Il racconto dei racconti – Tale of Tales

Schermata 2015-05-15 alle 22.21.52recensione del film
IL RACCONTO DEI RACCONTI _ TALE OF TALES

Regia:
Matteo Garrone

Principali interpreti:
Salma Hayek, John C. Reilly, Christian Lees, Jonah Lees, Alba Rohrwacher, Massimo Ceccherini, Laura Pizzirani, Franco Pistoni, Giselda Volodi, Giuseppina Cervizzi, Jessie Cave, Toby Jones, Bebe Cave, Guillaume Delaunay, Eric MacLennan, Nicola Sloane, Vincenzo Nemolato, Giulio Beranek, Davide Campagna, Vincent Cassel, Shirley Henderson, Hayley Carmichael, Stacy Martin, Kathryn Hunter, Ryan McParland, Kenneth Collard, Renato Scarpa – 125 min. – Italia, Francia, Gran Bretagna 2015

C’era una volta una regina (Salma Hayek) così disperata perché senza figli da essere disposta a qualsiasi sacrificio pur di averne (pazienza poi se a subire il sacrificio non sarà lei). C’era una volta un re (Vincent Cassel) così stolto da innamorarsi di una voce (ignorando che appartenesse a una vecchia megera). C’era una volta un re (Toby Jones) ancora più stolto: aveva allevato una pulce e l’aveva fatta crescere tanto da renderla del tutto simile a un mostruoso mammifero (pretenderà di servirsene quando dovrà maritare la figlia). Intrecciando gli sviluppi (che non intendo rivelare) di queste tre fiabe tratte dal Cunto de li cunti di Giambattista Basile*, Matteo Garrone ci trasporta nel suo anomalo ma bellissimo film, appena presentato a Cannes, facendoci vivere per due ore nello spazio del “meraviglioso”, ovvero là dove aspetti della realtà quotidiana trapassano con facilità e naturalezza nel mondo delle incantagioni e dei sortilegi, quello dei maghi, delle fate e degli orchi, dei negromanti e dei draghi che da sempre hanno popolato le fantasie dell’umanità (non solo dell’infanzia), quando con facilità e senza troppi problemi qualsiasi prodigiosa narrazione era sembrata naturalmente plausibile. Se per apprezzare appieno il film, dunque, è bene che ci apprestiamo a vederlo abbandonandoci al fluire del racconto, senza pretendere di razionalizzarlo troppo, è necessario però anche ricordare che le fiabe raccontate dal film sono per gli adulti, pienamente coscienti che le radici dei racconti di fate e di orchi affondano negli archetipi collettivi dell’inconscio in cui le pulsioni elementari, dettate dagli istinti corporali per la sopravvivenza, sono all’origine dei comportamenti umani più primitivi e meno accettati, quelli che attraverso l’educazione e l’organizzazione sociale abbiamo cercato di reprimere.

Matteo Garrone, per narrare questo mondo oscuro e labirintico, evita lodevolmente di ricorrere agli effetti spesso facili e grossolani della computer-grafica hollywoodiana o giapponese e, in modo culturalmente assai più suggestivo ed elegante, ambienta questo suo film in alcuni luoghi ancora abbastanza intatti del paesaggio naturale e artistico italiano, fuori per lo più dai consueti circuiti del turismo di massa**, collocandoli nel tempo delle corti feudali, presso le quali girovaghi e saltimbanchi rappresentavano le fiabe popolari per il diletto dei nobili. In tal modo, come l’autore a cui si ispira, egli dà voce ai “villani” che per quelle corti lavoravano duramente la terra e allevavano gli animali, senza aspettarsi molto altro che di sfamarsi e dissetarsi, e alle donne, che fuori o dentro le corti poco contavano, se non come fonte del piacere maschile, nonché come addette alla riproduzione della specie e alla salvaguardia attenta della gerarchia delle classi. Il risultato è un film molto bello e originale, ben diretto e interpretato benissimo, arricchito da una fotografia di eccezionale suggestione, che poco concede alle storie “gotiche” e molto, invece, mi sembra dare alla cultura e al gusto degli spettatori. Da vedere sicuramente!

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*Lo Cunto de li cunti è una raccolta di cinquanta fiabe in dialetto napoletano, attinte in parte dalla tradizione popolare italiana e in parte dalla tradizione novellistica boccacciana, che Giambattista Basile (1575 – 1632) raccolse nel corso della sua vita ma che fu pubblicata postuma nel 1636. A partire dal 1674 al titolo venne aggiunta la denominazione Pentamerone, per sottolineare la stretta parentela col Decameron, di cui condivide certamente la struttura o cornice (10 racconti per ogni giornata per cinque giornate soltanto). Nel corso dell’800, in ambiente napoletano, il Pentamerone venne riscoperto e studiato in Italia, ma nel resto dell’Europa Charles Perrault e I fratelli Grimm si erano ben accorti delle sue bellissime fiabe e ne avevano fatto parte costitutiva delle loro raccolte. Nel 1925, finalmente, la traduzione italiana di Benedetto Croce, che definì questo libro la più bella fra le opere letterarie dell’età barocca in Italia, impose all’attenzione anche degli altri italiani le belle storie del Basile. Italo Calvino lo studiò e incluse qualche fiaba fra le sue Fiabe italiane.

**Le bellissime location, quanto mai suggestive, sono in Sicilia (le gole dell’Alcantara e Il Castello di Donnafugata col suo labirinto); nel Lazio (il bosco di Sasseto) e in Puglia (Castel del Monte e Gioia del Colle). Eventuali e documentate aggiunte sarebbero molto gradite!

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Mommy

Schermata 2014-12-07 alle 13.52.35recensione del film:
MOMMY

Regia:

Xavier Dolan

Principali interpreti:
Anne Dorval, Suzanne Clément, Antoine-Olivier Pilon – 140 min. – Francia, Canada 2014.

E’ finalmente visibile anche in Italia Mommy, il film di Xavier Dolan che all’ultimo festival di Cannes ha ottenuto il premio speciale della giuria ex aequo con Adieu au Langage di Godard. Il prestigioso riconoscimento, nonché l’abbinamento con Godard sanciscono il riconoscimento della giuria del festival più importante per questo regista canadese, giovanissimo, che ha all’attivo altri precedenti film, che i cinefili italiani per lo più non conoscono, non essendo mai usciti nel nostro paese. Qualche locale eccezione c’è: a Torino il cinema Massimo, in collegamento col Museo del cinema sta facendo vedere un po’ alla volta i film precedenti, tutti molto interessanti, ma la speranza è che entrino a far parte dei normali circuiti della distribuzione. Inutile, sennò, lamentarsi che la gente “scarica”! Che altro può fare?

Mommy è la storia intrecciata, ma anche maledettamente solitaria  di tre personaggi che vivono nella periferia di Montréal: una madre, Diane (Anne Dorval, splendida); un figlio, Steve (Antoine-Olivier Pilon, molto bravo) e una vicina di casa, Kyla (eccezionale interpretazione di Suzanne Clément). Diane ha perso il marito, fatto che ha negativamente inciso sul già precario equilibrio mentale e sul comportamento di Steve, che al momento del film è un adolescente in grave difficoltà, turbato, oltre che dai problemi della sua età, dall’impossibilità di controllare la propria esuberanza, di contenere i propri impulsi talvolta violenti e la propria logorrea, nonché dall’incapacità di dedicarsi con costanza a qualsivoglia occupazione. L’istituto al quale era stato affidato aveva dovuto espellerlo, in seguito alle lesioni che aveva causato a un suo compagno, cosicché Diane, piuttosto che affidarlo alle durezze di una struttura correzionale, come la legge canadese del 2015 le avrebbe consentito (l’azione è immaginata in un anno del non lontano futuro), decide di tenerlo con sé, scommettendo che il proprio smisurato amore per lui certamente sarebbe riuscito a trasformarlo, così da “confondere gli scettici” che non ci volevano credere. Con queste parole la donna si era riportata a casa Steve, col sogno di farlo studiare, ricuperandolo alla normalità.  I confini della normalità  sono sempre molto labili, però (nei film di Dolan lo sono particolarmente). Diane è in realtà una donna di mezza età pericolosamente vicina a quei confini: una bella donna, sciupata dai dolori e dai sacrifici, indurita dalla vita, da cui ha imparato a difendersi con modi assai sbrigativi e rudi, che ora investe su Steve tutto l’amore e la tenerezza profonda di cui è capace, nonché tutte le sue speranze, ma il suo carattere impulsivo, le delusioni continue e l’imprevedibilità delle scenate di questo figlio, a sua volta tenero, petulante  e aggressivo, la fanno uscire facilmente dai gangheri, tanto da attirare, per i suoi strilli, l’attenzione di Kyla. Di Kyla il regista non ci dice molto: sappiamo che è un’insegnante in anno sabbatico, che è anche lei in un momento assai difficile della propria vita, ma comprendiamo presto che diventa l’elemento di equilibrio fra madre e figlio e che, accettando senza scomporsi la diversità di Steve, riesce a farlo studiare e a calmarlo almeno un po’. Sono i momenti magici del film, quelli in cui sembrano realizzarsi persino i sogni di “normalità” di Diane. I tre potrebbero farcela solo se i fatti della vita, spesso casuali, non intralciassero i loro propositi virtuosi: la bolla di amicizia e di affetti, che sembra proteggerli, si rivela presto un rifugio troppo fragile in un mondo in cui gli innocenti non trovano spazio. Il primo a soccombere sarà Steve, poi sarà la volta di Kyla, sopraffatta dalla sua stessa famiglia che ne ha sempre ignorato i problemi; toccherà, infine a Diane, apparentemente la meno debole e la più incline a trovare i compromessi col principio di realtà necessari per sopravvivere: il suo incupirsi sconsolato ci testimonia, infine, la sua tragica sconfitta. Il regista ci racconta, dunque, dall’ottica degli esclusi, una storia simile a molte altre, ma con singolare forza coinvolgente per la potenza espressiva delle immagini che scorrono sullo schermo nell’insolito formato 1 a 1, cioè in un formato quadrato che, occupando solo una piccola parte dello schermo ci obbliga a concentrare la nostra attenzione sui volti, simili a ritratti, dei singoli personaggi, i perdenti della vita. Quando lo schermo si allarga è per sottolineare i momenti  di aperta frizione fra la loro soggettività e la realtà, come quando Steve si esibisce nel Karaoke, volutamente ignorando l’ostilità crescente intorno a lui o come quando Diane rivive i momenti sognati, i desideri irrealizzati, le speranze deluse… Tutta la narrazione è poi sottolineata da una colonna sonora che, nel suo notevole eclettismo, diventa parte non separabile dalle immagini stesse, cui imprime ulteriore pathos ed espressività.

Il film potrebbe anche non piacere: infatti ha diviso la critica, soprattutto in Italia, ma è molto interessante e merita certo una visione attenta.

il lavoro, oggi (Due giorni una notte)

Schermata 2014-11-27 a 12.43.52recensione del film:

DUE GIORNI, UNA NOTTE
Titolo originale Deux Jours, Une Nuit

Regia:

Luc Dardenne e Jean – Pierre Dardenne

Principali interpreti:
Marion Cotillard, Fabrizio Rongione, Pili Groyne, Simon Caudry, Catherine Salé, Alain Eloy, Olivier Gourmet, Christelle Cornil – 95 min. – Belgio  2014

Sandra (Marion Cotillard) è una giovane madre di famiglia. Finché la salute glielo aveva permesso, la donna aveva lavorato insieme a sedici colleghi in una piccola fabbrica di pannelli solari. Quando, a seguito di una crudele depressione, aveva dovuto assentarsi dal lavoro, il padrone non l’aveva sostituita, ma, per risparmiare sui costi, aveva utilizzato tutti gli altri operai, aumentandone le ore di lavoro settimanali (tre ore in più ciascuno), cosicché questi avevano arrotondato lo stipendio con gli “straordinari”, ciò che, in momenti di crisi economica dilagante, aveva fatto generalmente comodo. Ora Sandra è guarita e vorrebbe tornare al suo posto. Il padrone non ha intenzione di ri-assumerla (in Belgio, dove si svolgono i fatti, nessun automatismo per il reintegro dopo la malattia è previsto per legge), ma non ha il coraggio di dirglielo apertamente: affida, pertanto, al referendum fra i sedici operai che l’hanno collettivamente sostituita la decisione per il suo eventuale e costoso rientro: essi potranno votare per il sì, rinunciando però al premio  di mille Euro promesso a ciascuno di loro, eccezionale gratifica, senza alcuna relazione con gli “straordinari”, che comunque gli operai avevano percepito. Questo non è un particolare di poco conto, poiché determina, fin dagli inizi, lo schierarsi empatico dello spettatore dalla parte di Sandra, che non chiede ciò che non le spetta, perché chi ha lavorato al posto suo è stato pagato di più, ma chiede di rinunciare a un premio, che dimostra, fra le altre cose, che l’azienda non se la passa così male e che, perciò, le motivazioni economiche addotte dal padrone (la spietata concorrenza dei prodotti asiatici) sono pretestuose e celano altro.

Il film rappresenta perciò una situazione precisa, assolutamente credibile in un’ Europa che continua a vantare il suo Welfare, ma dove, in realtà, non esistono soggetti in grado di promuovere qualche forma di solidarietà: assenti i sindacati, ogni lavoratore è lasciato a sé e si difende come può, soprattutto puntando sulla compassione che riesce a suscitare*, sentimento nobile, ma certo pre -politico e quasi fuori dal nostro tempo, che sembra riportare all’indietro la condizione dei lavoratori, privati della loro dignità, di nuovo ricattabili dal padronato da  cui dipendono completamente, non solo per vivere, ma per mantenere livelli di esistenza accettabili, nonché qualche speranza per migliorare, in prospettiva, la condizione dei propri figli. La denuncia dei Dardenne, a questo proposito, è chiara e forte, coerente con larga parte del loro cinema; anche solo per questo la loro ultima fatica merita di essere vista e apprezzata. Non mi sento di affermare, però, che Due giorni, una notte possa essere considerato all’altezza dei loro film più belli, quali L’enfant, Il matrimonio di Lorna o Il ragazzo con la bicicletta. E’ infatti un po’ schematico e si regge quasi esclusivamente sulla straordinaria interpretazione di Marion Cotillard, attenta a contenere l’eccesso di patetismo (sempre in agguato, proprio per l’impostazione “pietosa” di cui ho parlato), grazie al minimalismo dei toni, alla controllatissima gestualità, alla capacità di dar vita a una dolente immagine femminile, piena di delicato pudore, ritrosa e riservata.

*E che Sandra stessa cercherà di suscitare durante il breve Weekend che la separa dal referendum

il tramonto di una speranza (Quando c’era Berlinguer)

Schermata 03-2456748 alle 23.31.12recensione del film:
QUANDO C’ERA BERLINGUER

Film/ Documentario

Regia e soggetto:

Walter Veltroni

– 117 min. – Italia 2014


Veltroni, oltre a essere stato un politico di rilievo nel nostro paese, è da sempre un appassionato di cinema: credo di aver condiviso con molti altri lettori gli appuntamenti piacevoli del Venerdì di Repubblica, quando egli presentava, con l’ironica competenza che spesso si trova fra i cultori della decima musa, i film che sarebbero comparsi in TV durante la settimana. Allora, tuttavia, non immaginavo, che si sarebbe cimentato direttamente, come invece è avvenuto, nella realizzazione di un film come questo, di cui ha ideato il soggetto e diretto la regia. Questo suo lavoro è in parte un documentario, in parte la ricostruzione affettuosa della vita politica e del carattere umano di Enrico Berlinguer.

Avvalendosi delle testimonianze di chi era stato vicino a Berlinguer, negli anni in cui, fra il 1972 e il 1984, egli era stato il segretario del Partito comunista, Veltroni ne ripercorre la carriera politica e ne descrive l’ umanità che lo rendeva popolare fra le persone per bene che abitavano l’Italia di allora e avrebbero desiderato vivere in un paese più giusto e più libero. Erano comunisti e berlingueriani, infatti, molti lavoratori che si erano spostati dal sud al nord del paese per migliorare le proprie condizioni, molti studenti che, mentre chiedevano l’allargamento del diritto allo studio, avrebbero voluto cambiare la scuola, molte donne che, attraverso il lavoro, rivendicavano la parità dei diritti e la libertà delle loro scelte. Veltroni ci restituisce l’immagine/icona di colui che si batté letteralmente fino alla morte perché venissero legittimate, in vista di un cambiamento del paese, le grandi energie degli uomini, delle donne e dei giovani che si riconoscevano nel suo P.C.I., partito comunista anomalo ed eretico nel panorama del comunismo occidentale. Era diventato un partito diverso, infatti, grazie alla intelligenza politica e alle intuizioni coraggiose di questo segretario, timido, fragile nell’aspetto, ma fermissimo nella difesa degli ideali che intendeva far contare nella società. La morte drammatica, preceduta dal malore durante un comizio a Padova, ostinatamente portato a termine, lo stroncò improvvisamente a soli 62 anni, impedendogli di veder concluso il processo di trasformazione che egli aveva avviato in quel suo partito, che, come viene bene spiegato nel corso del film, esaurì allora la ragione stessa della sua esistenza, anche se solo nel 1989, dopo il crollo del muro di Berlino, il P.C.I. cambiò nome e struttura organizzativa.
Il regista alterna alle interviste dei dirigenti politici di quell’epoca, non solo comunisti, le dichiarazioni di intellettuali, amici e familiari, presentando anche molte riprese filmate, dai telegiornali del tempo, frammenti di un passato altamente drammatico, che è bene venga conosciuto soprattutto fra i più giovani che di quegli anni non sono affatto informati, come dimostrano le agghiaccianti risposte di molti ragazzi e ragazze, oggetto di una breve inchiesta all’inizio del film.

Un film da vedere, per informarsi circa un periodo non conosciuto, o per rivivere i sogni e le speranze di anni che sembrano, ormai, lontanissimi: un altro mondo. Non ci si aspetti altro, però: sarà compito degli storici lavorare sui documenti degli archivi, quando sarà possibile, se mai lo sarà, per indagare a fondo sulle ragioni che rallentarono e infine sconfissero il tentativo di trasformazione che, per impulso di Berlinguer, fu avviato in tutta l’Europa e che va sotto il nome di Eurocomunismo.

P. S.
Quando sarà possibile, se mai lo sarà, gli storici potranno, probabilmente, far luce anche su troppe pagine oscure della nostra storia!

cupo drammone (C’era una volta a New York)

Schermata 01-2456683 alle 16.52.39recensione del film.
C’ERA UNA VOLTA A NEW YORK

Titolo originale:
The Immigrant

Regia:
James Gray

Principali interpreti:
Marion Cotillard, Joaquin Phoenix, Jeremy Renner, Dagmara Dominczyk, Angela Sarafyan – 120 min. – USA 2013

C’era una volta e c’è tuttora, a sud est di Manhattan, di fronte all’isoletta di Lady Liberty (nota da noi come Statua della libertà), l’isola di Ellis Island. Il suo nome è sinistramente legato alle migrazioni verso gli Stati Uniti: lì sbarcavano, infatti, gli sventurati che speravano di lasciarsi alle spalle miseria e spesso anche persecuzioni, sedotti dal sogno americano, nel grande “paese delle opportunità”. Come è ben raccontato all’inizio di questo film, Ellis Island era organizzata per sottoporre a spietata selezione i nuovi arrivati: medici e agenti federali si affiancavano, nell’edificio, ora Museo dell’immigrazione, per accertare che essi non fossero da espellere in quanto portatori di malattie contagiose, ma anche per respingere ai luoghi d’origine chiunque si ribellasse al loro arbitrio, immediatamente sospettato di simpatie rivoluzionarie e sovversive. Qui erano giunte, intorno agli anni ’20, due sorelle polacche, Ewa (Marion Cotillard) e Magda (Angela Sarafyan), nell’intento di sottrarsi alle discriminazioni ai pogrom e alle vendette che, dopo la prima guerra mondiale, continuavano ad affliggere le popolazioni dell’Europa orientale. Le due giovani, rimaste orfane e molto legate, si erano sostenute a vicenda durante il viaggio confidando, vanamente, nell’accoglienza generosa di una zia che a New York si era sposata e lì da tempo risiedeva. In quella città, però, solo Ewa era entrata, poiché Magda, tradita da un colpo di tosse e sottoposta a immediati accertamenti, dapprima minacciata di espulsione, era stata forzatamente ricoverata in ospedale per curare la tubercolosi da cui era affetta. Su questo sfondo agisce, mescolandosi ai migranti e cercando di non dar troppo nell’occhio, Bruno Weiss (Joaquin Phoenix), giovanotto, ebreo e polacco a sua volta, che nel corso del racconto assumerà un ruolo sempre più importante. Egli era arrivato a New York assai prima delle due sorelle e aveva trovato la sua strada gestendo un equivoco cabaret, fatto di spettacolini sgangherati e volgari in cui si esibivano in uno sguaiato balletto un po’ di ragazze polacche, pronte a prostituirsi dopo la danza, in cambio di un letto e del cibo, cui egli stesso provvedeva, grazie ai turpi guadagni dell’amore a pagamento. Bruno, dunque, era un lenone, alla caccia di fanciulle belle e sventurate cui offrire “lavoro” e casa. Egli, tuttavia, era rimasto molto colpito dalla bellezza fine e delicata di Ewa, di cui, a poco a poco, si era innamorato davvero, tanto che era sinceramente disposto ad aiutarla per far uscire Magda dall’ospedale. Non era, però, disposto a rinunciare ai proventi che dalla sua esibizione e prostituzione gli arrivavano, neppure davanti alla riluttanza disperata di lei. La ricostruzione precisa delle circostanze storiche e delle relazioni umane di dominio o di subalternità che dal primo momento si delineavano, fra chi aveva il potere di decidere della vita altrui e la folla dei diseredati, pronti a tutto, costituisce lo scenario giusto per comprendere perché potessero crearsi situazioni così paradossali, in cui l’incomunicabilità più totale avrebbe impedito l’instaurarsi di qualsiasi rapporto d’amore condiviso, possibile solo nella parità delle condizioni dei due partner.

E’questa, mi pare, la parte migliore di quest’ultima fatica di James Gray, il regista di altri film molto belli, quali I padroni della notte e Two Lovers. Purtroppo nel seguito della pellicola, il regista, invece di sviluppare i temi iniziali che erano stati impostati così bene, introduce l’elemento melodrammatico della rivalità amorosa fra Bruno e il cugino Orlando (Jeremy Renner), fantasista e istrionico prestigiatore, a sua volta innamorato della bella Ewa. Va da sé che i due, non essendo proprio gentiluomini oxfordiani, si affronteranno a suon di botte, di coltellate e anche di pistolettate, introducendo un elemento di grande violenza sanguinaria, del tutto inattesa e poco consona all’andamento malinconico e quasi favoloso dell’inizio della storia, sottolineato anche dalla fotografia appositamente ambrata, ingiallita e sbiadita, molto bella.
Peccato! Il melodramma appesantisce una buona parte di questo film, rendendolo, per i miei gusti, quasi un indigeribile polpettone, alquanto lacrimoso, del quale il regista avrebbe dovuto controllare meglio gli effettacci finali, fra dolori di ossa rotte, lacrime e ferite. Gli attori sono molto bravi.

scatenato Quentin (Django unchained)

Schermata 01-2456316 alle 08.39.35recensione del film:

DJANGO UNCHAINED

Regia:

Quentin Tarantino

Principali interpreti:

Jamie Foxx, Christoph Waltz, Leonardo Di Caprio, Kerry Washington, Samuel Jackson, Franco Nero – 165 min. – USA 2013.

La svolta nella vita dello schiavo nero Django (un bravissimo Jamie Foxx, che tiene molto a ribadire, presentandosi, che “la D è muta”!) avviene nel 1858, in una località imprecisata del Texas, come ci dicono le buffe didascalie arancione, all’inizio del film. La carovana dei mercanti di schiavi, che l’ha appena comperato, si imbatte, per caso, in una notte triste lungo una landa selvaggia, in una carrozza, sormontata da un enorme dente di cartapesta, il cui guidatore sta cercando proprio lui. Si tratta di un ex dentista tedesco, antischiavista e snob, il dottor King Schultz (splendido Cristoph Waltz), ora approdato a un nuovo e più remunerativo lavoro: fa il cacciatore di taglie, dedicandosi al ritrovamento dei banditi più pericolosi, quelli sul cui capo pende per l’appunto una taglia piuttosto consistente, che egli intende incassare, dopo averli uccisi, e averne mostrato i cadaveri. I due non si separeranno più. Dopo che Django avrà raccontato a Schultz la triste storia del suo matrimonio con Broomhilda e della violenta separazione da lei, strappatagli a forza dai tre fratelli Brittle, che l’avevano comprata, la strana coppia si avvierà a far “giustizia”, affrontando avventurosamente i pericoli, in mezzo a una popolazione bianca razzista e rabbiosa, incredula nel vedere muoversi liberamente un “negro” a cavallo e senza catene. Fra incontri imprevisti, cavalcate e battaglie notturne, violente sparatorie dagli esiti splatter, i due arriveranno all’ultimo rifugio di Broomhilda, una tenuta agricola di proprietà del giovane sadico Calvin Candie, magnificamente interpretato da Leonardo Di Caprio, che “allieta” i propri ricchi banchetti assistendo divertito alle efferate aggressioni di cani feroci contro gli schiavi o alle lotte all’ultimo sangue fra aitanti mandingo, essendo “scientificamente”convinto della “naturale” propensione degli schiavi neri a subire e a servire, come in una memorabile, quasi lombrosiana scena, cercherà di dimostrare.

Questo è il secondo film in cui Tarantino, dopo il precedente bellissimo Bastardi senza gloria, affronta un tema storico-politico (nel primo caso il tema era stato quello del nazismo; in questo è quello dello schiavismo e dei diritti dei neri): pare che ne arriverà un terzo sulla presenza dei soldati americani neri in Europa, alla fine della seconda guerra mondiale. Il film può davvero ritenersi un film storico? Mi sembra che sia inequivocabilmente prima di tutto un film di Tarantino, cioè il lavoro di un regista che certamente è incuriosito dal passato e volentieri lo racconta, rappresentandolo a modo suo, non disdegnando invenzioni continue e ricostruzioni fantasiose, nonché vistosissimi falsi e anacronismi che gli diano l’occasione, innanzi tutto, di dar voce a quella grottesca commedia umana di cui impareggiabilmente coglie gli aspetti più paradossali e ridicoli oltre che le ipocrisie più insopportabili. E’ però un film politico, per le ragioni che lo stesso Tarantino dichiarerà nell’intervista che potete trovare QUI. E’ cioè un film, che come tutti i Western, al cui genere, almeno nominalmente, questo appartiene, riflette sia la sensibilità politico-morale del regista che racconta le vicende, sia le aspirazioni diffuse nel momento in cui quelle pellicole vanno nelle sale. Il modello cui si ispira Tarantino in questo suo lavoro non è, però, quello del Western classico, quanto piuttosto la sua rivisitazione italiana, quella degli Spaghetti Western cui il regista rende in tal modo il proprio riconoscente omaggio, già fin dal titolo: Django è un film del 1966 di Sergio Corbucci; Franco Nero, che qui fa una breve apparizione, era attore in quel film e la stessa musica molto suggestiva di Ennio Morricone richiama alla memoria i Western all’Italiana più famosi. Nel film sono presenti anche alcune suggestioni wagneriane, dovute all’interesse del regista per il Sigfrido, che stava studiando già da alcuni anni (successivamente ne coinvolse Christoph Waltz), che certamente ispirò la vicenda di Broomhilda – Brunilde, nonché beethoveniane e verdiane. La bellissima scena notturna dell’arrivo dei razzisti feroci,  tra le più belle del film, è resa indimenticabile, oltre che dallo spasso che provoca lo sgangherato e inutile cappuccio degli ingloriosi cavalieri, anche dalla suggestiva musica verdiana del “Dies Irae”, privato di ogni significato trascendente, che sottolinea il dinamico svolgersi della battaglia illuminata dalle torce nel buio del paesaggio**. Insieme allo splendore di una fotografia molto pulita e nitida, che spazia nel paesaggio americano ripreso in tutte le stagioni dell’anno, quello che maggiormente colpisce del film è il fluire veloce e sicuro delle immagini incalzanti che raccontano gli eventi, indizio di una saldissima regia e di una sceneggiatura che padroneggia superbamente tutti gli elementi del complicato racconto rendendo estremamente piacevoli e coinvolgenti le quasi tre ore di visione del film.

**Ho corretto, con qualche ritardo, la mia imperdonabile precedente affermazione, circa la presenza della Cavalcata vagneriana in questa scena. Chiedo scusa a Wagner, a Verdi e naturalmente ai miei lettori.

il matrimonio di Shira (La sposa promessa)

recensione del film:

LA SPOSA PROMESSA
Titolo originale:
Fill the void

Regia:
Rama Burshtein.
 
Principali interpreti:
Hadas Yaron, Yiftach Klein, Irit Sheleg, Chayim Sharir, Razia Israeli, Hila Feldman, Renana Raz, Ido Samuel – 90 min. – Israele 2012.

Con un certo imbarazzo scrivo queste righe in un momento molto cupo della storia di Israele, che, di nuovo in guerra con i suoi vicini palestinesi, sta suscitando, per la ferocia dei suoi massacri, l’orrore di quanti detestano le ingiustizie e la tracotanza dei più forti. Poiché, tuttavia, credo che il desiderio di pace sia profondo nei popoli e anche nel popolo di Israele, penso sia necessario distinguere le responsabilità di chi governa da quelle di chi è governato, e perciò che sia bene manifestare, anche attraverso l’apprezzamento delle opere della cultura ebraica, l’amicizia per quel popolo.

Questo film ci racconta la storia di Shira, giovane israeliana di Tel Aviv che come molte altre diciottenni è considerata in età da marito, cosicché i suoi genitori si danno da fare per trovargliene uno, anche se la ragazza, con la sua grazia e con la sua fresca bellezza, sarebbe certamente in grado di provvedervi da sola. Il fatto è che, pur vivendo ciascuno in una città moderna, navigando in Internet e comunicando con cordless e cellulari, negli ambienti in cui l’ebraismo viene praticato secondo la più rigida  tradizione chassidica, l’organizzazione sociale e anche quella familiare sono governate nel modo severo e gerarchico che il film ci racconta: un vecchio e autorevole rabbino è il punto di riferimento di tutta la comunità, per la quale si adopera. Egli, con la sua saggezza, compone dissidi e distribuisce beneficenza e consigli, dai più banali ai più seri, a tutti coloro che gli si rivolgono, diventando   anche mediatore dei matrimoni combinati, secondo tradizione, dalle famiglie. Il parere dei giovani in qualche modo viene ascoltato: se i due non si piacciono o se uno dei due non piace all’altro, il vecchio rabbino non celebrerà le nozze. Tutto si decide, però, all’interno di questi gruppi familiari chiusi, in cui il matrimonio non è considerato la naturale conseguenza di una libera scelta d’amore, bensì il momento iniziale di un percorso finalizzato alla costruzione di un nuovo nucleo del quale i figli costituiscono la ragione obbligatoria, mentre i ruoli maschili e femminili sono rigidamente separati. La nostra Shira è stata quasi promessa a un giovane rampollo della famiglia Miller, ma, nonostante abbia manifestato il proprio gradimento per la scelta e mostri il desiderio di affrettare le nozze, è costretta a un’attesa superiore alle previsioni, perché i genitori la ritengono molto giovane e non intendono per il momento arrivare all’accordo con l’altra famiglia. Il suo destino, tuttavia, sarà determinato da un fatto imprevisto e sconvolgente: la morte della sorella più grande, Ester, durante il difficile primo parto, grazie al quale vedrà la luce il piccolo Mordechai. Sarà la stessa Shira a prendersi cura del neonato, inducendo la madre a ritenere che sarebbe meglio per lei se sposasse il cognato vedovo, Yochay, per far rimanere in famiglia il piccino. Mentre la comunità discute su quest’ipotesi, vista con perplessità dallo stesso Yochay, dal padre di Shira e da altri parenti, assistiamo al trasformarsi progressivo della fanciulla, che, dapprima assolutamente ostile al cognato, progressivamente gli si avvicinerà, decidendo infine sorprendentemente di sposarlo, scegliendo quindi di condividere  consapevolmente, almeno così mi è sembrato, le ragioni materne, ma mostrando anche un mutato “sentire”, che, come le ricorderà il vecchio rabbino, è indispensabile condizione per celebrare il matrimonio, e che potrebbe forse, col tempo, diventare amore.

Il film si sviluppa lentamente e analiticamente, seguendo il processo di crescita della giovinetta all’interno di una comunità ebraica di strettissima osservanza, per la quale le ragioni del cuore, da sole, non contano molto, perché sono subordinate a quelle della tradizione religiosa e dei comportamenti collettivi comunitari, secondo una logica certamente diversa e lontana dalla nostra. La regista, alla sua prima opera, affianca all’indagine psicologica, concentrata principalmente su Shira e condotta con molta finezza intropettiva, la presentazione dell’ambiente chassidico, dei suoi riti e delle sue bellissime e suggestive musiche, descrivendone gli aspetti più appariscenti (i neri abiti maschili, gli strani copricapi, le acconciature, la rigida divisione dei ruoli maschili e femminili), così come la logica interna alle relazioni interpersonali, facendocene comprendere e accettare la peculiarità e offrendoci squarci di conoscenza molto interessanti su un aspetto particolarissimo dell’ebraismo che il cinema ha trattato poco, ma che è possibile conoscere anche attraverso i grandi romanzi degli scrittori americani provenienti dall’Europa orientale che ce ne hanno parlato, Chaim Potok, su ogni altro. L’eccellente interpretazione di Shira è valsa all’attrice Hadas Yaron la prestigiosa Coppa Volpi al Festival del cinema veneziano di quest’anno.