Foxtrot-La danza del destino

recensione del film:
FOXTROT- La danza del destino

Titolo originale.
Foxtrot

Regia:
Samuel 
Maoz

Principali interpreti:
Lior Ashkenazi, Sarah Adler, Yonatan Shiray, Gefen Barkai, Dekel Adin, Shaul Amir, Itay Exlroad, Yehuda Almagor, Ran Buxenbaum, Rami Buzaglo, Aryeh Cherner – 113 min. – Israele, Germania, Francia 2017

Il film ha una struttura insolita: se fosse una pièce teatrale, si direbbe una vicenda raccontata in tre atti unici in sé conclusi. In questo film, infatti, tre ambientazioni sceniche sono le diverse cornici che racchiudono tre momenti a se stanti di una stessa storia che, alla fine della pellicola si rivela chiarissima, poiché tutti i particolari apparentemente “slegati”diventano significativi pezzi di un solo disegno.  Analogamente i frammenti di cartone, incastrandosi  nel puzzle, trovano il loro posto e la loro funzione nel disegno che era sembrato difficile da ricostruire.
Cercherò di analizzare, pertanto, i tre diversi “atti” del film e di non rivelare nulla che non sia strettamente indispensabile:

ATTO PRIMO
L’esprit de finesse non è probabilmente diffuso negli ambienti militari, né è paricolamente apprezzato laddove, come a Israele, ci si trova in uno stato di guerra permanente. Nessuna meraviglia, dunque, se, quando si era trattato di avvisare i coniugi israeliani Michael e Daphna Feldmann (Lior Ashkenazi e Sarah Adler) della morte dell’amato figlio Jonatan (Yonatan Shiray), caduto in un’operazione difensiva lungo la linea di confine fra Israele e la Palestina, fosse emersa impietosamente la rozzezza grottesca degli ufficiali incaricati di confortare quei poveri genitori: troppe le parole, troppa la retorica, troppe le raccomandazioni insistenti (anche via cellulare e persino in piena notte!). Una insopportabile violazione, insomma, del diritto a piangere in privato un dolore così grande, mentre, purtroppo, non veniva comunicata alcuna vera notizia: nessuno sapeva come e perché Jonatan fosse morto; nessuno conosceva le condizioni del suo corpo, sottratto alla vista dei genitori; la bara sarebbe arrivata già chiusa, essendo da escludere che non contenesse il corpo di Jonatan… Eppure era andata proprio così: era avvenuto che il loro Jonatan Feldmann fosse stato confuso con uno sconosciuto soldato che si chiamava come lui!  Dopo tanto strazio sembrava tornata un po’ di serenità, ma Michael Feldmann, che era un affermato architetto, con conoscenze molto importanti anche fra gli ufficiali dell’esercito, non avrebbe dimenticato, né perdonato tanta leggerezza: aveva chiesto e ottenuto che, a risarcimento dell’intera famiglia, il figlio tornasse subito a casa. Non restava che attenderlo per festeggiarlo nel generale sollievo, sempre più simile all’euforia,  imbarazzante, data l’uccisione reale di un ragazzo, funesto presagio che lascia la propria impronta sull’intero film.

ATTO SECONDO

Dall’interno borghese, al paesaggio arido e sterminato del deserto in cui un surreale check point è lo sfondo di altre situazioni grottesche: quattro ragazzi, fra i quali Jonatan, sono impegnati in attesa di… “Godot”, armati fino ai denti, mentre scorrono i giorni, uno dopo l’altro e nulla accade di rilevante: rari gli automobilisti di passaggio e, per di più, sempre i soliti, a cui vengono richiesti i documenti in un rito umiliante e ripetitivo, ridicolo tanto quanto drammaticamente ottuso. A intervalli più regolari arriva un dromedario, a cui immediatamente si aprono le sbarre, pronte a rialzarsi al suo ritorno. In questa situazione ai giovani soldati non resta che vincere la noia, presenza costante, dentro quel parallelepipedo di lamiera, che sta visibilmente sprofondando nelle sabbie del deserto.  Jonatan Feldmann, per far passare il tempo, si dedica al foxtrot, la danza che dà il titolo al film, quella che gli sembra descrivere meglio la loro condizione di uomini forzati a tornare al punto di partenza dopo aver tentato qualche passo per uscirne. Essendo anche un bravo disegnatore Jonatan sta ricostruendo a fumetti un po’ di storia della sua famiglia, su un album che scorre rapidamente dinanzi ai nostri occhi e che ci dice qualche cosa di più degli avi e di Michael Feldmann. La tragedia vera è in agguato: una lattina vuota di birra, scivolata dal grembo di una ragazza che rientava a casa con gli amici, dopo la festa di un sabato sera, aveva innescato la reazione di paura, e la successiva sparatoria; tragico errore di cui, in tutta fretta, sarebbero scomparse anche le tracce più minute.

ATTO TERZO
Ancora all’interno di un appartamento borghese, che non è quello del primo atto, però, siedono e discutono intorno alla torta, preparata per il compleanno della figlia, Michael e Daphna, che si sono separati. Ora lei vive lì; Jonatan non c’è, ma se ne piange l’assenza in un gioco al massacro crudele di recriminazioni e rinfacci, rimpallandosi le responsabilità del fallimento comune: di Michael, di Daphna e, in fondo, dell’intera generazione che, dopo le speranze del ’68, aveva accettato senza protestare le scelte politiche che stavano portando Israele sulla pericolosissima china dello stato di guerra continuo, da cui ora era difficile uscire, ma in cui era altrettanto pericoloso rimanere: il foxtrot aveva fatto il suo tempo e nuove danze si stavano imponendo; nuovi erano i danzatori che si stavano affacciando al mondo con le loro tradizioni e i loro valori, e che difficilmente avrebbero sopportato le dure condizioni della “pax israeliana”. Parlarsi, discutere, comprendersi: la coppia di Michael e di Daphna, dopo la rovinosa separazione, avrebbe potuto, ricomponendosi nella reciproca comprensione, indicare la via d’uscita per tutti.

Con le sterzate improvvise che ci spiazzano fin dall’inizio del film, torna il cinema dell’israeliano Samuel Maoz, dopo otto anni di assenza dallo schermo: aveva vinto nel 2010 il Leone d’oro a Venezia con Lebanon, film che ritengo nettamente inferiore a questo, molto più discutibile, sbilanciato com’era dalla parte dei sionisti. Più problematico mi è sembrato questo secondo, dal quale emerge, con improvvise e forti illuminazioni, una visione critica del presente, dal quale deve essere possibile venir fuori, riconoscendo l’umanità e perciò stesso la sofferenza del “nemico”. In assenza di ciò, diventerebbe inesorabile lo sfilacciarsi dell’antica solidarietà che aveva spinto gli ebrei della diaspora, alla fine dell’800, a rifondare il loro stato. Pur in una dimensione tutta ebraica della rappresentazione, che ha la sua splendida metafora nel dromedario, figura del destino inesorabilmente segnato per gli uomini (come si comprenderà alla fine del film), le ragioni del dialogo e della pace dovranno prevalere. Originale e molto interessante la forma narrativa, spiazzante per il brusco interrompersi improvviso; per le belle e significative metafore che continuamente balzano davanti ai nostri occhi, rappresentative nella loro frammentaria e talvolta contraddittoria evidenza, della condizione di inquietudine dei giovani, disillusi e privi di valori fermi sui quali fondare la propria esistenza.

Leone d’argento a Venezia lo scorso settembre.
Da vedere sicuramente.

il divorzio impossibile (Viviane)

Schermata 2014-11-30 alle 14.01.16recensione del film:
VIVIANE

Titolo originale: 
Gett le Procès de Viviane Amsalem

Regia:

Ronit Elkabetz, Shlomi Elkabetz.

Principali interpreti: 

Ronit Elkabetz, Menashe Noy, Simon Abkarian, Sasson Gabai, Eli Gornstein, Gabi Amrani, Rami Danon, Roberto Polak, Dalia Beger, Albert Iluz,Shmil Ben Ari, Abraham Celektar, Evelin Hagoel, Keren Mor, David Ohayon – 115 min. – Israele, Francia, Germania 2014

Questo è il terzo film di una trilogia iniziata dieci anni fa dai due registi israeliani  Shlomi e Ronit Elkabetz (fratello e sorella): era stato girato nel 2004 ed era uscito (non in Italia) nel 2005 Prendre femme; così come era stato girato nel 2008 ed era uscito (non in Italia) nel 2009 Les sept jours. Per effetto di qualche strano miracolo, la distribuzione italiana, questa volta, ha pensato anche a noi, cinefili di questo paese, che meritiamo, forse, di vedere qualcosa di meglio delle solite italiche commedie o dei kolossal più o meno fantascientifici. Grazie!

Il film racconta la storia infinita di una richiesta di divorzio, presentata da Viviane Amsalem a un tribunale rabbinico israeliano. Separata dal marito da tre anni, Viviane (Ronit Elkabetz), madre di famiglia e donna irreprensibile, vive ora del suo lavoro di parrucchiera, in un alloggio che condivide con la sorella. Non può più sopportare il marito Elisha (Simon Abkarian), non vuole più stare con lui e chiede che il tribunale lo convinca a concederle quello che dovrebbe essere un suo diritto, il divorzio. Purtroppo le cose non funzionano così nello stato di Israele, che viene quasi universalmente considerato un avamposto della democrazia occidentale, in un medio oriente generalmente non democratico, perché in materia di diritto matrimoniale vige la legge religiosa, secondo l’interpretazione dei rabbini, attenti a tutelare la “famiglia” attraverso l’applicazione della Torah, del tutto indifferenti alla vetustà di prescrizioni non sempre compatibili con la società di oggi, nella quale le donne, in Israele come nel resto del mondo, intendono contare sulle loro forze, emanciparsi dalla tutela maschile (non solo dei mariti, ma anche dei padri e dei fratelli) e decidere autonomamente della loro vita. In un grottesco succedersi di testimoni, quasi tutti a favore del marito Elisha, un po’ ebete, un po’ furbacchione, quel diritto a divorziare, che in teoria dovrebbe riguardare uomini e donne, a poco a poco si trasforma in capo di imputazione, che coinvolge anche le poche e coraggiose testimoni a favore di Viviane, nonché il suo avvocato, secondo le peggiori tradizioni dei paesi totalitari in cui il solo fatto di difendere gli oppositori trasforma gli avvocati della difesa in imputati, quando non addirittura in rei.

Il film, però, non è solo la denuncia di un intollerabile sopruso che obbliga a riflettere sulla necessità dello stato laico, neutro di fronte a scelte individuali insindacabili: è, infatti, anche un bellissimo ritratto di donna, fiera e orgogliosa, cosciente di sé, non disposta a giustificarsi, paziente (il richiamo parrebbe a Giobbe), sempre più disperata e sgomenta per lo scorrere inesorabile dei mesi e degli anni fra assurdi rinvii, in attesa che giudici ottusi e indifferenti al dolore finalmente decidano.

Girato all’interno del tribunale, cioè in un solo luogo (come nella tragedia classica), che rende appieno il senso di soffocante ingiustizia e di kafkiani, oscuri labirinti, il bellissimo film si lascia seguire con pieno coinvolgimento degli spettatori, sia per l’accuratezza della scrittura, sia per l’eccezionale interpretazione di Ronit Elkabetz, regista, attrice e ottima sceneggiatrice di questo straordinario lavoro.

il matrimonio di Shira (La sposa promessa)

recensione del film:

LA SPOSA PROMESSA
Titolo originale:
Fill the void

Regia:
Rama Burshtein.
 
Principali interpreti:
Hadas Yaron, Yiftach Klein, Irit Sheleg, Chayim Sharir, Razia Israeli, Hila Feldman, Renana Raz, Ido Samuel – 90 min. – Israele 2012.

Con un certo imbarazzo scrivo queste righe in un momento molto cupo della storia di Israele, che, di nuovo in guerra con i suoi vicini palestinesi, sta suscitando, per la ferocia dei suoi massacri, l’orrore di quanti detestano le ingiustizie e la tracotanza dei più forti. Poiché, tuttavia, credo che il desiderio di pace sia profondo nei popoli e anche nel popolo di Israele, penso sia necessario distinguere le responsabilità di chi governa da quelle di chi è governato, e perciò che sia bene manifestare, anche attraverso l’apprezzamento delle opere della cultura ebraica, l’amicizia per quel popolo.

Questo film ci racconta la storia di Shira, giovane israeliana di Tel Aviv che come molte altre diciottenni è considerata in età da marito, cosicché i suoi genitori si danno da fare per trovargliene uno, anche se la ragazza, con la sua grazia e con la sua fresca bellezza, sarebbe certamente in grado di provvedervi da sola. Il fatto è che, pur vivendo ciascuno in una città moderna, navigando in Internet e comunicando con cordless e cellulari, negli ambienti in cui l’ebraismo viene praticato secondo la più rigida  tradizione chassidica, l’organizzazione sociale e anche quella familiare sono governate nel modo severo e gerarchico che il film ci racconta: un vecchio e autorevole rabbino è il punto di riferimento di tutta la comunità, per la quale si adopera. Egli, con la sua saggezza, compone dissidi e distribuisce beneficenza e consigli, dai più banali ai più seri, a tutti coloro che gli si rivolgono, diventando   anche mediatore dei matrimoni combinati, secondo tradizione, dalle famiglie. Il parere dei giovani in qualche modo viene ascoltato: se i due non si piacciono o se uno dei due non piace all’altro, il vecchio rabbino non celebrerà le nozze. Tutto si decide, però, all’interno di questi gruppi familiari chiusi, in cui il matrimonio non è considerato la naturale conseguenza di una libera scelta d’amore, bensì il momento iniziale di un percorso finalizzato alla costruzione di un nuovo nucleo del quale i figli costituiscono la ragione obbligatoria, mentre i ruoli maschili e femminili sono rigidamente separati. La nostra Shira è stata quasi promessa a un giovane rampollo della famiglia Miller, ma, nonostante abbia manifestato il proprio gradimento per la scelta e mostri il desiderio di affrettare le nozze, è costretta a un’attesa superiore alle previsioni, perché i genitori la ritengono molto giovane e non intendono per il momento arrivare all’accordo con l’altra famiglia. Il suo destino, tuttavia, sarà determinato da un fatto imprevisto e sconvolgente: la morte della sorella più grande, Ester, durante il difficile primo parto, grazie al quale vedrà la luce il piccolo Mordechai. Sarà la stessa Shira a prendersi cura del neonato, inducendo la madre a ritenere che sarebbe meglio per lei se sposasse il cognato vedovo, Yochay, per far rimanere in famiglia il piccino. Mentre la comunità discute su quest’ipotesi, vista con perplessità dallo stesso Yochay, dal padre di Shira e da altri parenti, assistiamo al trasformarsi progressivo della fanciulla, che, dapprima assolutamente ostile al cognato, progressivamente gli si avvicinerà, decidendo infine sorprendentemente di sposarlo, scegliendo quindi di condividere  consapevolmente, almeno così mi è sembrato, le ragioni materne, ma mostrando anche un mutato “sentire”, che, come le ricorderà il vecchio rabbino, è indispensabile condizione per celebrare il matrimonio, e che potrebbe forse, col tempo, diventare amore.

Il film si sviluppa lentamente e analiticamente, seguendo il processo di crescita della giovinetta all’interno di una comunità ebraica di strettissima osservanza, per la quale le ragioni del cuore, da sole, non contano molto, perché sono subordinate a quelle della tradizione religiosa e dei comportamenti collettivi comunitari, secondo una logica certamente diversa e lontana dalla nostra. La regista, alla sua prima opera, affianca all’indagine psicologica, concentrata principalmente su Shira e condotta con molta finezza intropettiva, la presentazione dell’ambiente chassidico, dei suoi riti e delle sue bellissime e suggestive musiche, descrivendone gli aspetti più appariscenti (i neri abiti maschili, gli strani copricapi, le acconciature, la rigida divisione dei ruoli maschili e femminili), così come la logica interna alle relazioni interpersonali, facendocene comprendere e accettare la peculiarità e offrendoci squarci di conoscenza molto interessanti su un aspetto particolarissimo dell’ebraismo che il cinema ha trattato poco, ma che è possibile conoscere anche attraverso i grandi romanzi degli scrittori americani provenienti dall’Europa orientale che ce ne hanno parlato, Chaim Potok, su ogni altro. L’eccellente interpretazione di Shira è valsa all’attrice Hadas Yaron la prestigiosa Coppa Volpi al Festival del cinema veneziano di quest’anno.

il signor Risorse Umane (Il responsabile delle risorse umane)

Recensione del film:
IL RESPONSABILE DELLE RISORSE UMANE


Titolo originale:
The Human Resources Manager

Regia:
Eran Riklis

Principali interpreti:
Mark Ivanir, Guri Alfi, Noah Silver, Rozina Cambos, Julian Negulesco
-103 min. – Israele, Germania, Francia 2010.

Questo film è interessante, ma dal regista del bellissimo Il giardino dei limoni, forse, ci si aspetta qualcosa di più

Questo film israeliano, tratto, con libere variazioni, da un romanzo di Yehoshua, racconta le peripezie vissute dal responsabile del personale di un panificio industriale di Gerusalemme, in seguito alla morte di un’inserviente del panificio, dilaniata da un attentato terroristico, uno dei tanti che sconquassano il minuscolo stato di Israele. La donna era ingegnere, emigrata dalla Romania e, come molti migranti, si era accontentata anche dei lavori più umili, in questo caso di lavare i pavimenti del panificio, pur di sfuggire allo squallore di un paesetto sperduto fra le montagne, e arretrato nei costumi e nella mentalità. La vita di relazione di questa poveretta era ridotta al minimo: il marito l’aveva abbandonata, il figlioletto era sparito per frequentare pessime compagnie di amici, i colleghi di lavoro la ignoravano, essendo le sue mansioni possibili da svolgere solo in orari diversi da quelli degli addetti alla produzione del pane. Le complicate vicende, in seguito alle quali la donna, pur non lavorando più nell’azienda del pane, continuava a percepirne lo stipendio, costituiscono la prima parte del film, in cui il regista cerca di spiegare perché una morte così drammatica fosse passata inosservata, finché un giornalista a caccia di scoop, frugando fra i documenti di lei, ancora in obitorio in attesa di sepoltura, trovò la cedola della sua ultima paga, e pensò di cavalcare la dolorosa storia, impostando una campagna di stampa contro il panificio. Si arriva quindi alla seconda parte del film: il panificio decide di rimediare al danno d’immagine non solo addossandosi le spese del funerale , ma riaccompagnando la donna in Romania per la sepoltura. Questa seconda parte è quindi la storia del viaggio che il responsabile delle risorse umane compie con il feretro della donna, e col rintracciato figlio di lei, piccolo teppista che ora appare come una fragile creatura troppo a lungo lasciata a se stessa. Quello che colpisce nel film è la presenza di personaggi che non hanno un nome, in quanto vengono resi individuabilii solo dalla funzione che svolgono: la lavapavimenti, il responsabile delle risorse umane, il giornalista, il console israeliano ecc. Ognuno di loro vive solo in funzione di quello che fa, anche il “signor risorse umane”, come viene una volta scherzosamente chiamato, che è un marito poco presente e poco amato, un padre che, travolto dal lavoro, non riesce a dare figlioletta tutto il tempo che vorrebbe dedicarle, ma che nel corso del viaggio rivela qualità umane davvero notevoli, tanto che la sua comprensione riuscirà a domare anche il piccolo teppista disperato che viaggia con lui. Ancora una volta un viaggio di formazione; un percorso on the road, in una Europa gelida e sterminata, povera come quella dell’Est può essere, ma in cui gli uomini vengono ancora stimati e valutati per quello che sono e in cui il rispetto significa anche aiuto e solidarietà, magari prestando un carro armato per soli due giorni (chi se ne potrebbe accorgere!), per rendere possibile il trasporto della bara dell’infelice e sfortunata “lavapavimenti.” Il film è perciò anche una riflessione sugli uomini e sui rapporti che nelle nostre città stabiliamo col nostro prossimo, ignorandone i problemi, i dolori, le storie. Una buona regia accompagna con ironia sottile gli ottimi attori in questo mesto viaggio.