Peterloo

recensione del film:
PETERLOO

Regia:
Mike Leigh.

Principali interpreti:
Rory Kinnear, Maxine Peake, Pearce Quigley, David Moorst, Rachel Finnegan, Tom Meredith, David Bamber, Tim McInnerny, Teresa Mahoney, Nico Mirallegro, Karl Johnson, Leo Bill, Mark Ryan, Philip Jackson – 154 min. – Gran Bretagna 2018.

Quest’opera del grande regista britannico Mike Leigh, presentata a Venezia nel settembre scorso, ricostruisce, con estrema accuratezza, un fatto storico fra i più dolorosi della storia del Regno Unito: la spietata repressione del raduno pacifico della popolazione di Manchester, convenuta dalla città e dalle campagne il 16 agosto 1819 nella grande radura di Saint Peter’s Field a sostegno di uno sciopero operaio, forse il primo organizzato dopo che la rivoluzione industriale (nata proprio a Manchester) si era imposta, garantendo altissimi guadagni ai proprietari dei nuovi strumenti meccanici, ai cui ritmi erano tenuti ad adeguarsi i lavoratori inurbati, operai senza diritti, impegnati senza limiti di orario a far funzionare le macchine. L’aumento dei prezzi dei generi alimentari, dopo le guerre napoleoniche, rendeva durissima la vita di ogni giorno, né era possibile in tempi di carestia dilagante ritornare alla terra, ormai esclusiva proprietà dei rentier che vivevano a Londra impegnandosi nelle feste, nelle chiacchiere di corte, nella discussione politica * La crisi economica colpiva duramente; lo scontento di grandi masse affamate e sfruttate era avvertito come una minaccia sovversiva dalla nobiltà, dal clero e dalla borghesia manifatturiera a cui diventava evidente che non sarebbe bastata la sconfitta militare dei Francesi per liberarsi dalla minaccia della rivoluzione. Una nuova coscienza solidaristica e libertaria si era diffusa, infatti, penetrando persino fra i politici più illuminati del Parlamento inglese, fra i professionisti e gli intellettuali. Fu uno di questi, il radicale Henry Hunt (Rory Kinnear), avvocato londinese, a prendere a cuore l’organizzazione dello sciopero, imponendo, non senza difficoltà, al movimento la propria visione non aggressiva e non violenta: una festa popolare senza provocazioni per evitare che la Guardia Nazionale, inviata dal governo di Londra, disperdesse la folla con i fucili, o a colpi di spada, o con le cariche di cavalleria. Non andò così, purtroppo: i canti e la festa si trasformarono in lutto e alla fine della giornata si contarono 15 morti e quasi mille feriti. Non era bastata a tenere lontana la violenza stragista neppure la presenza di cronisti e gazzettieri di molta parte dell’Europa e anche del continente americano che testimoniarono, nelle loro pagine, lo scandalo e la vergogna di quel massacro. Nacque allora il Manchester Guardian, oggi chiamato semplicemente The Guardian, che si sarebbe impegnato da allora a lottare per l’attuazione della riforma della rappresentanza parlamentare e per l’introduzione di una Carta dei dritti dei lavoratori. La strada era però ancora molto lunga… 

Il regista si preoccupa, nella prima parte del film, di contestualizzare lo svolgimento dei fatti, ricostruendo, con verità e senza fretta, gli ambienti in cui vivevano i lavoratori, le abitudini di alcune famiglie, le loro difficoltà. Allo stesso modo ci presenta le paure dei nuovi borghesi delle manifatture, presto alleati dei notabili locali più conservatori e dei preti, così come estende la sua indagine agli ambienti del governo, ai ministri parrucconi e decrepiti, e alla squallida corte del principe ereditario depravato e incapace.
Nella seconda parte, invece, assistiamo ai preparativi di quella giornata, agli accordi fra Hunt e i lavoratori più ascoltati e carismatici, oltre che alla manifestazione e alla tragedia sanguinosa che non risparmiò neppure i bambini.
Una bellissima fotografia accompagna il lungo racconto corale, che si sofferma soprattutto sul personaggio emblematico di Joseph (David Moorst), tornato a casa distrutto dopo la battaglia di Waterloo, quindi seguito dal suo lento reinserirsi in famiglia, fino alla sua fine drammatica, fra le vittime innocenti di quell’orribile giorno.
Tutto il film testimonia la volontà ferma del regista di rendere giustizia ai morti di allora, risvegliando la nostra pietà e rinfrescando la nostra memoria, soprattutto ora che la crisi sembra riproporre antiche paure e sbrigative quanto inutili soluzioni.
Ottime intenzioni, non sempre sufficienti, purtroppo, a vincere la noia di una rappresentazione molto prolissa, anche se di indubbio valore educativo: numerose sono state, ahimè, le uscite di sala prima del concludersi di questo film, pur molto atteso e sicuramente assai bello. Che peccato!

* Sulle condizioni storiche, sfondo del massacro, rievocate nel film, si possono avere notizie dettagliate QUI

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Chesil Beach

recensione del film
CHESIL BEACH

Titolo originale:
On Chesil Beach

Regia:
Dominic Cooke

Principali interpreti:
Saoirse Ronan, Billy Howle, Anne-Marie Duff, Lionel Mayhew, Emily Watson, Samuel West, Adrian Scarborough, Bebe Cave, Jonjo O’Neill, Christopher Bowen . 110 min. – Gran Bretagna 2017

1962 
L’antico e proverbiale conservatorismo dell’alta borghesia britannica trovava nuove ragioni dopo la guerra, quando i cittadini di mezz’età, che avevano contribuito alla difesa della libertà e della dignità dei popoli dell’Europa intera, si erano resi conto della progressiva irrilevanza internazionale del loro paese, che inarrestabilmente perdeva prestigio e colonie. Il desiderio dei più giovani di vivere in un mondo senza guerre, popolato di uomini e di donne disposti a non tenere in gran conto le convenzioni e le divisioni di classe, ma accomunati dal desiderio di superarle in nome delle loro naturali esigenze di amicizia e d’amore, era percepito come il frutto della propaganda surrettizia del mondo comunista, nell’intento di conquistare il loro cuore per dare il colpo di grazia ai valori del mondo occidentale. Il ’68 non è lontano, ma non è ancora alle porte…
In questo quadro storico, il film racconta la vicenda di due ragazzi: Edward (Billy Howle), di origini piccolo borghesi, laureato in storia medioevale, senza chiari progetti per il proprio futuro; Florence (Saoirse Ronan), di ricca e colta famiglia alto-borghese, talentuosa violinista, ansiosa di affermarsi nelle sale da concerto e nei teatri.
Si erano incontrati a Oxford nel corso di un raduno pacifista; si erano piaciuti, si erano rivisti e si erano innamorati, arrivando, dopo un anno, privi di qualsiasi esperienza amorosa e sessuale, al matrimonio. Mai un bacio vero, mai un momento di abbandono delle proprie difese e dei propri timori durante il fidanzamento, fatto di molte chiacchiere e di sogni ad occhi aperti, confidati all’altro soprattutto per superare l’impaccio, la timidezza, la paura.
Ora che si erano  sposati, si accingevano a trascorrere la loro luna di miele in un albergo con vista su Chesil Beach, la  stretta spiaggia ghiaiosa sulla Manica, che, per una lunghezza di venti chilometri, unisce l’isola di Portland alla contea del Dorset sud-occidentale. Di questa lingua di terra, affascinante per la varietà dei colori dei suoi ciottoli di grandezza irregolare e per la stranezza della sua conformazione, lo scrittore Ian McEwan, autore del romanzo omonimo e anche della sceneggiatura del film, ha detto: “Chesil Beach mi ispirava per la possibilità di più metafore narrative; il fatto che i protagonisti, in un momento così importante della loro vita, siano bloccati […] su una lingua di ghiaia si riflette nella sensazione straniante di dover arrivare a una nuova consapevolezza e invece di rimanere intrappolati al confine”.  Una disastrosa prima notte di nozze avrebbe, infatti, trasformato fin dal primo momento quell’oasi di pace e di bellezza, relativamente lontana dal mondo e dalle sue sgradevolezze, in un incubo claustrofobico, senza altre vie d’uscita se non la fuga, per dimenticare l’ effettiva luna di fiele, che distruggeva il sogno d’amore di entrambi. Sulla coppia avevano avuto un impatto devastante l’inesperienza amorosa e la differenza di classe: su questi temi lo scrittore aveva sviluppato  il proprio romanzo (2007), nonché la sceneggiatura del film, che tuttavia si sarebbe realizzato solo nel 2017, dopo l’incontro col regista Dominic Cooke, di provenienza teatrale e alla sua prima esperienza di cinema.

Uscito nei mesi scorsi per le sale cinematografiche di tutto il mondo, questo film vede solo ora la luce anche in Italia, preceduto dalla proiezione recente dell’altro film tratto da un romanzo di McEwan, che cronologicamente dovrebbe seguirlo: The children Act -Il verdetto, destinato dal distributore italiano a trascinare questo nella scia del proprio successo.

Questo Chesil Beach, però, offre l’occasione, ancora una volta, per meditare sul tema dei rapporti fra letteratura e cinema, sapendo che i film non possono diventare il clone e neppure la parafrasi dell’opera letteraria che li ha ispirati, qualsiasi trasposizione della quale è una creazione nuova non necessariamente fedele all’originale: tradurre, come sappiamo, vuol dire interpretare e perciò, spesso, tradire. Il rischio della narrazione piatta, per eccesso di fedeltà, è nella prima parte del film continuamente in agguato ed è evitato soprattutto per l’eccezionale qualità dell’interpretazione dei due attori, attentissimi  a cogliere le sfumature più minute e rivelatrici del comportamento e delle angosce segrete di Edward e di Florence. Finale, invece, da dimenticare, non perché si allontani da quello del romanzo, ma per l’artificio troppo scoperto della messa in scena e per il suo scadere lacrimoso con effetto “La, La Land” che francamente ci poteva essere evitato. Il film si può vedere, soprattutto per la prova convincente che i due attori principali forniscono di sé.

 

The Children Act-Il Verdetto

recensione del film:
THE CHILDREN ACT-IL VERDETTO

Titolo originale:
The Children Act

Regia:
Richard Eyre

Principali interpreti:
Emma Thompson, Stanley Tucci, Fionn Whitehead, Anthony Calf, Jason Watkins, Ben Chaplin, Rupert Vansittart, Rosie Boore, Nikki Amuka-Bird, Honey Holmes – 105 min. – Gran Bretagna 2017.

La bella coppia
Fiona, giudice del tribunale di Londra, cercava angosciosamente le ragioni oscure dello sfascio del proprio matrimonio ora che  Jack, suo marito, le aveva confidato la delusione per la sua crescente freddezza e per il suo negarsi da troppo tempo ai rapporti sessuali, ciò che lo aveva indotto a cercarsi un’amante, nonostante si sentisse ancora molto legato a lei, che aveva reagito sferzantemente, esternandogli tutto il proprio disgusto.
Era un brutto momento per lei, che, finora senza scosse, aveva superato le poche difficoltà della sua vita di donna privilegiata, di ottima famiglia e di ottima educazione, che aveva sposato, per amore, Jack più di trent’anni prima, e che con lui era vissuta serenamente, senza sacrificargli la propria carriera: era stata, da giovane, una brillante avvocatessa ed era infine diventata giudice, chiamata dal Tribunale di Londra ad applicare il diritto di famiglia con l’intelligenza e l’umanità che tutti le riconoscevano.
Jack era professore, all’Università, di storia antica e l’amava; si era abituato, come lei, a vivere senza figli, che nessuno dei due aveva escluso per scelta: di comune accordo avevano rimandato il loro arrivo a data da destinarsi, cosicché erano invecchiati, quasi senza accorgersi della loro mancanza; ospitavano volentieri, però, nella grande stanza degli ospiti della loro casa nipoti e nipotini.

Il giudice Fiona e i “suoi” casi difficili
Da qualche tempo si accumulavano sul tavolo di Fiona in Tribunale, e persino a casa sulla sua scrivania, carte e documenti da studiare a fondo. Forse era questa eccessiva mole di lavoro la causa del suo inaridirsi affettivo o forse ne era l’effetto, un alibi per non affrontare prima di tutto con se stessa alcuni nodi irrisolti della sua vita che ora venivano al pettine e le imponevano chiarezza.
Gli ultimi casi giudiziari erano stati davvero impegnativi e avevano sollevato interrogativi insoliti per lei che, sempre serenanente pragmatica, era stata improvvisamente costretta a decidere persino della vita e della morte, ciò che l’aveva profondamente scossa e coinvolta emotivamente: era difficile, del resto, in simili circostanze non interrogarsi sull’esistenza (anche sulla propria) sul ruolo del caso, e sul senso del vivere.
Per la prima volta, probabilmente, quando aveva deciso di autorizzare la separazione di due neonati siamesi (uno dei quali, vivendo a spese dell’altro, stava condannandolo a morire presto insieme a lui), aveva compreso la difficoltà di distinguere nettamente fra il bene e il male, incarnati quasi metaforicamente da quel “mostruoso” viluppo di membra, le cui fotografie strazianti ricomparivano nei suoi incubi notturni.

Era stato però Adam Henry, il diciassettenne malato di leucemia, a porre a Fiona il problema più grave della sua carriera, per le conseguenze imprevedibili del verdetto grazie al quale, autorizzando i medici all’uso della trasfusione di sangue per curarlo, gli aveva restituito la vita, mentre la madre e il padre, Testimoni di Geova come lui che voleva lasciarsi morire, lo invitavano ad affidarsi al dio della loro setta, rifiutando di peccare, contaminandosi col sangue altrui.
Adam dopo le trasfusioni era davvero rinato e ora, per mostrarle la propria gratitudine e il proprio affetto, la seguiva come un’ombra dappertutto, le sottoponeva le sue poesie, le ricordava con la chitarra quel canto che, durante l’incontro all’ospedale, lei gli aveva cantato sulle note di una ballata irlandese che aveva accompagnato una bella lirica di Yeats. L’ultimo loro imbarazzante incontro si era concluso con un tenero bacio dopo il quale Fiona si era vista costretta ad allontanarlo, per sempre, con dolce fermezza. Quando, disgraziatamente, la malattia era tornata, Adam, ormai maggiorenne e padrone di disporre di sé, si era lasciato morire nel ricordo di lei, rifiutando ogni trasfusione, ma lasciandole le poesie che per lei aveva scritto, insieme al rimorso.
Qualche cosa, nel loro rapporto, non aveva funzionato, ma di quella immane tragedia Fiona era davvero responsabile? In fondo non era che una piccola e generosa creatura travolta da una tempesta di dubbi angosciosi, che ora aveva davvero bisogno dell’ascolto amorevole di Jack, unica solida certezza sulla quale ora avrebbe costruito il resto della propria vita.

Dal romanzo al film
Il film ripropone la vexata quaestio dei rapporti fra le opere letterarie e la loro trasposizione cinematografica, che diventa particolarmente interessante nel caso di quest’opera, che Ian McEwan, autore del bellissimo romanzo The Children Act (edito in Italia da Einaudi nel 2014 col titolo La ballata di Adam Henry), ha sceneggiato per il regista Richard Eyre, collaborando attivamente alla realizzazione di questo bel film.
Trasposizione probabilmente non semplice, poiché si trattava di portare sullo schermo la complessa figura femminile di Fiona Maye indagandone la profonda crisi esistenziale, ma limitando (o confinando allo spazio onirico) i flashback e non avvalendosi della voce fuori campo in sostituzione del flusso di coscienza attraverso il quale, nell’opera letteraria, memoria del passato e tempo presente si intrecciano continuamente, delineando il quadro emotivo contraddittorio e incerto nel quale si muove la protagonista.
Occorreva una grande interprete come Emma Thompson per trasmettere, grazie alla profondità espressiva del volto e dello sguardo mobilissimo, nonché alla passione raggelata della recitazione, la complessità emotiva che il romanzo comunica, coinvolgendoci nella lettura. Ritengo, personalmente, che l’impresa sia riuscita.
Notevole anche l’interpretazione di tutti gli altri attori, e soprattutto di un ottimo Stanley Tucci (Jack) e del giovane Fionn Whitehead (Adam)

Il terzo uomo

recensione del film:
IL TERZO UOMO

Titolo originale:
The Third Man

Regia:
Carol Reed

Principali interpreti:
Orson Welles, Joseph Cotten, Alida Valli, Trevor Howard, Bernard Lee – Gran Bretagna 1949.

Proiettato recentemente a Torino per qualche giorno nell’edizione restaurata della Cineteca di Bologna che gli restituisce il primitivo splendore (versione originale sottotitolata), questo film è disponibile anche in DVD, in una dignitosa versione italiana. Agli interessati che abbiano l’occasione fortunata di trovarlo in qualche sala, tuttavia, è molto raccomandabile la visione sul grande schermo, per il quale è nato e grazie al quale è stato amato, diventando perenne fonte di culto cinefilo, ma anche di studio per i cineasti di tutto il mondo.

Il grande Graham Greene, che ne scrisse quasi contestualmente soggetto* e sceneggiatura, sosteneva che Il terzo uomo sullo schermo è, sopra a ogni altra cosa, un’esperienza visiva, suggestiva per la particolare atmosfera che evoca, quella della Vienna occupata militarmente alla fine della seconda guerra mondiale. La capitale austriaca, semi-distrutta dai bombardamenti, era divisa in quattro zone, sedi degli uffici e delle polizie militari** dei vincitori (USA, URSS, Francia, Gran Bretagna), che ora si guardavano in cagnesco, spiandosi a vicenda, inevitabile riflesso della guerra fredda.
A lungo** si sarebbe protratta la condizione di incertezza sul futuro dell”Austria: Vienna, al momento del film, portava ancora, persino nei pregevoli palazzi signorili e nei monumenti famosi, i segni evidenti della sconfitta rovinosa, mentre nelle strade e negli uffici degli occupanti si aggiravano abitanti vecchi e nuovi, quasi tutti impegnati in attività illegali, quali la falsificazione dei passaporti o il mercato nero dei beni, che si svolgeva sotto gli occhi di tutti ed era generalmente tollerato, diventando perciò stesso strumento di ricatto. Lì, infine, trovavano le coperture e i ripari necessari uomini privi di scrupoli che svolgevano  vere e proprie attività criminali molto redditizie, nonché molto rischiose: non era strano che qualcuno sparisse all’improvviso per davvero, o che fingesse la propria morte, continuando, in questo caso nell’ombra, le attività più losche, come aveva fatto  Harry Lime (Orson Welles), l’avventuriero americano già amico di Holly Martins (Joseph Cotten), il protagonista del film.
Holly era uno scrittore senza qualità, squattrinato e ignorantello; Harry, suo vecchio compagno di scuola, lo aveva invitato a Vienna perché lavorasse insieme a lui, che lì, grazie al suo comportamento criminale e a una rete assai fitta di coperture insospettabili, aveva costruito la propria  fortuna. Come è noto, l’incontro fra i due non avrebbe avuto luogo, per l’inattesa “morte” di Harry: all’ingenuo Holly non sarebbe rimasto, forse, che fare ritorno negli Stati Uniti dopo l’estremo saluto al funerale. Non sarebbe andata così, però, perché l’inatteso incontro con il maggiore inglese Calloway (Trevor Howard) aveva scombinato i piani degli ambigui amici di Harry che lo stavano aspettando, e anche perché lo tratteneva a Vienna l’attrazione crescente per Anna (Alida Valli), l’attrice che aveva amato Harry.
Siamo di fronte, fin dalle scene iniziali, ad alcune delle infinite sorprese del film, che ci coinvolge nel più incredibile avvicendarsi di capovolgimenti imprevedibili e spiazzanti: nel corso del film, infatti, vedremo spesso gli inseguiti trasformarsi in inseguitori; i “buoni” rivelarsi fior di mascalzoni; lo “sbirro” Calloway (secondo il sommario giudizio di Holly) essere un umanissimo funzionario inglese impegnato nel proprio dovere; il bambino paffuto coll’aria innocente diventare uno spudorato mentitore e, con meraviglia, constateremo, completamente straniati, che persino il “malvivente” che si stava avvicinando con sinistra lentezza nelle vie poco illuminate del centro di Vienna (dove, armati fino ai denti lo attendevano i poliziotti di Calloway, ben nascosti dal buio, per assicurarlo alla giustizia) era solo un innocuo e affamato venditore di palloncini.

Analogamente, in un crescendo di tensione, con lentezza studiatissima, era stato costruito lo snodo narrativo più importante del film: la ricomparsa del defunto Larry in carne e ossa, nascosto nell’androne di un palazzo, e raggiunto dall’amato gattino di Anna, che avendolo riconosciuto  si era accoccolato ai suoi piedi dove si prodigava nelle fusa più affettuose. La scena notturna è memorabile per la genialità della inquadratura angolare dal basso, che deformando l’immagine, prolunga l’attesa degli spettatori, fino al momento in cui, casualmente, la luce improvvisa di una finestra ne avrebbe illuminato il volto, preoccupato, e insieme ironico e divertito, un attimo prima di scomparire di nuovo, inghiottito dal buio della misteriosa notte viennese, dopo l’improvvisa epifania:

Sarebbe ricomparso in piena luce, fra le giostre del Prater, per raccontare allo sbigottito Harry il proprio spietato “piano quinquennale”, ovvero il progetto cinico di acquisire ricchezza e potere, seguendone le leggi spregiudicate, da sempre ipocritamente condannate, ma da sempre, secondo lui, alla base dello sviluppo della civiltà e della cultura: pagina fra le più celebri dell’intera storia del cinema, che paradossalmente sintetizza le due visioni del mondo che percorrono il film: quella liberal-democratica e solidale della cultura europea, propria del regista e dello staff che aveva ideato e creato questa eccezionale pellicola (da Graham Greene, a Robert Krasker – il fotografo – ad Anton Karas – il musicista scoperto per caso in un locale viennese, la cui colonna sonora è l’emblema stesso del film) e quella liberistica del produttore americano David Selznick***, che, in continuo contrasto col produttore europeo Alexander Korda, definiva Orson Welles, “veleno per il box office”.
Il film che si conclude con il celeberrimo lungo inseguimento di Harry nel sottosuolo di Vienna, dentro la rete fognaria della città, è il primo film europeo girato quasi  interamente in esterni, con poche ricostruzioni in studio, segno evidente dell’attenta “lettura ” dei primi film italiani neorealisti, ai quali Reed e lo stesso Orson Welles (in Europa dopo aver lasciato Hollywood) rivolgevano il loro interesse.
Sotto quest’aspetto, l’intero set del film si può considerare un vero e proprio laboratorio sperimentale in vista di un cinema nuovo in cui avrebbero potuto trovare una sintesi le vecchie e nuove suggestioni, quelle del cinema europeo d’avanguardia  degli anni del surrealismo e dell’espressionismo, che offriva un repertorio di tecniche del tutto estranee al pur grande, ma ormai vecchio, cinema hollywoodiano, e le suggestioni delle opere dei nostri registi che intendevano attingere direttamente dalla strada la verità di un mondo distrutto, ma vitale, delle cui speranze contraddittorie il loro raccontare si faceva testimone.

*che lo scrittore pubblicò con lo stesso titolo del film nel 1950 e che viene considerato un romanzo.

** Solo nel 1955 allo stato austriaco venne riconosciuta l’indipendenza, purché garantisse la propria neutralità rispetto ai due blocchi egemoni contrapposti.

*** Selznick aveva cercato di impedire alcune scelte del produttore ungherese Korda, di Reed e di Greene, relative alla presenza nel cast di Orson Welles.

Lady Macbeth

recensione del film:
LADY MACHBETH

Regia:
William Oldroyd

Principali interpreti:
Florence Pugh, Cosmo Jarvis, Paul Hilton, Naomi Ackie, Christopher Fairbank, Golda Rosheuvel, Anton Palmer, Rebecca Manley – 89 min. – Regno Unito 2016.

Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk è il racconto russo (1865) di Nikolaj Semënovič Leskov che ha ispirato questo film, il primo di William Oldroyd, apprezzatissimo regista teatrale londinese. Se però consideriamo complessivamente quest’opera, che il regista ambienta negli anni vittoriani, possiamo trovarvi temi o suggestioni da altri famosi romanzi di quello stesso periodo, quali, ad esempio, Lady Chatterley Lover di D.H. Lawrence e Thérèse Raquin di Emile Zola. La tragedia di Shakespeare, ça va sans dire, è sullo sfondo: sintesi di millenarie superstizioni misogine, che collegano alla “tentazione” sessuale, per sua natura diabolica e incarnata dal corpo femminile, una presunta sottomissione maschile al volere e al potere delle donne.

Si chiamava Katherine ed era poco più di un’adolescente la bella ragazza che aveva sposato, senza averlo scelto, Alexander, un nobile, proprietario insieme al padre (che viveva con lui) di un cupo castello della campagna scozzese, attraversata dai venti tempestosi e gelidi delle Highlands. Il padre, desideroso che la proprietà passasse nelle mani di un erede, aveva condotto col padre di lei una trattativa mercantile, quasi una compravendita, per concludere quel matrimonio che, non diversamente da altri a quei tempi, imponeva alle donne la sottomissione al maschio di casa  e gravidanze a ripetizione, secondo la volontà non discutibile del marito-padrone.

L’oltraggiosa indifferenza di Alexander per Katherine si era manifestata con arroganza fin dalla notte delle loro nozze,  fallimentare per lui e umiliante per lei. In futuro, egli, pur non apprezzando le grazie della giovane moglie, si sarebbe preoccupato soprattutto di contenerne la vitalità prorompente, imponendole una clausura pressoché totale, di cui si rendevano garanti suo padre e l’autorità religiosa di quel territorio, un prete attentissimo a salvaguardarne la virtù. Era accaduto, però, che suocero e marito avessero dovuto abbandonare per un po’ la proprietà alla volta di Londra e che Katherine, umiliata e offesa, nonché carica di odio, si fosse trovata all’improvviso libera, nella condizione ideale per il clamoroso tradimento che avrebbe dato una svolta decisiva alla sua vita. Un incontro inatteso con il mondo degli stallieri e dei lavoratori di casa, impegnati a torturare sadicamente l’ancella nera, addetta ai servizi della sua persona, aveva acceso la sua rabbia sdegnosa e, insieme, la sua curiosità. Aveva assistito a una scena sordida che l’aveva turbata profondamente, combattuta fra l’orrore sincero per quella manifestazione erotica brutale  e la curiosità per la sensualità sfrenata di quegli uomini. Di lì a poco le sue contraddittorie emozioni avrebbero trovato una risposta proprio tra le braccia di Sebastian, il palafreniere che durante quell’episodio si era maggiormente distinto per  la selvaggia ferocia.

Sarebbe arrivato ben presto, per lei, il momento della resa dei conti: dapprima aveva sopportato le allusioni del prete, poi aveva udito, con apparente rassegnazione, le pesanti insinuazioni del suocero che, tornato al castello, era intenzionato a farle pagare l’adulterio che gli era stato riferito; infine, aveva dovuto subire, ma solo fino a un certo punto, le ingiurie insolenti del marito, accompagnate dal suo disprezzo insopportabile. Katherine, novella Lady Macbeth, si sarebbe liberata di entrambi col delitto, senza i rimorsi, che,  come nella tragedia shakespeariana, avrebbero tormentato solo la coscienza di lui, Sebastian, il suo principale complice, ma anche colui che per origine e classe sociale era destinato fin dall’inizio a soccombere.

I cupi e terribili sviluppi successivi, che non intendo rivelare, permettono a Katherine di rafforzare la propria posizione di potere, ora che, dopo la morte del marito e del suocero, è rimasta l’unica proprietaria del castello e che usurpatori inattesi e molto agguerriti stanno insidiando il suo futuro e soprattutto quello del figlio (che è di Sebastian) che sente crescere in sé.  A reclamare la propria parte nel diritto di successione è, sorprendentemente, un altro figlio, di colore, ciò che introduce risonanze di bruciante e quasi anacronistica attualità in un film girato nei severi abiti vittoriani e negli ambienti austeri di quella dimora, privandolo definitivamente del compiacimento romantico di molti film inglesi in costume.
La messa in scena, quanto mai scarna, ricostruisce la severità drammatica del castello e la tristezza violenta del paesaggio del Nord Est scozzese, sfondi che riflettono in modo molto pertinente l’essenza profonda del personaggio di Katherine, spesso ripresa con i primi piani che ne sottolineano di volta in volta la solitudine, la determinazione, la grandezza sinistra. Grandissima è l’attrice (Florence Pugh) che la interpreta, perfettamente a proprio agio in ogni momento del film.

Film da vedere, soprattutto da chi non teme i violenti pugni allo stomaco che arrivano un po’ per volta, senza pietà!

 

Idolo Infranto

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recensione del film:
IDOLO INFRANTO

Titolo originale
The Fallen Idol

Regia:
Carol Reed

Principali interpreti:
Michèle Morgan, Ralph Richardson, Bobby Henrey, Sonia Dresdel, Denis O’Dea, Jack Hawkins, Walter Fitzgerald, Dandy Nichols – 95 min. – Gran Bretagna 1948

 

Questo bellissimo The fallen Idol del 1948 è firmato da Carol Reed, il regista a cui di solito colleghiamo il famosissimo Il terzo uomo (1949) che si considera il suo capolavoro. In realtà si tratta in entrambi i casi di opere eccellenti, legate al nome di Graham Greene che ne fu lo sceneggiatore. Forse la fama di Il terzo uomo è maggiore grazie anche all’indimenticabile interpretazione di Orson Welles e alla straordinaria musica che l’accompagna; in ogni caso L’idolo infranto non è certamente opera minore nella carriera del famoso regista.
È stato riproposto al pubblico dal Museo del Cinema – Cinema Massimo a Torino nell’ambito del Festival permanente del cinema restaurato (Magnifiche Visioni).

È la storia di Philip (Bobby Henrey), bambino molto piccolo e molto solo: i genitori non esistono per lui, affidato abitualmente alle cure della servitù dell’ambasciata (il padre è ambasciatore a Londra di un paese francofono che non viene precisato) e non compaiono se non alla fine del film, quasi subito sommersi dai titoli di coda. La vicenda, infatti, racconta l’amicizia fra lui e Baines (Ralph Richardson), il maggiordomo che se ne prende cura insieme alla moglie, megera scorbutica, che nella casa spadroneggia con arrogante villania (Sonia Dresdel).
L’azione si svolge, quasi per intero (pochissime le scene “esterne”), nella lussuosa dimora del diplomatico, fra il piano nobile, che è lo spazio istituzionalmente destinato a lui e alla sua famiglia, e il piano semi-interrato, che, come da tradizione, è destinato ai servi *. Se la disposizione della casa è funzionale alla gerarchia delle classi sociali, nella realtà nessuno sta al suo posto: il bambino, nella sua sconfinata solitudine, incontra molto volentieri Baines nella cucina, per ascoltare le storie avventurose che egli inventa per lui; a sua volta, il maggiordomo sale spesso e volentieri agli uffici del piano di sopra per incontrare la donna che ama, Julie (Michèle Morgan), segretaria d’ambasciata. L’amicizia con Phil diventa perciò anche il paravento che l’uomo utilizza per ripararsi dalla gelosia  della moglie, la quale, approfittando dell’assenza dei genitori di Phil, sale spesso lo scalone di rappresentanza per affermare la propria autorità sul piccino che tratta con odiosa prepotenza e a cui cerca di impedire l’accesso agli spazi del semi-interrato.
Il fatto centrale della vicenda raccontata è la morte accidentale della signora Baines, così meschina e dispettosa che nessuno potrà rimpiangere. L’episodio (modificato da Graham Greene rispetto al racconto) è volutamente ambiguo e si chiarirà solo alla fine della pellicola, per puro caso e nonostante i pasticci e gli equivoci provocati dal piccolo Philip, che avendo assistito alla scena della sua morte senza comprenderla fino in fondo, cercherà in ogni modo di proteggere l’uomo amato come un padre, fornendo alla polizia che indaga una versione dei fatti assolutamente non credibile.  La sua fragilità emotiva, nonché il tentativo generoso e anche troppo zelante di evitare a  Baines l’accusa di uxoricidio, si erano scontrati purtroppo con la difficoltà di separare i fatti dalla ingenua elaborazione fantasiosa della sua mente infantile, dando luogo a una situazione molto aggrovigliata, che aveva accresciuto  i sospetti della polizia e rischiato di coinvolgere il suo idolo in guai molto seri.

 

Tutto questo viene detto attraverso una finissima analisi psicologica che ci aiuta a capire attraverso quali meandri pre-logici la mente del piccino stava ricostruendo una situazione ansiogena e angosciosa: noi non possiamo che trepidare per lui e insieme sorridere con tenera ed empatica indulgenza. Il modo del racconto, che è sempre in bilico fra il dramma e l’ironia, allenta la tensione e prepara la giusta conclusione dell’intera vicenda, in cui i torti e le ragioni vengono finalmente riconosciuti. Un film bellissimo, ottimamente diretto da un regista attento all’equilibrio complessivo dell’opera, capace di guidare i bravissimi attori (quel bambino è davvero meraviglioso) in modo eccellente, ricco di spunti di riflessione sul difficile rapporto fra il mondo dei “grandi” e quello dell’infanzia, usata da troppi adulti con eccessiva incoscienza e senza sinceri e profondi slanci d’affetto.
Credo che presto dovrebbe essere disponibile per tutti nella versione restaurata il DVD di questa pellicola.

*Il racconto di Graham Greene si intitola proprio The basement room

Weekend

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recensione del film

WEEKEND

Regia:
Andrew Haigh

Principali interpreti:
Tom Cullen, Chris New, Laura Freeman, Vauxhall Jermaine, Jonathan Race – durata 96 min. – Gran Bretagna 2011.

Opera prima di Andrew Haigh, questo film uscì nelle sale europee fra il 2011 e il 2012. Finalmente è arrivato anche da noi, che non l’avremmo probabilmente mai visto senza il successo del più recente 45 Anni, diretto dallo stesso regista, che evidentemente ha acceso la curiosità anche verso questa sua prima fatica, così da spingere un coraggioso distributore ad acquistarlo per offrirlo alla visione del pubblico italiano. La versione originale in lingua inglese è l’unica presente da noi, perciò è bene che chi vuol vederlo sappia che il film non è stato doppiato, né lo sarà, della qual cosa, personalmente, mi compiaccio. A spiegare il ritardo della sua apparizione nei nostri cinema probabilmente è il soggetto, ritenuto  un po’troppo osé per noi, che sembriamo, agli occhi di chi fa queste scelte, eterni minorenni bisognosi di protezione. Credo che sappiamo proteggerci da soli!

Ambientato a Nottingham (Regno Unito), questo film ci racconta la storia d’amore di due ragazzi, dal suo nascere al suo concludersi dolce e disperato nel breve tempo di un weekend. Si chiamano Russell (Tom Cullen) e Glen (Chris New) i due giovani che si incontrano per caso la notte del venerdì, in un locale gay: una serata in cui per vincere la noia si fuma, si beve e ci si droga. Passeranno la notte a casa di Russell, il più introverso di loro due, quello che vive la propria omosessualità con maggiore tormento: un lavoro da bagnino nella grande piscina della città, molta solitudine, qualche amico d’infanzia che si è fatto la propria famiglia, ma che continua a vedere. Nessun coming-out, però: forse tutti sanno, forse suppongono, forse fingono o forse semplicemente si fanno gli affari loro.
Glen è diverso: ha accettato senza problemi la propria identità sessuale, non l’ha mai celata, anzi l’ha esibita orgogliosamente. E’un artista che vuole affermarsi; registra a questo scopo gli incontri con i suoi partner occasionali con l’intento di mettere insieme tutto il materiale raccolto, in vista di un progetto artistico, una sorta di mosaico che dovrebbe forse diventare una grande confessione collettiva. Anche Russell ha un diario dei propri incontri, ma non intende esibirlo: è per sé, non per altri. Eppure, da questo incontro, simile, per ciascuno di loro, a tanti altri di ordinario squallore, fatto di sesso droga e solitudine, nasce a poco a poco l’amore, che si fonda, come ogni amore, sulla passione dei sensi, ma che sviluppa in loro una nuova e vera confidenza, quella dei gesti quotidiani condivisi, delle piccole attenzioni per l’altro, della tenerezza profonda: inusitata scoperta per tutti e due. Durerà poco: Glen deve partire per gli Stati Uniti, dove conta di realizzare il proprio futuro di artista; ha già il biglietto aereo in tasca, perciò il distacco diventa inevitabile. L’esperienza dell’amore, tuttavia, ha dato una nuova consapevolezza a entrambi: li ha fatti crescere, li ha trasformati profondamente, poiché può capitare, talvolta, che due soli giorni valgano un’intera vita.

Il regista conduce questa sua opera prima con acuta sensibilità e delicatezza psicologica, la stessa che avrebbe dimostrato anche nel suo successivo 45 anni, realizzando un film molto bello, che si può inserire nella scia di indimenticabili pellicole quali My Beautiful Laundrette (1985) La moglie del soldato (1992) e I segreti di Brokeback Mountain, il bellissimo film di Ang Lee del 2005, che come questo racconta una drammatica storia d’amore fra maschi.
Da vedere, e, soprattutto, da meditare, in un paese come il nostro, in cui arriva con cinque anni di ritardo e in cui la Commissione Nazionale Valutazione Film della CEI così si è espressa: “Sconsigliato, non utilizzabile, scabroso”. Eppure è solo una storia d’amore!

45 anni

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recensione del film:
45 ANNI

Titolo originale:
45 Years

Regia:
Andrew Haigh

Principali interpreti:
Charlotte Rampling, Tom Courtenay, Geraldine James, Dolly Wells, David Sibley – 95 min. – Gran Bretagna 2015.

Una tranquilla coppia anziana vive serenamente in un villino nella campagna inglese tra i fiumi e gli stagni della contea del Norfolk. Lei è Kate (Charlotte Rampling), insegnante in pensione; lui è Geoff (Tom Courtenay), molto più anziano di lei, con qualche bypass e un passato nell’industria e nel sindacato.  Non hanno figli, ma il loro matrimonio, ricco di relazioni sociali e di amicizie, non sembra averne risentito, essendo arrivato, senza grandi scosse e senza crisi, alla vigilia del quarantacinquesimo anniversario: quando inizia il film (lunedì) manca meno di una settimana a quella data (sabato). I due stanno progettando una grande festa con molti invitati e hanno affittato, per l’occasione, una sala grandiosa in una storica magione. Tocca a lei, che è più giovane e ancora relativamente in buona salute, il compito di organizzare tutto: dalla scelta della sala, a quella dei cibi, dei vini e anche delle musiche che ricorderanno i momenti più importanti della loro storia: entrambi vorrebbero risentire i mitici Platters nel disco che ha accompagnato anche il loro primo ballo, Smoke gets in your Eyes, col quale dovrebbe romanticamente concludersi la loro serata.
In questa atmosfera tranquilla, riaffiora, con forza dirompente, il passato di Geoff, al quale una lettera inaspettata dalla Svizzera annuncia il ritrovamento, dopo cinquant’anni, del corpo di Katya, la sua fidanzata di allora, il primo suo grande amore, che i ghiacci della montagna stavano riportando alla luce, intatto e incorrotto, cosicché, egli, ancora vivo, forse potrebbe riconoscerlo. Katya era precipitata in un crepaccio durante un’escursione a tre, poiché una guida accompagnava la coppia degli innamorati in vacanza, ciò che aveva infastidito Geoff e anche un po’ ingelosito, quando, attardandosi lungo il sentiero, aveva udito le loro conversazioni, le risate e purtroppo, infine, l’urlo di lei, caduta in quella trappola terribile, nonché il silenzio spaventoso che ne era seguito.
Questo, almeno, era stato il racconto di lui a Kate, ora molto ansiosa per l’effetto che avevano prodotto quelle notizie inaspettate: da buona moglie non potevano sfuggirle il turbamento imbarazzato, il ritorno al fumo, le notti insonni nel solaio della loro casa nel quale, forse, egli aveva celato segreti del proprio passato, a lei sconosciuti.
Il regista segue il momento delicato per questa coppia, scrutando, giorno dopo giorno, dal lunedì al sabato, con la macchina da presa, il progressivo mutare delle abitudini di entrambi, l’incupirsi e lo sfuggirsi dei rispettivi sguardi, la difficoltà nel trovare le parole giuste per chiarire e, soprattutto, lo spaesamento di Kate davanti alle carte ingiallite che furtivamente aveva voluto vedere in quel solaio e che, come in un  flashback, sembrano svelarle la vita di Geoff, ai tempi in cui lei, giovanissima, ne ignorava addirittura l’esistenza. Le vecchie fotografie, ormai quasi illeggibili, e le diapositive le cui sbiadite immagini rimandavano incerti contorni avevano indotto nella sua mente l’inquietante sospetto, forse ingiusto, che in tutta la storia che li aveva riguardati nel corso di quei quarantacinque anni, le scelte di lui fossero avvenute quasi obbedendo alla volontà silenziosa di Katya, sempre presente nei suoi pensieri e nella sua vita: di ciò era diventata convinta.

Il film, a mio avviso molto bello e da vedere, scruta profondamente i fragili equilibri sui quali si costruisce un rapporto di coppia e pone al contempo alcuni problemi, di non poca importanza, sul ruolo del caso nella nostra vita, sulla reale libertà delle nostre scelte, sul peso del passato nelle nostre decisioni, sull’impossibilità di tornare sui nostri passi, quando prendiamo coscienza delle possibili alternative che ci siamo lasciati sfuggire allorché sarebbe stato ancora possibile scegliere, forse, diversamente. Non a caso, oltre alle numerose citazioni cinefile, il film contiene alcune allusioni a Kierkegaard, il filosofo danese che Geoff sta leggendo e sul quale evidentemente sta riflettendo nel corso del film.

Fatto di sguardi, di parole dette e di silenzi impacciati, di pensieri e di espressioni, il film poggia sulla grandissima e sensibilissima interpretazione degli attori protagonisti, giustamente premiata a Berlino col Leone d’argento, che nel febbraio di quest’anno è stato assegnato salomonicamente sia a Charlotte Rampling, sia a Tom Courtenay.

Se siete interessati, QUI potete leggere una bella intervista a Tom Courtenay a proposito del film

Le regole del caos

Schermata 2015-06-04 alle 21.59.45recensione del film:
LE REGOLE DEL CAOS

Titolo originale:
A little Chaos

Regia:
Alan Rickman

Principali interpreti:
Kate Winslet, Matthias Schoenaerts, Alan Rickman, Stanley Tucci, Helen McCrory, Steven Waddington, Jennifer Ehle, Adrian Schiller, Danny Webb, Pauline Moran, Morgan Watkins, Henry Garrett – 112 min. – Gran Bretagna 2014.

E’ un elegante film in costume, non privo di spunti interessanti, questo lavoro del regista-attore inglese Alan Rickman, che ricostruisce con accuratezza e attendibilità storica le vicende che portarono  alla sistemazione complessiva dei giardini della reggia di Versailles, affidati all’architetto André Le Notre (nel film diligentemente interpretato da Matthias Schoenaerts), uomo di fiducia di Luigi XIV. La vastità dello spazio da sistemare,  secondo lo schema che sarebbe diventato in seguito quello del giardino alla francese, privo di terrazzamenti e organizzato in modo da consentirne una prospettica e razionale visione d’insieme con fontane, aiuole, padiglioni, sculture corsi d’acqua e colori (le sabbie utilizzate nei parterres de broderie), richiese la collaborazione dei migliori giardinieri paesaggisti dell’epoca che, sotto la direzione di Le Notre, impegnarono la loro esperienza e la loro creatività per realizzare quegli spazi esterni alla reggia di grande importanza nel progetto di organizzazione del consenso della nobiltà intorno all’assolutismo del sovrano. Si trattava, infatti, degli spazi per le feste, i banchetti, le danze… Per allestire una pista riservata al ballo vinse la gara una paesaggista dell’epoca, la bella Sabine de Barra (nel film ottimamente interpretata da Kate Winslet), giovane donna, vedova in seguito a un incidente di carrozza in cui aveva perso il marito e la figlioletta. Ora Sabine si presentava al severo giudizio dell’architetto Le Notre, speranzosa di suscitarne l’interesse con un innovativo progetto, forse anche un po’ scandaloso per l’epoca, tanto era lontano dal classicismo razionalistico degli altri manufatti: un anfiteatro, immerso nel bosco circostante, di pietre e conchiglie, le rocailles, i cui gradini erano resi scintillanti dal gioco delle luci provocato dallo scorrere dell’acqua a circuito chiuso. Uno dei luoghi più suggestivi di quei meravigliosi giardini, Le Bosquet des Rocailles, dunque, nasceva grazie al lavoro difficile di una donna fantasiosa che avrebbe imposto con determinazione il suo punto di vista  “irregolare”, non solo a Le Notre, ma anche al diffidente Luigi XIV.

Il film, però, non ci racconta solo questo, ma ci parla anche della relazione amorosa fra André Le Notre e Sabine, delle gelosie della moglie di lui, dei suoi agguati contro la rivale: un po’ di pettegolezzi, insomma, conditi con qualche scena melò, che non intaccano però il valore storico del film, l’eleganza dei suoi colori, la sobrietà della narrazione, di cui è quasi emblematico anche il fastidio per gli orpelli e le parrucche, che sovrano e cortigiani si levano appena possibile.

Turner

Schermata 2015-02-06 alle 21.49.46recensione del film:
TURNER

Titolo originale:
Mr. Turner

Regia:
Mike Leigh

Principali interpreti:
Timothy Spall, Dorothy Atkinson, Marion Bailey, Paul Jesson, Lesley Manville – 149 min. – Gran Bretagna 2014.

William Turner (1775-1851), il più innovativo fra i pittori inglesi del primo Ottocento, viene raccontato in tutta la sua complessità in questo straordinario film biografico del grande Mike Leigh (Belle speranze, Another Year), che ricostruisce con grande rigore storico l’epoca in cui si sviluppano le vicende della sua vita, distribuendo lungo tutto il racconto, non solo perciò nei paesaggi e negli ambienti nei quali il pittore aveva concepito ed elaborato le sue opere, le magnifiche immagini della fotografia di Dick Pope che ha saputo coglierne impareggiabilmente i colori, le luci e le atmosfere. L’ultima fatica di Leigh si è protratta nel tempo, inevitabilmente, poiché il personaggio di cui ricostruisce la storia  è un uomo complesso, sulle cui contraddizioni e sulla cui autenticità (Mister Turner è, infatti, il titolo originale) si incentra molta parte del film. Egli era rude e brutale, di aspetto sgraziato e sgradevole; si esprimeva per lo più a grugniti; si comportava come un animale, soprattutto con le donne. D’altra parte lo splendore luminoso della sua pittura paesaggistica, la pietosa rappresentazione, sulla tela, dei naufraghi trasportati in catene dal continente africano da negrieri senza scrupoli, l’attenzione commossa alla musica con coloriture sentimentali, l’amore per il padre ci parlano di un uomo diverso, sensibile e intelligente, la cui presenza nel film avvertiamo attraverso almeno due scene emblematiche, che, secondo me, hanno quasi la funzione di cerniera utile a stabilire la continuità senza soluzione del suo essere duplice, dionisiaco, e, insieme, paradossalmente, apollineo. La prima ce lo descrive quando, tornato alla casa del padre dopo uno dei suoi molti viaggi continentali in cerca di ispirazione e di conoscenza, comincia a riportare sulla tela le sue impressioni di viaggio. Colpisce che egli lavori impastando le sue terre colorate, le biacche e gli oli con le mani che a poco a poco diventano tavolozza e pennello. Sul palmo di quelle mani egli valuta, infatti, la intensità dei colori che stenderà sulla tela, così come con le dita di quelle stesse mani  egli trasformerà gli effetti uniformi delle campiture più vaste, creando  profondità, sfumature, giochi delle ombre e di luci. Si tratta di un momento del film stupefacente per la sua significanza: l’uomo non teme lo sporco, la terra, la manualità della pittura; sembra, anzi, che se ne compiaccia, quasi che solo entrando nella confidenza più intima e carnale con gli elementi materiali del dipingere gli sia possibile ottenere quei sublimi effetti luminosi che gli permetteranno, nelle ultime opere, di attingere a una particolare forma di spiritualità, dematerializzando e disperdendo nella luce le ultime tracce di rappresentazione “naturalistica”. La seconda scena (che il regista gira accreditando una leggenda a lungo circolata, ma non documentata, sul conto dell’artista) descrive Turner che si fa legare saldamente all’albero di una nave durante una spaventosa tempesta, allo scopo di non farsene  travolgere, abbandonandosi, però, alla terribile potenza delle forze naturali, per diventare egli stesso elemento in sintonia con quella natura selvaggia e primigenia. La memoria corre a Ulisse, che nello stesso modo si era difeso dal canto malioso e distruttivo  delle Sirene, non rinunciando, tuttavia, a conoscerlo: l’arte avrebbe ricomposto in una superiore sintesi, sensazioni ignote e dolorose sofferenze.

Emerge dunque dal film il potente ritratto di un artista che, nonostante l’evidente e imbarazzata rozzezza nei rapporti d’amore*, aveva saputo infondere nelle proprie opere il fuoco profondo di un animo innamorato dell’arte e della bellezza, talvolta insospettabilmente delicato (nella pietà per la prostituta giovanissima, il cui corpo non vorrà violare o per la giovane annegata approdata sulla riva del mare), talvolta fiero nel dignitoso silenzio che quasi sempre oppone all’invidia ipocrita dei più noti pittori del tempo, da Constable a Hydon, così come all’attenzione ammirata, ma supponente, del giovane Ruskin, il futuro grande critico. Egli, inoltre, ignorando i complimenti e i consigli interessati, difende la propria opera preservandone l’integrità complessiva, evitandone la dispersione nelle mani dei mercanti d’arte e disponendone, invece, la donazione allo stato inglese, in modo che, nello spazio pubblico di un museo, tutti i cittadini possano ammirarla e goderla.
Lo splendore straordinario delle immagini, la verità della narrazione, condotta con scrupolo filologico e la superba recitazione di tutti gli attori, del protagonista Timothy Spall, in primo luogo (gli è valsa la Palma d’oro a Cannes), ripagano largamente della inevitabilmente lunga durata della pellicola.

* il film ci parla dell’indifferenza astiosa per Sarah Danby, madre delle due figlie, mai amate; della brutalità degli assalti “usa e getta” alla fedele domestica e anche della tiepida relazione tardiva con la gentile e generosa vedova Booth, con la quale egli avrebbe condiviso, senza troppa continuità, gli ultimi anni della vita.