SORRY; WE MISSED YOU

 

 

 

 

La mia recensione del film
SORRY, WE MISSED YOU

per la regia di 
Ken Loach

si trova QUI:

https://www.filmtv.it/film/165787/sorry-we-missed-you/recensioni/968522/#rfr:film-165787

CAST:
Kris Hitchen, Debbie Honeywood, Rhys Stone, Katie Proctor, Ross Brewster, Charlie Richmond – 100 min. – Gran Bretagna, Francia, Belgio 2019.

 

PETERLOO

 

 

 

 

la mia recensione del film
PETERLOO

per la regia di
Mike Leigh

 

si tova QUI:

https://www.filmtv.it/film/148579/peterloo/recensioni/949449/#rfr:film-148579

CAST:

Rory Kinnear, Maxine Peake, Pearce Quigley, David Moorst, Rachel Finnegan, Tom Meredith, David Bamber, Tim McInnerny, Teresa Mahoney, Nico Mirallegro, Karl Johnson, Leo Bill, Mark Ryan, Philip Jackson – 154 min. – Gran Bretagna 2018.

 

CHESIL BEACH

 

 

 

 

la mia recensione del film
CHESIL BEACH

per la regia di 
Dominic Cooke

si trova QUI:

https://www.filmtv.it/film/139338/chesil-beach/recensioni/938869/#rfr:film-139338

CAST:
Saoirse Ronan, Billy Howle, Anne-Marie Duff, Lionel Mayhew, Emily Watson, Samuel West, Adrian Scarborough, Bebe Cave, Jonjo O’Neill, Christopher Bowen . 110 min. – Gran Bretagna 2017

Titolo originale:
On Chesil Beach

 

THE CHILDREN ACT – IL VERDETTO

 

 

 

 

la mia recensione del film:
THE CHILDREN ACT – IL VERDETTO

per la regia di 
Richard Eyre

si trova QUI:

https://www.filmtv.it/film/143287/il-verdetto/recensioni/936521/#rfr:film-143287

CAST:
Emma Thompson, Stanley Tucci, Fionn Whitehead, Anthony Calf, Jason Watkins, Ben Chaplin, Rupert Vansittart, Rosie Boore, Nikki Amuka-Bird, Honey Holmes – 105 min. – Gran Bretagna 2017.

Titolo originale:
The Children Act

 

IL TERZO UOMO

 

 

 

 

la mia recensione del film
IL TERZO UOMO

per la regia di 
Carol Reed

si trova QUI:

https://www.filmtv.it/film/7100/il-terzo-uomo/recensioni/898353/#rfr:film-7100

 

CAST:
Orson Welles, Joseph Cotten, Alida Valli, Trevor Howard, Bernard Lee – Gran Bretagna 1949.

Titolo originale:
The Third Man

 

 

LADY MACHBETH

 

 

 

 

la mia recensione del film
LADY MACHBETH

per la regia di
William Oldroyd

 

si trova QUI:

 

https://www.filmtv.it/film/127399/lady-macbeth/recensioni/895154/#rfr:film-127399

 

CAST:
Florence Pugh, Cosmo Jarvis, Paul Hilton, Naomi Ackie, Christopher Fairbank, Golda Rosheuvel, Anton Palmer, Rebecca Manley – 89 min. – Regno Unito 2016.

 

IDOLO INFRANTO

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la mia recensione del film:
IDOLO INFRANTO

per la regia di 
Carol Reed

 

si trova QUI:

https://www.filmtv.it/film/13333/idolo-infranto/recensioni/870763/#rfr:film-13333

CAST:
Michèle Morgan, Ralph Richardson, Bobby Henrey, Sonia Dresdel, Denis O’Dea, Jack Hawkins, Walter Fitzgerald, Dandy Nichols – 95 min. – Gran Bretagna 1948

Titolo originale
The Fallen Idol

 

 

 

WEEKEND

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la mia recensione del film
WEEKEND

per la regia di
Andrew Haigh

 

si trova QUI:

 

https://www.filmtv.it/film/46917/weekend/recensioni/855343/#rfr:film-46917

 

CAST:
Tom Cullen, Chris New, Laura Freeman, Vauxhall Jermaine, Jonathan Race – durata 96 min. – Gran Bretagna 2011.

 

 

 

45 ANNI

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La mia recensione del film:
45 ANNI

per la regia di
Andrew Haigh

si trova QUI:
https://www.filmtv.it/film/74136/45-anni/recensioni/841600/#rfr:film-74136

CAST:
Charlotte Rampling, Tom Courtenay, Geraldine James, Dolly Wells, David Sibley – 95 min. – Gran Bretagna 2015.

 

Le regole del caos

Schermata 2015-06-04 alle 21.59.45recensione del film:
LE REGOLE DEL CAOS

Titolo originale:
A little Chaos

Regia:
Alan Rickman

Principali interpreti:
Kate Winslet, Matthias Schoenaerts, Alan Rickman, Stanley Tucci, Helen McCrory, Steven Waddington, Jennifer Ehle, Adrian Schiller, Danny Webb, Pauline Moran, Morgan Watkins, Henry Garrett – 112 min. – Gran Bretagna 2014.

E’ un elegante film in costume, non privo di spunti interessanti, questo lavoro del regista-attore inglese Alan Rickman, che ricostruisce con accuratezza e attendibilità storica le vicende che portarono  alla sistemazione complessiva dei giardini della reggia di Versailles, affidati all’architetto André Le Notre (nel film diligentemente interpretato da Matthias Schoenaerts), uomo di fiducia di Luigi XIV. La vastità dello spazio da sistemare,  secondo lo schema che sarebbe diventato in seguito quello del giardino alla francese, privo di terrazzamenti e organizzato in modo da consentirne una prospettica e razionale visione d’insieme con fontane, aiuole, padiglioni, sculture corsi d’acqua e colori (le sabbie utilizzate nei parterres de broderie), richiese la collaborazione dei migliori giardinieri paesaggisti dell’epoca che, sotto la direzione di Le Notre, impegnarono la loro esperienza e la loro creatività per realizzare quegli spazi esterni alla reggia di grande importanza nel progetto di organizzazione del consenso della nobiltà intorno all’assolutismo del sovrano. Si trattava, infatti, degli spazi per le feste, i banchetti, le danze… Per allestire una pista riservata al ballo vinse la gara una paesaggista dell’epoca, la bella Sabine de Barra (nel film ottimamente interpretata da Kate Winslet), giovane donna, vedova in seguito a un incidente di carrozza in cui aveva perso il marito e la figlioletta. Ora Sabine si presentava al severo giudizio dell’architetto Le Notre, speranzosa di suscitarne l’interesse con un innovativo progetto, forse anche un po’ scandaloso per l’epoca, tanto era lontano dal classicismo razionalistico degli altri manufatti: un anfiteatro, immerso nel bosco circostante, di pietre e conchiglie, le rocailles, i cui gradini erano resi scintillanti dal gioco delle luci provocato dallo scorrere dell’acqua a circuito chiuso. Uno dei luoghi più suggestivi di quei meravigliosi giardini, Le Bosquet des Rocailles, dunque, nasceva grazie al lavoro difficile di una donna fantasiosa che avrebbe imposto con determinazione il suo punto di vista  “irregolare”, non solo a Le Notre, ma anche al diffidente Luigi XIV.

Il film, però, non ci racconta solo questo, ma ci parla anche della relazione amorosa fra André Le Notre e Sabine, delle gelosie della moglie di lui, dei suoi agguati contro la rivale: un po’ di pettegolezzi, insomma, conditi con qualche scena melò, che non intaccano però il valore storico del film, l’eleganza dei suoi colori, la sobrietà della narrazione, di cui è quasi emblematico anche il fastidio per gli orpelli e le parrucche, che sovrano e cortigiani si levano appena possibile.

Turner

Schermata 2015-02-06 alle 21.49.46recensione del film:
TURNER

Titolo originale:
Mr. Turner

Regia:
Mike Leigh

Principali interpreti:
Timothy Spall, Dorothy Atkinson, Marion Bailey, Paul Jesson, Lesley Manville – 149 min. – Gran Bretagna 2014.

William Turner (1775-1851), il più innovativo fra i pittori inglesi del primo Ottocento, viene raccontato in tutta la sua complessità in questo straordinario film biografico del grande Mike Leigh (Belle speranze, Another Year), che ricostruisce con grande rigore storico l’epoca in cui si sviluppano le vicende della sua vita, distribuendo lungo tutto il racconto, non solo perciò nei paesaggi e negli ambienti nei quali il pittore aveva concepito ed elaborato le sue opere, le magnifiche immagini della fotografia di Dick Pope che ha saputo coglierne impareggiabilmente i colori, le luci e le atmosfere. L’ultima fatica di Leigh si è protratta nel tempo, inevitabilmente, poiché il personaggio di cui ricostruisce la storia  è un uomo complesso, sulle cui contraddizioni e sulla cui autenticità (Mister Turner è, infatti, il titolo originale) si incentra molta parte del film. Egli era rude e brutale, di aspetto sgraziato e sgradevole; si esprimeva per lo più a grugniti; si comportava come un animale, soprattutto con le donne. D’altra parte lo splendore luminoso della sua pittura paesaggistica, la pietosa rappresentazione, sulla tela, dei naufraghi trasportati in catene dal continente africano da negrieri senza scrupoli, l’attenzione commossa alla musica con coloriture sentimentali, l’amore per il padre ci parlano di un uomo diverso, sensibile e intelligente, la cui presenza nel film avvertiamo attraverso almeno due scene emblematiche, che, secondo me, hanno quasi la funzione di cerniera utile a stabilire la continuità senza soluzione del suo essere duplice, dionisiaco, e, insieme, paradossalmente, apollineo. La prima ce lo descrive quando, tornato alla casa del padre dopo uno dei suoi molti viaggi continentali in cerca di ispirazione e di conoscenza, comincia a riportare sulla tela le sue impressioni di viaggio. Colpisce che egli lavori impastando le sue terre colorate, le biacche e gli oli con le mani che a poco a poco diventano tavolozza e pennello. Sul palmo di quelle mani egli valuta, infatti, la intensità dei colori che stenderà sulla tela, così come con le dita di quelle stesse mani  egli trasformerà gli effetti uniformi delle campiture più vaste, creando  profondità, sfumature, giochi delle ombre e di luci. Si tratta di un momento del film stupefacente per la sua significanza: l’uomo non teme lo sporco, la terra, la manualità della pittura; sembra, anzi, che se ne compiaccia, quasi che solo entrando nella confidenza più intima e carnale con gli elementi materiali del dipingere gli sia possibile ottenere quei sublimi effetti luminosi che gli permetteranno, nelle ultime opere, di attingere a una particolare forma di spiritualità, dematerializzando e disperdendo nella luce le ultime tracce di rappresentazione “naturalistica”. La seconda scena (che il regista gira accreditando una leggenda a lungo circolata, ma non documentata, sul conto dell’artista) descrive Turner che si fa legare saldamente all’albero di una nave durante una spaventosa tempesta, allo scopo di non farsene  travolgere, abbandonandosi, però, alla terribile potenza delle forze naturali, per diventare egli stesso elemento in sintonia con quella natura selvaggia e primigenia. La memoria corre a Ulisse, che nello stesso modo si era difeso dal canto malioso e distruttivo  delle Sirene, non rinunciando, tuttavia, a conoscerlo: l’arte avrebbe ricomposto in una superiore sintesi, sensazioni ignote e dolorose sofferenze.

Emerge dunque dal film il potente ritratto di un artista che, nonostante l’evidente e imbarazzata rozzezza nei rapporti d’amore*, aveva saputo infondere nelle proprie opere il fuoco profondo di un animo innamorato dell’arte e della bellezza, talvolta insospettabilmente delicato (nella pietà per la prostituta giovanissima, il cui corpo non vorrà violare o per la giovane annegata approdata sulla riva del mare), talvolta fiero nel dignitoso silenzio che quasi sempre oppone all’invidia ipocrita dei più noti pittori del tempo, da Constable a Hydon, così come all’attenzione ammirata, ma supponente, del giovane Ruskin, il futuro grande critico. Egli, inoltre, ignorando i complimenti e i consigli interessati, difende la propria opera preservandone l’integrità complessiva, evitandone la dispersione nelle mani dei mercanti d’arte e disponendone, invece, la donazione allo stato inglese, in modo che, nello spazio pubblico di un museo, tutti i cittadini possano ammirarla e goderla.
Lo splendore straordinario delle immagini, la verità della narrazione, condotta con scrupolo filologico e la superba recitazione di tutti gli attori, del protagonista Timothy Spall, in primo luogo (gli è valsa la Palma d’oro a Cannes), ripagano largamente della inevitabilmente lunga durata della pellicola.

* il film ci parla dell’indifferenza astiosa per Sarah Danby, madre delle due figlie, mai amate; della brutalità degli assalti “usa e getta” alla fedele domestica e anche della tiepida relazione tardiva con la gentile e generosa vedova Booth, con la quale egli avrebbe condiviso, senza troppa continuità, gli ultimi anni della vita.

LOCKE

Schermata 05-2456782 alle 21.10.48

 

 

 

 

la mia recensione del film
LOCKE

per la regia di 
Steven Knigh

 

si trova QUI:

https://www.filmtv.it/film/62086/locke/recensioni/977988/#rfr:film-62086

 

CAST:
Tom Hardy (unico interprete)

Voci al telefono:
Ruth Wilson, Olivia Colman, Andrew Scott, Ben Daniels – 85 min. – USA, Gran Bretagna 2013.

 

la coppia cattiva (Killer in viaggio)

Schermata 06-2456463 alle 18.55.20recensione del film:

KILLER IN VIAGGIO

Titolo originale:
Sightseers

Regia:
Ben Wheatley

Principali interpreti:
Alice Lowe, Eileen Davies, Seamus O’Neill, Tony Way, Steve Oram.Roger Michael, Jonathan Aris, Kenneth Hadley, Monica Dolan, Aymen Hamdouchi, Kali Peacock,Tom Meetan, Stephanie Jacob, Christine Talbot, Richard Lumsden, Dominic Applewhite – 88 min. – Gran Bretagna 2012.

Tina, ragazza un po’ invecchiata, vive in una casa piena di inutili cianfrusaglie, disordinata e trascurata come il suo aspetto, con la madre maligna e possessiva, che ne attizza continuamente il rimorso per aver provocato distrattamente la morte dell’amato cagnolino. Da poco ha incontrato Chris, uomo dall’apparenza tranquilla, accolto con aggressiva ostilità dalla madre, soprattutto da quando ha saputo che i due intendono allontanarsi per un po’: hanno progettato di fare i turisti visitando alcuni luoghi famosi del nord-est inglese. La bellezza della campagna inglese, il verdissimo paesaggio, però, non sono condizioni sufficienti ai due innamorati per vivere in pace, almeno quanto desiderano, la loro vacanza: qualche maleducato incontrato per strada, qualche disturbante comportamento dei vicini di caravan, qualche rancore secolare improvvisamente esploso contro un baronetto conservatore inducono Chris, quasi compulsivamente all’omicidio, cosicché il viaggio, che avrebbe dovuto essere una continua occasione per conoscere il patrimonio culturale inglese, diventa l’occasione per una serie impressionante di omicidi di lui, cui presto si aggiungeranno anche quelli commessi da Tina, che, eccitata dai modi spicci del suo innamorato per liberarsi dalle difficoltà dei rapporti umani, non esiterà a imitarlo, quasi superandolo in ferocia. Una storia noir, spiazzante e disturbante, sorretta da un gelido e inglesissimo sense of humor, proprio là dove la drammaticità degli eventi non parrebbe poter suscitare il riso. Si tratta di una commedia nera molto ben girata, sorretta da un’ottima recitazione e guidata, fino al sorprendente finale, da una sicura regia. Un film “cattivo” che perfidamente e impietosamente indaga su due “bravi ragazzi”, che somigliano anche troppo alla gente che comunemente incontriamo e anche forse un po’ a tutti noi, che quasi impercettibilmente assorbiamo i sottili veleni della crescente intolleranza diffusa nella nostra società.

ehi, prof! (Detachment)

recensione del film:
DETACHMENT – IL DISTACCO

Titolo originale:
Detachment

Regia:
Tony Kaye

Principali interpreti:
Christina Hendricks, Adrien Brody, James Caan, Lucy Liu, Bryan Cranston – 97 min. – USA 2011.

Ehi, prof! non è un mio originale modo di presentare il film: è, invece, il titolo italiano dell’ultimo libro di Frank Mc Court (lo scrittore delle Ceneri di Angela), in cui l’autore racconta la propria storia di insegnante nella scuola superiore americana, mettendone in evidenza difetti e problemi. Questo film, in parte, ripercorre quella strada, presentandoci quel tipo di scuola superiore, frequentata da studenti delle periferie urbane, senza fiducia nel futuro, sprezzanti nei confronti della scuola, privi di qualsiasi interesse culturale, nella quale gli insegnanti, frustrati nei loro sforzi, sono in piena crisi di identità, e hanno perso il senso del loro lavoro, mentre le famiglie sono estranee alla vita della scuola e dei figli. Il film è tuttavia anche qualche cosa di molto diverso: è la storia di un professore di letteratura, Henry Barthes, uomo sulla trentina, che vive da solo, e che sembra aver fatto del distacco emotivo la cifra della sua vita e del suo lavoro. Questo distacco è la conseguenza di un vissuto non particolarmente felice, cui, attraverso rapidi flashback, il film accenna: assenza del padre, una madre suicida e un nonno probabilmente colpevole di qualche turpitudine nei suoi confronti: queste sembrano le ragioni che hanno determinato la volontà di non farsi mai troppo coinvolgere dalle vicende del suo prossimo.
La professione di insegnante supplente è una precisa scelta di Henry e sembra fatta su misura per lui: egli la ritiene ideale per evitare che un affetto durevole, spesso ambiguo, fonte di equivoci anche dolorosi, si instauri fra gli studenti e i loro insegnanti.
Il suo distacco, però, non è indifferenza, ma razionale comprensione, che gli permette di aver pietà, ora, di quel nonno che lo ha fatto soffrire, e che, vecchio demente, ricoverato in clinica, ha in lui l’unico riferimento affettuoso. Il suo distacco gli permette anche di affrontare con lucidità molti problemi di quei suoi studenti disincantati, ma infine ben lieti di aver trovato chi li ascolta e li indirizza, cosicché quel gruppo di teppistelli riacquista fiducia in sé e nelle proprie capacità. Potenza delle sue lezioni di letteratura? Certo, ma soprattutto della sua capacità di far comprendere che la profonda umanità degli scrittori parla anche ai giovani disperati delle periferie americane. Con lo stesso atteggiamento, Henry riesce a sottrarre alla strada e alle violenze continue una giovanissima prostituta, che ospita in casa e che infine sistema in una struttura di accoglienza, con determinazione crudele, ma probabilmente percorrendo l’unica possibile strada per la sua salvezza.

Tutto bene, dunque? No, non tutto: qualche giovane, finora trattato come un vuoto a perdere, ritrovando se stesso, scopre anche il fascino di questo insegnante che gli ha restituito anima e dignità e vorrebbe con lui stabilire rapporti di amicizia e forse qualcosa di più: così, la giovane studentessa Meredith, derisa in classe e incompresa in famiglia, non si accontenta della stima del suo prof, ma cerca anche il suo amore. La sua tragica fine è anche la sconfitta di un progetto educativo? Forse: Henry, in ogni caso, rifletterà malinconicamente sul suo lavoro delicato e difficile, condotto in solitudine, nell’incomprensione dei colleghi, in una scuola e in una società ormai alla deriva, come la casa degli Usher del racconto di Edgar Allan Poe, emblema della rovina che sembra travolgere inarrestabilmente ogni cosa.
Film durissimo, giustamente “enragé” e insieme pietoso, ritratto indimenticabile di una società disgregata, di cui la scuola diventa quasi la simbolica rappresentazione, girato con estrema cura ed eleganza dal regista inglese Tony Kaye e recitato in modo eccellente da Adrien Brody nella parte del triste professor Henry. Molto convincente, comunque, l’interpretazione dell’intero cast.

la bella infelice (Marilyn)

recensione del film:
MARILYN

Titolo originale
My Week with Marilyn

regia:
Simon Curtis

Principali interpreti:
Michelle Williams, Eddie Redmayne, Julia Ormond, Kenneth Branagh, Pip Torrens, Geraldine Somerville, Michael Kitchen, Miranda Raison, Karl Moffatt, Simon Russell Beale, Emma Watson, Judi Dench, Dougray Scott, Toby Jones, Pete Noakes, Dominic Cooper, Derek Jacobi – 99 min. – Gran Bretagna, USA 2011.

Il titolo originale dice, meglio di quello italiano, di che cosa si parla nel film: vi si narra della settimana con Marilyn vissuta da Colin Clark, giovane neolaureato di Oxford, col pallino del cinema. Egli si era trasferito dalla casa di campagna a Londra, proprio per lavorare in quell’ambito e, grazie alla sua insistenza, era riuscito a farsi assumere dallo staff di Lawrence Olivier, come terzo aiuto regista, per il film che si stava preparando e che si titolerà Il principe e la ballerina. Siamo nel 1957: Marilyn Monroe, che all’epoca aveva trent’anni, era da pochi mesi la moglie del drammaturgo americano Arthur Miller. Alle sue spalle, una vita resa spesso abietta dalla povertà, ora riscattata dal successo, seguito all’interpretazione di alcuni film che avrebbero fatto epoca: Niagara, Gli uomini preferiscono le bionde, e Quando la moglie è in vacanza, grazie ai quali si stava affermando anche come straordinario sex symbol. Non ha ancora girato il film-capolavoro A qualcuno piace caldo, ma solo pochi anni la separano dall’ultimo suo Gli spostati, diretto da John Huston alla vigilia, quasi, della morte avvenuta, in circostanze misteriose, nel 1962. Secondo il racconto che Colin Clark affidò alle pagine delle sue memorie (My week with Marilyn), l’arrivo di Marilyn era stato preceduto dai preparativi e dagli adempimenti organizzativi, burocratici e … sindacali di tutto lo staff, impegnato a garantirle la migliore accoglienza possibile in un cottage fuori Londra, e aveva introdotto, nel sonnolento mondo della campagna inglese, un misto di euforia e di inquietudine, che si trasmise a tutti, in modo particolare allorché, col pretesto di rivedere i suoi figli, Miller ripartì per New York, abbandonando lei nella più disperata solitudine. Proprio in questa circostanza si creò lo speciale rapporto di amicizia confidente, e forse d’amore, che legò la bellissima al giovane Colin, innamorato di lei, come tutti coloro che con lei o per lei avevano lavorato.
Cominciavano già a delinearsi le crepe del matrimonio, che Miller, intellettuale di mezz’età in odore di comunismo (siamo in piena guerra fredda), aveva tenacemente voluto e nel quale anche Marilyn aveva creduto, finché non aveva ritenuto di scorgere, in alcune pagine di lui, apprezzamenti poco lusinghieri sul proprio conto. Si delinea nel film un ritratto, forse non originale, ma certo umanissimo, della donna più desiderata del mondo, combattuta fra l’istintiva gioia di vivere, che la porterebbe a uscire dal suo rifugio per immergersi nel bellissimo paesaggio della campagna londinese in piena libertà, nella natura, ma anche fra gli ammiratori che accorrono ad adorarla (bellissima la scena degli studenti di Eton che le si fanno intorno) e l’insicurezza profonda. A questo disagio si aggiungono il terrore di non saper recitare, che si manifesta nell’apparentemente capriccioso comportamento sul set (non è mai puntuale, non ricorda le battute, cerca di rubare la scena), nonché l’oscuro desiderio di oblio e forse di morte che la porta a consumare micidiali quantità di aloolici e sonniferi, che la rendono sempre meno presente a se stessa e sempre più infelice.
Il giovane Collin, nella settimana più critica del suo soggiorno inglese, offre a Marilyn una compagnia leale e affettuosamente disinteressata, nonché qualche momento di pace, lontano dall’angoscia che la fa sentire inadeguata a recitare e a vivere come chiunque non sia prigioniero, come lei era, di un personaggio, senza il quale, per altro, ormai non saprebbe che fare.

Il film ci racconta perciò con pietà e ironia molto britannica cose che si sono più volte dette e lette, ma merita di essere visto per due ragioni fondamentali: per riflettere sul mito ancora vivo e presente, anche se da cinquant’anni Marilyn ci ha lasciati, e infine per ammirare la straordinaria recitazione di Michelle Williams, grandissima e credibilissima Marilyn, al di là della sua scarsa rassomiglianza fisica, che presto viene ignorata, tanto vero e palpitante è il personaggio cui dà forma.

…E ORA PARLIAMO DI KEVIN

 

 

 

La mia recensione – aggiornata al febbraio 2021-
del film
E ORA PARLIAMO DI KEVIN

per la regia di
Lynne Ramsay

si trova QUI:

https://www.filmtv.it/film/44586/e-ora-parliamo-di-kevin/recensioni/987489/#rfr:firme

CAST:
Tilda Swinton, Ezra Miller, John C. Reilly, Jasper Newell, Rocky Duer, Ashley Gerasimovich, Siobhan Fallon, Alex Manette, Kenneth Franklin, Leslie Lyles, Lauren Fox, Ursula Parker, James Chen, Leland Alexander Wheeler, Aaron Blakely, Jennifer Kim, Anthony Del Negro, Caitlin Kinnunen, Erin Maya Darke, Joseph Melendez, Neil Hardy
– 110 min. – Gran Bretagna, USA 2011

Titolo originale:
We Need to Talk About Kevin

SHAME

 

 

 

 

la mia recensione del film
SHAME

per la regia di
Steve Mc Queen

 

si trova QUI:

https://www.filmtv.it/film/45173/shame/recensioni/982721/#rfr:film-45173

CAST:
Michael Fassbender, Carey Mulligan, James Badge Dale, Nicole Beharie, Hannah Ware,Lucy Walters, Robert Montano, Anna Rose Hopkins, Jay Ferraro, Mackenzie Shivers, Alex Manette, Briana Marin, Frank Harts, Kate Dearing, Wenne Alton Davis, Eric Miller, Stephane Nicoli, Carl Low, Neal Hemphill, Mari-Ange Ramirez, Rachel Farrar
Gran Bretagna, 2011 – 99 minuti.

 

un bambino e la guerra (This is England)

recensione del film:
THIS IS ENGLAND

Regia:
Shane Meadows

Principali interpreti:
Thomas Turgoose, Stephen Graham, Jo Hartley, Andrew Shim, Vicky McClure, Joe Gilgun, Rosamund Hanson, Andrew Ellis, Perry Benson, George Newton, Frank Harper
– 101 min. – Gran Bretagna 2006
.

“Vi son de’ momenti in cui l’animo, particolarmente de’ giovani, è disposto in maniera che ogni poco d’istanza basta a ottenerne ogni cosa che abbia un’apparenza di bene e di sacrifizio: come un fiore appena sbocciato, s’abbandona mollemente sul suo fragile stelo, pronto a concedere le sue fragranze alla prim’aria che gli aliti punto d’intorno. Questi momenti, che si dovrebbero dagli altri ammirare con timido rispetto, son quelli appunto che l’astuzia interessata spia attentamente, e coglie di volo, per legare una volontà che non si guarda.” (A. Manzoni – I Promessi Sposi Cap. X).

Il celebre incipit manzoniano continuava a tornarmi in mente durante la visione di questo bel film in cui si narrano le vicende del piccolo Shaun, dodicenne che ha perso il padre durante la guerra delle Falkland (1982). La morte del genitore cambia di punto in bianco la vita e le abitudini della famiglia: al bambino, privo del modello paterno, cui faceva riferimento, è rimasta una madre che vorrebbe dedicargli più tempo, ma fa quello che può, in una situazione in cui la perdita di un sostegno economico forte la costringe a lavorare molto, dopo che si è trasferita con lui in un quartiere degradato e periferico. Lì Shaun frequenta la scuola, ma l’ambiente è violento e ostile: teppismo e mobbing sono l’abitudine di molti suoi compagni, convinti di aver il diritto di prevaricare i più deboli irridendoli e pestandoli, assicurandosi in tal modo rispetto e ammirazione degli altri. La legge del branco non piace a Shaun, che trova sulla sua strada un gruppo di skin-heads disposto ad accoglierlo e a difenderlo. Ha inizio quindi la lunga vicenda della “educazione” di Shaun alla violenza, e della corruzione della sua coscienza morale: in nome di quel padre eroe, morto per difendere il suo paese, egli si convincerà molto presto che neri e pakistani, in Inghilterra con le loro famiglie per lavorare, non potranno che distruggere la civiltà inglese, per la quale è morto suo padre, contaminandola con elementi di una cultura che viene considerata barbarica e inferiore. Con trepidazione angosciosa seguiamo le vicende dell’iniziazione del piccolo alla violenza, ad opera di un avanzo di galera, Combo, che, con un linguaggio elementare e attraverso l’uso di riti simbolici e di oggetti evocativi di nazionalistiche glorie, riesce a ottenere la sua fiducia. Il film, che ha uno svolgimento drammatico e molto teso, racconta senza fronzoli retorici o consolatori una durissima storia, inducendoci a riflettere sulla cultura dell’odio che si alimenta con troppa facilità degli entusiasmi dei più giovani, ma che può sfociare, quanto più la si sottovaluti, in tragedia collettiva, come è già accaduto, purtroppo, nella storia europea del secolo scorso e come è accaduto da poche settimane in Norvegia.
Colpisce che alla base dei rozzi argomenti xenofobi e razzisti, sia evidente l’invidia per chi ama ed è riamato (Woody e Lol) e per chi vive fra persone solidali, che si organizzano intorno a valori veri, forse arcaici, capaci di offrire conforto anche nei momenti più oscuri. Emblematico a questo proposito, il discorso di Milky, il giovane giamaicano che, raccontando della sua famiglia con tante madri, ma tenuta insieme da affetti profondi, scatenerà l’aggressività cieca e invidiosa di Combo, di fronte alla quale finalmente Shaun aprirà gli occhi. La bellissima conclusione del film, a testimonianza dell’avvenuta maturazione del piccolo, ha un valore quasi catartico e compensa largamente l’attesa dello spettatore. Ciò che invece non si comprende (o forse si comprende anche troppo!) è per quale motivo un lavoro così bello, così ben diretto e così splendidamente recitato abbia dovuto aspettare dal 2006, anno della sua uscita in tutto il mondo, per essere proiettato in Italia. Honni soit qui mal y pense!

NON LASCIARMI

 

 

 

 

la mia recensione – aggiiornata al marzo 2021 – del film:
NON LASCIARMI

per la regia di
Mark Romanek

si trova QUI:

https://www.filmtv.it/film/42911/non-lasciarmi/recensioni/989298/#rfr:firme

 

CAST:
Carey Mulligan, Andrew Garfield, Keira Knightley, Isobel Meikle-Small, Ella Purnell, Charlie Rowe, Charlotte Rampling, Sally Hawkins, Nathalie Richard, Andrea Riseborough, Domhnall Gleeson, Hannah Sharp, Lydia Wilson, Oliver Parsons, Gareth Derrick, Kate Bowes Renna, Christina Carrafiell, Luke Bryant, Fidelis Morgan, Damien Thomas, David Sterne, Anna Maria Everett, Monica Dolan, Chidi Chickwe- 103 min. – USA, Gran Bretagna 2010

Titolo originale:
Never Let Me Go

 

ANOTHER YEAR

 

 

 

la mia recensione – aggiornata al febbraio 2021 –
del film
ANOTHER YEAR

per la regia di 
Mike Leigh

si trova QUI:

https://www.filmtv.it/film/42440/another-year/recensioni/987981/#rfr:firme

 

CAST:
Jim Broadbent, Lesley Manville, Ruth Sheen, Oliver Maltman, Peter Wight -129 min. – Gran Bretagna 2010.

 

 

 

 

che bello quel discorso! (Il discorso del re)

Recensione del film:

IL DISCORSO DEL RE

Titolo originale:
The King’s Speech

Regia:
Tom Hooper

Principali interpreti:
Colin Firth, Geoffrey Rush, Helena Bonham Carter, Guy Pearce, Jennifer Ehle
– 111 min. – Gran Bretagna, Australia 2010.

Questo bellissimo film storico ricostruisce le vicende che, in un drammatico momento per la storia britannica, alla vigilia della seconda guerra mondiale, portarono nel 1936 Alberto, duca di York sul trono britannico, col nome di Giorgio VI. Questo avvenne dopo l’abdicazione del fratello Edoardo VIII, diventato duca di Windsor per sposare Wallis Simpson, l’americana pluridivorziata e molto chiacchierata anche per le simpatie filo-naziste. Il trono, in realtà, non era mai stato nelle ambizioni del giovane Alberto. Egli era cresciuto in una famiglia reale poco affettuosa con lui, considerato quasi malato di mente, sempre schiacciato dalla sicurezza prepotente del fratello maggiore, la cui mancanza di stima e di amicizia probabilmente fu all’origine del blocco psicologico che nelle cerimonie ufficiali gli procurava un’ostinata balbuzie. Forse, proprio in considerazione della scarsa stima di cui godeva in famiglia, nessuno si era opposto al matrimonio d’amore (rarissimo all’epoca nelle corti europee) con la giovane Elizabeth Bowes-Lyon, discendente da famiglia di nobiltà secondaria. La scelta fu davvero felice: Elizabeth gli diede due figliolette di cui egli fu padre affettuoso e tenero, ma soprattutto gli fu vicino e lo aiutò con la sua presenza amorevole e attenta nei momenti più difficili dei suoi impegni pubblici, insistendo per fargli accettare il logopedista, Lionel Logue. Questi, individuando la causa dei suoi guai, non si lasciò intimidire né dagli scatti d’ira o di arroganza, né dalle umiliazioni che il giovane re non gli risparmiava, e cercò di condizionarlo positivamente per fargli superare ansie e paure che gli avevano impedito di avere stima e rispetto di sé. Il discorso che, alla vigilia della guerra contro la Germania (1939) egli pronunciò, senza balbettamenti, ma con grande calore, assistito da Lionel, fu ascoltato con commozione in ogni angolo dell’impero, grazie allo strumento della neonata radio, e sancì il legame d’affetto e di stima che da allora, fino alla sua morte, legherà il re al suo popolo. Il film racconta, in modo estremamente limpido e classico la storia del re che vorrebbe guarire, ma anche la vicenda della sua difficile fiducia verso Lionel, grande deuteragonista. La grande storia del Novecento non si limita a fare da sfondo, ma accompagna in ogni momento del film le scelte di Alberto: è dalla consapevolezza della sinistra minaccia che Hitler costituisce per il suo paese che nasce la ferma volontà del re di accettare la sfida compiendo il suo dovere fino in fondo, anche avvalendosi della radio,cioè del prodotto tecnologico che i dittatori europei avevano cominciato a usare come strumento di manipolazione del consenso, e della quale, nonostante la difficoltà di parola, egli vorrà servirsi, intuendone le enormi potenzialità comunicative. La narrazione tratteggia con grande cura le ansie collettive del momento e con altrettanta precisione storiografica ci presenta una bellissima ricostruzione della Londra di allora, delle case, delle stanze reali, e di quelle più semplici, grazie a una calda e nitida fotografia. Gli attori sono guidati molto bene e manifestano eccezionali capacità interpretative, dall’ottimo Colin Firth, grande re, ma uomo timido impacciato, all’eccelso Geoffrey Rush, perfetto Lionel, alla bella e sensibile Helena Bonham Carter nella parte di lady Elizabeth, moglie innamorata e preoccupata, ma fiduciosa nelle qualità del marito.

le temibili ragazze di un villaggio del Dorset (Tamara Drewe)


Recensione del film:

TAMARA DREWE
Tradimenti all’inglese

Titolo originale:
Tamara Drewe

Regia:

Stephen Frears
Principali interpreti:
Gemma Arterton, Roger Allam, Bill Camp, Dominic Cooper, Luke Evans -111 min. – Gran Bretagna 2010

Una commedia molto ben scritta e ancor meglio realizzata, sulle tracce di un romanzo a fumetti di Posy Simmonds uscito recentemente anche in Italia , liberamente ispirato al romanzo (uscito allora a puntate) di Thomas Hardy: Via dalla pazza folla (1874).

Il film si apre presentandoci la vita apparentemente sonnolenta di un piccolo villaggio del Dorset, nella dolce bellezza della campagna inglese, dove uno scrittore affermato e alquanto spocchioso, ma non eccelso, Nicholas, insieme alla moglie Beth, offre ospitalità ad altri scrittori che vogliano andarsene dalla “pazza folla” per ritrovare, nella pace della natura, un’ ispirazione languente. L’attività della fattoria di Beth e Nicholas offre occasione di lavoro come tuttofare ad Andy, uno dei pochi giovani rimasto nel villaggio, un tempo innamorato di una giovinetta bruttina, Tamara, che aveva lasciato il luogo alla volta di Londra, dove si era affermata come giornalista. Il ritorno di Tamara, del tutto inatteso, imprime una svolta alla vita del villaggio, soprattutto per la metamorfosi della fanciulla, che, essendosi fatta correggere un naso un po’ troppo esuberante, è diventata bellissima, e ora è in grado di scegliere le compagnie maschili che ritiene interessanti. Questo, ovviamente, non può che sconvolgere i rapporti umani nel villaggio che da tempo avevano trovato un certo equilibrio: gli uomini non hanno occhi che per lei, mentre le donne si rodono per la gelosia, in modo particolare due adolescenti, ammiratrici di un muscoloso e tatuato batterista, Ben, che intendono conquistare a qualsiasi costo, e si mettono in concorrenza con Tamara, senza badare ai mezzi, per incoscienza, per curiosità, e per atteggiarsi a donne vissute. Vicende del tutto impreviste si mettono in moto: si anima la piccola comunità del villaggio e si sconvolgono ruoli e inveterate abitudini. Non tutto il film, però, mantiene il tono effervescente della commedia brillante: qualcuno soffre molto per la leggerezza altrui; si sfiora la tragedia: qualcuno muore; emergono, con qualche sorpresa per gli spettatori, amori veri che non si erano in precedenza rivelati. Stephen Frears, ottimo regista, conduce tutta la vicenda con sicurezza ed equilibrio, offrendoci un film bello e interessante, dal primo all’ultimo minuto, oscillando fra humor e affettuosa comprensione, ma non facendo mancare anche, qua e là, stoccate ben dirette contro il chiacchiericcio un po’ ridicolo e inconcludente di scrittori velleitari, o contro l’ipocrisia e l’insensibilità di molti maschi, nei confronti del mondo femminile. Bravissimi tutti gli attori.

le avventure e i dubbi di due giovani genitori (American Life)

 

 

 

 

la mia recensione del film
AMERICAN LIFE

per la regia di
Sam Mendes.

 

 

CAST:
John Krasinski, Maya Rudolph, Carmen Ejogo, Catherine O’Hara, Jeff Daniels, Allison Janney, Jim Gaffigan, Samantha Pryor, Conor Carroll,
Maggie Gyllenhaal, Josh Hamilton – 98 min. – USA, Gran Bretagna 2009.

Titolo originale:
Away We Go

Ancora una riflessione di Sam Mendes  sulla società americana, e sulle difficoltà dei rapporti d’amore e di coppia,

La prima parte del film ci presenta Burt  (John Krasinski) e Verona,  (Maya Rudolph), ovvero i due trentenni, molto innamorati e  in attesa di un figlio che sono i protagonisti del film. Come tanti coetanei, anche loro vivono all’insegna della precarietà;. vivono in una casa che va a pezzi e precario, molto mal retribuito, è il lavoro di lui, costretto a fingersi più adulto e a simulare con la voce dello yankee ottimista, per vendere, telefonicamente, qualche prodotto assicurativo; altrettanto mal pagato è anche il tele-lavoro di lei, che crea le illustrazioni per manuali di anatomia patologica.

La provvisorietà della loro condizione influisce sulle loro scelte: cercano, per il futuro del loro primo figlio, un punto di riferimento solido e pensano di averlo trovato nei genitori di lui (lei non li ha più), vicino ai quali abitano. Questi sono, davvero, però, completamente autonomi, né l’imminente arrivo della nipotina li commuove al punto da indurli a rinunciare ai progetti che avevano da tempo in mente: se ne andranno per due anni affittando la loro casetta con giardino, sulla quale i due giovani contavano, per dare alla figlioletta una casa accogliente e solida e uno spazio verde per i suoi giochi.

A Burt e Verona non resta che la ricerca di una sistemazione dignitosa.  il viaggio on the road (vero viaggio di formazione) di Burt e Verona, alla ricerca di un nucleo familiare amico e ben organizzato, che costituisca l’ ancoraggio solido, intorno al quale far crescere la nuova famiglia, ricevendo e offrendo solidarietà e aiuto. La serie di incontri, che la coppia aveva scrupolosamente programmato, è molto deludente: con ritmo incalzante e ferocemente sarcastico, il regista ci descrive alcune famiglie, dagli Stati Uniti al Canada, costituite da una grottesca galleria di “mostri”, che sembrano adoperarsi solo per l’infelicità dei figli, per incoscienza volgare e spietata; per ottusa fedeltà ideologica alla moda new – age; per incapacità di coltivare affetti quando si è in carriera; perché ci si lascia, quando non si ama più, abbandondonando i figli; perché se ne adottano troppi, quando non se ne hanno… I giovani e insicuri Burt e Verona comprendono che dovranno contare solo su se stessi, come è ovvio e anche giusto, non essendo il ruolo di genitori delegabile, né sostituibile nelle responsabilità. Sarà il luogo in cui Verona ha iniziato a vivere, la casa della sua famiglia, ora disabitata e un po’ squallida, ma ancora bella per la sua posizione fra lago e giardino e bellissima, soprattutto, per la ricchezza dei ricordi caldi e affettuosi che vi si annidano, il vero e irrinunciabile ancoraggio per la nuova famiglia, quello dove la bambina verrà accolta e protetta dall’amore dei due giovani genitori, unica e vera garanzia in un mondo in cui nessuno è garantito e in cui il futuro è incerto per tutti.
Il film contiene, come il precedente Revolutionary Road, dello stesso Mendes, una acuta riflessione sui problemi della coppia nella società moderna, che sembrano trovare questa volta una positiva soluzione grazie al coraggio che l’amore vero infonde nei due protagonisti (soprattutto lei, resa, forse, più matura e cosciente, dalla maternità) ben interpretati dai bravissimi John Krasinski e Maya Rudolph, attori principalmente televisivi al loro primo film importante.

una difficilissima formazione (Fish Tank)

Recensione del film:

FISH TANK

Regia: Andrea Arnold.

Principali interpreti:
Katie Jarvis, Kierston Wareing, Michael Fassbender, Rebecca Griffiths, Harry Treadaway – 123 min. – Gran Bretagna, Paesi Bassi 2009

In una degradata periferia londinese, vive Mia, quindicenne che affronta nella più squallida solitudine la sua adolescenza. La madre, che avrebbe il compito di aiutarla a superare un delicatissimo passaggio della vita, si rivela immatura e infantile: la sente come un peso e la vede come rivale in amore, mentre la sorellina è ancora molto piccola per capirla davvero. Mia, dunque, impara presto a difendersi da sola, con gli strumenti dell’aggressività, esercitata nei confronti delle amiche, che riesce perciò ad allontanare da sé, ma anche nei confronti dei maschi che tentano di abusare di lei e che sono costretti a una precipitosa ritirata. La fanciulla ha due sogni: impadronirsi di una mite cavallina bianca, malata, per sottrarla alla crudele volontà di chi la vuole abbattere, e danzare, affermandosi nel mondo dello spettacolo. A questa seconda passione, Mia si dedica con metodo, allenandosi in vista di un’esibizione, ma l’ambiente equivoco in cui verrà accolta la induce a fuggire. Il film si svolge indugiando sulle vicende della ragazzina, con pietosa partecipazione, anche quando la rabbia della giovinetta sembra oltrepassare davvero il segno, e precipitare nella tragedia anche chi è innocente e non porta alcuna responsabilità delle sue sciagure. Lo spettatore capisce che non potrà esistere per lei altro che un futuro incerto e marginale, mancandole quegli strumenti culturali minimi che le permetterebbero di affrontare la vita secondo i suoi desideri (davvero struggente la scena in cui Mia, aggirandosi nella casa di Connor, l’uomo che aveva approfittato della sua ingenuità, esprime, con lo sguardo che si posa su angoli e oggetti, il sogno di una vita normale e organizzata). La regista affronta quindi un tema non molto originale: quello dello squallore delle periferie urbane, in cui si infrangono i sogni di riscatto di un gran numero di ragazzi, che non hanno chi li ascolti e li guidi con fermezza e comprensione e, nonostante qualche lungaggine, riesce a dar vita credibile a una figura contraddittoriamente violenta e tenera come quella di Mia, splendidamente interpretata dalla giovanissima Katie Jarvis, al suo primo film.