Tre volti

recensione del film:
TRE VOLTI

Regia:
Jafar Panahi

Principali interpreti:
Behnaz Jafari, Jafar Panahi, Marziyeh Rezaei, Maedeh Erteghaei, Narges Delaram – 102 min. – Iran 2018.

Quest’ultimo bel film di Jafar Panahi, che si muove ancora in auto per raccontare il suo amatissimo e con lui molto ingrato Iran, è un on the road singolare, come il precedente Taxi Teheran (2015). Probabilmente gli è stato più facile, ora, maneggiare la leggera e minuscola telecamera digitale per le riprese, spostandosi a bordo di un fuoristrada, durante il viaggio avventuroso in compagnia della popolare attrice televisiva Behnaz Jafari, che qui interpreta se stessa, come lui, che è insieme il regista, lo sceneggiatore, nonché il principale attore del film. Il percorso, nel Nord-Ovest iraniano, si era rivelato presto molto difficile, lungo l’unica strada, poco più di un sentiero sterrato, che segue tortuosamente i dossi del terreno costringendo le auto a passare una alla volta, dopo una complessa segnaletica … a colpi di clacson. Quella stretta via di passaggio, attraversata da grotte, anfratti e sentieri laterali, costituisce l’indispensabile collegamento dei villaggi sperduti nel territorio compreso fra Azerbaigian, Armenia e il confine orientale della Turchia anatolica, quasi un’enclave iraniana*, popolata da famiglie musulmane, turcofone, organizzate secondo un’arcaica e radicatissima tradizione patriarcale.

L’occasione (pretestuosa?) del viaggio era arrivata attraverso un video-messaggio indirizzato, da quella landa selvaggia, al cellulare di Behnaz Jafari. Era il disperato grido di dolore di Marziyeh Rezaei, giovane aspirante attrice, che forse aveva raccontato in presa diretta il proprio suicidio alla diva famosa, nella speranza che desse almeno visibilità alla denuncia seguita ai troppi inutili tentativi epistolari di avvicinarla perché la introducesse nella carriera per la quale aveva studiato con ottimi risultati a Tehran. Il messaggio era drammatico e insieme ricattatorio: le immagini si interrompevano bruscamente, lasciando intendere la più tragica delle conclusioni, mentre  inquietudine, rabbia e vaghi sensi di colpa si alternavano nell’animo di Behenaz Jafari che, abbandonando il  lavoro si era messa in strada per cercarla, accompagnata da Panahi, come sempre in incognito.
Magnifico l’esordio di questo film, quasi un invito alla sobrietà dei mezzi: per costruire la magia del cinema non servono davvero macchinari costosi e sofisticati. Un cellulare, col suo stretto formato rettangolare, era stato sufficiente per rappresentare il dramma di una donna; un’invisibile telecamera, leggerissima e molto facilmente spostabile,  sarebbe riuscita a farci conoscere un intero universo.
Qui, Panahi ci affascina davvero, raccontandoci, senza intenti documentari, un mondo immerso nella sua realtà arcaica e favolosa, attraverso i tipi umani che incontra, ascoltando le loro storie con cordialità paziente e gentilezza d’animo, pronto a coglierne la varietà, l’aspetto straniante del loro inconscio paganesimo, impermeabile al monoteismo della fede musulmana dichiarata e alle conoscenze fornite dalla scuola.
Compaiono ai nostri occhi le indimenticabili immagini del toro nero vecchio e malato, adagiato con la sua mole enorme lungo la strada, assistito dal suo padrone in attesa che un fantomatico veterinario gli restituisca la focosa sessualità che lo aveva reso redditizio per lui e popolarissimo fra le mucche, che ne percepivano il richiamo e rispondevano col muggito dal fondo della vallata; o quelle del dono speciale con fiocchi e preghiera, (glielo porta la divertita Behnaz), del prepuzio di un neonato appena circonciso, da offrire, in qualche tempio lungo il percorso di ritorno, a una benevola divinità che vegli e  protegga la vita del piccino. Ovunque il rito del te è il segno dell’accoglienza ospitale, è l’invito difficile da rifiutare. Su tutto, lo sguardo di Panahi demiurgicamente ricrea, con mano sicura e mezzi poverissimi, la poesia delle favole antiche. Le donne, purtroppo, chinano il capo, servono gli uomini devotamente e attendono la morte: un’anziana vi si sta preparando con serenità giacendo, al cimitero, nella propria bara per qualche ora ogni giorno e pregando. A quelle che hanno studiato non resta che la fuga, il ritorno alla città, che ancora una volta Panahi è pronto a registrare riprendendolo col suo infallibile sguardo. Un film incantevole, poetico, indimenticabile e ovviamente da vedere.

*cliccando sulla carta sottostante (fonte Wikipedia) vedrete, ingrandita, la complessa situazione dei confini in quella parte di mondo fra l’Azerbaigian, l’Armenia e il confine orientale della Turchia anatolica.

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Il cliente

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recensione del film:
IL CLIENTE

Titolo originale:
Forushande

Regia:
Asghar Farhadi

Principali interpreti:
Shahab Hosseini, Taraneh Alidoosti, Babak Karimi, Farid Sajadi Hosseini, Mina Sadati – 124 min. – Iran, Francia 2016.

Una bella coppia affiatata, marito  e moglie (Shahab Hosseini e Taraneh Alidoosti, rispettivamente) nella Teheran di oggi.
Sono colti e giovani; belli e  spregiudicati: condividono gusti, aspirazioni e il lavoro da attori (attualmente sono impegnati nella più famosa pièce di Arthur Miller, Morte di un commesso viaggiatore). Lui, Emad, al mattino è anche professore in una scuola in cui è amato e stimato dagli studenti; lei, Rana, si occupa di imparare la sua parte come attrice. Difficile sarebbe distinguerli da una qualsiasi coppia occidentale della loro condizione, se non fosse per la sciarpa rossa e setosa che copre il capo di lei: non è più il tempo del velo nero che mortificava giovinezza e femminilità, però: scivola spesso, lasciando scoperte morbide ciocche di capelli.
Conosciamo abbastanza bene il regista, tuttavia, per lasciarci illudere dal ritratto ottimistico dei due sposini in attesa di chissà quale roseo futuro: se è vero che a Teheran le cose stanno rapidamente cambiando e che il tumultuoso sviluppo economico ora lascia un po’ in ombra gli integralismi degli ayatollah, è altrettanto vero che molti problemi nuovi si presentano a chi vive in quella realtà: il vecchio stato sta andando a pezzi rapidamente, ma sembra lasciare dietro di sé sedimenti e vuoti che difficilmente possono essere compensati da una cultura troppo recentemente acquisita per costituire un saldo riferimento delle giovani generazioni.
Basta un incidente fortuito infatti, per mettere in crisi il matrimonio, solidissimo all’apparenza, di Emad e Rana. All’improvviso aveva mostrato segni di crollo imminente il palazzone dove i due abitavano: in fretta e furia erano stati costretti a lasciare l’appartamento, trasferendosi in quello di un amico, da poco rimasto senza inquilini e che, per la verità, non era stato sgombrato completamente, ma lo sarebbe stato presto, non appena la precedente affittuaria avesse trovato un’adeguata sistemazione agli oggetti che aveva chiuso a chiave in una stanza. Rana, però, aveva fretta di organizzarsi rapidamente, perciò il trasloco era avvenuto all’insegna del nervosismo e dell’insoddisfazione, alla quale, di lì a poco, si sarebbero aggiunte le dolorose conseguenze dell’incidente imprevisto che avrebbe sconvolto la vita di entrambi. Si era introdotto, infatti, nella loro casa, qualcuno che aveva cercato di approfittare di lei, sotto la doccia e sola in casa. La sua pronta reazione aveva messo in fuga l’aggressore, ma lo spavento e una brutta caduta avevano indotto i vicini di casa, accorsi per il trambusto, a farla ricoverare all’ospedale, dove infatti il marito l’avrebbe ritrovata.

Nella prima parte del film, dunque, il regista ci presenta il quadro generale entro il quale si sviluppa il racconto, insieme a molti particolari che acquisteranno chiaro significato nella seconda, quando i due coniugi, di fronte al fatto imprevisto, stavano perdendo la lucidità razionale che li aveva precedentemente contraddistinti. Per Rana, che non intendeva chiedere alcuna protezione alla polizia, nel timore che una sua denuncia innescasse sospetti e dubbi anche su di lei, l’affronto subito assumeva sempre più il carattere dell’ossessione, ciò che le impediva di stare in casa da sola e di dedicarsi al proprio lavoro. Per Emad, la sofferenza era conseguente a quella di lei, di cui aveva condiviso la scelta di non presentare denuncia, anche se ora intendeva da solo scoprire il colpevole per punirlo a dovere, confondendo evidentemente l’esigenza di giustizia con la vendetta personale, che infatti avrebbe messo in atto con dura e spietata determinazione. Null’altro posso aggiungere, perché il film è un thriller appassionante e, fino alla conclusione, molto teso. Mi sembra, però, che mentre il parallelismo fra il film e la tragedia di Arthur Miller diventa evidente solo alla fine del racconto, molto chiara (forse anche troppo), invece, sia la corrispondenza metaforica fra il crollo del palazzo, la fretta del trasloco, l’insoddisfazione di non trovare un posto alle proprie cose e la situazione dell’Iran, oggi, paese i cui abitanti sono maggiormente disposti ad aprirsi al mondo esterno, abbandonando le certezze religiose e morali di un passato opprimente, con una rapidità e un’urgenza tali che non possono che provocare crisi, sbandamenti e contraddizioni di non poca importanza nella vita collettiva e individuale.
Film affascinante, costruito con cura attenta anche ai più minuti particolari, ottimamente diretto e benissimo recitato: da vedere.

Nahid

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recensione del film:
NAHID

regia:
Ida Panahandeh

Principali interpreti:
Sareh Bayat, Pejman Bazeghi, Navid Mohammadzadeh – 105 min. – Iran 2015

 

 

E’ stata presentata nel 2015 a Cannes (Un certain regard) questa opera prima della regista iraniana Ida Panahandeh, girata interamente in Iran sulle rive del Mar Caspio. Laggiù vive Nahid (Sareh Bayat), l’eroina della storia triste di questo film, che ne racconta l’ emarginazione progressiva dalla vita familiare e sociale. Nahid si era sposata molto giovane con un ragazzo sbandato, tossicodipendente che ora è indebitato fino al collo con un gruppo di strozzini che gli permettono di mantenere il suo vizio, grazie ai prestiti di denaro legati al gioco d’azzardo. Per sottrarre il figlio all’influenza nefasta di tanto padre, la giovane aveva chiesto e ottenuto il divorzio, nonché l’affido del bambino, un pre-adolescente viziato e arrogante, poco incline a darle retta. Le leggi iraniane sono, com’è noto, severe con le donne e ancora di più lo sono con le donne che chiedono il divorzio nel qual caso si preoccupano soprattutto della loro virtù: il bambino può essere immediatamente riconsegnato al padre, qualora le signore volessero risposarsi; il padre, infatti, per quanto indegno, è pur sempre colui che insegna ai propri figli maschi a non rispettare le donne, e a mantenere l’ordine sociale fondato sulla prevaricazione maschile. Nahid è molto bella e ancora giovane; nulla di strano che abbia incontrato, dopo molte tribolazioni, l’uomo della sua vita, Masoud (Navid Mohammadzadeh), vedovo e padre di una bimbetta. E’ un ricco signore, che l’ama davvero e che vorrebbe sposarla, ma che è costretto ad accontentarsi del “matrimonio temporaneo” (Sigheh), istituto giuridico antichissimo dell’Islam sciita, ma fortemente interdetto nelle famiglie rispettabili*. Questo diventa l’ espediente per aggirare il divieto di tenere con sé il figlio, ma è anche il motivo per il quale Nahid viene emarginata e disprezzata dalla sua famiglia.

Ricattata dall’ex marito, sempre più violento, non molto ascoltata dal figlio e incompresa dai propri parenti, Nahid è infine costretta a decidere del proprio futuro, in piena solitudine.

La regista racconta dunque le angosce di  Nahid che, combattuta fra l’amore materno e quello per Masoud, diventa quasi l’ emblema di tutte le donne iraniane costrette a mentire e a subire, ma ci rappresenta anche gli ambienti del degrado morale e sociale frequentati dal marito prepotente, che è umiliato a sua volta dallo sfruttamento degli spacciatori e dalla violenza dei cravattari, in cui rischia pericolosamente di trovarsi implicato anche quel figlio che a lei si nega.
Il risultato, purtroppo, è un film pieno di ottime intenzioni, ma affastellato di informazioni e incerto sulla direzione da percorrere:  un guazzabuglio narrativo nel quale il film si aggroviglia e in cui perdono interesse anche le ottime prove che gli attori danno di sé. Peccato!

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*Mentre qualsiasi forma di prostituzione rimane illegale in tutto il paese, esiste l’istituzione definita del “matrimonio temporaneo” (Shiah, ma chiamata solitamente Sigheh in Iran),  che consente rapporti contrattuali a breve termine tra i due sessi: viene consegnata una dote alla moglie temporanea e l’unione scade automaticamente senza alcun bisogno di ricorrere al divorzio. Secondo un piccolo numero di studiosi, quest’istituto è attuato in modo abusivo come copertura legale della prostituzione. (fonte: Wikipedia)

 

Taxi Teheran

Schermata 2015-09-04 alle 16.46.41recensione del film:
TAXI TEHERAN

Titolo originale
Taksojuht

Regia:
Jafar Panahi – 82 min. – Iran 2015.

Non esiste per questo film alcun elenco dei “crediti”, come possiamo vedere dalla drammatica nudità della locandina. Parrebbe, perciò, un film senza attori, senza produttore, senza sceneggiatore, senza quello staff di collaboratori, insomma, necessario alla riuscita di qualsiasi film.
Di Taxi Teheran, infatti, ci è possibile conoscere solo il regista (e quale regista!), il grande Jafar Panahi, che grazie alle sue pellicole, da Oro rosso, a Offside, ci aveva informati della realtà del suo Iran in rapida trasformazione, evidenziandone gli aspetti più problematici e contraddittori, quelli che, secondo il regime autocratico al potere, non devono in alcun caso essere oggetto di rappresentazione cinematografica.
Dopo la condanna penale del regista, seguita dal divieto di espatrio e dall’ imposizione di non girare film per vent’anni (pena il ritorno in carcere) la vita di Panahi si svolge alla guida di un taxi, sul quale egli ha sistemato, opportunamente camuffandola, la telecamera che gli dà la possibilità di continuare il proprio racconto, cioè di far rivivere, attraverso le riprese nascoste, la magia del cinema, narrando la vita degli uomini e delle donne che su quell’automezzo salgono diventando i personaggi di una commedia umana della quale egli lascia emergere gli aspetti più buffi, paradossali e talvolta anche quelli più altamente drammatici. I suoi passeggeri, non tutti consapevoli della telecamera nascosta, sono il borseggiatore che invoca la pena di morte per i ladri, che viaggia insieme all’insegnante politicamente corretta e agguerrita nel controbatterlo; la donna che accompagna il consorte gravemente ferito all’ospedale, preoccupata di raccoglierne il testamento per non essere cacciata dalla sua casa; i due appassionati di cinema che lo riconoscono e lo festeggiano, continuando a vendere sottobanco i DVD dei film vietati dal regime; l’avvocatessa che difende i dissidenti, invisa al governo, nonché due anziane signore che vogliono trasportare i pesci rossi in un fragile vaso di vetro, facendone addirittura una questione di vita o di morte. Le loro storie si alternano e talvolta si mescolano, come la realtà e la finzione, in questo racconto leggero che è bonario e ironico, ma che assume verso la fine un ritmo più concitato e inquietante a testimonianza dell’ insidioso pericolo a cui è sottoposta quotidianamente la vita e l’attività artistica del grande regista che grazie al suo coraggio riesce ancora a parlarci e a spiegarci le ragioni di un’opposizione irriducibile. Un ruolo importante nella narrazione è quello di Ana, la nipotina di Panahi, che all’uscita da scuola gli legge le dieci regole fondamentali per imparare a fare un buon film, almeno secondo l’insegnante che le ha appena raccomandate a lei e ai suoi compagni che ci si vogliono cimentare con le piccole camere digitali: imparerà subito che si tratta di una vera e propria “summa” di cose da evitare con cura, se si vuole rappresentare la realtà, che è molto più dura di quanto la sua volonterosa maestra le ha appena spiegato.

Il film, è stato molto applaudito al Festival di Berlino dello scorso febbraio, dove ha ottenuto un Orso d’oro molto meritato, ritirato, nella generale commozione, dalla piccola Ana.

Melbourne

Schermata 2014-12-10 alle 15.23.53recensione del film:
MELBOURNE

Regia:
Nima Javidi

Principali interpreti:
Peyman Moaadi, Negar Javaherian, Mani Haghighi, Shirin Yazdanbakhsh, Elham Korda, Roshanak Gerami, Alireza Ostadi – 93 min. – Iran 2014.

Il permesso di tre anni per l’espatrio, per ragioni di studio, atteso molto a lungo da due giovani sposi iraniani, Amir  e Sara, è finalmente arrivato: andranno in Australia, a Melbourne, dove altri amici li hanno preceduti e hanno fatto carriera. Tutto è già pronto: i bagagli ultimati; il mobilio in attesa del rigattiere; l’affitto pagato, mentre i parenti e gli amici vanno a porgere i loro saluti, come si conviene in questi casi, in quell’alloggio sottosopra dove si respira aria di smobilitazione imminente.
Alcuni particolari delle prime scene ci ricordano Una separazione: l’attore è lo stesso, Peyman Moaadi; l’ambiente è quello della borghesia di Teheran, di recente urbanizzazione, che non ha ancora acquisito le abitudini della grande città moderne nelle quali, per lo più, ognuno bada ai fatti suoi. Sono diffusi, infatti, comportamenti cordiali che ricordano altri tempi, come lo scambio di cortesie e favori fra vicini di casa: può addirittura accadere che la baby-sitter dei vicini, mostrando una fretta improvvisa, lasci ai due sposini, sul piede di partenza, una neonata da custodire per breve tempo, e può accadere che i due sposini accettino la bimba nella loro casa, senza difficoltà, lontani dal comprendere quali responsabilità si assumano, quasi che badare a un bebé fosse la cosa più semplice di questo mondo, anche in assenza di esperienza e dell’attrezzatura minima per sistemarla. Sara, perciò, la adagia sul lettone matrimoniale e continua a dedicarsi alle complicate e sempre più frenetiche operazioni che precedono la partenza.

Questa bella piccina, però, continua stranamente a dormire, nonostante l’incessante andirivieni nell’alloggio, nonostante il trambusto per lo spostamento dei mobili e nonostante i tentativi di svegliarla da parte di Amir. Il meccanismo, studiato nei particolari, che l’ingegner Amir aveva messo in opera per condurre a termine l’operazione della partenza in modo meticoloso e perfetto, si inceppa inopinatamente per l’evento tragico e imprevedibile della morte della piccina, che potrebbe avere conseguenze inimmaginabili per loro. A questo punto il film diventa un thriller molto angoscioso: la posizione dei due giovani si fa sempre più difficile: il timore di perdere il viaggio, che è anche la grande occasione della loro vita, li induce ad avvitarsi in una serie di menzogne e contraddizioni dalle quali è sempre più difficile uscire, mentre i sensi di colpa e i rimorsi per ciò che non è stato compreso, o per ciò che avrebbe potuto essere fatto, si impadroniscono delle loro coscienze in un crescendo drammatico, che conferisce al film il senso di un interrogarsi sul caso e sull’impotenza umana a dominarlo, come nelle antiche tragedie.

Si tratta, perciò, di una pellicola assai diversa da quelle che la tradizione iraniana ci aveva abituati a vedere, ma il senso di insoddisfazione che ci lascia non dipende tanto dallo scostarsi del racconto da quelli dei precedenti film ai quali in qualche modo, almeno all’inizio, pare somigliare, quanto, piuttosto, dalla difficoltà evidente del regista (è alla sua prima opera) a trovare una convincente unità narrativa.

guardare avanti (Il passato)

Schermata 11-2456620 alle 18.17.19recensione del film.
IL PASSATO

Titolo originale:
Le Passé

Regia:
Asghar Farhadi

Principali interpreti:
Bérénice Bejo, Tahr Rahim, Ali Mossaffa, Pauline Burlet, Elyes Aguis, Jeanne Jestin, Sabrina Ouazani, Babak Karimi, Valeria Cavalli – 130 minuti – Francia-Italia 2013

Il luogo in cui Farhadi colloca il suo nuovo film è Sevran, piccola località della periferia di Parigi. Qui, insieme alle sue due figliolette, Lucie e Lea, vive Marie (splendida Bérénice Bejo), una giovane donna che lavora nella farmacia, a pochi passi dalla tintoria di Samir (Tahr Rahim), colui che dovrebbe diventare il suo terzo marito. Nulla ci viene detto del passato di Marie, ma ne cogliamo la continuità: sono del primo marito le due bambine che vivono con lei, alle quali ha fatto da padre Ahmad (il bravissimo Ali Mosaffa), il secondo marito, la cui presenza anche a distanza di anni, è da loro rimpianta. Ahmad, invece, se n’era andato, tornando in Iran, perché probabilmente estenuato dalle continue recriminazioni di lei, che avevano alzato fra loro una vera barriera: quella metaforica lastra di vetro che all’aeroporto, al ritorno di lui, irrimediabilmente li separa. Marie l’ha richiamato a Parigi perché, per sposare Samir, deve ottenere il divorzio da lui e ha bisogno della sua presenza in tribunale. Il suo nuovo compagno è padre del piccolo Fouad: ora abitano tutti insieme da lei, nella sua casa grande e molto trascurata, che entrambi cercano di rendere più accogliente riparando i guasti e ritinteggiando le pareti e le porte scrostate (senza avvedersi però dell’ingorgo, metaforico a sua volta, sotto l’acquaio di cucina, che potrebbe allagare la casa, rendendo vane le iniziative intraprese). Samir, anche se vuole sposare la sua compagna, che è in attesa di un figlio suo, è angosciato dalle condizioni della prima moglie, che giace da molto tempo in ospedale in stato di coma irreversibile, per aver tentato il suicidio senza apparente motivo; non lo ama, inoltre, né lo accetta Lucie (Pauline Burlet), inquieta adolescente che gli sta facendo una guerra senza esclusione di colpi. L’arrivo di Ahmad, se pare dapprima portare altri motivi di frizione in quella situazione già molto tesa, si rivela utile però per le sue capacità di mediatore comprensivo, che cerca di far emergere i veri motivi delle contrapposizioni più accese: quelli fra Marie e Lucie, la piccola ribelle che non vuole più tornare a casa e quelli fra Lucie e Samir. Ecco, dunque, i protagonisti del gioco crudele che Farhadi mette in scena con questo film: tre adulti, tre bambini e una donna in coma, assente, ma incombente sulla famiglia che sta per formarsi, in cui gli adulti e anche Lucie sono lacerati da profondi sensi di colpa le cui radici emergeranno a poco a poco nel corso del racconto, che procede come un thriller assai ben costruito, anche se un po’ troppo artificioso.

In questa sua ultima fatica il regista torna a parlare di alcuni problemi che già aveva affrontato nei precedenti: About Elly e Una separazione. Per l’argomento trattato e per l’attenzione con la quale il regista si sofferma sulle sofferenze dei bambini di fronte agli sconquassi delle famiglie, questo film sembra proseguire la narrazione di Una separazione, mentre il tema del suicidio, probabile in About Elly, messo in pratica in questo film, sembra ancora stimolare l’indagine del regista sui fatti della vita che non hanno sempre un perché, o forse non ne hanno uno solo, essendo il cuore umano insondabile, il che rivela l’inutilità del cercare una causa (o più di una), soprattutto quando si vorrebbe trovare una colpa che è, in fondo, ciò che fanno i diversi attori del dramma. L’Iran dei due primi film è lontano: là era l’assurdità di arcaiche leggi religiose, tenacemente salvaguardate dal potere politico, a rendere paradossalmente difficile la possibilità di composizione dei conflitti. Qui, invece, tutti sembrano spinti dall’esigenza di rendere chiare e trasparenti le ragioni del proprio agire: ognuno si attribuisce responsabilità forse inesistenti o ne attribuisce, senza sconti, agli altri, ciò che dà luogo a spossanti discussioni che si avvitano su se stesse, non portano ad alcun risultato, ma rischiano di disgregare ulteriormente la nuova famiglia che Marie aveva cercato di mettere insieme. Davvero molto meglio, allora, abbandonare il passato e affidarsi a un futuro senza storia e senza memoria? Le ultime scene, per altro bellissime, del film, ci dicono che forse questo non sempre è possibile.
La pellicola può piacere molto e merita certamente di essere vista, perché è comunque un buon film, certamente non un capolavoro come i due precedenti.

Pirandello a Teheran (Una separazione)

recensione del film:
UNA SEPARAZIONE

Titolo originale:
Jodaeiye Nader az Simin

Regia:
Asghar Farhadi

Principali interpreti:
Sareh Bayat, Sarina Farhadi, Peyman Moadi, Babak Karimi, Ali-Asghar Shahbazi,
Shirin Yazdanbakhsh, Kimia Hosseini, Merila Zarei, Shahab Hosseini, Leila Hatami
– 123 min. – Iran 2011.

Un visto regolare per uscire dall’Iran non è facile da ottenere: per questo Simin, che lo ha tanto atteso e che ora, finalmente, lo possiede, vorrebbe servirsene per lasciare il suo paese e trasferirsi, con tutta la famiglia, negli Stati Uniti, dischiudendo per il futuro della figlia Termeh migliori prospettive. Nader, suo marito, è trattenuto, però, a Teheran dall’affetto solidale per il padre, che, malato di Alzheimer, non può essere abbandonato. In attesa della decisione del giudice, in merito alla sua richiesta di separazione, Simin tornerà alla famiglia d’origine, mentre Termeh, che ha soli 11 anni, resterà col padre, sperando che la madre torni sui suoi passi, poiché, come spesso accade ai figli dei separati, ama teneramente entrambi e vorrebbe che riprendessero a vivere con lei.
Anche badare a un padre malato e non più autosufficiente non è facile, se si lavora, a Teheran come in qualunque altro luogo: Nader, perciò, decide di ricorrere all’aiuto di una signora, Razieh, che si prenda cura del vecchio durante la sua assenza.
Neppure per Razieh, tuttavia, sarà facile svolgere questo lavoro, per molte ragioni: la donna è incinta e non dovrebbe sottoporsi a fatiche che potrebbero metterne a rischio la gravidanza; svolge un compito senza che il marito, disoccupato, irascibile e violento, ne sia informato; è molto insicura nell’affrontare i problemi delicati che può incontrare nel suo lavoro: non sempre il Corano, di cui è convintissima seguace, sembra permetterle alcune operazioni indispensabili al malato, ma apparentemente in contrasto con la lettera del testo sacro.
Da questo intrecciarsi di tabù, divieti, menzogne più o meno esplicite, prendono il via gli sviluppi imprevedibili del film, che rappresenta un mondo, quello di Teheran, fatto di contrasti, e di separazioni, perciò, non solo coniugali. Vivono infatti in realtà contigue, ma poco comunicanti, le due coppie: Nader – Samin e Hodjat – Razieh, esponenti i primi di una middle class in buone condizioni sociali; i secondi di un proletariato, probabilmente poco urbanizzato, per il momento, con problemi di lavoro, e di povertà, ma anche con comportamenti ispirati a un fondamentalismo religioso che negli arcaici ordinamenti giuridici e giudiziari di quel paese trova ascolto e protezione. Colpisce, infatti, un aspetto, per gli occidentali quasi incomprensibile: il contrasto fra la modernità della capitale iraniana, il suo sviluppo tumultuoso, il suo traffico convulso, l’uso diffusissimo dei telefoni cellulari, o degli elettrodomestici, e l’inadeguatezza delle leggi, l’incapacità di distinguere fra reato e peccato, soprattutto fra i ceti più bassi della società, che essendo privi di cultura, sono perciò stesso incapaci di agire con autonomia tanto da ricorrere, quando sono in dubbio sul da farsi, all’autorità appositamente prevista per avere le indicazioni necessarie ad agire secondo il Corano. La scena in cui viene rappresentata questa realtà è fra le più drammatiche e impressionanti del film e descrive meglio di molte parole l’inconciliabilità del fondamentalismo religioso (non solo musulmano, direi) con le esigenze della vita urbana. Poco comunicanti sono inoltre il mondo maschile e quello femminile: il rapporto di coppia nella realtà familiare è senza parità e i mariti, descritti in genere come incapaci di stabilire veri rapporti sociali, riescono a rendere ingarbugliato e complicato ogni problema, creando situazioni al limite dell’assurdo che toccherà alle donne cercare di affrontare e risolvere con quella tenacia paziente che proviene anche dalla più profonda coscienza delle implicazioni dolorose dei problemi aperti. Le conseguenze di questi diffusi elementi di separatezza profonda sono nell’impossibile approdo a momenti di mediazione accettabile per tutti: ognuno rimane arroccato alla propria verità, in un quasi pirandelliano gioco delle parti, in cui ciascuno continua a recitare se stesso, con grande sofferenza delle due bambine, la piccola Somayeh, figlia di Razieh e Hodjat, e Termeh, che a caro prezzo conquisterà la propria capacità di scegliere con chi stare. Il film segue, attraverso il movimentato uso della camera a mano, il crescendo del groviglio attorno cui la vicenda si avviluppa, con l’effetto di stabilire una piacevole corrispondenza fra l’oggetto rappresentato e il modo della rappresentazione, soprattutto apprezzabile nella concitazione di alcuni momenti del film, particolarmente quelli che riprendono i luoghi che dovrebbero essere i più tranquilli (l’ospedale, il tribunale o l’intimità della casa), ma che catalizzano e fanno emergere, al contrario, le tensioni sotterranee fra i protagonisti. Un gran bel film, finalmente, una splendida regia, un’impeccabile recitazione.

un terribile film, che dobbiamo vedere (Offside)

Recensione del film
OFFSIDE

Regia
Jafar Panahi

Principali interpreti:
Sima Mobarak Shahi, Safar Samandar, Shayesteh Irani, Ida Sadeghi, Golnaz Farmani, Mahnaz Zabihi, Nazanin Sediq-zadeh, Mohammad Kheir-abadi, Masoud Kheymeh-kabood, Ali Baradari, Mohsen Tabandeh, Reza Khayeri, Karim Khodabandeh – 93 min. – Iran 2006


Questo film è terribile, perché racconta una storia vera di donne iraniane, che è una storia terribile, fatta di soprusi violenti e di ottusi divieti. Il regista che ha girato questo straziante lungometraggio è stato incarcerato, a seguito di una condanna a sei anni, a cui si aggiunge, in ogni caso, il divieto di dedicarsi alla regia per altri venti. Speriamo che nel frattempo le donne e tutto il popolo iraniano ritrovino la loro libertà. A scanso di equivoci, però, va detto che questo film terribile è anche un bel film: bello e interessante. E’ un film che ci racconta l’ostinazione di alcune ragazze, che vivono o studiano a Teheran, e che vogliono, a rischio della loro libertà, entrare nello stadio in cui si gioca una partita di calcio che impegna la nazionale iraniana. Il loro tentativo si infrange quasi subito, com’era prevedibile, perché, anche se si sono ben camuffate per nascondere i caratteri femminili del volto, la sorveglianza stretta del regime, che vieta alle donne di assistere alle partite, finirà per incastrarle e per separarle dagli altri tifosi, confinandole in un settore dello stadio, in cui grottescamente vengono rigidamente sorvegliate dai soldati di leva armati che il regime ha inviato lì per questo scopo. Di lì non potranno muoversi, neppure se devono recarsi in bagno, perché non esistono negli stadi bagni per le donne. Molto interessante è però il fatto che le fanciulle cerchino di parlare con i soldati per esporre le loro buone ragioni e per far capire a loro l’assurdità della situazione. Le risposte che ottengono ci parlano di una mentalità arcaica e piena di pregiudizi, intollerabile ai nostri occhi: le donne sono deboli e hanno bisogno di essere protette dai loro uomini, padri, mariti, fratelli che a questo si devono dedicare, oltre che al lavoro. L’Islam, integralisticamente interpretato, probabilmente non è unico responsabile di questo modo di pensare: i soldati provengono da zone lontanissime dalla capitale, che è una sterminata metropoli in cui il comportamento degli individui, per quanto rigidamente controllato, finisce per sfuggire alla sorveglianza della polizia: la scuola e l’Università forniscono, per forza di cose, a generazioni di giovani e di ragazze gli strumenti critici al cui vaglio non possono che rimanere impigliati i vecchi stereotipi che per millenni, invece, hanno tenuto a freno le aspirazioni alla libertà e al riconoscimento dei diritti individuali di uomini e donne. Dalle campagne e dalle montagne di quel paese, popolate da un’umanità legata alla produzione agricola in terre avare, all’allevamento, in difficili condizioni, di animali da cui ricavare ciò che serve all’alimentazione, deriva anche, probabilmente, la xenofobia che è diffusa fra questi soldati e che li porta a sostenere che i giapponesi possono frequentare con le loro donne gli stadi iraniani, per seguire da tifosi la loro squadra, perché i giapponesi sono diversi, sono di un’altra razza…
Andiamo a vedere questo film, dunque, perché è interessante, ben raccontato, per capire ciò che sta succedendo, ma che potrebbe cambiare (il finale del film, sotto quest’aspetto, ci apre il cuore alla speranza), soprattutto, per dare la nostra solidarietà alle donne, agli uomini, a questo coraggioso regista, a tutti quelli che soffocano per mancanza di libertà.

About Elly

Recensione del film.
ABOUT ELLY

Titolo originale:
Darbareye Elly

Regia:
Asghar Farhadi

Principali interpreti:
Golshifteh Farahani, Taraneh Alidousti, Mani Haghighi, Shahab Hosseini, Merila Zarei, Peyman Moadi, Rana Azadivar, Ahmad Mehranfar, Saber Abar, Taraneh Alidoosti, Peyman Moaadi, Saber Abbar – 119 min. – Iran 2009

Nelle prime scene del film, vediamo che un gruppo di amici, coi loro bambini, in piena allegria lasciano la città per trascorrere un lieto week-end al mare. Successivamente, essi sono costretti ad accettare una sistemazione di fortuna per le notti del loro soggiorno. Del gruppo fanno parte anche Ahmad ed Elly: il primo appena tornato dalla Germania, dove ha divorziato; la seconda, giovane maestra d’asilo dei bambini di Sephideh, che ha invitato entrambi nella speranza che dal loro incontro possa nascere una storia d’amore. Come si vede, la situazione di partenza è molto comune e potrebbe svolgersi in qualsiasi paese del mondo. Qui siamo in Iran, paese islamico, governato da integralisti, del quale qualche segnale già si può cogliere: le donne hanno il capo coperto da un velo, non si liberano degli abiti pesanti sulla spiaggia, come fanno mariti e figlioletti, ma nel complesso si gioca, ci si diverte e ci si aiuta nell’organizzare le giornate come tutti si fa in questi casi. Elly, però, ha qualche preoccupazione per la salute della madre e un segreto tormentoso, che conosce solo Sephideh e che la rende inquieta durante il soggiorno, nonostante l’evidente feeling con Ahmad. Improvvisamente, la serenità del gruppo è interrotta da due incidenti, il primo dei quali (che sembrava gravissimo) viene presto risolto, il secondo… forse: Elly è sparita senza lasciare tracce. Poiché Sephideh conosceva il desiderio dell’amica di rientrare a Teheran prima degli altri, e aveva cercato di impedirglielo, viene incolpata di questo fatto e, poiché non intende rivelare il segreto di Elly, viene strapazzata e malmenata dal marito, non più disposto a riconoscerle il ruolo attivo che aveva ricoperto fino ad allora nella gestione familiare. Anche la donna scomparsa, di cui non si conosce quasi nulla, viene additata come persona poco seria nel comportamento e del tutto inaffidabile. Prevalgono, nelle menti degli uomini e anche delle donne, ma non in Sephideh, i vecchi pregiudizi, perché la modernità degli atteggiamenti e dei costumi è più apparente che sostanziale e non regge infatti alla prova di una inattesa e improvvisa novità: a Sephideh, se vuole salvare se stessa e l’unità della sua famiglia, non resta che la dissimulazione, che non è esattamente la menzogna, ma quasi una forma di prudenza, unico strumento di difesa dall’oppressione sociale, così come ci aveva spiegato uno scrittore italiano,Torquato Accetto, nel 1641, nel trattato: “Della dissimulazione onesta” in cui sosteneva appunto la necessità di ricorrere all’arte del dissimulare per difendersi dalla tirannide delle corti e della Inquisizione. Il film pare dunque contenere una rappresentazione metaforica della condizione di doppiezza cui sono costretti a ricorrere gli uomini liberi di quel paese, per poter sopravvivere. Tutto lo svolgersi della vicenda è estremamente vivace e tiene desta l’attenzione perché il ritmo del film regge bene una narrazione fatta anche di colpi di scena inattesi, di improvvise rivelazioni, di tensione. Bravi gli attori, fra cui spicca Golshifteh Farahani bellissima e bravissima Sephideh, ora esule a Parigi, dove ha rivelato che le scene sul mare sono state girate col velo in testa, per ottenere dalle autorità il permesso di poterle girare, ma che nella realtà iraniana, in casi come come quelli rappresentati dal film, il velo non lo mette proprio nessuna donna, a riprova che la tirannide induce all’ipocrisia e, appunto, alla dissimulazione!

I gatti persiani

Recensione del film:
I GATTI PERSIANI

Titolo originale
Kasi Az Gorbehaye Irani Khabar Nadareh

Regia:
Bahman Ghobadi

Principali interpreti
Negar Shaghaghi, Ashkan Koohzad, Hamed Behdad, Ashkan Koshanejad, Hichkas, Hamed Seyyed Javadi – 106 min. – Iran 2009

Un gruppo di giovani (fra loro anche una ragazza) di Teheran, dalla faccia pulita e dai mille sogni in tasca, vorrebbe cantare, suonare e ascoltare la musica rock di cui ciascuno di loro è appassionato, come milioni di loro coetanei in altri paesi del mondo. Purtroppo a Teheran, il regime instaurato dalla repubblica islamica, soprattutto dopo i contestatissimi risultati delle ultime elezioni, allarga senza tregua e con crescente ottusità il numero dei nemici da reprimere: non solo gli oppositori politici, ma gli intellettuali, i giovani che amano la musica non tradizionale, persino i cagnolini da compagnia, probabilmente anche i gatti, che però, prediligendo le pareti domestiche per loro natura, se la passano un po’ meglio e non vengono sequestrati per strada. In questo quadro, i nostri giovanotti, ritenendo di non avere spazio alcuno per sviluppare il loro talento in patria, decidono di investire i magri risparmi familiari per espatriare. Londra, da sempre amata dagli esuli perseguitati, è l’obiettivo della loro fuga, ma è un difficilissimo traguardo, perché, naturalmente, nessuno può allontanarsi dal paese senza rischiare, a meno di ottenere, dalle autorità pubbliche, un passaporto non contraffatto. Purtroppo, per questi giovani avere un passaporto regolare è impossibile, avendo ciascuno di essi già conosciuto il carcere, senza altra colpa, se non quella di amare la musica. Un quadro davvero impressionante, quello che emerge da questo terribile film, che denuncia la ferocia repressiva di un regime incapace di offrire una speranza a quei giovani che pur amano profondamente il loro paese e non vorrebbero proprio abbandonarlo, solo che venisse offerta loro qualche chanche. Il mondo immobile dell’Iran contemporaneo non è solo quello delle danze delle spade e delle nenie immutabili, ma quello dell’ignoranza diffusa, della sporcizia e del degrado urbano della capitale, dello smog asfissiante, di un traffico caotico e rumorosissimo, sovrastato continuamente dalle sirene sinistre delle auto della polizia.
Tutto questo ci viene narrato con un ritmo veloce e incalzante, che segue il continuo fuggire dei giovani dagli spazi aperti, dove potrebbero essere visti, alla ricerca di luoghi bui, insonorizzati, catacombali, dove la loro passione per il rock possa esprimersi senza troppi problemi. Film molto bello, da vedere e meditare, costato l’esilio al regista, che non è tornato in patria dopo averlo presentato a Cannes.