Tintoretto Un ribelle a Venezia

TINTORETTO – Un ribelle a Venezia

Documentario
regia di Pepsy Romanov
(Giuseppedomingo Romano)

Il regista ha diretto questo documentario avvalendosi della collaborazione del collega britannico Peter Greenaway e della sceneggiatura di Melania Mazzucco, la scrittrice italiana che l’aveva ideato (e, io credo, a lungo vagheggiato) quasi a completamento delle due opere letterarie che al pittore aveva dedicato e delle quali, brevemente parlerò.

Tintoretto e Melania Mazzucco
Melania Mazzucco ha raccontato Tintoretto (Venezia 1518-1594) in due opere letterarie, trasformando in narrazione le proprie conoscenze su di lui, nate dall’appassionata ricerca fra gli archivi, le biblioteche e le collezioni pubbliche e private di tutto il mondo.
La prima è un romanzo affascinante, uscito per l’editore Rizzoli nel 2008: La lunga attesa dell’Angelo. La scrittrice immagina che Tintoretto, durante i lunghissimi quattordici giorni di agonia, fra delirio e lucidità, abbia ricostruito, per presentarli al giudizio di Dio, i momenti cruciali della propria vita avventurosa di popolano veneziano orgoglioso, che non disdegnava mescolarsi con la plebe delle osterie e dei bordelli della sua città. Nel fluire dei ricordi, in questo straordinario racconto-confessione Tintoretto non tace l’amarezza per l’incomprensione invidiosa di  Tiziano, le difficoltà incontrate per la diversità della propria pittura irruenta e folle, lontana dalla perfezione classica dei pittori della scuola veneta.  Ma il romanzo è tutto dominato dalla memoria dell’amatissima Marietta (frutto del grande amore per una donna tedesca di cui poco si sa), la primogenita illegittima che costituì il riferimento costante e assillante di tutta la vita. Ammessa a frequentare il suo studio, vestita con abiti maschili per non destare lo scandalo dei benpensanti, Marietta era la figlia prediletta, l’unica delle cinque (quattro legittime) a non finire suora; l’unica a cui andò la dote indispensabile per avere un marito, ovvero per lasciare la casa paterna da donna indipendente, la cui presenza egli aveva imposto alla moglie legittima, Faustina, che se n’era presa cura. Era morta giovane, forse di parto; il pittore ora che sapeva di morire, sentiva che presto l’avrebbe rivista, poiché era certo che quell’Angelo gentile stesse aspettando lui, e che Dio avrebbe capito un amore così intenso da sfiorare l’incesto. A differenza della scrittrice, Tintoretto sicuramente non conosceva Freud…

La seconda opera (Rizzoli – 2009) della Mazzucco sul pittore è del tutto diversa: non un romanzo, ma un monumentale saggio biografico, dal titolo Jacomo* Tintoretto & i suoi figli, volume di 1121 pagine, ricostruzione minuziosa e ormai punto di riferimento di chi si occupa del pittore, resa possibile dai dieci anni di studi e di ricerca di cui la scrittrice dà conto nell’appendice di 282 pagine.
La vita di Tintoretto, la famiglia di origine, la moglie, gli otto figli legittimi, fra cui Dominico (a sua volta pittore, cui il padre aveva affidato la continuità della “casa”), oltre all’amatissima Marietta, molto presto entrata nella leggenda: tutto questo è ampiamente documentato e raccontato. La scrittrice, però, si preoccupa di collocare le informazioni sul pittore e sulla sua famiglia all’interno della storia della città, ricostruita con cura scrupolosa, in uno dei momenti più difficili. Ne sono protagonisti non solo gli artisti, il popolo e il patriziato, ma le divisioni interne che laceravano il fronte, un tempo compatto, che si era schierato in difesa dei liberi ordinamenti della città, cosicché la Repubblica Serenissima era riuscita a sottrarsi all’occhiuta vigilanza censoria dell’Inquisizione,  proteggendo i propri intellettuali e quelli che lì avevano trovato rifugio e accoglienza (e siamo quasialla fine del Cinquecento!). Questo è il contesto storico in cui Mazzucco colloca, con prosa fluida e tranquilla lontana dalla ricostruzione fantasiosa del romanzo,  la nascita delle opere straordinarie dell’artista  che aveva ornato Venezia con la sua arte grandiosa e originalissima, espressione di un estro creativo quasi incontenibile apprezzata in ogni tempo e in ogni luogo del mondo da tutti, compresi molti intellettuali che, insospettabilmente, ne avevano colto la modernità.

Il film 

Nato lo scorso anno come opera celebrativa dei cinquecento anni  del grande pittore, che era venuto al mondo, come ho scritto, nel 1518, è comparso solo ora nelle sale e per soli tre giorni, evento imperdibile per tutti gli amanti di Venezia, dalla quale l’arte di Tintoretto è inseparabile.
Il film (a cui Melania Mazzucco presta la propria immagine come esperta commentatrice, e Stefano Accorsi la voce fuori campo del racconto) attinge a piene mani dalle due opere che ho cercato di presentare sinteticamente, offrendoci in più la visione e l’interpretazione possibile delle opere meravigliose, delle tele straordinarie e insolite per le dimensioni che esaltano la verticalità della pittura di Tintoretto, come le pale che  adornano la chiesa e la scuola di San Rocco, o il Giudizio Universale di Santa Maria dell’Orto o la scandalosa Ultima cena, di San Giorgio Maggiore o le cinquanta tele cucite fra loro, che formano l’esteso telero (telaio) sostitutivo dell’affresco, meno facile da conservare per le condizioni di umidità salmastra del palazzo sul mare:  Il Paradiso,  che ricopre l’enorme sfondo della sala Ducale del Palazzo omonimo, che lascia ogni volta attonito e commosso il visitatore.
È davvero difficile trovare un analogo insieme di meraviglie analizzate con tanta cura e intelligenza, in un linguaggio così limpido da arrivare al pubblico vasto degli spettatori, invitati a riflettere sulla bellezza anche valutando le novità tecniche di una pittura scura, come lo sfondo preparatorio delle tele, nella quale le pennellate sicure di pochi e materici tocchi luminosi servivano a conferire alla luce un’eccezionale potenza suggestiva. Nel bel documentario, anche molte sorprese: l’apprezzamento di Jean Paul Sartre, che aveva paragonato al cinemascope la forza rivoluzionaria di quella pittura e definito primo regista del cinema il suo autore; quello di David Bowie, nonché la presenza di intellettuali di ogni paese, testimoni, di un’ammirazione senza confini nello spazio: Kate Bryan, Matteo Casini, Astrid Zenkert, Agnese Chiari Moretto Wiel, Michael Hochmann, Tom Nichols e Frederick Ilchman. Da ricuperare , se non sarà più nelle sale, almeno in DVD.

*questo era il vero nome e così viene chiamato dall’autrice che, restituendogli affettuosamente l’identità profonda, ci ricorda le origini “popolane” di cui il grande pittore andava orgoglioso.

 

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Suspiria

 

 

SUSPIRIA:

qualche estemporanea riflessione  a proposito del film di Dario Argento, del remake di Luca Guadagnino e una premessa indispensabile:
non volendo rovinare la visione di chi non ha ancora visto i due film, o uno solo dei due, non accennerò che molto brevemente alla vicenda che raccontano.

Sebbene non abbia mai amato particolarmente il genere horror, ho atteso con un po’ di impazienza di vedermi il rifacimento di Luca Guadagnino del celeberrimo Suspiria, opera fra le più apprezzate di Dario Argento. Di Argento avevo visto, da giovane, un buon numero di film, incuriosita non poco dalla insolita ambientazione torinese di molti di essi, diventata ai nostri giorni oggetto di culto nella mia città, testimoniato addirittura dai  percorsi turistici per cinefili argentiani. Non mi ponevo, vedendole anni fa, il problema se queste pellicole fossero o no capolavori: il mio interesse nasceva infatti, come ho detto, soprattutto da curiosità. Al regista riconoscevo, tuttavia, un’abilità non comune, quasi geniale, nel creare inconfondibili atmosfere di tensione sullo sfondo di luoghi a me molto familiari, ma quei suoi film, così aggressivamente spaventosi e inquietanti, erano talmente lontani dal “mio” cinema, che non ne avevo mai considerato l’aspetto autoriale: di lì a poco li avrei abbandonati senza molto ripensarci, non avendoli mai molto amati.

Confesso, con un po’ di imbarazzo, pertanto, che solo da poco tempo ho visto Suspiria e che, nonostante continui a ritenerla un’ opera lontana da me, ho voluto ancora rivederla prima dell’uscita del remake, per cogliere l’originalità delle scelte registiche di Luca Guadagnino. Numerose opinioni di critici e di giornalisti, che ne avevano apprezzato l’anteprima veneziana qualche mese fa, sostenevano d’altronde l’assoluta diversità delle due opere, cosa quasi ovvia, data la diversa personalità dei due registi.

In realtà Guadagnino mantiene la sceneggiatura del film di Dario Argento, modificandone la location (Berlino, non Friburgo) e la collocazione temporale, che riporta la vicenda della scuola di danza e delle streghe che la dirigono, nonché l’arrivo della studentessa Suzy dagli Stati Uniti, in una piovosa notte piena di molte paurose stranezze, agli anni ’70, quando nella claustrofobica e grigia Berlino Ovest, isolata dalla Germania orientale per la presenza del muro, si scatenava l’azione di protesta paramilitare, con i numerosi episodi di guerriglia urbana e di terrorismo organizzati dalla RAF (banda Baader-Meinhof).

Al centro del remake Guadagnino colloca, inoltre, la figura di uno psicanalista ebreo, il dottor Kemperer, fuggito dalla Germania delle leggi razziali, che, vissuto nella speranza di rivedere la moglie amatissima, scopre ora di non averla  salvata (per fiduciosa leggerezza) dall’internamento nei campi nazisti, dove la poveretta aveva trovato la morte. Ora è un vecchissimo signore che medita lacanianamente sull’origine del male e sulla colpa, sulla propria individuale responsabilità, oltre che su quella dei nazisti. Suzy è una sua paziente, come lo era la studentessa Patricia, sparita misteriosamente la notte del suo arrivo alla scuola di danza diretta da Madame Blanc, interpretata qui da un’ambigua Tilda Swinton (era Alida Valli la Madame Blanc di Dario Argento, donna di indiscutibile perfidia, dall’espressione dura e cattiva).

Guadagnino cerca dunque di inserire elementi di disturbo e di incertezza nella fiaba lineare di Dario Argento che era stato attento, da bravo narratore di fiabe, a separare buoni da cattivi e bene da male, in modo da favorire attraverso l’orrore per il male e per i cattivi (le cattive in questo caso) l’identificazione morale degli spettatori. I riferimenti storico-politici e culturali di questo remake depotenziano gli effetti paurosi e orrorifici dell’originale, senza trasformarlo davvero in un film politico o storico, che non pare essere nelle corde del regista. Rimane un discreto e accurato rifacimento del vecchio film, un po’ complicato e nebuloso nel finale, come i cieli di Berlino, ma formalmente elegantissimo, apprezzabile per l’intelligenza delle numerose citazioni (da Fassbinder a Von Trier), nonché per la complessità della colonna sonora e per la bravura delle interpreti (strabiliante la Swinton), ma, oltre a suscitare pochi brividi negli spettatori, lascia l’impressione di un film velleitario e un po’ deludente, soprattutto per chi, come me, aveva molto apprezzato il regista di Chiamami col tuo nome.

QUI un’intervista di Dario Argento non priva di polemica nei confronti del remake del suo film, ma sostanzialmente condivisibile

Interpreti: 

Dakota Johnson, Tilda Swinton, Mia Goth, Lutz Ebersdorf, Jessica Harper – 152 min. – USA, Italia 2018

Le affinità elettive

recensione del film:
LE AFFINITÀ ELETTIVE

Regia:
Paolo e Vittorio Taviani

Principali interpreti:
Isabelle Huppert, Fabrizio Bentivoglio, Jean-Hugues Anglade, Marie Gillain, Massimo Popolizio, Consuelo Ciatti, Stefania Fuggetta –
98 min. – Italia 1996.

La trasposizione cinematografica di uno dei romanzi più impegnativi della letteratura europea, fra classicismo e romanticismo, benché abbia richiesto a Paolo e Vittorio Taviani alcuni tagli spericolati, nonché il sacrificio di non pochi personaggi importanti dell’opera famosa, si è secondo me rivelata una operazione riuscita. L’impresa era molto difficile, ciò di cui bisogna tener conto nella valutazione complessiva dell’opera.
I due registi, infatti, hanno saputo restituirci, nel linguaggio del cinema, un romanzo molto letterario e filosofico, nel quadro naturale del paesaggio toscano, ambiente assai diverso da quello tedesco che è più scuro e contrastato, percorso da piogge frequenti e illuminato da bagliori improvvisi.
Il titolo, che rimane quello del romanzo, ci riporta all’interesse presente in Goethe per la cultura scientifica del suo tempo e alla convinzione che i rapporti d’amore che portano al formarsi della coppia non sfuggano alle leggi naturali dell’affinità chimica fra gli elementi composti, instabili per natura, e con tendenza a scindersi negli elementi primari, destinati a legarsi inevitabilmente con altri elementi da cui sono irresistibilmente e fatalmente attratti.
Un determinismo ineluttabile perciò percorre la vicenda di Edoardo (Jean-Hugues Anglade) e Carlotta (Isabelle Huppert) diventati marito e moglie dopo che, essendosi amati in gioventù, avevano separato le loro strade per ritrovarsi casualmente, non più giovanissimi, entrambi vedovi dei precedenti matrimoni. Diversi nel carattere e nelle aspirazioni, Carlotta ed Edoardo ora vivevano grazie alle rendite dei terreni di lui, presso i quali, in un grande cascinale di campagna, avevano stabilito la propria abitazione. Ai progetti di Carlotta, razionalista e intenzionata a migliorare la qualità delle coltivazioni, Edoardo prestava un ascolto distratto, più interessato a promuovere una rete di rapporti d’amicizia nei quali l’amore reciproco si sarebbe arricchito e consolidato. L’arrivo di Ottone,l’architetto (Fabrizio Bentivoglio), fortemente voluto da Edoardo, e, di lì a poco, quello di Ottilia (Marie Gillain), la giovane e graziosa figlioccia di Carlotta, avrebbe destabilizzato, invece, il loro precario equilibrio di coppia. Da questo momento il film, percorrendo rapidamente le vicende del romanzo e seguendo l’allentarsi del legame dei due sposi, descrive il nascere dell’amore che, per affinità elettiva, avrebbe legato profondamente Edoardo e Ottilia, nonché Ottone e Carlotta, di cui, presto si sarebbe visto il frutto-monstre, poiché da quello strano incrociarsi delle passioni e del sentire sarebbe nato il figlio di Carlotta e di Edoardo, che nei capelli e nel volto avrebbe avuto le sembianze di Ottone e di Ottilia, gli amanti desiderati.

Il film è preceduto dalla scena memorabile dell’emersione dalle acque profonde del lago dell’antica statua di Venere, da millenni sottratta alla vista degli uomini, avviluppata dalle alghe e attraversata dalle migrazioni di miriadi di pesci, in un ribollire vitalistico, senza apparente senso. Grazie a questo incipit, i Taviani mostrano di aver conosciuto e meditato le stratificate interpretazioni del romanzo nel corso dei secoli, proiettandole sull’intero film, che è perciò non solo rappresentazione delle discussioni filosofiche sull’amore e sul matrimonio, o della morale laica in opposizione a quella religiosa, ma riflessione storicamente plausibile sulla necessità di separare la natura dalla sua rappresentazione artistica, e sullo stesso concetto di mimesi sul quale si era fondata ogni teorizzazione del classicismo. Il compito davvero improbo dei registi  era stato certamente reso possibile grazie anche alla “colta” interpretazione di tutti gli attori che avevano saputo rendere umanamente credibili i loro complessi e difficilissimi personaggi.

Ai lettori

Stiamo vivendo giorni terribili per la cultura, non solo cinematografica, in tutto il mondo.
La morte di Philip Roth ha aggiunto dolore a dolore: in meno di un mese, abbiamo perso tre grandi registi, come Milos Forman, Vittorio Taviani ed Ermanno Olmi. Intendo, attraverso questo blog, rendere loro omaggio impegnandomi nella recensione di alcuni loro film meno noti. Tornerò, al più presto anche nelle sale, da cui mi ha tenuta lontana un fastidioso malanno (di stagione) agli occhi. A presto.

Una questione privata

recensione del film:
UNA QUESTIONE PRIVATA

Regia:
Paolo Taviani, Vittorio Taviani

Principali interpreti:
Luca Marinelli, Lorenzo Richelmy, Valentina Bellè, Francesca Agostini, Jacopo Olmo Antinori. «continua Antonella Attili, Giulio Beranek, Mario Bois- 84 min. – Italia, Francia 2017

La grande letteratura  può diventare ottimo cinema: lo sanno bene i fratelli Taviani, che si erano già cimentati con Pirandello (Kaos) e con Giovanni Boccaccio. Né si presentava più facile quest’ultima fatica, poiché il confronto con Beppe Fenoglio, uno dei massimi scrittori del ‘900 italiano, avveniva su un romanzo lasciato incompiuto (Fenoglio era morto giovane senza riuscire a rivederlo), sul quale erano già stati costruiti film e sceneggiati televisivi non memorabili. A questa grande difficoltà si era aggiunta l’incertezza della “location” poiché le Langhe di Fenoglio, quelle nelle quali egli era stato un partigiano “azzurro”, non esistono più: i vigneti a perdita d’occhio hanno modificato l’ avara terra dei suoi romanzi e dei suoi racconti, ciò che spiazza immediatamente chi vede questo film avendo in mente quelle pagine indimenticabili. Paolo Taviani (Vittorio era impegnato nella sceneggiatura), era stato costretto a girare in alcuni luoghi della Valmagra, che rendessero, malgrado ciò, possibile la massima fedeltà allo spirito del romanzo.

Come il romanzo, il film si svolge nelle nebbie dense delle vallate, teatro della lotta di Resistenza, che avvolgevano uomini e cose, con una tenacia vischiosa e infida durante l’ultimo inverno di guerra (1944), in attesa che il “vento d’aprile” dell’anno successivo, schiudendo coi suoi tepori i germogli inariditi dei prati e degli alberi, riaprisse i cuori dei sopravvissuti alla speranza, facendo finalmente giustizia dei torti e delle ragioni e restituendo onore e dignità a chi aveva resistito alle torture tacendo nomi, luoghi, riferimenti.  La vicenda è quella del giovane Milton (Luca Marinelli), partigiano delle formazioni azzurre che aveva fatto la sua scelta irreversibile dopo l’8 settembre 1943, allorché, seguendo lo sbandarsi dell’esercito italiano, aveva raggiunto quel teatro di guerra e si era innamorato della bella Fulvia, la giovinetta torinese di ricca famiglia, che i genitori avevano richiamato in città ora che la guerra si stava spostando dalla città alle campagne, che pullulavano di gerarchi fascisti, intenti a saccheggiare e incendiare le povere cascine dei contadini locali, sospettati di aiutare i partigiani. Fulvia, dunque se n’era andata, mentre sempre più ossessivamente Milton temeva che la bella fanciulla (Valentina Bellé) fosse stata conquistata da Giorgio, il badogliano (Lorenzo Richelmy), l’amico partigiano che gliel’aveva presentata. L’amore per lei era il potente motore che lo spingeva a combattere, in vista di un dopo che si sarebbe rivelato interessante da vivere, quando le cose, finalmente, sarebbero apparse nella loro abbagliante verità. Il film, dunque, ripercorre le pagine più importanti del romanzo facendo spostare Milton, nelle nebbie dense, al freddo e al gelo di quell’inverno, animato dal desiderio spasmodico di conoscere la verità su Fulvia, alla ricerca di Giorgio, che certamente, per lealtà e amicizia, non gli avrebbe taciuto nulla. Come sappiamo, l’incontro con Giorgio, prigioniero dei fascisti e torturato a morte, non ci sarebbe stato, né avrebbe potuto avvenire per effetto di uno scambio di prigionieri reso impossibile dagli eventi. Il finale è aperto e ambiguo, ma assai più che nel romanzo, sembra autorizzare un certo ottimismo, assai poco presente nell’intera opera di  Fenoglio. La bella e capricciosa Fulvia è immagine metaforica della  duplicità eterna del sentimento d’amore, legato indissolubilmente alla morte e alla distruzione, ma capace di trasmetterci una qualche forma di vitale energia, anche se la nostra esistenza è in ogni caso soggetta ai voleri del caso, difficilmente padroneggiabili, in guerra come in pace, dalla nostra volontà. I Taviani, dunque, hanno dato vita a un discreto film, da vedere, asciutto e contenuto nella narrazione di quei giorni atroci, illuminati da pochi momenti positivi e silenziosi: l’incontro casuale di Milton con i genitori che dà senso alla pena e alla sofferenza del vivere, per quel poco di tempo che è concesso, come sa anche la bimba che, dopo essersi dissetata, torna a giacere accanto ai morti della sua famiglia, senza chiedersi perché e senza illudersi.

La parlata romanesca degli attori mi ha fatto inorridire, ciò di cui mi vergogno un po’ (non amo il regionalismo gretto e reazionario), ma ci ho sentito davvero poco il mio Milton-Fenoglio. Mi interesserebbe capire dagli spettatori di altre regioni d’Italia se hanno provato il mio stesso fastidio.

Cuori puri

 

recensione del film:
CUORI PURI

Regia:
Roberto De Paolis

Principali interpreti:
Selene Caramazza, Simone Liberati, Barbora Bobulova, Stefano Fresi, Edoardo Pesce, Antonella Attili, Federico Pacifici, Isabella Delle Monache – 114 min. – Italia 2017.

 

Stefano (un grandissimo Simone Liberati) era vicino ai suoi venticinque anni e forse stava per lasciarsi alle spalle un durissimo passato, grazie al lavoro precario che, nelle sue intenzioni, avrebbe  dovuto permettergli di mantenersi, sia pure modestamente. Era stato assunto per tenere in ordine e sorvegliare il parcheggio di un discount della periferia romana: le auto non dovevano subire furti, né ammaccarsi per le continue irruzioni dei monelli stranieri (rom e non solo) che giocavano al pallone dall’altra parte della strada, dove sorgeva il campo che li ospitava. Essi sconfinavano, spesso e volentieri, però, oltre le reti di protezione dell’area del supermercato, ciò che non rendeva semplici, anche se ce la metteva tutta, i suoi compiti: qualche volta allora si lasciava trasportare dall’ira e reagiva con violenza, scatenando risse non certamente utili a sé, né alla fama del discount e neppure alle auto parcheggiate.
Altre volte, invece, avendo ben conosciuto la durezza della vita, si lasciava prendere dalla compassione, come era successo quando aveva lasciato fuggire una ladruncola dallo sguardo disperato, sbucata chissà da dove, e acciuffata dopo un lungo inseguimento, mentre stava portandosi via un cellulare di scarso valore, nel  bellissimo piano-sequenza con il quale si apre il film. Della storia di lui e di quella di lei, che si chiamava Agnese (una eccellente Selene Caramazza) ed era appena diciassettenne, gli spettatori conosceranno a poco a poco alcuni particolari, sufficienti per comprendere il presente difficilissimo di entrambi, e per immaginare un futuro probabilmente chiuso a qualsiasi prospettiva di riscatto, nonostante la tenera storia d’amore che presto sarebbe nata fra loro, e che sarebbe diventata anche una storia di reciproca solidarietà.
Sul presente di Stefano pesava, infatti, una famiglia impoverita, ora anche sfrattata e buttata letteralmente sulla strada, che si stava rivolgendo a lui, che ne era fuggito molto giovane non sopportando i maltrattamenti del padre violento e fannullone; sul presente di Agnese pesavano invece i sensi di colpa indotti dalle intelligenti e persuasive parole del suo parroco (Stefano Fresi), apparentemente di larghe vedute, e purtroppo resi più tormentosi da sua madre, donna della media borghesia romana (Barbora Bobulova), che sembrava amabile ed evoluta, ma che in realtà era ossessionata dal timore che la figlia non arrivasse vergine al matrimonio. Il regista segue da vicino, con la macchina a mano, con delicatezza e trepidazione, la loro storia tenerissima; il suo intrecciarsi con i condizionamenti impossibili da rimuovere; il suo trasformarsi quasi inevitabile in una vicenda cupa e disperata, regalandoci un gran bel film,duro ed essenziale, evitando di farne un insopportabile mélo e, meritoriamente, di ridurlo a descrizione sociologica. Egli si accontenta, invece, di inserire organicamente nel racconto, con notevole e realistica efficacia, i personaggi di una Roma di borgata, profondamente vera e attuale, terreno di coltura di un pericoloso malcontento xenofobo e di una delinquenza organizzata, pronta a cogliere le situazioni disperate per trarne il profitto più infame.

Presentato con successo all’ultima rassegna di Cannes, nella sezione Quinzaine des réalizateurs, il film è visibile in un buon numero di sale italiane. Da non perdere!

La tenerezza


recensione del film:
LA TENEREZZA

Regia:
Gianni Amelio

Principali interpreti:
Renato Carpentieri, Elio Germano, Giovanna Mezzogiorno, Micaela Ramazzotti,Greta Scacchi, Arturo Muselli, Giuseppe Zeno, Maria Nazionale, Enzo Casertano – 103 min. – Italia 2017.

Gianni Amelio è tornato sul set  per raccontare una storia napoletana che, con molta libertà, si ispira al romanzo La tentazione di essere felici di Lorenzo Marone.
Lorenzo, un vecchio signore già famoso (o, meglio, famigerato, come egli stesso si definisce) avvocato civilista, ha passato la vita nelle aule del tribunale di Napoli, per difendere, assecondandone la volontà truffaldina, gli “interessi” dei clienti delle compagnie di assicurazione.
Aveva moglie e figli, ma li aveva abbandonati senza troppi scrupoli per vivere una storia con Assunta (Maria Nazionale), a sua volta improvvisamente abbandonata per fare ritorno a casa dopo molti anni. Adesso è vedovo ed è solo, perché i figli, Elena (Giovanna Mezzogiorno) e Saverio (Arturo Muselli) non gliel’avevano perdonata e, anche ora, da adulti, provano poco affetto per quel padre che si era eclissato senza più interessarsi di loro.
Lorenzo, all’inizio del racconto, aveva avuto un infarto ed era in ospedale alle prese con flebo e cateteri, ovvero con la triste routine terapeutica di quel luogo un po’ troppo costrittivo per il suo carattere bizzarro e anarcoide: se ne sarebbe liberato presto, strappando via rabbiosamente le lunghe cannule che imbrigliavano il suo corpo e se ne sarebbe tornato nella sua casa vuota, riprendendo a fumare compulsivamente.
Il rientro sarebbe stato pieno di sorprese: Fabio, ingenere del nord-est italiano (Elio Germano), si era sistemato con la moglie Michela (Micaela Ramazzotti) e i due figlioletti in un appartamento attiguo al suo. Siamo in un palazzo, bello e degradato, come il circostante centro storico napoletano che del suo nobile passato esibisce ancora qualche traccia. Con la famiglia di Fabio, quasi subito sarebbe nata una cordiale amicizia, cementata dalla dolcezza semplice di Michela e dall’attenzione affettuosa del vecchio Lorenzo per i due piccoli, con i quali egli era riuscito a stabilire un ricco dialogo, fatto di indulgente tenerezza. Quasi irriconoscibile, venuta meno l’impazienza e l’insofferenza del soggiorno in ospedale (e di tutta la vita), era diventato adesso il suo comportamento, che rivelava un’insolita disposizione dell’animo, come se una mitezza dolce, sconosciuta, stesse impadronendosi di lui, ora più incline a riflettere sul proprio passato, senza rinnegarlo, però, anzi, orgogliosamente rivendicandolo.
Un drammatico e inatteso fatto di sangue, coinvolgendo di lì a poco la famiglia dei suoi vicini, era sembrato concludere la stagione più felice dei suoi anni da vecchio. Probabilmente, tuttavia, avrebbe potuto ricuperare l’affetto di quei figli ai quali in passato si era negato, soprattutto di Elena, la più incline al perdono, madre del nipotino molto amato, grazie al quale, forse, Lorenzo avrebbe riannodato i legami con ciò che gli era rimasto della famiglia. Gli occorreva sciogliere la durezza orgogliosa del suo cuore e lasciare alla tenerezza mite e indifesa lo spazio necessario, finalmente! Non sarebbe stato facile, ma ci avrebbe provato!

Amelio ci racconta una storia interessante e ci presenta alcuni caratteri umani ben disegnati, il più convincente dei quali è certamente quello di Lorenzo, superbamente interpretato da un grande Renato Carpentieri, tanto più umanamente vero quanto più determinato nel difendere il proprio passato del quale non intendeva rendere conto, né ai figli, né all’antica amante, che inopinatamente aveva voluto rivedere. In questa spigolosa testardaggine, in questa pervicace ostinazione è riconoscibile la sua grande fragilità, non avendo il coraggio e la forza d’animo necessari per ammettere il proprio bisogno di tenerezza, ovvero per riconoscere i propri errori. Detto ciò, il film non è immune da difetti, il primo dei quali è l’affastellarsi di personaggi promettenti, ma non altrettanto umanamente indagati: quello della contraddittoria Elena e del fratello Saverio, ma soprattutto quello di Fabio, benissimo interpretato da Elio Germano, la cui depressione, la nevrosi che avrebbe fatto scaturire la tragedia, era meritevole di un’attenzione maggiore. Tutto il film è inoltre molto parlato, mentre gli gioverebbe una maggiore sobrietà, la sublime secchezza, che, ad esempio, aveva saputo usare, lavorando in sottrazione, il grande Kenneth Lonergan, in Manchester by the sea, alla quale ho pensato mentre scorrevano insieme alle immagini le troppe parole di questo film, che, va detto, però, in ogni caso, è notevole nel desolante e desolato panorama del nostro strampalato cinema. Eccellente, ma forse è superfluo dirlo, la fotografia di Luca Bigazzi, nel ritrarre una Napoli oscura e difficile, lontana dai cliché turistici del sole e del mare che luccica.

Il padre d’Italia

recensione del film:
IL PADRE D’ITALIA

Regia:
Fabio Mollo

Principali interpreti:
Luca Marinelli, Isabella Ragonese, Anna Ferruzzo, Mario Sgueglia, Federica de Cola – 93 min. – Italia 2017

Siamo sempre più coscienti che la tenerezza materna, convenzionalmente ritenuta una naturale disposizione dell’animo femminile, sia una qualità umana che possiedono in ugual misura anche molti maschi della nostra specie, che possono perciò svolgere molto bene il ruolo dell’accudimento materno, contrariamente a ciò che si era creduto nel corso dei secoli. Anche se in Italia questa verità è accettata con molta difficoltà per il persistere di inveterati pregiudizi, in molti stati nord europei, nei paesi francofoni in Europa e in America, nonché nel mondo anglosassone è stata da tempo accolta e regolamentata anche a livello giuridico.
Nel 2009 François Ozon ci aveva raccontato, in un film molto bello, Il rifugio, la storia di una giovane donna incinta che non aveva accettato di diventare madre: aveva perso imprevedibilmente il proprio compagno e non si sentiva pronta per quel compito che riteneva troppo impegnativo per lei. Avrebbe portato a termine la gravidanza, ma avrebbe lasciato il proprio bebè alle cure di Paul, il fratello gay del suo giovane fidanzato scomparso, di cui conosceva il profondo desiderio di avere un figlio a cui dare e da cui ricevere affetto.
Il regista italiano Fabio Mollo con questo film, si inserisce in qualche misura nella discussione in corso nel nostro paese su questo tema, raccontandoci una storia che con quella di Ozon ha molti aspetti in comune, a cominciare dal nome del protagonista, Paolo, che è gay come Paul e che sente come Paul di poter dare affetto e protezione alla neonata creatura che una giovanissima fanciulla, Mia, aveva partorito prematuramente, per abbandonarla subito dopo il parto. Nelle mani del regista italiano, però, la vicenda di Paolo e Mia è fin dal primo momento una una storia improbabile e strampalata, che inizia con un inverosimile incontro fra lei, Mia (Isabella Ragonese), incinta, e lui, Paolo (il bravissimo Luca Marinelli), in un locale dei gay torinesi nel quale egli era andato per trovare consolazione a una recente delusione d’amore.

Dal loro primo fortuito incontro era iniziata la storia di solidarietà-attrazione (si potrebbe dire, forse, invidia dell’utero gravido) che avrebbe portato Paolo a seguire Mia (abbandonando il proprio lavoro che, per quanto precario, gli dava da vivere), ad accettarne bugie, incoscienza irresponsabile e trasgressioni incredibili in un viaggio lungo la nostra penisola, durante il quale avrebbe maturato la decisione di riconoscere il figlio non suo, di cui lei non voleva occuparsi affatto. Non intendo ulteriormente addentrarmi nei particolari della vicenda, molto debole per le numerose incongruenze, per la sommaria analisi psicologica del personaggio di lei (assimilabile a troppe protagoniste “sbiellate” della commedia italiana), per la stereotipata rappresentazione del sud italiano, nonché per l’eccessivo uso di metaforoni banali (quegli oscuri tunnel che lasciano intravvedere una lontana uscita luminosa, forse li abbiamo già visti un po’ troppe volte per commuoverci!). I due protagonisti sono bravi attori un po’ sprecati in questo road- movie secondo me poco convincente. Peccato!

Fai bei sogni

schermata-2016-11-16-alle-16-58-17recensione del film:
FAI BEI SOGNI

Regia:
Marco Bellocchio

Principali interpreti:
Valerio Mastandrea, Bérénice Bejo, Guido Caprino, Nicolò Cabras, Dario Dal Pero, Barbara Ronchi, Fabrizio Gifuni, Linda Messerklinger, Miriam Leone – 134 min. – Italia, Francia 2016
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Non è la famiglia de I pugni in tasca, né la narrazione ha la stessa rabbia violenta, ma neppure questa famiglia se la passa molto bene. Alla fine del film, forse, capiremo perché, e usciremo dal cinema col sollievo di chi, durante tutta la durata della proiezione, ha partecipato con emozione alle vicende di Massimo, da piccolo (Nicolò Cabras), da adolescente (Dario Dal Pero), e da adulto (Valerio Mastandrea) quando sembra aver trovato, finalmente, il senso della propria vita. Il racconto, che Bellocchio ha liberamente tratto dal romanzo autobiografico di Massimo Gramellini, si svolge a Torino in un arco temporale di quasi quarant’anni (dagli inizi degli anni ’60 alla fine degli anni ’90) e si sviluppa intrecciando i tre momenti della vita di Massimo al cui centro è l’evento tragico della morte della madre (Barbara Ronchi).

La mamma
Era un po’ stravagante, quasi bizzarro il comportamento di quella madre: se giocava a nascondino con Massimo, rimaneva a lungo negli scatoloni di cartone per sottrarsi alla sua vista incurante delle sue ricerche febbrili, delle sue ansie e delle sue paure; si spostava senza meta sui tram, senza trovare mai la fermata giusta per scendere; si incupiva all’improvviso senza apparente ragione; amava evocare il mondo spaventoso e insieme fascinoso di Belfagor, era reticente col marito; era all’origine probabilmente della crescente tensione in famiglia…ma era una madre unica, speciale. Indescrivibile la gioia di Massimo quando la ritrovava e poteva rifugiarsi fra le sue braccia: ogni angoscia se ne andava, si dileguava l’ansia, mentre subentrava la coscienza orgogliosa della protezione sicura, della presenza costantemente amorosa, di un angelo che vegliava sul suo sonno, propiziandogli i bei sogni evocati nel titolo del film e del romanzo.
Poi, all’improvviso, la morte, o, almeno, così si diceva: Massimo non ci credeva affatto: l’avevano portata via in una scura bara di legno, ma ciò non era altro che un’ingiustizia, il segno di un complotto contro di lei: altro che l’eterno riposo delle preghiere funebri! Se riposo aveva da esserci, non avrebbe potuto che essere breve: prima o poi la mamma si sarebbe risvegliata tornando da lui. La rimozione del lutto era diventata, d’altra parte un imperativo categorico per tutti gli adulti della famiglia, che tendeva a occultare la verità, sia per un tabù diffuso in ambito torinese, relativo alla morte per suicidio, che da sempre viene negato ipocritamente e allontanato come una vergogna gravissima, sia per l’inadeguatezza, avvertita da tutti, verso la difficile rivelazione. Il padre poi aveva pensato che la scuola prestigiosa e la cultura, soprattutto quella dei preti, avrebbero trovato il modo di far arrivare a Massimo le risposte che egli non intendeva dare al figlio, e che, inoltre, dalla passione sportiva (dalla amatissima squadra del Torino) sarebbero arrivate anche a Massimo molte gioie e soddisfazioni, così da rendere meno dolorosa quella perdita.

La scuola e l’età adulta
Tanti compagni, qualche amicizia, ma poca vera confidenza. La morte taciuta a tutti: la mamma è negli Stati Uniti! Sarebbe stato un vecchio prete (grande Roberto Herlitzka), studioso di astronomia e soprattutto uomo pensante, a chiarire a Massimo alcuni concetti, il primo dei quali aveva a che fare con la realtà fattuale: nulla di più reale della morte, condizione perché la vita continui. Crescere significa prenderne atto e proseguire a vivere, nonostante la morte, ciò che richiede molto coraggio: è una condanna per tutti gli uomini, ma anche l’opportunità per dare un senso a ciò che fanno. Paradiso, aldilà, ritrovarsi dopo la morte non sono che speranze che appartengono a chi crede, importanti certamente, ma non in grado di offuscare la realtà crudele della solitudine e del dolore universale.
Non era stato facile, purtroppo, per Massimo, nemmeno da adulto, elaborare quel lutto che non riusciva a capire, neppure ora, giornalista brillante e stimato a cui si continuava a far credere a una morte per “infarto fulminante”. Una provvidenziale crisi di panico e qualche spiegazione di Elisa (Bérénice Bejo), il medico del pronto soccorso che l’aveva visitato, lo avrebbero indotto a cercare la verità che gli occorreva per riconciliarsi con le ragioni del proprio vivere.

Lasciare andare il passato, costruire da sé con coraggio il futuro, emergendo come Elisa aveva fatto col suo tuffo dall’altissimo e quanto mai metaforico trampolino, forse gli sarebbe stato possibile; in ogni caso avrebbe tentato, nonostante le ipocrisie, le mezze verità, le troppe bugie!

Il film, per quanto si sia ispirato al romanzo autobiografico di Gramellini, per fortuna non è una biografia che vada ad aggiungersi alle troppe circolanti in questo momento sugli schermi (si sarà capito che non amo i biopic!), ma è una narrazione compiutamente bellocchiana, con una famiglia che al proprio interno racchiude, per nasconderli e ignorarli, i dolori più strazianti, rimuovendoli nell’illusione che prima o poi si potranno superare, compromettendo seriamente in tal modo l’equilibrio emotivo di quel figlioletto vivace, lasciato da solo a elaborare una tragedia troppo grande per lui. Allo stesso modo, appartengono tipicamente al cinema di Bellocchio l’interesse per la figura materna, la religiosità inquieta e quasi disperata del vecchio prete, una delle pagine più interessanti e “vere”del film. Un ottimo cast (Valerio Mastandrea superlativo) un’accurata e letterariamente pregevole sceneggiatura e la bellissima fotografia “scura” di Daniele Ciprì aggiungono ulteriore interesse a questa pellicola, opera finalmente degna del regista famoso che negli ultimi due film aveva, a mio avviso, alquanto deluso. Da vedere.

Indivisibili

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recensione del film:
INDIVISIBILI

Regia:
Edoardo De Angelis

Principali interpreti:
Marianna Fontana, Angela Fontana, Antonia Truppo, Massimiliano Rossi, Toni Laudadio, Marco Mario De Notaris, Gaetano Bruno, Gianfranco Gallo, Peppe Servillo, Antonio Pennarella – 100 min. – Italia 2016.

Al centro della storia, il calvario di due gemelle siamesi, Viola e Daisy (le bravissime Marianna e Angela Fontana, gemelle per davvero), costrette a vivere dalla nascita collegate fra loro da una membrana fortemente vascolarizzata che univa i loro corpi lungo un’anca. Esse erano considerate (in famiglia e nella zona della Domiziana dove abitavano, fra fuochi, immondizia e prostitute) quasi la manifestazione di una straordinaria benevolenza di Dio, simili a porta-fortuna in carne e ossa, o a fenomeni da baraccone offerti dalla famiglia alla curiosità morbosa e superstiziosa dei numerosi che accorrevano e che, per vederle e poterle toccare, pagavano profumatamente. Ora, cresciute e diventate due belle ragazze, erano invitate ai matrimoni, ai battesimi e alle feste delle famiglie importanti, dove si esibivano anche come cantanti, poiché avevano una bella voce con la quale interpretavano le canzoncine molto orecchiabili e molto applaudite scritte dal padre (Massimiliano Rossi) per loro. Quel loro padre si occupava inoltre, con spirito manageriale, insieme a due zii e alla moglie (Antonia Truppo), di organizzare la loro vita “professionale”: era lui a decidere della loro presenza ai numerosi eventi a cui erano invitate, indicandone orario e programma, trattando i prezzi delle loro prestazioni, accompagnandole e riportandole a casa; era soprattutto lui a incassare il denaro e a distribuirlo fra tutti i comprimari, facendone finire ben poco però nelle loro tasche. Un padre-padrone, una presenza asfissiante al cui controllo era difficile sfuggire, soprattutto da quando su di loro cominciava a contare  anche lo spregiudicato prete locale (Gianfranco Gallo), con tanto di orecchino luccicante, non solo (forse) per guadagnare denaro, ma per ottenere adesioni e conversioni. La situazione si faceva molto pesante soprattutto per Daisy, la più inquieta delle due gemelle, che era stata lusingata e turbata da un’equivoca dichiarazione d’amore di un imprenditore locale, Marco Ferreri (Gaetano Bruno), uomo molto ricco, fra i più corrotti e viziosi.  La voglia di evasione di Daisy si era fatta più urgente allorché le parole di un un medico svizzero, colte al volo, le avevano fatto balenare la certezza che una semplicissima operazione chirurgica senza rischi, avrebbe potuto separarla da Viola con beneficio fisico per entrambe. Viola, molto insicura, era terrorizzata da una simile prospettiva; la famiglia, poi, spalleggiata dal prete, non intendeva proprio parlarne: l’ingiustizia a lungo patita, tuttavia, avrebbe fatto esplodere presto le contraddizioni insanabili e troppo a lungo ignorate.

Il regista ha saputo raccontare con finezza introspettiva il mutare del cuore di Daisy, nonché le paure di Viola e inoltre ha predisposto gli spettatori a seguire con partecipazione attenta e trepidante le lotte quasi disperate della fanciulla impegnata a rivendicare anche per la sorella i più elementari diritti umani. Il film nel suo complesso, però, non sempre mantiene questo carattere di verità psicologica: spesso la narrazione presenta uno sfondo con tratti documentaristici molto evidenti, in cui alla descrizione sociologico – ambientale della terra dei fuochi si affianca una rappresentazione antropologica ed etnologica pesantemente connotata dai cliché di un meridionalismo trucido, barbarico e selvaggio, nei confronti del quale il regista appare incerto tra la fascinazione estetizzante e la condanna morale. Nella terra dei fuochi di De Angeli convergono e convivono ancestrali e feroci superstizioni popolari (che gli abitanti locali condividono con gli immigrati africani) e il cinismo di chi pensa di sfruttarle, che sia il prete con l’orecchino, il padre schiavista feroce e torvo o il corrotto nababbo locale che vive sull’imbarcazione pacchiana fra odalische, champagne e orge. Questi mondi non sempre trovano, sul piano del linguaggio una forma espressiva coerente, che in complesso renda unitaria l’intera vicenda.

Vedendo comparire all’inizio del film il grande il logo di Medusa, qualcuno avrà pensato, come me, quanto corte fossero le gambe delle parole e degli anatemi di Paolo Sorrentino contro Fuocoammare? Il marketing aveva funzionato benissimo, ovviamente: tutti a vedere, commentare dopo aver naturalmente pagato il biglietto.
Meritavano la pena quelle dichiarazioni? Se si voleva lanciare un film, senza troppo badare ai modi e ai mezzi, ebbene sì; resta da chiedersi se il film, lanciato in questo modo spregiudicato, sia davvero tanto bello da svettare su un panorama italiano non proprio esaltante: io, per quanto poco conti, dico di no. Non credo, inoltre, francamente che un racconto così cupo e  crudele, non privo di ambigui compiacimenti, avrebbe impressionato favorevolmente i molto politically correct giurati dell’Academy.

La pazza gioia

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recensione del film:

LA PAZZA GIOIA

Regia:
Paolo Virzì

Principali interpreti:
Valeria Bruni Tedeschi, Micaela Ramazzotti, Valentina Carnelutti, Tommaso Ragno, Bob Messini, Sergio Albelli, Anna Galiena, Marisa Borini, Marco Messeri, Bobo Rondelli – 118′ – Italia 2016

La cura con gli psicofarmaci rende più mite la costrizione dei malati di mente rispetto al tempo dei manicomi, ma il trattamento farmacologico obbligatorio, per quanto accompagnato da umana compassione, mantiene sempre in sé qualcosa di molto doloroso, sia perché priva comunque il paziente della propria libertà, sia perché non sempre i comportamenti di chi si è rivolto al tribunale per escludere il malato dal resto del consorzio umano sono limpidi e cristallini: spesso muovono da calcoli interessati e dal desiderio di allontanare da sé i problemi più difficili da risolvere.
Questi temi sono al centro della narrazione dell’ultimo film di Paolo Virzì che, appena presentato alla Quinzaine des réalizateurs a Cannes, è basato su un soggetto non del tutto nuovo, ma abbastanza interessante, scritto con la collaborazione di Francesca Archibugi e interpretato da due brave attrici come Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti, rispettivamente nella parte di Beatrice e di Donatella, giovani donne, dall’equilibrio mentale molto fragile, ricoverate, per effetto di sentenza giudiziaria, in una clinica pubblica nel ridente paesaggio della Toscana pistoiese,  ben organizzata e seguita da personale motivato e competente.
Beatrice sembra soffrire di una specie di disturbo bipolare: i suoi momenti di euforia sono spropositati; le sue millanterie sono fastidiosamente altezzose; la sua mancanza di freni inibitori è difficilmente contenibile all’interno di quella struttura, ciò che non facilita il compito del personale sanitario che con umanità si occupa di lei. Lì ha conosciuto l’infelicissima Donatella e ha stretto con lei un legame d’amicizia che la porta a sostenerne l’impossibile desiderio di rivedere quel figlio che le era stato sottratto dopo che, in un momento di profonda depressione, aveva tentato di morire con lui. Beatrice è esageratamente estroversa ed esibizionista tanto quanto Donatella è oscura e cupa: in entrambe prevale lo smarrimento del principio di realtà, il desiderio velleitario di realizzare, in ogni modo, i propri sogni, in nome di un diritto alla gioia che dovrebbe autorizzare anche le più pericolose trasgressioni, senza valutare il rischio che ulteriori provvedimenti giudiziari rendano ancora più pesante il loro isolamento e la loro reclusione. Tenteranno di fuggire guidando un’auto rubata lungo un percorso che dovrebbe portare Donatella a rivedere il suo bambino, ora inserito in una famiglia che faticosamente lo ha allevato ed educato, anche per fargli dimenticare il vecchio trauma. Il loro viaggio è scandito da una serie di reati che le due amiche potrebbero pagare con la definitiva perdita di sé, allontanando per sempre la difficilissima, ma forse possibile presa di coscienza, che è l’obiettivo a cui tende l’equipe che dirige la clinica.

Il regista ci racconta, perciò, un’ amicizia pericolosa e dolorosa, avvalendosi anche di numerose citazioni da film che hanno fatto la storia del cinema, quali Il sorpasso, Thelma and Louise, Qualcuno volò sul nido del cuculo, e altri ai quali aggiungerei anche Grind House, richiamato alla mia mente dal personaggio del “maniaco” collezionista di foto porno che offre il passaggio alle due donne. Il film, però, nel suo complesso è opera diversissima da quelle citate e si colloca all’interno delle commedie di Virzì e più generalmente delle tradizionali commedie italiane, con un argomento di per sé tragico sul quale poco c’è da ridere, soprattutto se la risata scaturisce (come è puntualmente avvenuto nella sala in cui ho visto il film) dall’ironia insistita, quasi caricaturale, colla quale il regista racconta Beatrice, che troppo parla, troppo urla, troppo si agita. La narrazione oscilla, purtroppo, per tutto il film fra la farsa e la tragedia, senza che il regista decida come vuole parlarci del disagio mentale di cui le due donne sono prigioniere davvero: che cos’altro è, infatti, se non una crudelissima prigionia, la coazione a ripetere errori e reati che non fanno che peggiorare la condizione di Beatrice e di Donatella? Qualcuno ha sostenuto, a ragion veduta, che molta della migliore cinematografia italiana ha trovato nella commedia il punto di di equilibrio fra il comico e il tragico, in una narrazione che non ha mai escluso la risata liberatoria capace di alleggerire le situazioni anche più dolorose. E’ vero! L’osservazione riporta alla mia memoria le scene di Amarcord , quando lo zio Teo, fatto uscire per un giorno dal manicomio e riportato a casa, sale sull’albero e urla “Voglio una donna”! Nella ripetuta disperazione racchiusa sobriamente in una sola frase è presente la struggente tristezza di una follia di cui si può sorridere, ma alla quale nessuno si sognerebbe di irridere. Siamo ben lontani dall’umanità della migliore tradizione comica del cinema italiano!