomo avrebbe finito i suoi giorni gettandosi sotto il treno sul quale stava viaggiando, ma non irrilevante: l’avevamo visto sedersi davanti a lei, intenta a leggere un saggio sulla tragedia greca. Era strano, poco gradevole nell’aspetto; le si era piazzato proprio di fronte e ora, con insistenza inopportuna, cercava di parlarle, senza avvedersi che Julieta non avrebbe voluto essere disturbata. Un’inquietudine fastidiosa (appena interrotta in piena notte dall’apparizione improvvisa e meravigliosa – quasi un’epifania – di un bellissimo esemplare di alce, prodigiosamente scampato al treno) si era impadronita di lei e l’aveva spinta ad allontanarsi dal suo posto, alla volta del vagone ristorante, dove avrebbe conosciuto Xoan, il bel giovane, il pescatore destinato a diventare l’amore della sua vita. La notizia del suicidio del misterioso viaggiatore, però, l’aveva turbata profondamente, quasi se ne sentisse responsabile: da allora il senso di colpa sarebbe diventato l’onnipresente compagno dei momenti difficili della sua esistenza.

la governante ostile

Xoan aveva informato Julieta di non essere un uomo libero: una moglie in coma da anni, assistita da Marian (Rossy De Palma), l’affezionata governante, gli impediva di sposarla, ma non certo di cercarla e rivederla. Ora lei, che era rimasta incinta dopo l’incontro di quella notte ed era stata licenziata dalla scuola, lo avrebbe raggiunto, nella sua casa sul mare. La grande stanchezza per il viaggio, troppo lungo nelle sue condizioni, era confortata dalla certezza che lo avrebbe rivisto presto. Era stata, invece, Marian ad accoglierla, con malcelata ostilità: era tardi, ormai, per il funerale della sua assistita, che si era svolto il giorno prima! Per pura coincidenza, anche questa volta, l’amore si era strettamente intrecciato con la morte, con un lutto di cui Julieta non portava alcuna colpa. Neppure avrà colpa, quando, molti anni dopo, Xoan morirà, travolto da una tempesta improvvisa in alto mare, dove, come sempre, svolgeva il proprio lavoro. L’aveva lasciata, però, sbattendo la porta di casa, perché, come capita anche nei più riusciti matrimoni, la coppia aveva litigato. Era presente Marian (che aveva ulteriormente odiato Julieta per questo), ma non c’era la loro Antìa, la figlioletta amata, ora quasi adolescente, partita per un campeggio estivo con la sua migliore amica. Il dolore che l’aveva annichilita si stava trasformando, ancora una volta, in un rimorso lacerante, irrazionale, non dominabile.

la donna della montagna

Julieta aveva venduto la casa ed era tornata a Madrid, con Antìa, ma non era più lei (anche l’attrice non è più la stessa: Adriana Ugarte passa il testimone a Emma Suarèz): della sua bellezza baldanzosa era rimasta qualche pallida traccia; dei biondi capelli da punk, solo qualche ciocca ingrigita. Antìa che le era stata vicina e l’aveva confortata amorevolmente se n’era andata non appena compiuti i suoi diciotto anni. Non era stato un normale distacco, bensì una inspiegabile separazione senza un addio e senza un perché: semplicemente era partita per una vacanza in montagna e non si era fatta più vedere. Qualche spiegazione sarebbe arrivata dopo un po’, quando una enigmatica donna, forse una religiosa, forse il capo di una setta di fanatici fondamentalisti, le aveva chiesto un incontro proprio nel luogo di quella vacanza. Lì l’aveva informata che Antìa non intendeva tornare a casa da lei, che di quella figlia ignorava quasi tutto, essendosi occupata soprattutto di sé, senza aver mai cercato di conoscerne i bisogni spirituali profondi. Ancora dolore e silenzio, ancora l’interrogarsi sulle colpe, ancora rimorsi e, finalmente, l’idea di elaborare il lutto attraverso la scrittura: il racconto della propria vita, ricostruita giorno per giorno, solo per lei, che l’avrebbe letto, forse, un giorno e, forse, avrebbe capito.

Accolto da giudizi discordanti, il film a me è parso bellissimo, sia per la linearità del racconto che, pur non procedendo diacronicamente, alterna con naturalezza estrema passato e presente, rivelando una sceneggiatura salda e senza incertezze, sia per l’insolito contenuto, che ne fa un film più simile a un’antica tragedia che a un mélo. Determinante, infatti, sembra essere l’evocazione del mondo greco nelle letture di Julieta, nel suo lavoro di insegnante, nel mare mitico dei fortunali e delle burrasche, il mare di Ulisse, emblema della fatalità ineludibile degli accadimenti contro cui non serve alcun disperato corpo a corpo. Come gli antichi eroi tragici, Julieta non sa e non vuole riconoscere i segnali inquietanti che le indicano il destino, non ascolta gli “oracoli” moderni sulla sua strada, anzi li sfugge e si avvia, perciò, inevitabilmente alla sconfitta. Può forse essere di qualche utilità nella interpretazione del film conoscere quale sia il nome che Alice Munro attribuisce ad Antìa: quel nome è Penelope.

 

*I racconti sono tratti dalla raccolta Runaway Stories. I lettori italiani interessati alla loro lettura,  possono trovarli nella nostra lingua, avendoli pubblicati nel 2004 l’editore Einaudi nel volume dal titolo: In fuga.  I tre racconti sono: Fatalità (pagg. 45-80); Fra poco (pagg. 81-116); Silenzio (pagg. 117-147). 

** La “confessione” è avvenuta nel corso di una bellissima intervista rilasciata il 26 aprile 2016 a Philippe Tessé a Parigi (Cahiers du Cinema n° 722 – maggio 2016 pagg. 34- 38).

 

Truman – Un vero amico è per sempre


Schermata 2016-04-27 alle 14.00.23recensione del film:
TRUMAN – Un vero amico è per sempre

Titolo originale:
Truman

Regia:
Cesc Gay

Principali interpreti:
Ricardo Darín, Javier Cámara, Dolores Fonzi, Eduard Fernández, Alex Brendemühl,
Pedro Casablanc, José Luis Gómez, Javier Gutiérrez, Elvira Mínguez – 108 min. – Spagna, Argentina 2015.

Se si riesce a superare il fastidio per la solita appendice didattica del titolo italiano (Truman è il sobrio titolo originale spagnolo), si può vedere un film di notevole interesse, che affronta un tema delicato e duro con intelligenza e leggerezza così amabili da renderne la visione molto gradevole. Un vero amico è in realtà un uomo vero: true man, quello che non si lascia spaventare dalla morte prossima e inevitabile dell’amico antico e che accorre anche se la richiesta di soccorso arriva dall’altro capo del mondo, dopo anni di silenzio. Così era andata, infatti, quando Tomas, ormai canadese di adozione, (Javier Càmara) aveva raggiunto a Madrid il vecchio compagno di scuola e di avventure giovanili Julian (Ricardo Darin), che si era ammalato senza possibilità di guarire: un tumore all’ultimo stadio e giusto il tempo (quattro giorni) per un passaggio di consegne che diventava soprattutto un affidarsi alla memoria di chi sarebbe sopravvissuto accogliendo fra le proprie mani l’animale simbolo dell’amicizia eterna che tutto accetta senza giudicare né chiedere, il cane di nome Truman, vero uomo proprio come il suo padrone che se ne stava andando. L’aspetto più singolare del film è che di morte, di malattia e del cane stesso si parla pochissimo nel corso di tutta la narrazione: sono presenze-assenze nella mente e nei cuori degli spettatori, ma non incombono opprimendoli angosciosamente, perché tutto il racconto è fatto di squarci della vita quotidiana di Julian, dalla visita medica per la prognosi definitiva, al lavoro (Julian fa l’attore), alle visite dal veterinario, all’adozione in prova di Truman da parte di una famiglia di donne russe; da uno stravagante (in apparenza) viaggio all’improvviso Madrid-Amsterdam e ritorno, a qualche buona mangiata, a qualche generosa libagione… La vita dei due amici che continua, nonostante tutto, insomma, parlando il meno possibile di ciò che accadrà, che rimane sullo sfondo con discrezione, con dolcezza, perché, in fondo, morire è strettamente legato al vivere, alle cose e alle persone che si sono amate e che si devono lasciare, e che conserveranno in sé qualcosa di noi.

Credo che questo, infatti, sia anche e soprattutto un film sull’accettazione della morte, grande tabù dell’uomo occidentale che continuamente la esorcizza tenendola lontana dai suoi pensieri, dai suoi discorsi, dalla sua quotidianità.
In una intervista al Venerdì di Repubblica del 15 aprile 2016, il regista afferma:”Se dovessi raccontarlo in  parole direi che è un film sulla despedida, sull’addio… Non si vuol affrontare la morte – di un amico, di un familiare, di una persona cara – e si accampano tutte le scuse possibili… Io credo che sia importante despedirse per non avere il rimorso di quello che non si è detto, di quello che non si è fatto. Truman non è un film su chi muore, ma su chi rimane….su come tu ti relazioni alla persona che muore”.

Un altro film spagnolo ben scritto, ben diretto e ottimamente interpretato, che ci dice molto dello stato di grazia di quella cinematografia, oggi. Da vedere!

 

Perfect Day


Schermata 2015-12-11 alle 13.24.13recensione del film:
PERFECT DAY

Titolo originale:
A Perfect Day

Regia:
Fernando León de Aranoa

Principali interpreti:
Benicio Del Toro, Tim Robbins, Olga Kurylenko, Melanie Thierry, Fedja štukan, Eldar Residovic, Sergi López – 106 min. – Spagna 2015.

L’articolo indeterminativo del titolo originale si è perso per strada, perciò A perfect Day è diventato in Italia Perfect Day, per ragioni che sfuggono, e per le quali, purtroppo, si perde il riferimento espressivo a una giornata, una delle tante, perfetta per diventare l’emblema stesso della paradossale assurdità della guerra. Nel 1995, nel luogo montuoso e sperduto dei Balcani in cui i protagonisti di questo film si muovono, erano arrivati i segnali dell’accordo raggiunto tra Serbi e Bosniaci, dopo i massacri della terribile guerra civile. In vista della pace, l’Onu aveva ordinato ai suoi ispettori di verificare che tutti gli uomini delle ONG presenti sul territorio si attenessero, senza discutere, alle direttive emanate per evitare qualsiasi atto foriero, anche involontariamente, di nuove tensioni e di nuovi attriti. Naturalmente si trattava di direttive generali, che, mentre ordinavano di lasciare le cose come si trovavano, non consideravano l’esistenza di problemi solo in apparenza poco rilevanti, la gravità dei quali, invece, era ben nota  agli operatori umanitari impegnati a rendere meno duri gli effetti della guerra sulla popolazione e che, nonostante la tregua, sentivano, in coscienza, di dover risolvere. Sono il portoricano Mambrù (Benicio Del Toro) e l’americano B. (Tim Robbins) i volontari dell’ONG protagonisti della giornata raccontata da questo magnifico film, entrambi, dopo anni di logorante e poco gratificante lavoro, stanchi e disillusi avendo visto i loro ideali scontrarsi con la realtà e avendo constatato l’impraticabilità degli ordini impartiti dall’alto dai burocrati dell’Onu lontani dalla popolazione che è tanto bisognosa di aiuto, quanto diffidente e riluttante a collaborare.

La giornata di questo film inizia con l’inutile tentativo di Mambrù (gli si spezza la corda) di estrarre da un pozzo, che fornisce acqua alla zona, il cadavere di un uomo che qualcuno aveva buttato lì dentro con l’intento probabile di renderlo inutilizzabile; prosegue con il viaggio verso il villaggio dove ha sede l’unità di coordinamento delle ONG e dove forse è possibile acquistare un’altra corda. Partito con B, con Sophie (Mélanie Thierry), una francese molto giovane, appena arrivata, ben fornita di istruzioni politicamente corrette, ma del tutto inapplicabili, Mambrù dovrà accogliere sull’auto due nuovi passeggeri: un bambino alla ricerca del pallone (si troverà la corda e perciò anche un pallone per lui!), nonché un’altra ispettrice dell’Onu, Katia, una graziosa russa, più rigida di Sophie nell’attenzione che i colleghi applichino, senza discutere,  regolamenti e norme che non servono a nulla. Il viaggio, di pochi chilometri, ma disseminato di tranelli, imboscate, e anche di tragedie terribili, sarà concluso solo il giorno successivo, per l’impossibilità di percorrere al buio una strada sempre più rischiosa.

Anche questo, come gli altri viaggi del cinema e della letteratura, è un simbolico racconto di formazione, almeno per le due giovani donne che impareranno, a loro spese, quanto la guerra trasformi la realtà delle cose, come cambi il nostro sentire e il nostro pensare, come grottescamente metta allo scoperto, dietro l’apparenza dei torti e delle ragioni, la natura ferina degli uomini, che non sono buoni per natura e che è bene conoscere a fondo, senza illusioni.

I registri narrativi utilizzati da questo eccellente regista oscillano tra la rappresentazione grottesca delle contraddizioni della guerra, che inducono spesso a ridere, come è giusto fare di fronte alla stoltezza assurda degli uomini impegnati a farsi molto male, e quella della crudeltà più atroce, cosicché, quando si ride, si viene subito richiamati alla realtà dall’agghiacciante visione delle scene successive, per le quali non basterebbero le lacrime. L’impressione complessiva è quella di un film che, con ammirevole equilibrio, riesce a convincere profondamente, senza troppe parole e senza strilli propagandistici, dell’orrore della guerra: un film davvero pacifista da vedere, rivedere e mostrare nelle scuole. Insieme a La Isla minima (ancora nelle sale grazie, credo, al passa parola degli appassionati) è anche la testimonianza dello stato di grazia in cui vive il cinema spagnolo in questo momento.

La Isla mìnima


 

Schermata 2015-12-04 alle 15.01.42recensione del film:
LA ISLA MINIMA

Regia:
Alberto Rodríguez

Principali interpreti:
Javier Gutiérrez, Raúl Arévalo, María Varod, Perico Cervantes, Jesús Ortiz, Jesús Carroza, Salva Reina, Antonio de la Torre, Nerea Barros, Ana Tomeno – 105 min. – Spagna 2014.

Siamo nel 1980. E’ morto da soli cinque anni Francisco Franco, il feroce dittatore che dal 1939 aveva governato ininterrottamente la Spagna, i cui abitanti, ora, avrebbero voltato volentieri pagina. Non tutti, naturalmente, perché difficilmente un regime, durato quasi quarant’anni, lascia dietro di sé solo oppositori e scontenti: questa dittatura aveva avuto, infatti, tutto il tempo per radicarsi profondamente nel tessuto sociale del paese, aveva favorito abitudini e comportamenti non ispirati  certo alla democrazia, si era servita di funzionari docili e ubbidienti che ancora occupavano i gangli vitali dello stato. Il passaggio alla democrazia, perciò, non fu tra i più facili. La Spagna, inoltre, per la sua conformazione geografica e per la sua storia, non era e non è neppure oggi un paese omogeneo: un conto è vivere a Barcellona, a Madrid, o a Siviglia, grandi città nelle quali, per quanto diversissime tra loro, penetra la curiosità per il mondo moderno e anche la voglia di libertà; un altro conto è vivere nelle zone montuose o nelle sperdute campagne del sud Ovest della penisola iberica dove ci si sente dimenticati da Dio e dagli uomini. Di questa parte del mondo parla questo bel film che, descrivendoci l’estuario del Guadalquivir, il grande fiume che attraversa l’Andalusia, ce ne mostra le paludi e gli acquitrini che rendono l’atmosfera mefitica e soffocante, nebbiosa anche in piena estate, e la gente scontrosa e diffidente, tanto ripiegata su se stessa da non voler collaborare con le autorità locali neppure per risolvere il clamoroso caso della scomparsa di due giovani sorelle, durante una festa paesana, la sola occasione di svago da quelle parti. Si trattava di due ragazze belle e giovani, che sognavano di andarsene di lì e che perciò avevano cercato un lavoro a Malaga: erano così insofferenti del luogo e così belle e vivaci, da aver scatenato maldicenze e pettegolezzi sul loro conto, tanto che neppure il padre era disposto a cercarle. Solo la madre, con una lettera alle autorità madrilene, aveva ottenuto che le indagini si avviassero davvero: la capitale aveva mandato due ispettori, Juan e Pedro (Javier Gutiérrez e Raúl Arévalo, rispettivamente) per affiancare la polizia locale. Juan era un uomo di mezza età, con un passato apertamente franchista: il regime se ne era servito spesso per la sua spietatezza, che non arretrava neppure davanti alle torture più efferate pur di ottenere le confessioni di presunti colpevoli; Pedro era, invece, un giovane interessato a battersi, anche nelle forze di polizia, per i diritti e la democrazia: entrambi dunque, sia pure per opposte ragioni, scomodi al potere che si stava formando ma che non aveva trovato ancora la propria stabilità. Meglio, dunque, allontanarli entrambi.
Naturalmente le indagini non si presentavano facili, sia perché non esisteva accordo sui metodi per condurle, essendo Juan e Pedro in dissenso profondo a questo proposito, sia perché lo stesso magistrato che avrebbe dovuto favorirli, diffidava di entrambi nel timore che offuscassero la sua popolarità, dovuta anche alla sostanziale sua connivenza con i gruppi di potere locali, in qualche modo oscuramente coinvolti nel “caso”. La speranza di inabissare le indagini, impaludandole negli acquitrini impraticabili del Guadalquivir, si era però arrestata proprio quando il grande fiume aveva restituito i corpi orrendamente mutilati e seviziati delle due giovani, poi di un’altra, che era stata una loro amica e poi oggetti e brandelli di cose diverse che facevano pensare alla presenza di un serial-killer che avrebbe potuto continuare indisturbato a uccidere mettendo a rischio l’intera popolazione femminile della zona.
Il film diventa dunque un noir assai appassionante, carico di tensione, ben sottolineata non solo dal crescere della diffidenza sospettosa di ciascuno in una realtà sociale dove nulla è ciò che appare, ma anche dalla corrispondenza sempre molto convincente fra l’ambigua oscurità dei fatti e dei comportamenti e i tratti sfuggenti di un paesaggio quanto mai adatto alle insidie e alle trappole senza sbocco, i cui contorni si precisano solo dall’aereo, a una distanza che renda evidente la mappa dei luoghi. Analogamente saranno allora, proprio i due “esterni”, a dover trovare il compromesso “alto” necessario per venire a capo del difficile problema, che è la ragione stessa della loro presenza. Mi è sembrato, dunque, l’intero film una trasparente metafora politica, che contiene anche l’invito alla conciliazione in vista delle sorti di una Spagna che non avrebbe potuto disgiungere i propri destini dalla democrazia.

A leggere le recensioni diffuse sul web (e non solo), ci si convince che questo film, che è molto bello e ottimamente costruito, abbia molti padri: qualcuno dà per certa la sua derivazione dalle opere cinematografiche o televisive  di  famosi registi, come Fincher o Lynch; altri, assai paludati giudici, esprimono (su cartacee riviste prestigiosissime) la convinzione che si tratti di una pallida copia di un vecchio film coreano di Joon-ho Bong,  Memories of Murder ; io stessa, se proprio mi ci metto posso trovarci intere sequenze ispirate dal film di Xavier Dolan Tom à la ferme. Mi chiedo però, che senso abbia questa ossessiva ricerca delle prove di un plagio che mi sembra davvero inesistente: che Alberto Rodriguez abbia conosciuto molto del cinema girato prima del suo non mi sembra una colpa, perché testimonia semmai una ottima cultura cinematografica sulla quale, in modo originale e puntuale, egli ha costruito un importante aspetto della storia del proprio paese. Ben dieci premi Goya lo hanno riconosciuto, così come il pubblico europeo, che gli ha tributato un successo ben meritato, che spero incontri anche in Italia.

Le streghe son tornate


Schermata 2015-05-02 alle 00.23.49recensione del film:

LE STREGHE SON TORNATE

Titolo originale:
Las brujas de Zugarramurdi

Regia:
Alex De la Iglesia

Principali interpreti:
Carmen Maura, Hugo Silva, Mario Casas, Carolina Bang, Terele Pavez – 112 min. – Spagna 2013.

Dopo il convincente Ballata dell’odio e dell’amore, ecco nelle nostre sale un altro film Di Alex de la Iglesia, Las brujas de Zugarramurdi, ovvero in italiano (con libera, ma non stolta, traduzione) Le streghe son tornate, titolo che riprende la seconda parte di un celebre slogan femminista di qualche anno fa che iniziava con Maschi, tremate! Tutte quante le donne, rappresentate nel film secondo i molto triti luoghi comuni misogini, hanno caratteristiche che le accomunano alle streghe di un tempo mangiatrici di uomini (e alle femministe di qualche anno fa), descritte grottescamente come pazze fanatiche e cattive, capaci di sottomettere anche i maschi più valorosi e coraggiosi con le loro arti seduttive e malefiche. Non esistono distinzioni fra le orribili streghe pluricentenarie che erano riparate nella foresta basca fitta e misteriosa di Zugarramurdi per sfuggire alla persecuzione spietata dei secoli bui, e tutte le donne di oggi che, pur non possedendo segreti magici o sciamanici, e pur arrabattandosi per conciliare il lavoro con gli affetti, sono accusate di torturare gli uomini sadicamente, dapprima con le lusinghe della femminilità, poi con le coercizioni violente del ricatto sentimentale e, infine, impadronendosi dei figli, in modo da assicurare a tutti, mariti, compagni e fidanzati, indistintamente, infelicità, disperazione e vita infernale.
Ne scaturisce la rappresentazione di una demenziale guerra dei sessi, in cui splatter, cannibalismo e zombies creano un cumulo banalmente spettacolare di effettacci “gotici” e prolungano noiosamente un film che, pure, era iniziato benissimo.
Belle e divertenti sono, infatti, le prime scene della pellicola, nelle quali il regista con un grande scatto di immaginazione e con riprese veloci e concitate, racconta di una rapina condotta sgangheratamente da un poveretto, che, col volto dorato, le sembianze di Cristo e con tanto di  corona di spine e perizoma, si aggira (passando inosservato!) per le strade di Madrid, armato, portandosi appresso il figlioletto, fino a raggiungere la Puerta del Sol, dove insieme a un complice e ad alcuni “pali”, a loro volta grottescamente abbigliati, svaligerà un negozio “Compro-Oro”, ricavandone un borsone pieno di migliaia di fedi nuziali. Nella fuga rocambolesca verso la Francia e Disneyland, il povero Cristo, il piccino e i ladroni conquisteranno la solidarietà misogina del taxista e del suo passeggero, che dopo aver a loro volta riconosciuto nella presenza femminile l’origine di ogni loro guaio, decideranno di unirsi a loro. Passando dal villaggio di Zugarramurdi, avverrà, appunto, l’incontro – scontro col popolo delle streghe, pronte a sbranarli.

Se non fosse per la prima mezz’ora dal ritmo veloce e incalzante, in cui è riconoscibile l’invenzione originale del regista, nonché il suo gusto per il paradosso grottesco, il film si ridurrebbe a una modestissima narrazione “pulp”, assai poco interessante, nonostante la bravura degli attori, di tutto rispetto, fra i quali sopra gli altri si distingue la grande almodovariana Carmen Maura.

La storia della Spagna (Ballata dell’odio e dell’amore)


recensione del film:

BALLATA DELL’ODIO E DELL’AMORE

Titolo originale:

Balada triste de trompeta

Regia:

Álex De la Iglesia

Principali interpreti:

Carlos Areces, Antonio de la Torre, Carolina Bang, Sancho Gracia, Juan Luis Galiardo, Enrique Villén, Manuel Tallafé, Manuel Tejada, Gracia Olayo, Santiago Segura, Roberto Alamo, Fofito, Fran Perea, Fernando Guillen-Cuervo, Raúl Arévalo, Terele Pavez, Joxean Bengoetxea, Luis Varela, Fernando Chinarro, Juan Viadas  – 107 min. – Spagna, Francia 2010. –

Le vicende narrate da questo film si svolgono principalmente tra la valle dei Caìdos, colossale monumento funebre alle porte dell’Escorial, e un circo di Madrid. La valle dei Caìdos fu costruita in gran parte da condannati politici repubblicani, costretti ai lavori forzati, per realizzarne l’altissima croce, nonché la cripta, destinata  alle spoglie dei militari caduti durante la guerra civile spagnola (1936 – 1939), dopo la vittoria di Franco. Questo luogo ci dice, quasi da solo, che la lettura di questo film non può che essere storico-politica. Il circo madrileno, in cui si svolge l’altra parte importante del film è la metaforica rappresentazione della società spagnola, all’interno della quale i gruppi sociali agiscono sotto le allegoriche maschere di due pagliacci rivali (le due fazioni in lotta), per amore di una trapezista bellissima (la Spagna). Avviene pertanto che due clown, Javier (pagliaccio triste, perché gli è stata tolta la gioia fin dall’infanzia, quando vide il padre essere ucciso dai franchisti che lo avevano costretto a lavorare nella valle dei Caìdos) e Sergio (brutale e possessivo nei confronti di Natalia, la bella trapezista) si contendano l’amore di lei, diversamente attratta da entrambi, e che cercando di annientarsi reciprocamente con odio crescente, finiscano, invece, per provocare la morte della donna amata, riluttante e forse pavida nel respingere da sé la violenta passione di Sergio. La lotta fra i due clown si svolge senza esclusione di colpi, ed è raccontata in un crescendo grottesco di effetti splatter, che produrrebbero sicuramente raccapriccio se fossero narrati con realismo. Il regista, invece, mi sembra abbia inteso ripercorrere, col linguaggio del cinema, la strada della rappresentazione allegorica e visionaria, presente  nella tradizione della pittura spagnola da Goya con le mostruose rappresentazioni, nate dal sonno della ragione dei Disastri della guerra, a Picasso con Guernica, per parlarci di una Spagna perennemente in bilico fra progresso e oscurantismo cui finisce volontariamente per soccombere, di un paese di passioni estreme, non sufficientemente controllate dalla ragione. In tal modo il film acquista un respiro storico più ampio, non limitandosi a farci riflettere sulle sole vicende della guerra franchista, ma riportandoci anche a meditare sull’intera storia spagnola e in particolare sull’altro periodo storico in cui la prevalenza delle forze conservatrici ebbe la meglio sulle speranze rivoluzionarie che avevano animato anche in Spagna  gli intellettuali all’arrivo di Napoleone Bonaparte.

Credo che sia giusto chiedersi per quale ragione al mondo un film come questo, che ha ricevuto un Leone d’argento per la miglior regia due anni fa (2010) al Festival di Venezia, sia comparso nelle nostre sale solo adesso. La pellicola può piacere o non piacere, ma è comunque un lavoro molto interessante, di quelli che fanno pensare gli spettatori, che non sempre sono disposti, come forse vorrebbe la distribuzione nostrana, ad accontentarsi dei film di pura evasione. La bellissima musica, che è ricordata nel titolo originale del film e che accompagna per alcuni tratti il suo svolgersi, è una composizione del musicista italiano Nini Rosso del 1963.

Chi vuole vedere su questo blog un video che contiene le incisioni di Goya dedicate ai  Disastri della guerra, clicchi QUI

Chi vuole ascoltare Nini Rosso con la sua Ballata , clicchi QUI

il perfido portiere (Bed Time)


recensione del film:
BED TIME

Titolo originale:
Mientras duermes

Regia:
Jaume Balagueró

Principali interpreti:
Luis Tosar, Marta Etura, Petra Martínez, Carlos Lasarte, Alberto San Juan – 102 min. – Spagna 2011.

E’ difficile capire attraverso quali tortuosi percorsi un titolo originale che suona: Mientras duermes (in italiano: mentre dormi) diventi da noi un grottesco Bed Time (inglese, si badi) che alla lettera significa Tempo di letto. Siccome cose turpi si svolgono attorno a quel letto, una sovrascritta in rosso nella locandina vorrebbe trasformare il sostantivo bed (letto) in aggettivo bad (cattivo). In questo caso, sarebbe il tempo (time) a diventare cattivo. Un bel pasticcio, per voler dire che mentre qualcuno dorme, attorno e sotto quel letto, qualcun altro si affanna per rendere il sonno della persona dormiente più pesante e per commettere, indisturbatamente, turpitudini. Titolare semplicemente “mentre dormi” forse pareva banale e certo non è un gran titolo (a me riporta alla mente la traccia, indiscutibilmente cretina, di un tema in classe svolto in quinta elementare: “Mentre tu dormi c’è chi veglia e lavora”). Peccato, perché il film è un bel giallo, serrato e ben raccontato: è la storia di uno psicopatico, César, che fa il portiere di un condominio signorile di Barcellona, dalle stupende boiseries e vetrate liberty. César odia le persone sorridenti, perciò cerca di metterle in crisi, attento a qualsiasi piccolo barlume di felicità possa trasparire dagli sguardi di chi abita in quel bel palazzo. Le chiavi di cui egli dispone e che gli permettono di intrufolarsi negli appartamenti, gli consentono anche di carpire i punti deboli di coloro che gli sembrano contenti della vita, contro i quali si mette a lavorare subdolamente per insinuare dubbi e dolore. Il racconto procede gradualmente, ribaltando a poco a poco l’immagine di quest’uomo, che sembra in un primo tempo pacifico e gentile, e che sotto i nostri occhi si trasforma inaspettatamente in aguzzino lucidamente folle e spietato. Molti problemi morali vengono sollevati nel corso del film, il più importante dei quali è relativo all’origine del male nel cuore dell’uomo, un male che è difficile attribuire a cause sociali o ambientali, e che sembra, ancora una volta, innato, come dirà lo stesso César alla vecchia madre inferma e immobilizzata in un ospedale, alla quale egli racconta tutte le sue nefandezze, aggiungendo altro dolore alla sua vita di malata, incapace di reagire se non con le lacrime: “Io sono nato così”!
Per chi ama il genere thriller, il film è tutt’altro che banale; è inoltre molto teso, ben recitato ed è capace di suscitare inquietudini e interrogativi importanti in chi lo guarda, il che non è poco.

sette dichiarazioni d’amore all’Avana (7 days in Havana)


recensione del film
7 DAYS IN HAVANA

Regia:
Laurent Cantet, Benicio Del Toro, Julio Medem, Josh Hutcherson, Daniel Brühl, Emir Kusturica, Ana de Armas, Elia Suleiman

Principali interpreti:
Josh Hutcherson, Daniel Brühl, Emir Kusturica, Ana de Armas, Elia Suleiman, Jorge Perugorría, Vladimir Cruz, Mirta Ibarra, Daisy Granados, Luis Alberto García, Othello Rensoli, Melvis Santa Estevez, Leonardo Benítez – Francia, Spagna2012 – 120′ circa.

I poster che con i loro bellissimi colori allietano la lettura di questo articolo sono quelli originali cubani.

Questo è un film composito e diseguale, essendo costituito da sette cortometraggi, opera di sette diversi registi di varia provenienza internazionale. Si tratta, perciò, di un film a episodi, uno per ogni giorno della settimana, slegati fra loro, quanto a contenuto e personaggi, anche se la storia della giovane Cecilia si ripropone verso la fine del film. Ogni regista dà della vita cubana una visione propria, ma chi conosce almeno un po’ della filmografia precedente su Cuba, da Buena Vista Social Club, ai documentari di Oliver Stone, e a quel grande capolavoro che è Fragola e cioccolato, può notare almeno un tratto comune: l’assenza di Fidel Castro, che, nel bene o nel male, era invece presente in modo assillante nei film che ho detto, anche quando, come nell’ultimo, era raccontato molto negativamente. Fidel compare, infatti solo nell’episodio, assai curioso, firmato dal regista palestinese Elia Suleiman, che ne è anche l’interprete, il quale passa l’intera giornata del giovedì presso l’ambasciata ad attendere che abbia fine il suo interminabile comizio, per incontrarlo. L’abitudine alla prolissità non ha ancora abbandonato Castro, ma la TV che ne trasmette ogni parola ce lo fa vedere come un rinsecchito vecchietto, un po’ rintronato, condannato a ribadire stantii luoghi comuni, del tutto ignaro della realtà che si svolge appena fuori la cerchia sempre più ridotta dei suoi fans.
Agli occhi di Suleiman non resta che guardare il mare e guardarsi attorno, in un allucinato e deserto luogo, pieno di fili spinati e di squallidi muri assolati, dove poche persone si incontrano per allontanarsi subito dopo. E’ forse il meno tipicamente “cubano”, ma il più profondamente vero dei sette episodi, quello che lascia immaginare l’attesa senza fine di un cambiamento che stenta a farsi strada
Alcuni degli altri racconti ruotano attorno a un grande albergo di lusso, l’Hotel Nacional, presso il quale alloggiano i personaggi di tre vicende: quella del regista serbo Emir Kusturica, che deve ritirare un premio, ma che annega in una quantità spropositata di alcool la rabbia per la lite telefonica con la moglie; quella del ragazzo americano, che riesce, con un po’ di ritardo, a capire come potrà evitare i guai che stanno arrivando all’amico trans che ha appena invitato nella sua stanza, nonché la storia di Cecilia, la bella cantante che vorrebbe andarsene a Madrid con il manager innamorato di lei, che le promette amore e soldi, ma che è indecisa se abbandonare l’atleta portoricano che ama.
Di carattere diverso le altre tre storie: amarognola quella della famiglia di una psicologa che ha lavoro, riconoscimenti e popolarità televisiva, ma che per vivere è costretta ad arrabattarsi confezionando segretamente dolci, torte e marmellate, mentre le ultime due vicende, pur nella loro profonda diversità, hanno in comune i temi antropologici della superstizione e della religiosità.
Ritual, racconta la storia di un rito di purificazione assai violento, anche se non cruento, condotto da un padre e da una madre, allorché si avvedono dell’omosessualità della propria figlia, a riprova che il tema di Fragola e cioccolato è uno di quelli ancora presenti e radicati in una società, che culturalmente non ha conosciuto alcuna rivoluzione e che perciò non ha ancora assimilato i basilari presupposti della convivenza civile, nel rispetto della diversità. Molto interessante, vitalistico e talvolta grottesco e surreale l’ultimo racconto, del regista francese Laurent Cantet, La fuente: gli abitanti di un intero palazzo vengono mobilitati e coinvolti da un’anziana devota, per realizzare i desideri che la Vergine Maria le ha espresso in sogno: la sua abitazione verrà rapidamente ricostruita e addobbata secondo la volontà della Madonna. Mentre Cantet ci racconta in modo divertente, musicale e stupendamente colorato il realizzarsi del sogno, forse, ci invita anche a riflettere su quanta ricchezza di energie popolari potrebbe essere mobilitata per realizzare quel cambiamento che per Cuba non è più a lungo rinviabile. Sette dichiarazioni d’amore all’Avana divertenti, nostalgiche, attonite, stravaganti.

il caso e le coincidenze (Cosa piove dal cielo?)


recensione del film:
COSA PIOVE DAL CIELO?

Titolo originale:
Un Cuento Chino

Regia:
Sebastián Borensztein

Principali interpreti:
Ricardo Darín, Huang Sheng Huang, Muriel Santa Ana, Enric Rodriguez, Ivan Romanelli, Javier Pinto.
– 93 min. – Argentina, Spagna 2011
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Sono poche davvero le probabilità che, in seguito a un incidente, alcune mucche russe precipitino da un aereo piovendo su un’imbarcazione che placidamente sta navigando lungo un ampio fiume cinese, contornato da belle montagne. Eppure, non solo questo bizzarro evento si verifica, ma travolge, insieme alla barca l’amore dei due fidanzati che la occupano, uccidendo la donna. Questo è narrato all’inizio del bel film, Un Cuento Chino, orribilmente tradotto in Italiano in Che cosa piove dal cielo, del regista Sebastián Borensztein. Immediatamente dopo la rappresentazione dello sprofondamento della barca, col suo carico di sogni, ci troviamo di fronte a una scena capovolta in cui si materializza, alla lettera, il capovolgimento delle aspettative del protagonista, attraverso il suo riemergere a testa in giù nella quotidianità, che a poco a poco si ricolloca secondo le consuete convenzioni del sotto e del sopra. Il linguaggio metaforico, secondo le migliori tradizioni della letteratura fantastica, si è inverato presentandoci gli “antipodi”, appunto: un mondo altro, rispetto a quello della Cina. Siamo ora a Buenos Ayres, dove il giovane Jun riprenderà a vivere, cercando di incontrare l’unica persona della famiglia che ancora gli è rimasta al mondo, lo zio il cui indirizzo argentino egli porta tatuato sul braccio a caratteri latini. Il modo del suo approdo è alquanto brusco: un taxista infuriato lo scaraventa fuori dalla vettura senza troppi complimenti, davanti al negozio di un ferramenta, Roberto de Cesare, bizzarro signore di mezza età, che si prenderà cura di lui.
Roberto, splendidamente interpretato da Ricardo Darin, è il personaggio più interessante del film. Vive una vita solitaria e senza affetti, nel culto di una madre che non ha mai conosciuto, visto che è morta dopo averlo partorito, e nel ricordo di un padre pacifista, oriundo italiano (e abbonato negli anni ’80 all’Unità!). Lo caratterizza un comportamento di chiusura diffidente verso il prossimo: teme Mari, la donna che lo ama; odia i clienti fatui e superficiali che frequentano la sua bottega, nonché i fornitori che gli inviano quantità, approssimate per difetto, di merci: immancabilmente, il conto dei chiodi, meticoloso e pignolo, non torna! E’, inoltre, collezionista di notizie buffe e strane, che ritaglia accuratamente dai giornali di tutto il mondo, conservandole in un bel dossier, quasi per dimostrare a se stesso che la vita è un insieme senza alcun senso di fatti assurdi, che sembrano quasi ridicoli, ma che ci dovrebbero indurre a diffidare da qualsiasi forma di coinvolgimento. Eppure sarà proprio lui a occuparsi di Jun, facendosi davvero coinvolgere, alla ricerca di quel famoso zio, in una serie di avventure in parte buffe e in parte drammatiche, grazie alle quali le sue incrollabili certezze sull’assurdità della vita paiono sgretolarsi, poiché sempre più si avvicinerà al giovane, che, da buon orientale, sembra convinto, invece, che il caso abbia una sua logica, capace di collegare quelle che a noi tutti paiono assurde e improbabili coincidenze: in fondo anche le mucche hanno un loro perchè, che presto capirà anche lui, scontroso e solitario ferramenta! Un bel film, insolito e interessante, capace di tenere ben viva l’attenzione fino alla sorprendente conclusione della storia, meritatamente premiato alla Festa internazionale di Roma 2011 dalla critica e anche dal pubblico.