A casa nostra


recensione del film:
A CASA NOSTRA

Titolo originale:
Chez nous

Regia:
Lucas Belvaux

Principali interpreti:
Émilie Dequenne, André Dussollier, Guillaume Gouix, Catherine Jacob, Anne Marivin, Patrick Descamps, Charlotte Talpaert, Mateo Debaets, Evelyne El Garby Klaï – 117 min. – Francia, Belgio 2017.

Pas son genre, arrivato in Italia nel 2015 col grottesco titolo Sarà il mio tipo? e altri discorsi sull’amore, era un buon film di Lucas Belvaux del 2014, il ritratto di una bella parrucchiera di Arras che si era innamorata dell’uomo sbagliato e che, avendone preso atto, aveva deciso, fra molte sofferenze, di chiudere la sua storia con lui.
A casa nostra (che correttamente traduce il titolo originale Chez nous), dello stesso regista, in apparenza non si discosta molto dal film precedente: anche se non è Arras, è pur sempre la provincia profonda della Francia settentrionale il teatro delle vicende della protagonista Pauline, che non fa la parrucchiera, ma l’infermiera a domicilio, si innamora dell’uomo sbagliato, e per di più ha il volto della stessa attrice: Émilie Dequenne. Questo film, tuttavia, non è la seconda puntata del precedente, poiché le vicende amorose e familiari della graziosa Pauline si collocano nel contesto esplicitamente politico della Francia alla vigilia di quest’ultima tornata elettorale, quella che ha visto protagonista il Front National di Marine Le Pen. Il regista, qui è la novità del film, pur presentandoci la difficile condizione delle famiglie per lo più operaie che stanno pagando il prezzo della de-industrializzazione, non si ferma al dato sociologico, ma ci racconta come la destra francese più radicale abbia cercato di inserirsi nella crisi ripulendo la propria immagine violenta e razzista grazie alla candidatura di persone per bene, magari un po’ ingenue come Pauline, nelle elezioni locali, per rendersi popolare e presentabile agli occhi degli elettori. Nel film Marine non si chiama Marine, bensì Agnès (Catherine Jacob); il Front non si chiama Front, bensì Bloc, ma i personaggi sono perfettamente riconoscibili, non solo per la somiglianza dell’aspetto e dei modi, ma per i discorsi che nascondono, sotto le mentite spoglie di un senso comune accettabile per molti, i vecchi veleni di un razzismo che non è mai scomparso del tutto. Il regista mette in evidenza, attraverso il racconto doloroso dell’avventura di Pauline, le ragioni per cui certe operazioni di maquillage siano strumentali a un disegno feroce di cui pochi conoscono esattamente i contorni, ma che ha sicuramente nel passato nazista il suo riferimento e ci dice anche per quale motivo ogni ripulitura sia impossibile, quando troppi scheletri nell’armadio diventano facile strumento di ricatto.

Il film è costruito bene e, pur presentando alcuni evidenti squilibri, si lascia seguire con interesse, sia perché le preoccupazioni politiche per le sorti della Francia sono le preoccupazioni di tutti i democratici, sia perché i personaggi sono credibili, ben disegnati e ben interpretati, dalla Dequenne, ai personaggi maschili di André Dussollier (il medico che, con la faccia pulita e i modi gentili, è l’anima nera che ha organizzato la candidatura a sindaco di Pauline), di Guillaume Gouix (l’innamorato sbagliato di Pauline, il neonazista che non le ha detto la verità) e di Patrick Descamps, il padre di Pauline, comunista e sindacalista duro e puro amareggiato e incredulo per le scelte politiche della figlia, a cui evidentemente non aveva saputo comunicare credibilmente i propri valori.

Naturalmente non vi dico come finisce, ma vi invito a vedere questo film.

 

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Vi presento Toni Erdmann


schermata-2017-03-03-alle-20-09-12recensione del film:
VI PRESENTO TONI ERDMANN

Titolo originale:
Toni Erdmann

Regia:
Maren Ade

Principali interpreti:
Peter Simonischek, Sandra Hüller, Michael Wittenborn, Thomas Loibl, Trystan Pütter, Hadewych Minis, Lucy Russell, Ingrid Bisu, Vlad Ivanov, John Keogh, Ingo Wimmer, Cosmin Padureanu, Anna Maria Bergold – 162 min. – Germania, Austria 2016.

Qualcuno (perdonatemi se non ricordo chi) ha accostato questo film all’irriverente scultura di Cattelan prospiciente il Palazzo della Borsa a Milano: un dito medio che protendendosi dal dorso di una mano sembra indicare la necessità che un’ ironia graffiante metta in forse il nuovo “Verbo”, ovvero il neo-liberismo che dell’economia finanziaria si serve senza scrupoli.
Questo accostamento, secondo me, pur cogliendone, probabilmente, un aspetto, non esaurisce il complesso significato di questo film quale emerge dal racconto della drammatica storia dell’amore interrotto fra un padre e una figlia, sullo sfondo di una globalizzazione in cui ai rapporti più naturalmente umani si vanno sostituendo le connessioni internazionali della “rete”, idolo crudele al quale veniamo tutti sacrificati, sulla base indiscutibilmente “neutrale” (ma è davvero così?) dei grafici e delle tabelle.
Ci racconta, infatti, la regista tedesca Maren Ade, al suo terzo lungometraggio, che se è pur vero che qualche sana risata potrebbe seppellire la spocchia autoreferenziale degli addetti alle operazioni economiche e finanziarie, che giocano con la vita e le speranze di tutti noi, è altrettanto vero che i costi di quella spocchia arrogante diventano presto o tardi insostenibili anche per loro, costretti, infine, a fare i conti con la propria fragilità acuita dalla solitudine e dal deserto degli affetti.
Ines Conradi (Sandra Hüller), la protagonista di questo film, è una tedesca (una “bruttina stagionata”, direbbe, forse, Carmen Covito) che lavora a Bucarest dove la multinazionale da cui dipende l’ha incaricata di elaborare le proposte più adeguate per la delocalizzazione delle aziende locali, presentando piani particolareggiati per il licenziamento “indolore” del personale. Ines parla perfettamente l’inglese; è continuamente connessa con i colleghi che in qualsiasi momento e da ogni angolo del pianeta l’aggiornano, le forniscono dati, mappe, informazioni che ne accrescono efficienza, prestigio e… crudeltà.  Non esistono affetti per lei: non l’amore, sostituito dal rapporto con un collega che non può e non deve coinvolgerla, distaccato a tal punto da sfiorare la perversione,  non esiste la famiglia: la madre e la nonna, anch’esse a Bucarest, accettandone la “brillante” carriera, si accontentano di vederla qualche volta soltanto. Chi non si rassegna, però, è suo padre Winfred Conradi (grandissimo Peter Simonischek), che vive da solo in Germania e che, ora che è in pensione e gli è morto il vecchio cane fedele, si muove verso la Romania per tentare di ricucire un rapporto con lei. Era sempre stato un burlone, Winfred; gli era sempre piaciuto travestirsi e recitare, semi-nascosto da un trucco clownesco a cui amava aggiungere una chiostra di finti dentoni sporgenti che gli davano (o avrebbero dovuto dargli) un aspetto aggressivo, cosicché, vestito da Toni Erdmann, ora che l’aveva riavvicinata e che ne era stato umiliato, si era presentato agli appuntamenti importanti di lei, intenzionato a svelare l’inconsistenza vuota e ipocrita dei suoi modi e del suo linguaggio.
La satira buffonesca di Toni Erdmann, travestito da ambasciatore tedesco, ora sfrontato e beffardo, ora volgare e sguaiato, turba Ines, che tuttavia ancora lo respinge, inducendolo all’estremo camuffarsi celando il proprio corpo e il proprio capo dentro la maschera soffocante del Kukeri, l’animale pelosissimo che, secondo la tradizione antica dei popoli della Tracia, teneva lontani gli spiriti maligni.

Il film procede con lenta progressione, fra gag, invenzioni comiche spettacolari, ricevimenti ingessati, balli e vuoti discorsi fino alla svolta determinata dall’irrompere improvviso del Kukeri nel bel mezzo di un Naked party nella casa di Ines. Forse non è ancora il ritrovarsi tanto atteso, che abbisogna dei tempi lunghissimi del maturare della coscienza di Ines, ma è quasi sicuramente la nascita di un rapporto nuovo, del nuovo interesse all’ascolto reciproco, e anche, per lei, dell’ascolto di sé, dei propri bisogni profondi, ivi compresi quelli di quel corpo troppo a lungo ignorato per privilegiare una carriera che ha cancellato affetti e ricordi, ma non l’ha fatta star bene.
Splendidamente recitato, il film, ottimamente accolto a Cannes nel 2016 è da vedere assolutamente, poiché rivela una regista di grande originalità, poco nota da noi, di cui forse varrebbe la pena conoscere anche i film precedenti.

Manchester by the Sea


schermata-2017-02-17-alle-19-34-41recensione del film:
MANCHESTER BY THE SEA

Regia:
Kenneth Lonergan

Principali interpreti:
Casey Affleck, Michelle Williams, Kyle Chandler, Lucas Hedges, Gretchen Mol
– 135 min. – USA 2016. –

Lee (Casey Affleck) era vissuto da sempre con la sua famiglia d’origine (i Chandler) a Manchester by the Sea, cittadina del New England nella quale insieme alla moglie Randi (la bravissima Michelle Williams) aveva creato una famiglia tutta sua, con tre bei bambini teneramente amati. Con Randi, purtroppo, qualcosa non aveva funzionato: era diventata una donna apatica, scontenta e rancorosa: così almeno la vediamo nelle poche, ma memorabili apparizioni del film. Che cosa avesse incrinato il loro matrimonio non ci viene detto: sappiamo, però che, dopo l’incendio immane che aveva portato via, insieme al  cottage in cui abitavano, il senso stesso del loro ormai fragilissimo rapporto, Randi sarebbe rimasta a Manchester, mentre Lee se ne sarebbe andato a Boston, tentando di ricominciare a vivere, schiacciato dal peso dell’accaduto, dal senso di colpa di cui non riusciva a liberarsi, originato dai rimorsi per una presunta leggerezza che acuiva un dolore senza scampo.

A Boston, dove si era sistemato nel piccolo monolocale semi-interrato di uno stabile periferico, aveva trovato un lavoro: un amministratore di condomìni gli aveva infatti affidato la manutenzione e la riparazione degli impianti idraulici ed elettrici degli anonimi palazzoni di cui si occupava. Non lo preoccupava l’esiguità della paga, appena sufficiente a sopravvivere, poiché la disperazione sembrava averlo reso di ghiaccio e indifferente al proprio futuro. Suo fratello Joe (Kyle Chandler) gli aveva però acquistato un tavolo e una poltrona-letto che a Patrick (Lucas Hedges), suo figlio, avrebbe potuto far comodo se, terminato il liceo, avesse proseguito i suoi studi a Boston.
Gli affettuosi rapporti di sempre fra Lee e Patrick si sarebbero complicati, di lì a poco, per la morte improvvisa di Joe: ora Lee avrebbe dovuto occuparsi di quel nipote sedicenne fragile, rimasto solo al mondo (la madre aveva da tempo fatto perdere le proprie tracce) e perciò bisognoso di essere aiutato a crescere da un familiare attento e partecipe dei suoi problemi. Il testamento di Joe non lasciava dubbi in proposito: affidava quel figlio all’amato fratello, che ne sarebbe diventato il tutore, amministrando, nel suo interesse, i suoi risparmi e le sue proprietà.

La storia della solitudine di Lee, inebetito e raggelato dal cumulo delle proprie sciagure, rassegnato a scontarle fino in fondo soprattutto per volontà di espiazione, avrebbe potuto a questo punto diventare un drammone lacrimoso e insopportabile.
Kennet Lonergan, quasi sconosciuto regista newyorkese*, si rivela invece davvero all’altezza della difficoltà, poiché riesce a mantenere il racconto in un eccezionale equilibrio narrativo, conferendogli un carattere dolorosamente malinconico, in armonia coi magnifici e lattiginosi colori pastello del paesaggio nordico splendidamente fotografato.
Il film ci informa con lenta pacatezza dei fatti che avevano trasformato in un inferno tormentoso la vita di Lee Chandler, adottando un procedimento non diacronico del racconto, in cui, con grande naturalezza, si inseriscono, in uno scambio continuo fra presente e passato, ampi squarci del suo vissuto, flashback che scavano a fondo nei segreti della sua coscienza e del suo cuore. Spesso il passato è evocato mentre risuonano, rimanendo sullo sfondo, brani famosi di musica classica che accompagnano emotivamente gli spettatori a sopportare le situazioni più dolorose e difficili, senza sottolineare con effetti fragorosi la drammaticità che è tutta e soltanto nelle cose raccontate con austero pudore. Del tutto funzionale a questo equilibrio, mai tentato da toni enfatici, è l’uso costante di un delicato registro ironico, indulgente contrappeso alla narrazione del dolore. È Patrick, deuteragonista del film, colui che, con la sua presenza vitale e con l’affermazione accorata e anche buffa delle proprie necessità di adolescente che si affaccia alla vita adulta, riporta (forse) un po’ di luce tranquilla nel mondo cupo e disperato dello zio, costringendolo a uscire dal proprio egocentrismo e da quel “lago d’indifferenza” che sembra essere diventato il suo cuore, per confrontarsi con nuovi e  imprevisti problemi, quelli legati alle sue velleità di ragazzo convinto di saper bastare a se stesso, e di poter a lungo celare il dolore dietro la maschera dell’allegria spensierata con gli amici, i conoscenti e le ragazze per le quali comincia a provare curiosità e attrazione.
Di eccezionale rilievo, a questo proposito, l’interpretazione del giovane Lucas Hedges, che riveste perfettamente i panni dell’adolescente che unisce ai turbamenti e ai mutamenti di umore dell’età le contraddizioni di una condizione dolorosa inaccettabile e davvero incomprensibile.
Di uguale efficacia è la prova d’attore di Casey Affleck, che maschera nel gelo di un comportamento duro e talvolta aggressivo, il proprio disperato e vano bisogno di dimenticare, pur nella coscienza di dovere a Patrick la comprensione e l’attenzione che richiede la sua fragilità, emersa drammaticamente in una scena indimenticabile.
Film, a mio avviso, molto bello, anche se molto discusso, candidato a un certo numero di Oscar, che mi auguro ottenga almeno in parte, a riconoscimento della sua qualità non certo comune.  La sua visione mi pare assolutamente da consigliare.

*Ha avuto, in realtà, come regista, un’attività cinematografica piuttosto ridotta: tre soli film in sedici anni, di cui qualcuno potrebbe ricordare il primo: Conta su di me (2000). Più noto come co-sceneggiatore di due film di successo: Terapia e pallottole (1999) e  Gangs of New York di  Martin Scorsese (2002). Assai conosciuto, invece, come scrittore teatrale.

Il cittadino illustre


schermata-2016-11-26-alle-22-12-13recensione del film:
IL CITTADINO ILLUSTRE

Titolo originale:
El ciudadano ilustre

Regia
Gastón Duprat, Mariano Cohn

Principali interpreti:
Oscar Martínez, Dady Brieva, Andrea Frigerio, Belén Chavanne, Nora Navas, Iván Steinhardt, Marcelo D’Andrea, Manuel Vicente – 117′- Argentina/Spagna 2016

Gli avevano dato il Nobel per la letteratura, ma Daniel Mantovani (Oscar Martinez), scrittore argentino per nascita e spagnolo di Barcellona per elezione, non sembrava averlo molto gradito, stando, almeno, al discorso pronunciato col quale avrebbe dovuto ringraziare tutti, dai giurati al re di Svezia, che forse ci erano rimasti un po’ male! Aveva sostenuto, infatti, Daniel, con un accento di verità non privo di snobismo, che i premi, e il Nobel in modo particolare, sanciscono la fine della carriera di qualsiasi scrittore, poiché, suggellando meriti e pregi di un’opera ormai conclusa e gradita al pubblico e fissandone rigidamente i contorni, gli rendono molto difficile, se non impossibile, imboccare nuovi percorsi, per quanto promettenti. Era accaduto, infatti, che dopo quel premio Daniel non avesse più scritto alcunché: aveva perso l’ispirazione, assediato da inviti per incontri, conferenze, convegni in ogni parte del mondo. Aveva sempre rifiutato, però, in quanto detestava i riti della sovraesposizione mediatica, gli autografi sui libri, la mondanità presenzialista, gli incontri con le autorità. Aveva invece accettato, dopo cinque anni dal premio, la proposta di tornare a Salas, la piccola città argentina che gli aveva dato i natali e che ora intendeva festeggiarlo. Anche se di lì se n’era andato da quarant’anni, in fondo quella lontana località aveva ispirato i suoi racconti e, forse, ora gli avrebbe fatto ritrovare l’antica voglia di scrivere e raccontare.
Erano stati pochi giorni da dimenticare, invece, vissuti in un clima da incubo vieppiù angoscioso, durante i quali aveva chiarito prima di tutto a se stesso che non la realtà di quei luoghi, ma l’elaborazione mitica del suo ricordo lontano, che ne aveva trasformato paesaggio, case, e abitanti, era stata all’origine della sua narrazione e della sua arte. Ora, quella realtà gli appariva in tutta la sua brutalità violenta e gretta: le antiche baruffe da ragazzo esigevano risposte; le vecchie rivalità amorose erano conti da regolare; il suo successo era sfruttabile per gli scopi più diversi; il suo distacco rispetto ai problemi locali era vissuto come un vero tradimento.

I registi ci raccontano queste cose e molte altre alternando l’ironia e l’umorismo tagliente e spietato della descrizione di Salas, con la tensione crescente di alcune drammatiche scene, verso la fine, quando il film è ormai un noir teso poiché Daniel rischia di diventare la  vittima dell’invidia, dell’ignoranza diffusa e delle contraddizioni di un piccolo paese e dei suoi meschini abitanti. Molto bella la riflessione finale, che compendia lo spirito del film, che è anche un piccolo racconto filosofico sull’arte, sui rapporti dell’arte con la verità, e sulla necessità per l’artista di far prevalere l’interpretazione sulla rappresentazione, negando ogni consistenza alla cosiddetta realtà. Oscar Martinez ha più che meritato la Coppa Volpi che quest’anno a Venezia gli è stata assegnata come miglior attore. Film bello e originale, molto sorprendente e consigliabile.

45 anni


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recensione del film:
45 ANNI

Titolo originale:
45 Years

Regia:
Andrew Haigh

Principali interpreti:
Charlotte Rampling, Tom Courtenay, Geraldine James, Dolly Wells, David Sibley – 95 min. – Gran Bretagna 2015.

Una tranquilla coppia anziana vive serenamente in un villino nella campagna inglese tra i fiumi e gli stagni della contea del Norfolk. Lei è Kate (Charlotte Rampling), insegnante in pensione; lui è Geoff (Tom Courtenay), molto più anziano di lei, con qualche bypass e un passato nell’industria e nel sindacato.  Non hanno figli, ma il loro matrimonio, ricco di relazioni sociali e di amicizie, non sembra averne risentito, essendo arrivato, senza grandi scosse e senza crisi, alla vigilia del quarantacinquesimo anniversario: quando inizia il film (lunedì) manca meno di una settimana a quella data (sabato). I due stanno progettando una grande festa con molti invitati e hanno affittato, per l’occasione, una sala grandiosa in una storica magione. Tocca a lei, che è più giovane e ancora relativamente in buona salute, il compito di organizzare tutto: dalla scelta della sala, a quella dei cibi, dei vini e anche delle musiche che ricorderanno i momenti più importanti della loro storia: entrambi vorrebbero risentire i mitici Platters nel disco che ha accompagnato anche il loro primo ballo, Smoke gets in your Eyes, col quale dovrebbe romanticamente concludersi la loro serata.
In questa atmosfera tranquilla, riaffiora, con forza dirompente, il passato di Geoff, al quale una lettera inaspettata dalla Svizzera annuncia il ritrovamento, dopo cinquant’anni, del corpo di Katya, la sua fidanzata di allora, il primo suo grande amore, che i ghiacci della montagna stavano riportando alla luce, intatto e incorrotto, cosicché, egli, ancora vivo, forse potrebbe riconoscerlo. Katya era precipitata in un crepaccio durante un’escursione a tre, poiché una guida accompagnava la coppia degli innamorati in vacanza, ciò che aveva infastidito Geoff e anche un po’ ingelosito, quando, attardandosi lungo il sentiero, aveva udito le loro conversazioni, le risate e purtroppo, infine, l’urlo di lei, caduta in quella trappola terribile, nonché il silenzio spaventoso che ne era seguito.
Questo, almeno, era stato il racconto di lui a Kate, ora molto ansiosa per l’effetto che avevano prodotto quelle notizie inaspettate: da buona moglie non potevano sfuggirle il turbamento imbarazzato, il ritorno al fumo, le notti insonni nel solaio della loro casa nel quale, forse, egli aveva celato segreti del proprio passato, a lei sconosciuti.
Il regista segue il momento delicato per questa coppia, scrutando, giorno dopo giorno, dal lunedì al sabato, con la macchina da presa, il progressivo mutare delle abitudini di entrambi, l’incupirsi e lo sfuggirsi dei rispettivi sguardi, la difficoltà nel trovare le parole giuste per chiarire e, soprattutto, lo spaesamento di Kate davanti alle carte ingiallite che furtivamente aveva voluto vedere in quel solaio e che, come in un  flashback, sembrano svelarle la vita di Geoff, ai tempi in cui lei, giovanissima, ne ignorava addirittura l’esistenza. Le vecchie fotografie, ormai quasi illeggibili, e le diapositive le cui sbiadite immagini rimandavano incerti contorni avevano indotto nella sua mente l’inquietante sospetto, forse ingiusto, che in tutta la storia che li aveva riguardati nel corso di quei quarantacinque anni, le scelte di lui fossero avvenute quasi obbedendo alla volontà silenziosa di Katya, sempre presente nei suoi pensieri e nella sua vita: di ciò era diventata convinta.

Il film, a mio avviso molto bello e da vedere, scruta profondamente i fragili equilibri sui quali si costruisce un rapporto di coppia e pone al contempo alcuni problemi, di non poca importanza, sul ruolo del caso nella nostra vita, sulla reale libertà delle nostre scelte, sul peso del passato nelle nostre decisioni, sull’impossibilità di tornare sui nostri passi, quando prendiamo coscienza delle possibili alternative che ci siamo lasciati sfuggire allorché sarebbe stato ancora possibile scegliere, forse, diversamente. Non a caso, oltre alle numerose citazioni cinefile, il film contiene alcune allusioni a Kierkegaard, il filosofo danese che Geoff sta leggendo e sul quale evidentemente sta riflettendo nel corso del film.

Fatto di sguardi, di parole dette e di silenzi impacciati, di pensieri e di espressioni, il film poggia sulla grandissima e sensibilissima interpretazione degli attori protagonisti, giustamente premiata a Berlino col Leone d’argento, che nel febbraio di quest’anno è stato assegnato salomonicamente sia a Charlotte Rampling, sia a Tom Courtenay.

Se siete interessati, QUI potete leggere una bella intervista a Tom Courtenay a proposito del film

Per amor vostro


Schermata 2015-09-19 alle 22.06.54recensione del film :
PER AMOR VOSTRO

Regia:
Giuseppe M. Gaudino

Principali interpreti:
Valeria Golino, Massimiliano Gallo, Adriano Giannini, Elisabetta Mirra, Edoardo Crò, Salvatore Cantalupo – durata 110 min. – Italia 2015

Presentato a Venezia ’72, questo film è valso a Valeria Golino la coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile, l’ambito premio che per la seconda volta le viene tributato (nel 1986 le era stato assegnato per Storia d’amore di Citto Maselli). Qui la Golino interpreta Anna, la donna napoletana, vissuta fin da piccola ai margini della legalità, commettendo piccoli furti, scontati con quattro anni di riformatorio. Le suore che l’avevano accolta avevano cercato di indirizzarla a un mestiere pulito che le consentisse di vivere onestamente. Non sempre, purtroppo, questo le era stato possibile nella sua città, dove miseria e ignoranza, diffuse quasi ovunque, incoraggiano l’arte di arrangiarsi per sopravvivere e dove il disprezzo dello stato e delle istituzioni spesso è l’alibi che giustifica la tolleranza dei comportamenti illegali. Anche se si adopera con molto altruismo, infatti, per aiutare in ogni modo tutti quelli che hanno bisogno di lei, Anna vive una realtà durissima fra le pareti di casa, con il peso di un marito, spietato usuraio, autoritario e violento, e di tre figli (di cui uno sordo), fin da piccoli abituati alla quotidianità delle risse e degli alterchi familiari. Per amor loro Anna aveva subito e sopportato ogni angheria, ma ora un lavoro ottenuto quasi miracolosamente, come suggeritrice per una soap opera televisiva, sembra permetterle di portare a casa, insieme a un discreto stipendio, anche un po’ di dignità, utile per reagire ai soprusi, con scarsissima convinzione, però, perché le troppe umiliazioni ne hanno fiaccato irrimediabilmente l’autostima. La vicenda è scarna e procede alternando la rappresentazione della vita opaca e grigia della quotidianità della donna (grigi e opachi sono anche i colori del film), in cui neppure una nuova speranza d’amore riuscirà a modificare la realtà, con la narrazione colorata dei sogni o piuttosto degli incubi che ne agitano il riposo: i tunnel lunghissimi e bui, i presagi sinistri, gli orizzonti che si chiudono su quel mare troppo azzurro, simbolo dell’unica liberazione possibile, l’annullamento di sé e la sua successiva beatificazione. Il regista mescola abilmente, nelle rappresentazioni oniriche, pellicola e cartoon, cosicché l’animazione si introduce con semplicità nel racconto, rendendo interessante e insolita una storia dolorosa che potrebbe diversamente sembrare troppo vista e risaputa. Va da sé che l’interpretazione della Golino conferisca un notevole valore aggiunto a tutta l’opera, ma in ogni caso, l’ultima fatica di Giuseppe Gaudino, regista e disegnatore di qualità, poco noto in questo nostro paese distratto, merita sicuramente una visione attenta. Degne di rilievo le musiche, arrangiamenti assai raffinati di pezzi famosi, anche di musica classica, fra cui un’elaborazione elettronica di Lascia ch’io pianga di Handel, che, accompagnando Anna affacciata al balcone, mi è parsa una straordinaria citazione da  Von Trier (Antichrist), e prepara,infatti, la tragedia che sta per compiersi.

Louisiana (The other Side)


Schermata 2015-05-30 alle 22.55.51recensione del film:
LOUISIANA (THE OTHER SIDE)

Regia
Roberto Minervini

Principali interpreti:
Mark Kelley, Lisa Allen, James Lee Miller – 92 minuti- Italia, Francia 2015

Documentario

Louisiana (The other Side) intende descrivere l’ aspetto più nascosto degli Stati Uniti, quello che, almeno secondo molti autorevoli critici, pochi avrebbero raccontato al cinema. Io, personalmente, ritengo che non sia così: penso a Michael Moore, per esempio, che ci ha mostrato molto di quel paese e della mentalità diffusa in parecchi Stati del Sud, sfondo delle riprese di questo film, per non parlare poi dei registi del cinema indipendente americano che, pur adottando tecniche narrative diverse da quelle dei documentaristi, ci ha spesso parlato dell’America meno conosciuta, quella fuori dai circuiti turistici seguendo i quali tutto è bello, pulito e scintillante.

Louisiana è, secondo le dichiarazioni dello stesso regista, uno scrupoloso documentario, girato da lui e da una coppia di operatori, che a turni di mezz’ora si erano avvicendati nelle riprese (ovvero trascorso il tempo massimo oltre il quale la pesantissima macchina da presa a spalla non sarebbe stata sopportabile). In fase di post-produzione, egli stesso, quindi, aveva sottoposto tutto il materiale raccolto a un montaggio severissimo, senza risparmio di tagli, rendendo il “documentario” così accurato ed elegante da risultare infine difficilmente distinguibile da un film di finzione. L’opera si muove lungo due percorsi narrativi, il primo dei quali descrive un giovane drogato, nonché produttore e spacciatore di crack, nelle sue relazioni familiari (ama tanto la nonnina e anche la sorella), sociali e amorose; il secondo segue, invece, a distanza ravvicinata, un gruppo di  fanatici razzisti che, terrorizzati dalla prossima invasione dei loro territori e delle loro case da parte dell’ONU (!), si esercitano con mitra e bombe ad affrontare il pericolo, al fine di salvaguardare le proprie amatissime famiglie. Il film dunque ci presenta, effettivamente, un’America diversa, popolata da uomini confusamente ribelli alle leggi e allo stato, ritenuto responsabile dei loro problemi e delle loro sventure, che non solo dicono nefandezze di ogni sorta, dalle lodi al capitalismo, che permette a ogni maschio di sfruttare economicamente le attrattive sessuali delle “proprie” donne alle dichiarazioni di odio per i “negri” che hanno creduto a Obama e lo hanno votato, ma compiono anche gesti repellenti, che culminano, alla fine del film, in un raccapricciante attentato contro l’auto che ospita l’effigie dell’odiato presidente.

Ne risulta un lavoro assai ambiguo: molti contenuti sono inquietanti, altri sono imbarazzanti, ma in entrambi i casi non diventano, almeno secondo me, oggetto di denuncia, poiché prevale il punto di vista espresso dai miserabili (non solo economicamente) soggetti ripresi dal film, senza che si affacci, almeno qualche volta, un punto di vista “altro”, una qualche obiezione. Tutto ciò mi ha lasciato l’impressione sgradevole di diventare complice di un’operazione volta a umanizzare non solo quelle persone (ci mancherebbe altro), ma anche le cose inaccettabili che dicono o che fanno, il che sicuramente esula dalle intenzioni del talentuoso regista, il cui intervento in post-produzione mi è parso, paradossalmente,  funzionale soprattutto a rendere accettabile, almeno sul piano estetico (ma non è poco!), una visione del mondo regressiva e reazionaria.

Presentato al Festival di Cannes appena concluso, nella sezione Un certain regard.

Il racconto dei racconti – Tale of Tales


Schermata 2015-05-15 alle 22.21.52recensione del film
IL RACCONTO DEI RACCONTI _ TALE OF TALES

Regia:
Matteo Garrone

Principali interpreti:
Salma Hayek, John C. Reilly, Christian Lees, Jonah Lees, Alba Rohrwacher, Massimo Ceccherini, Laura Pizzirani, Franco Pistoni, Giselda Volodi, Giuseppina Cervizzi, Jessie Cave, Toby Jones, Bebe Cave, Guillaume Delaunay, Eric MacLennan, Nicola Sloane, Vincenzo Nemolato, Giulio Beranek, Davide Campagna, Vincent Cassel, Shirley Henderson, Hayley Carmichael, Stacy Martin, Kathryn Hunter, Ryan McParland, Kenneth Collard, Renato Scarpa – 125 min. – Italia, Francia, Gran Bretagna 2015

C’era una volta una regina (Salma Hayek) così disperata perché senza figli da essere disposta a qualsiasi sacrificio pur di averne (pazienza poi se a subire il sacrificio non sarà lei). C’era una volta un re (Vincent Cassel) così stolto da innamorarsi di una voce (ignorando che appartenesse a una vecchia megera). C’era una volta un re (Toby Jones) ancora più stolto: aveva allevato una pulce e l’aveva fatta crescere tanto da renderla del tutto simile a un mostruoso mammifero (pretenderà di servirsene quando dovrà maritare la figlia). Intrecciando gli sviluppi (che non intendo rivelare) di queste tre fiabe tratte dal Cunto de li cunti di Giambattista Basile*, Matteo Garrone ci trasporta nel suo anomalo ma bellissimo film, appena presentato a Cannes, facendoci vivere per due ore nello spazio del “meraviglioso”, ovvero là dove aspetti della realtà quotidiana trapassano con facilità e naturalezza nel mondo delle incantagioni e dei sortilegi, quello dei maghi, delle fate e degli orchi, dei negromanti e dei draghi che da sempre hanno popolato le fantasie dell’umanità (non solo dell’infanzia), quando con facilità e senza troppi problemi qualsiasi prodigiosa narrazione era sembrata naturalmente plausibile. Se per apprezzare appieno il film, dunque, è bene che ci apprestiamo a vederlo abbandonandoci al fluire del racconto, senza pretendere di razionalizzarlo troppo, è necessario però anche ricordare che le fiabe raccontate dal film sono per gli adulti, pienamente coscienti che le radici dei racconti di fate e di orchi affondano negli archetipi collettivi dell’inconscio in cui le pulsioni elementari, dettate dagli istinti corporali per la sopravvivenza, sono all’origine dei comportamenti umani più primitivi e meno accettati, quelli che attraverso l’educazione e l’organizzazione sociale abbiamo cercato di reprimere.

Matteo Garrone, per narrare questo mondo oscuro e labirintico, evita lodevolmente di ricorrere agli effetti spesso facili e grossolani della computer-grafica hollywoodiana o giapponese e, in modo culturalmente assai più suggestivo ed elegante, ambienta questo suo film in alcuni luoghi ancora abbastanza intatti del paesaggio naturale e artistico italiano, fuori per lo più dai consueti circuiti del turismo di massa**, collocandoli nel tempo delle corti feudali, presso le quali girovaghi e saltimbanchi rappresentavano le fiabe popolari per il diletto dei nobili. In tal modo, come l’autore a cui si ispira, egli dà voce ai “villani” che per quelle corti lavoravano duramente la terra e allevavano gli animali, senza aspettarsi molto altro che di sfamarsi e dissetarsi, e alle donne, che fuori o dentro le corti poco contavano, se non come fonte del piacere maschile, nonché come addette alla riproduzione della specie e alla salvaguardia attenta della gerarchia delle classi. Il risultato è un film molto bello e originale, ben diretto e interpretato benissimo, arricchito da una fotografia di eccezionale suggestione, che poco concede alle storie “gotiche” e molto, invece, mi sembra dare alla cultura e al gusto degli spettatori. Da vedere sicuramente!

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*Lo Cunto de li cunti è una raccolta di cinquanta fiabe in dialetto napoletano, attinte in parte dalla tradizione popolare italiana e in parte dalla tradizione novellistica boccacciana, che Giambattista Basile (1575 – 1632) raccolse nel corso della sua vita ma che fu pubblicata postuma nel 1636. A partire dal 1674 al titolo venne aggiunta la denominazione Pentamerone, per sottolineare la stretta parentela col Decameron, di cui condivide certamente la struttura o cornice (10 racconti per ogni giornata per cinque giornate soltanto). Nel corso dell’800, in ambiente napoletano, il Pentamerone venne riscoperto e studiato in Italia, ma nel resto dell’Europa Charles Perrault e I fratelli Grimm si erano ben accorti delle sue bellissime fiabe e ne avevano fatto parte costitutiva delle loro raccolte. Nel 1925, finalmente, la traduzione italiana di Benedetto Croce, che definì questo libro la più bella fra le opere letterarie dell’età barocca in Italia, impose all’attenzione anche degli altri italiani le belle storie del Basile. Italo Calvino lo studiò e incluse qualche fiaba fra le sue Fiabe italiane.

**Le bellissime location, quanto mai suggestive, sono in Sicilia (le gole dell’Alcantara e Il Castello di Donnafugata col suo labirinto); nel Lazio (il bosco di Sasseto) e in Puglia (Castel del Monte e Gioia del Colle). Eventuali e documentate aggiunte sarebbero molto gradite!

Mommy


Schermata 2014-12-07 alle 13.52.35recensione del film:
MOMMY

Regia:

Xavier Dolan

Principali interpreti:
Anne Dorval, Suzanne Clément, Antoine-Olivier Pilon – 140 min. – Francia, Canada 2014.

E’ finalmente visibile anche in Italia Mommy, il film di Xavier Dolan che all’ultimo festival di Cannes ha ottenuto il premio speciale della giuria ex aequo con Adieu au Langage di Godard. Il prestigioso riconoscimento, nonché l’abbinamento con Godard sanciscono il riconoscimento della giuria del festival più importante per questo regista canadese, giovanissimo, che ha all’attivo altri precedenti film, che i cinefili italiani per lo più non conoscono, non essendo mai usciti nel nostro paese. Qualche locale eccezione c’è: a Torino il cinema Massimo, in collegamento col Museo del cinema sta facendo vedere un po’ alla volta i film precedenti, tutti molto interessanti, ma la speranza è che entrino a far parte dei normali circuiti della distribuzione. Inutile, sennò, lamentarsi che la gente “scarica”! Che altro può fare?

Mommy è la storia intrecciata, ma anche maledettamente solitaria  di tre personaggi che vivono nella periferia di Montréal: una madre, Diane (Anne Dorval, splendida); un figlio, Steve (Antoine-Olivier Pilon, molto bravo) e una vicina di casa, Kyla (eccezionale interpretazione di Suzanne Clément). Diane ha perso il marito, fatto che ha negativamente inciso sul già precario equilibrio mentale e sul comportamento di Steve, che al momento del film è un adolescente in grave difficoltà, turbato, oltre che dai problemi della sua età, dall’impossibilità di controllare la propria esuberanza, di contenere i propri impulsi talvolta violenti e la propria logorrea, nonché dall’incapacità di dedicarsi con costanza a qualsivoglia occupazione. L’istituto al quale era stato affidato aveva dovuto espellerlo, in seguito alle lesioni che aveva causato a un suo compagno, cosicché Diane, piuttosto che affidarlo alle durezze di una struttura correzionale, come la legge canadese del 2015 le avrebbe consentito (l’azione è immaginata in un anno del non lontano futuro), decide di tenerlo con sé, scommettendo che il proprio smisurato amore per lui certamente sarebbe riuscito a trasformarlo, così da “confondere gli scettici” che non ci volevano credere. Con queste parole la donna si era riportata a casa Steve, col sogno di farlo studiare, ricuperandolo alla normalità.  I confini della normalità  sono sempre molto labili, però (nei film di Dolan lo sono particolarmente). Diane è in realtà una donna di mezza età pericolosamente vicina a quei confini: una bella donna, sciupata dai dolori e dai sacrifici, indurita dalla vita, da cui ha imparato a difendersi con modi assai sbrigativi e rudi, che ora investe su Steve tutto l’amore e la tenerezza profonda di cui è capace, nonché tutte le sue speranze, ma il suo carattere impulsivo, le delusioni continue e l’imprevedibilità delle scenate di questo figlio, a sua volta tenero, petulante  e aggressivo, la fanno uscire facilmente dai gangheri, tanto da attirare, per i suoi strilli, l’attenzione di Kyla. Di Kyla il regista non ci dice molto: sappiamo che è un’insegnante in anno sabbatico, che è anche lei in un momento assai difficile della propria vita, ma comprendiamo presto che diventa l’elemento di equilibrio fra madre e figlio e che, accettando senza scomporsi la diversità di Steve, riesce a farlo studiare e a calmarlo almeno un po’. Sono i momenti magici del film, quelli in cui sembrano realizzarsi persino i sogni di “normalità” di Diane. I tre potrebbero farcela solo se i fatti della vita, spesso casuali, non intralciassero i loro propositi virtuosi: la bolla di amicizia e di affetti, che sembra proteggerli, si rivela presto un rifugio troppo fragile in un mondo in cui gli innocenti non trovano spazio. Il primo a soccombere sarà Steve, poi sarà la volta di Kyla, sopraffatta dalla sua stessa famiglia che ne ha sempre ignorato i problemi; toccherà, infine a Diane, apparentemente la meno debole e la più incline a trovare i compromessi col principio di realtà necessari per sopravvivere: il suo incupirsi sconsolato ci testimonia, infine, la sua tragica sconfitta. Il regista ci racconta, dunque, dall’ottica degli esclusi, una storia simile a molte altre, ma con singolare forza coinvolgente per la potenza espressiva delle immagini che scorrono sullo schermo nell’insolito formato 1 a 1, cioè in un formato quadrato che, occupando solo una piccola parte dello schermo ci obbliga a concentrare la nostra attenzione sui volti, simili a ritratti, dei singoli personaggi, i perdenti della vita. Quando lo schermo si allarga è per sottolineare i momenti  di aperta frizione fra la loro soggettività e la realtà, come quando Steve si esibisce nel Karaoke, volutamente ignorando l’ostilità crescente intorno a lui o come quando Diane rivive i momenti sognati, i desideri irrealizzati, le speranze deluse… Tutta la narrazione è poi sottolineata da una colonna sonora che, nel suo notevole eclettismo, diventa parte non separabile dalle immagini stesse, cui imprime ulteriore pathos ed espressività.

Il film potrebbe anche non piacere: infatti ha diviso la critica, soprattutto in Italia, ma è molto interessante e merita certo una visione attenta.

il lavoro, oggi (Due giorni una notte)


Schermata 2014-11-27 a 12.43.52recensione del film:

DUE GIORNI, UNA NOTTE
Titolo originale Deux Jours, Une Nuit

Regia:

Luc Dardenne e Jean – Pierre Dardenne

Principali interpreti:
Marion Cotillard, Fabrizio Rongione, Pili Groyne, Simon Caudry, Catherine Salé, Alain Eloy, Olivier Gourmet, Christelle Cornil – 95 min. – Belgio  2014

Sandra (Marion Cotillard) è una giovane madre di famiglia. Finché la salute glielo aveva permesso, la donna aveva lavorato insieme a sedici colleghi in una piccola fabbrica di pannelli solari. Quando, a seguito di una crudele depressione, aveva dovuto assentarsi dal lavoro, il padrone non l’aveva sostituita, ma, per risparmiare sui costi, aveva utilizzato tutti gli altri operai, aumentandone le ore di lavoro settimanali (tre ore in più ciascuno), cosicché questi avevano arrotondato lo stipendio con gli “straordinari”, ciò che, in momenti di crisi economica dilagante, aveva fatto generalmente comodo. Ora Sandra è guarita e vorrebbe tornare al suo posto. Il padrone non ha intenzione di ri-assumerla (in Belgio, dove si svolgono i fatti, nessun automatismo per il reintegro dopo la malattia è previsto per legge), ma non ha il coraggio di dirglielo apertamente: affida, pertanto, al referendum fra i sedici operai che l’hanno collettivamente sostituita la decisione per il suo eventuale e costoso rientro: essi potranno votare per il sì, rinunciando però al premio  di mille Euro promesso a ciascuno di loro, eccezionale gratifica, senza alcuna relazione con gli “straordinari”, che comunque gli operai avevano percepito. Questo non è un particolare di poco conto, poiché determina, fin dagli inizi, lo schierarsi empatico dello spettatore dalla parte di Sandra, che non chiede ciò che non le spetta, perché chi ha lavorato al posto suo è stato pagato di più, ma chiede di rinunciare a un premio, che dimostra, fra le altre cose, che l’azienda non se la passa così male e che, perciò, le motivazioni economiche addotte dal padrone (la spietata concorrenza dei prodotti asiatici) sono pretestuose e celano altro.

Il film rappresenta perciò una situazione precisa, assolutamente credibile in un’ Europa che continua a vantare il suo Welfare, ma dove, in realtà, non esistono soggetti in grado di promuovere qualche forma di solidarietà: assenti i sindacati, ogni lavoratore è lasciato a sé e si difende come può, soprattutto puntando sulla compassione che riesce a suscitare*, sentimento nobile, ma certo pre -politico e quasi fuori dal nostro tempo, che sembra riportare all’indietro la condizione dei lavoratori, privati della loro dignità, di nuovo ricattabili dal padronato da  cui dipendono completamente, non solo per vivere, ma per mantenere livelli di esistenza accettabili, nonché qualche speranza per migliorare, in prospettiva, la condizione dei propri figli. La denuncia dei Dardenne, a questo proposito, è chiara e forte, coerente con larga parte del loro cinema; anche solo per questo la loro ultima fatica merita di essere vista e apprezzata. Non mi sento di affermare, però, che Due giorni, una notte possa essere considerato all’altezza dei loro film più belli, quali L’enfant, Il matrimonio di Lorna o Il ragazzo con la bicicletta. E’ infatti un po’ schematico e si regge quasi esclusivamente sulla straordinaria interpretazione di Marion Cotillard, attenta a contenere l’eccesso di patetismo (sempre in agguato, proprio per l’impostazione “pietosa” di cui ho parlato), grazie al minimalismo dei toni, alla controllatissima gestualità, alla capacità di dar vita a una dolente immagine femminile, piena di delicato pudore, ritrosa e riservata.

*E che Sandra stessa cercherà di suscitare durante il breve Weekend che la separa dal referendum

il tramonto di una speranza (Quando c’era Berlinguer)


Schermata 03-2456748 alle 23.31.12recensione del film:
QUANDO C’ERA BERLINGUER

Film/ Documentario

Regia e soggetto:

Walter Veltroni

– 117 min. – Italia 2014


Veltroni, oltre a essere stato un politico di rilievo nel nostro paese, è da sempre un appassionato di cinema: credo di aver condiviso con molti altri lettori gli appuntamenti piacevoli del Venerdì di Repubblica, quando egli presentava, con l’ironica competenza che spesso si trova fra i cultori della decima musa, i film che sarebbero comparsi in TV durante la settimana. Allora, tuttavia, non immaginavo, che si sarebbe cimentato direttamente, come invece è avvenuto, nella realizzazione di un film come questo, di cui ha ideato il soggetto e diretto la regia. Questo suo lavoro è in parte un documentario, in parte la ricostruzione affettuosa della vita politica e del carattere umano di Enrico Berlinguer.

Avvalendosi delle testimonianze di chi era stato vicino a Berlinguer, negli anni in cui, fra il 1972 e il 1984, egli era stato il segretario del Partito comunista, Veltroni ne ripercorre la carriera politica e ne descrive l’ umanità che lo rendeva popolare fra le persone per bene che abitavano l’Italia di allora e avrebbero desiderato vivere in un paese più giusto e più libero. Erano comunisti e berlingueriani, infatti, molti lavoratori che si erano spostati dal sud al nord del paese per migliorare le proprie condizioni, molti studenti che, mentre chiedevano l’allargamento del diritto allo studio, avrebbero voluto cambiare la scuola, molte donne che, attraverso il lavoro, rivendicavano la parità dei diritti e la libertà delle loro scelte. Veltroni ci restituisce l’immagine/icona di colui che si batté letteralmente fino alla morte perché venissero legittimate, in vista di un cambiamento del paese, le grandi energie degli uomini, delle donne e dei giovani che si riconoscevano nel suo P.C.I., partito comunista anomalo ed eretico nel panorama del comunismo occidentale. Era diventato un partito diverso, infatti, grazie alla intelligenza politica e alle intuizioni coraggiose di questo segretario, timido, fragile nell’aspetto, ma fermissimo nella difesa degli ideali che intendeva far contare nella società. La morte drammatica, preceduta dal malore durante un comizio a Padova, ostinatamente portato a termine, lo stroncò improvvisamente a soli 62 anni, impedendogli di veder concluso il processo di trasformazione che egli aveva avviato in quel suo partito, che, come viene bene spiegato nel corso del film, esaurì allora la ragione stessa della sua esistenza, anche se solo nel 1989, dopo il crollo del muro di Berlino, il P.C.I. cambiò nome e struttura organizzativa.
Il regista alterna alle interviste dei dirigenti politici di quell’epoca, non solo comunisti, le dichiarazioni di intellettuali, amici e familiari, presentando anche molte riprese filmate, dai telegiornali del tempo, frammenti di un passato altamente drammatico, che è bene venga conosciuto soprattutto fra i più giovani che di quegli anni non sono affatto informati, come dimostrano le agghiaccianti risposte di molti ragazzi e ragazze, oggetto di una breve inchiesta all’inizio del film.

Un film da vedere, per informarsi circa un periodo non conosciuto, o per rivivere i sogni e le speranze di anni che sembrano, ormai, lontanissimi: un altro mondo. Non ci si aspetti altro, però: sarà compito degli storici lavorare sui documenti degli archivi, quando sarà possibile, se mai lo sarà, per indagare a fondo sulle ragioni che rallentarono e infine sconfissero il tentativo di trasformazione che, per impulso di Berlinguer, fu avviato in tutta l’Europa e che va sotto il nome di Eurocomunismo.

P. S.
Quando sarà possibile, se mai lo sarà, gli storici potranno, probabilmente, far luce anche su troppe pagine oscure della nostra storia!

cupo drammone (C’era una volta a New York)


Schermata 01-2456683 alle 16.52.39recensione del film.
C’ERA UNA VOLTA A NEW YORK

Titolo originale:
The Immigrant

Regia:
James Gray

Principali interpreti:
Marion Cotillard, Joaquin Phoenix, Jeremy Renner, Dagmara Dominczyk, Angela Sarafyan – 120 min. – USA 2013

C’era una volta e c’è tuttora, a sud est di Manhattan, di fronte all’isoletta di Lady Liberty (nota da noi come Statua della libertà), l’isola di Ellis Island. Il suo nome è sinistramente legato alle migrazioni verso gli Stati Uniti: lì sbarcavano, infatti, gli sventurati che speravano di lasciarsi alle spalle miseria e spesso anche persecuzioni, sedotti dal sogno americano, nel grande “paese delle opportunità”. Come è ben raccontato all’inizio di questo film, Ellis Island era organizzata per sottoporre a spietata selezione i nuovi arrivati: medici e agenti federali si affiancavano, nell’edificio, ora Museo dell’immigrazione, per accertare che essi non fossero da espellere in quanto portatori di malattie contagiose, ma anche per respingere ai luoghi d’origine chiunque si ribellasse al loro arbitrio, immediatamente sospettato di simpatie rivoluzionarie e sovversive. Qui erano giunte, intorno agli anni ’20, due sorelle polacche, Ewa (Marion Cotillard) e Magda (Angela Sarafyan), nell’intento di sottrarsi alle discriminazioni ai pogrom e alle vendette che, dopo la prima guerra mondiale, continuavano ad affliggere le popolazioni dell’Europa orientale. Le due giovani, rimaste orfane e molto legate, si erano sostenute a vicenda durante il viaggio confidando, vanamente, nell’accoglienza generosa di una zia che a New York si era sposata e lì da tempo risiedeva. In quella città, però, solo Ewa era entrata, poiché Magda, tradita da un colpo di tosse e sottoposta a immediati accertamenti, dapprima minacciata di espulsione, era stata forzatamente ricoverata in ospedale per curare la tubercolosi da cui era affetta. Su questo sfondo agisce, mescolandosi ai migranti e cercando di non dar troppo nell’occhio, Bruno Weiss (Joaquin Phoenix), giovanotto, ebreo e polacco a sua volta, che nel corso del racconto assumerà un ruolo sempre più importante. Egli era arrivato a New York assai prima delle due sorelle e aveva trovato la sua strada gestendo un equivoco cabaret, fatto di spettacolini sgangherati e volgari in cui si esibivano in uno sguaiato balletto un po’ di ragazze polacche, pronte a prostituirsi dopo la danza, in cambio di un letto e del cibo, cui egli stesso provvedeva, grazie ai turpi guadagni dell’amore a pagamento. Bruno, dunque, era un lenone, alla caccia di fanciulle belle e sventurate cui offrire “lavoro” e casa. Egli, tuttavia, era rimasto molto colpito dalla bellezza fine e delicata di Ewa, di cui, a poco a poco, si era innamorato davvero, tanto che era sinceramente disposto ad aiutarla per far uscire Magda dall’ospedale. Non era, però, disposto a rinunciare ai proventi che dalla sua esibizione e prostituzione gli arrivavano, neppure davanti alla riluttanza disperata di lei. La ricostruzione precisa delle circostanze storiche e delle relazioni umane di dominio o di subalternità che dal primo momento si delineavano, fra chi aveva il potere di decidere della vita altrui e la folla dei diseredati, pronti a tutto, costituisce lo scenario giusto per comprendere perché potessero crearsi situazioni così paradossali, in cui l’incomunicabilità più totale avrebbe impedito l’instaurarsi di qualsiasi rapporto d’amore condiviso, possibile solo nella parità delle condizioni dei due partner.

E’questa, mi pare, la parte migliore di quest’ultima fatica di James Gray, il regista di altri film molto belli, quali I padroni della notte e Two Lovers. Purtroppo nel seguito della pellicola, il regista, invece di sviluppare i temi iniziali che erano stati impostati così bene, introduce l’elemento melodrammatico della rivalità amorosa fra Bruno e il cugino Orlando (Jeremy Renner), fantasista e istrionico prestigiatore, a sua volta innamorato della bella Ewa. Va da sé che i due, non essendo proprio gentiluomini oxfordiani, si affronteranno a suon di botte, di coltellate e anche di pistolettate, introducendo un elemento di grande violenza sanguinaria, del tutto inattesa e poco consona all’andamento malinconico e quasi favoloso dell’inizio della storia, sottolineato anche dalla fotografia appositamente ambrata, ingiallita e sbiadita, molto bella.
Peccato! Il melodramma appesantisce una buona parte di questo film, rendendolo, per i miei gusti, quasi un indigeribile polpettone, alquanto lacrimoso, del quale il regista avrebbe dovuto controllare meglio gli effettacci finali, fra dolori di ossa rotte, lacrime e ferite. Gli attori sono molto bravi.