Welcome to the Rileys

recensione del film:
WELCOME TO THE RILEYS

Regia:
Jake Scott

Principali interpreti:
Kristen Stewart, James Gandolfini, Melissa Leo, Lance E. Nichols, David Jensen, Kathy Lamkin, Michael Wozniak, Sharon Landry  – 110 min. – Gran Bretagna 2010.

 

È un bel film triste, seppure non privo, nell’aperto finale, di qualche barlume di speranza, Welcome to the Rileys, che racconta ancora una volta la difficoltà di elaborare il lutto gravissimo della perdita di un figlio. L’argomento è stato più volte trattato dal cinema, anche recentemente, con Tre manifesti a Ebbing, pellicola che torna alla mente vedendo questa, che la precede di parecchi anni, il cui avvio però è talmente simile da far pensare a coincidenze non del tutto casuali.
Era morta tra le fiamme, a soli quindici anni, una ragazzina che se n’era andata di casa una sera,  quasi fuggendo, dopo una accesa discussione con sua madre: mentre scorrono i titoli di testa, sullo schermo appare lo spaventoso rogo che aveva avvolto l’auto su cui viaggiava la giovinetta, infilatasi sotto un camion, nel tentativo di sottrarsi all’inseguimento dell’auto di sua madre, che intendeva riportarsela a casa.
Nulla sarebbe rimasto come prima, dopo quella tragedia: erano passati otto anni ma per Lois Riley (Melissa Leo), annichilita e schiacciata dal rimorso, la sua attività di pittrice, ogni  relazione sociale e la stessa vita di coppia avevano perso ogni senso: in attesa di morire continuava a tormentarsi, chiudendosi in casa e trascurando il marito, Doug Riley (James Gandolfini), uomo d’affari, con una vita sociale ricca, che ora non intendeva più seguirla nella sua disperazione senza fine. Uomo di profonda umanità, a New Orleans dove si trovava per un meeting di lavoro, aveva incontrato una giovanissima prostituta, Mallory (Kristen Stewart), sbandata, drogata e segnata da un passato di povertà culturale e materiale senza rimedio, e aveva considerato l’opportunità di aiutarla a ritrovare la propria dignità smarrita. Sarebbe stata per lui e, forse, anche per per Lois l’occasione per aprirsi nuovamente alla vita e all’amore che dopo la morte della figlia entrambi avevano drammaticamente ignorato. Una scommessa difficilississima, probabilmente senza prospettive, ma, intanto, il cinismo e l’indifferenza che Mallory riteneva indispensabili per difendersi dal dolore e dalle umiliazioni che non mancavano mai a una come lei, sembravano essersi attenuati, almeno un po’, quasi che la giovane, pur rivendicando la libertà delle proprie scelte, sapesse di poter contare sul loro saldo e disinteressato affetto…

Il film racconta, dunque, con linguaggio minimalista e asciutto, il dolore più atroce, ma allarga il proprio sguardo ai settori più marginali della società americana, alla solitudine profonda di chi ha dovuto  cavarsela, fin da piccolo, senza aiuto alcuno, per sopravvivere alla fame e alla miseria, circondato dall’indifferenza generale e dal disprezzo, come era accaduto a Mallory, orfana di madre a quattro anni e cresciuta senza affetti e senza solidarietà. I racconti della giovane prostituta sono tra le cose migliori di questa pellicola, e nella loro durezza difficilmente si dimenticano

Il film, che è appena arrivato in Italia dove è presente solo a Torino in un’ unica sala, è del 2010. Con tutto comodo e con tempi lunghissimi, finalmente qualcuno, fra gli appassionati di cinema, è riuscito a vederlo; è in preparazione, però, per tutti gli interessati il DVD, così come, a quanto ho capito, sarà disponibile a breve in streaming sulla piattaforma Netflix. Dal 2010, anno di uscita del film nel resto del mondo, sono accadute molte cose: nel 2013 il principale grande protagonista, James Gandolfini, ci ha lasciati, mentre Kristen Stewart, anche lei magnifica interprete, ha ulteriormente perfezionato le qualità di attrice, già eccellenti; con otto anni in più, inoltre, noi cinefili duri e puri ci stiamo quasi rassegnando alla chiusura delle sale e alla visione televisiva dei film, nonché alla conseguente perdita di quella magia silenziosa della visione che ci aveva fatto amare il cinema. Il disappunto cresce considerando che Welcome to the Rileys è non solo un buon film, ma ha collezionato alcuni riconoscimenti internazionali: al Sundance del 2010, nonché ai festival di Berlino e di Los Angeles (in concorso) in quello stesso anno.
Meglio se lo vedrete in sala, ma, in ogni caso, è un film da vedere!

Un sogno chiamato Florida

recensione del film:
UN SOGNO CHIAMATO FLORIDA

Titolo originale:
The Florida Project

Regia:
Sean Baker

Principali interpreti:
Willem Dafoe, Brooklynn Prince, Bria Vinaite, Valeria Cotto, Christopher Rivera, Caleb Landry Jones, Macon Blair, Karren Karagulian, Sandy Kane, Cecilia Quinan – 115 min. – USA 2017.

Il trailer italiano è insopportabile: gli urli e gli strepiti dei bambini, protagonisti del film, ti indurrebbero a scappare velocemente, altro che compiacerti e ridere per le loro prodezze da teppistelli! Nonostante il trailer, è stato il passaparola a indurmi a vedere questo film che, anche senza essere un capolavoro, merita tuttavia di essere visto e meditato poiché affronta, senza ipocrisie, il tema del duro vivere quotidiano alla periferia di uno dei luoghi consacrati al turismo di massa negli USA: Disneyland, preannunciato dai terribili colori pastello dei residence che sorgono nelle immediate vicinanze, e anche dalle forme kitsch degli edifici commerciali. In quegli edifici rosa o lilla, così dipinti per propiziare i sogni dei visitatori con pochi soldi, che non possono permettersi qualche notte in un albergo decente, in realtà vengono accolte, per lo più, donne con prole, senza lavoro e senza futuro, disposte a trasferirsi, con le loro poche cose, da una monocamera a quella adiacente, secondo le necessità dell’amministrazione degli stabili. Queste donne vivono di assistenza (alcuni volontari periodicamente portano cibo e bevande), ma anche di piccoli furti, di espedienti e di prostituzione, in modo da rimediare, comunque, i soldi dell’affitto che devono puntualmente pagare. Di questa condizione profondamente degradata, i bambini sono vittime incolpevoli: non vanno a scuola (è estate, ma, a quanto si comprende, non tutti ci vanno anche quando non sono in vacanza); per lo più si annoiano e si inventano modi più o meno divertenti di passare il tempo, del tutto indifferenti ai divieti, ai tabù  e ai richiami della “proprietà”, che ha affidato a un top manager, ovvero a Bobby (Willem Dafoe) la gestione quotidiana dei residence. Bobby è davvero grande per l’intelligente umanità con la quale interviene per prevenire i problemi, riportandoli, prima che diventino irrisolvibili, alle loro giuste dimensioni, ma certo non può fare miracoli! Quando la miseria è davvero profonda e la sofferenza, spaventosamente enorme, è quella dei bambini abbandonati a se stessi e privi di riferimenti positivi, riesce difficilissimo, anche con le migliori intenzioni, inventare soluzioni, soprattutto in assenza di  una rete di solidarietà intelligente, fatta di ascolto e collaborazione piuttosto che di condanna morale e di repressione poliziesca, fonte di ulteriore dolore e di fallimenti pressoché certi. Meravigliose le interpretazioni dei bambini; particolarmente notevole quella della piccola Brooklynn Prince, nei panni dell’infelicissima e terribile Moonee, la figlia di Halley (Bria Vinaite), la giovane madre incosciente,  drogata e irrimediabilmente perduta, le cui vicende sono emblematiche di un fallimento senza sconti e senza vie d’uscita, ovvero della fine dell’American Dream. Va da sé che Willem Dafoe si confermi anche in questo piccolo film quel grandissimo attore che conosciamo.

Girato con un Iphone e con pochissimi mezzi, il film non risulta scritto in modo molto accurato, eppure ha una sua forza coinvolgente che lo rende  più interessante di quanto il titolo e il trailer italiano lascino supporre.

The Big Sick – Il matrimonio si può evitare, l’amore no

recensione del film:
THE BIG SICK – IL MATRIMONIO SI PUÒ EVITARE L’AMORE NO

Titolo originale:
The Big Sick

Regia:
Michael Showalter

Principali interpreti:
Kumail Nanjiani, Zoe Kazan, Holly Hunter, Ray Romano, Anupam Kher, Zenobia Shroff, Adeel Akhtar, Bo Burnham -119 min. – USA 2017.

Il titolo italiano di questo film indipendente, presentato con grande favore di pubblico al recente Festival di Locarno, non ha alcun senso: è fuorviante, poiché sembra alludere a un contenuto ridanciano, che non si trova nel film, commedia sentimentale misurata e garbata.
L’interprete maschile è Kumail Nanjiani, che insieme a Emily Gordon ha sceneggiato una vicenda  molto simile a quella vissuta con lei, diventata sua moglie dopo che traversie e peripezie di ogni tipo avevano obbligato entrambi a chiarire, prima di tutto a se stessi, quali fossero le cose davvero importanti per loro: è sicuramente vero, infatti, che un amore può ben sopravvivere anche senza matrimonio, ma senza un progetto di lungo respiro, no.
Si erano conosciuti a Chicago, in un locale in cui Kumail, pachistano figlio di immigrati, si esibiva come cabarettista insieme a qualche collega che come lui avrebbe voluto diventare un comico di professione. Scarso il pubblico, ma lei (Zoe Kazan) era lì, se lo mangiava con gli occhi partecipando con qualche parola “giusta” a quell’esibizione, cosicché al termine egli le si era avvicinato. Era nata così la loro storia bella: i due si piacevano molto e non potevano fare a meno di rivedersi, nonostante il patto di non dare seguito al primo incontro se non con un secondo, dopo di che ognuno sarebbe tornato a vivere la propria vita, per realizzare il proprio sogno: la laurea in psicologia per lei, studentessa che doveva studiare senza altre distrazioni; la fama per lui, comico di notte e autista Huber durante il giorno. Ognuno di loro viveva da solo: i genitori di lei, colti e snob, erano rimasti nel North Carolina; quelli di lui, vivevano “all’occidentale” in un complesso residenziale della periferia metropolitana e, per quanto perfettamente integrati nella società americana, dal Pakistan avevano importato la convinzione che il futuro dei figli fosse un affare di famiglia, soprattutto quello matrimoniale. Accadeva perciò che le visite di Kumail diventassero per sua madre l’occasione per cucinargli le prelibatezze pachistane (il comfort food, altro che il fast food!), che certamente una brava ragazza, con la sua stessa origine, avrebbe saputo preparare per lui. Quante brave ragazze gli erano state fatte trovare … per caso, durante quelle visite!
La descrizione della famiglia di Kumail indulge anche troppo
su questi particolari buffi, già molto visti al cinema, rischiando effetti di caricatura stereotipata.
Per fortuna, invece, presto la regia dirotta la nostra attenzione verso la problematica famiglia di lei, vero centro del film, nei cui conflitti interni tutti noi riconosciamo il nostro mondo con le sue evidenti contraddizioni, mentre gli ideali e la realtà, confrontandosi, ripropongono ancora il tema dell’accoglienza e della diversità dopo che i fatti dell’11 settembre 2001 avevano messo in crisi le più diffuse convinzioni democratiche per effetto della paura. L’avvicinamento difficile di Kumail a Beth e Terry, i genitori di Emily, sarebbe avvenuto nelle drammatiche circostanze a cui il titolo originale accenna: la grave malattia di lei, durante la quale Kumail avrebbe compreso molte cose sull’amore, sul futuro e sul senso della vita… Altro non intendo aggiungere, se non che il film, per il modo non sdolcinato del racconto, per i temi molto seri che propone, per l’ottima interpretazione dei bravissimi attori (soprattutto di Emily, Zoe Kazan, la nipote del grande regista Elia Kazan), è da vedere. Forse non è un capolavoro, ma è una gradevolissima e bella sorpresa.

Palindromes

recensione del film:
PALINDROMES

Regia:
Todd Solondz

Principali interpreti:
Ellen Barkin, Jennifer Jason Leigh, Stephen Adly Guirgis, Richard Masur, Debra Monk Drammatico, durata 100 min. – USA 2004.

In un momento particolarmente avaro di buoni film, per fortuna alcune sale della mia città ripropongono qualche bella pellicola magari non proprio recentissima.

Questa di Todd Solondz del 2004, non era mai arrivata in Italia (se non direttamente su DVD in lingua originale con sottotitoli), ciò che ovviamente ne aveva limitato la diffusione. Ieri, però, il cinema Massimo – Museo del cinema di Torino, per la gioia dei cinefili, l’ha presentata come si conviene, ovvero su grande schermo, con i sottotitoli in italiano, quasi a completare la visione di altri bei film, proiettati negli ultimi mesi, che, visti nel loro complesso, aiutano a comprendere la mentalità americana. Sembra esistere, infatti, un modo di pensare che percorre tutta la storia degli Stati Uniti fin dalle loro più lontane origini, di cui sono individuabili le tracce e le componenti culturali, anche grazie al cinema, oltre che alla letteratura e alle altre arti.
In questo sostanziale permanere nel tempo di una immutabile Weltanschauung è anche la spiegazione del curioso titolo di questo film: Palindromes, allusivo della particolarità che hanno certi nomi (o frasi) di rimanere identici, indipendentemente dal modo della lettura, da sinistra o da destra. Se si considera questo aspetto, del resto più volte esplicitato nel corso del film, allora dobbiamo pensare che il film altro non sia che una gigantesca metafora della storia della mentalità americana, immutata dai primi decenni del 1600, quando a bordo del Mayflower i Padri Pellegrini, approdando a Cape Cod, portavano con sé la fiducia di veder sorgere nel nuovo mondo quel perfetto ordine sociale e morale, ispirato da Dio, ormai impossibile da realizzare nella terra d’origine.
Era nato con questo indelebile imprinting, dunque, lo stato “perfetto”, guidato da uomini che, per seguire la parola di Dio, avevano individuato, di volta in volta, i nemici del Bene, da espungere senza pietà, come accade nel film, in cui la protagonista, Aviva (il palindromo!), porta con sé, nonostante i mutamenti dell’aspetto, evidenziati anche attraverso il cambiamento plurimo delle attrici che ne interpretano la storia in momenti diversi, la traccia indelebile di ossessioni che mai l’avrebbero abbandonata, in nome delle quali lei stessa sarebbe diventata spietata, sulla strada del Bene. Individuare il nemico (il Male) e perseguitarlo è infatti il compito che sente di dover realizzare Aviva, da quando abbandona la famiglia, a quando vi rientra dopo un viaggio che non ha mutato il suo modo di vedere il mondo, neppure quando è del tutto evidente che alle proprie aspirazioni non può corrispondere la realtà. Attraverso un percorso originale e molto disturbante il regista in questo suo lavoro del 2004 opera un vistoso capovolgimento dell’ottimismo presente in due capolavori del cinema americano del passato entrati nella leggenda (e recentemente riproposti dal Museo del cinema), ampiamente e sarcasticamente citati: La Morte corre sul fiume e Freaks. Accade perciò che alla favola bella dell’accoglienza disinteressata e ospitale di Rachel Cooper (La Morte corre sul fiume), che si prende cura dei bambini in fuga dall’orco, Solondz opponga l’ipocrita ospitalità di Miss Sunshine, nella cui casa trovano rifugio creature emarginate, reiette e deformi che vengono indottrinate secondo la manichea parola di un Dio di cui devono realizzare, con piena convinzione, gli ordini e i precetti, interpretati in esclusiva da lei e dal marito, in combutta con loschi individui. I poveri ospiti della casa sperduta di Miss Sunshine diventano in questo modo mostruosi esecutori di un progetto davvero diabolico finalizzato a eliminare i nemici (fino all’omicidio “giusto”) e a raccogliere denaro attraverso spettacoli televisivi da loro recitati, suonati, cantati e danzati (il richiamo a Freaks è evidentissimo), naturalmente per il “bene” di tutti.

Un breve cenno alla storia, senza troppo spoiler!
Aviva è un’adolescente che rivela, fin dalle prime scene, lo scopo a cui sente di dover dedicare la propria vita: diventare madre di tanti bei bambini, poiché di null’altro le importa. Sarebbe riuscita nell’intento, al suo primo tentativo, con un ragazzino nerd, figlio di amici di famiglia, se i suoi genitori, molto middle class-polticamente corretti, ma sostanzialmente violenti, non la costringessero ad abortire in una clinica di lusso in cui la poveretta sarebbe stata sottoposta a un’inopinata isterectomia. Sarà l’inizio per lei di una fuga, un lungo viaggio in cui, per realizzare il suo progetto, si imbatterà in una serie di personaggi poco raccomandabili, fino all’incontro con Miss Sunshine, fondamentalista cristiana-protestante, organizzatrice di spedizioni punitive contro i medici che praticano gli aborti, contro i pedofili e contro le prostitute, ovvero contro il Male finalmente individuato.

Magnifici gli attori di un film che non definirei cinico, come molti fanno, ma ironico in modo molto graffiante e cattivo, di un regista indipendente e poco noto, apprezzato in Europa, soprattutto nei Festival, ma male distribuito in Italia (che strano, eh!) che merita invece davvero di essere conosciuto. Questo suo lavoro si colloca fra altri suoi non dissimili fra i quali, il bellissimo Happiness (1998) e il magnifico Perdona e dimentica (2009), del quale QUI potete leggere una mia recensione di sette anni fa.

Il DVD di questo film (e anche quello degli altri due che ho citato) si trova in lingua originale e sottotitolato, anche sul mercato italiano.

Il piano di Maggie – A cosa servono gli uomini

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recensione del film:
IL PIANO DI MAGGIE – A COSA SERVONO GLI UOMINI

Regia:
Rebecca Miller

Principali interpreti:
Greta Gerwig, Julianne Moore, Ethan Hawke, Bill Hader, Maya Rudolph – 98 minuti – USA, 2015

 

Maggie è una bella ragazza bionda che vive a New York, dove si occupa di arte e management. Ha un sorriso aperto e cordiale, un buon carattere e, a quanto pare, una fiducia incrollabile nell’utilità di programmare razionalmente la propria vita. Per questo, alla soglia dei trent’anni, decide che sia arrivato il momento di progettare un bambino da far crescere nell’amore e nella dedizione di cui è capace. Non è interessata a sposarsi, invece: i suoi amori erano velocemente naufragati senza eccezione alcuna, mentre, grazie all’ingegneria riproduttiva potrebbe evitarsi le seccature di un nuovo e complicato rapporto sentimentale. Le cose, naturalmente, non sono così semplici come sembra credere Maggie: non servono a molto i suoi piani, poiché il caso li scombina in fretta cosicché il bebé concepito senza gioia con il re dei sottaceti biologici (ora improvvisatosi, a malincuore, donatore di seme in provetta) rischia in realtà di essere il figlio di un rapporto d’amore vero con John, l’uomo che sta per diventare suo marito, dopo aver conquistato il suo cuore e aver abbandonato i due figli fra le braccia della moglie Georgette, ambiziosissima e determinata a farsi apprezzare nel mondo dell’Università. Che l’eccessiva fiducia nelle proprie capacità di tutto prevedere e controllare abbia lasciato senza difese Maggie?

Siamo a New York, dalle parti del cinema indipendente americano e dei festival internazionali: ce lo ricordano le stampigliature della locandina, nonché gli attori protagonisti che sono i prediletti di Baumbach (Greta Gerwig è Maggie; Ethan Hawke è John) e Julianne Moore, ovvero Georgette, la deuteragonista; ce lo dicono inoltre le immagini della città e degli ambienti sofisticati in cui la storia si svolge: quello degli intellettuali che orgogliosamente rivendicano il diritto all’affermazione di sé, coltivando sogni improbabili e spesso velleitari. Tale è quello della stessa Maggie, tormentata dalla difficoltà di accettare la realtà con le sue contraddizioni, o quello di John, scrittore di scarso talento che Maggie incoraggia e che Georgette valuta con consapevole e non disinteressato realismo. Alla New York di quell’ambiente ci riportano l’eccesso di parlato, secondo le migliori tradizioni del cinema di Woody Allen, citato spesso, nonché il nome della regista, Rebecca Miller, la figlia di Arthur Miller, che, essendosi formata in quei luoghi, vi si muove con disinvolta conoscenza di causa.
Tutto déja vu, insomma?  
Non tutto direi, perché poche volte era stato detto in modo così chiaro quanto possano diventare ingombranti i figli, per gli uomini e per le donne, se ci si vuole realizzare davvero, nella vita e anche nell’amore, sempre pronti come sono a far valere, giustamente, le loro esigenze e i loro diritti!
Film sottile che con intelligenza indaga nelle relazioni di coppia e nei loro delicati equilibri, in cui, senza alcuna rete, ci si prende e ci si lascia per riprendesi di nuovo, nella convinzione che a poco servano precauzioni e piani per non soffrire. Anche la sofferenza è parte della vita, come la gioia e la felicità: è, allora, segno di maturità e saggezza stare al gioco del caso e, senza illusioni soverchie, godersi con leggerezza, quel po’ di gioia che la sorte riserva a ciascuno. Un film da vedere, possibilmente in versione originale e ignorando l’orribile e irritante (anche perché fuorviante) didascalia pedagogica del titolo italiano.

ritratto di donna 2 (Frances Ha)

Schermata 09-2456912 alle 22.26.44recensione del film:
FRANCES HA

Regia:
Noah Baumbach

Principali interpreti:
Greta Gerwig, Mickey Sumner, Adam Driver, Michael Zegen, Patrick Heusinger
– 86 min. – USA 2012

Emerge da questo film un magnifico ritratto di donna, costruito con episodi che, come tessere di un mosaico, ne compongono l’ aspetto e, soprattutto, la singolare personalità. Chi lo vedrà non si attenda, perciò, una vera e propria trama, quanto, piuttosto, il delinearsi attraverso significativi momenti della vita di Frances (splendida Greta Gerwik) del profilo spesso contraddittorio di una giovane che sta cercando “casa”, intendendo con ciò sia il luogo fisico e geografico in cui vivere, sia la propria collocazione nel mondo.
Di origini californiane (a Sacramento vive la sua famiglia di origine), Frances, pur avendo ormai 27 anni, non sa ancora bene che cosa farà da grande: ha  pochi soldi, nessun lavoro e un sogno nel cassetto: diventare ballerina. Frequenta per questo una scuola di danza di New York, dove affitta un appartamentino con l’amica Sophie, condividendo con lei le spese e le confidenze affettuose circa i propri sogni e le proprie aspirazioni. Quando Sophie, però, decide di andare a vivere col proprio ragazzo, alla giovane viene a mancare un importante punto di riferimento: entra in crisi e cerca di mantenersi a galla, annaspando fra un poco entusiasmante ritorno a Sacramento per il Natale, un viaggio insperato a Parigi, desiderato da tempo, ma sciupato per la sua incapacità di organizzarsi, e la breve permanenza, quanto mai precaria fin dalle origini, presso l’ alloggio di due fratelli di ottima famiglia, uno dei quali si era vanamente interessato a lei: se ne era allontanato, infatti, dopo averla definita “infrequentabile”, rendendosi conto della sua fanciullaggine, e della sua incapacità di assumere comportamenti e responsabilità da persona adulta! La soave leggerezza con la quale Frances attraversa situazioni sempre più dolorose, in attesa di realizzare i propri sogni impossibili di ballerina, potrebbe prestarsi a una impietosa rappresentazione, a una irridente canzonatura, ciò che invece non avviene grazie all’eccezionale empatia con la quale Greta Gerwig interpreta la singolare eroina che lei stessa ha ideato col regista, e di cui riveste i panni con grazia affettuosa ed equilibrata adesione psicologica, regalandoci uno dei personaggi femminili più interessanti del cinema degli ultimi anni, almeno secondo me.
Il regista Noah Baumbach è, come ho accennato, autore con la Gerwig della studiatissima e saldissima sceneggiatura, e conferma con questo lavoro il proprio interesse per quei personaggi “irregolari” e un po’ “disadattati” nella società dei nostri giorni, così come già aveva mostrato nel delizioso film del 2010, Lo stravagante mondo di Greenberg, quando aveva disegnato, con minore compassione, però, il ritratto di un altro strano personaggio: QUI potete trovare la mia recensione di allora.


Formatosi alla scuola di Wes Anderson, per il quale aveva scritto la sceneggiatura di due film, il regista sta mostrando di aver raggiunto una propria autonomia creativa e un’interessante originalità, che merita davvero l’attenzione di tutti coloro che amano il cinema. Il film è girato interamente in digitale, per la fondamentale esigenza di mantenere i costi molto bassi, e in un bellissimo bianco e nero, che ci riporta alla mente il vecchio Manhattan di Woody Allen. Da vedere!

L’isola del Mississipi (Mud)

Schermata 08-2456899 alle 09.46.17recensione del film:

MUD

Regia:
Jeff Nichols

Principali interpreti:
Matthew McConaughey, Tye Sheridan, Sam Shepard, Reese Witherspoon, Jacob Lofland, Ray McKinnon, Sarah Paulson, Michael Shannon, Joe Don Baker, Paul Sparks, Bonnie Sturdivant, Stuart Greer, John Ward Jr., Kristy Barrington, Johnny Cheek, Kenneth Hill, Michael Abbott Jr. – 130 min. – USA 2012.

Finalmente approdato anche nelle nostre sale dopo due anni di attesa, eccoci al terzo film di questo giovane regista americano.

Ellis (Tye Sheridan) è un adolescente infelice: si sente tradito dai genitori che, non amandosi più, sono tutti presi dal gioco dei rinfacci e e delle accuse tanto da non accorgersi neppure delle sofferenze che gli infliggono. Il piccolo, che da sempre condivideva la loro condizione di povertà su una casa galleggiante, in un’ ansa paludosa del Mississipi nello Stato dell’Arkansas, non va più a scuola e passa la sua giornata lavorando con l’intrattabile padre pescatore, per conto del quale consegna il pescato alla clientela. Ha un inseparabile amico di giochi, un orfanello che si chiama Neckbone (Jacob Lofland), il quale vive con uno zio lunatico. I due ragazzini, insieme, progettano di spostarsi su una barca a motore, per esplorare l’isola sul grande fiume: hanno saputo di un motoscafo che si trova lì, impigliato fra i rami della foresta e che , forse,  potrebbe servire come rifugio provvisorio, lontano da casa. La traversata del Mississipi, l’arrivo all’isola, l’avvistamento dell’imbarcazione sull’albero e l’incontro con Mud hanno il carattere favoloso dell’inizio di una avventura, condotta anche sulle orme della  scrittura di Mark Twain e ci introducono nel cuore del film. Mud (Matthew McConaughey), uomo singolare, è ricercato dalla polizia poiché si era macchiato, qualche tempo prima, di un delitto, per difendere Juniper, la donna che egli amava da sempre. Approdato sull’isola, aveva trovato la barca che ora considerava una propria piccolissima abitazione e, per sopravvivere nel luogo inabitato e inospitale (su cui intendeva restare, in attesa che Juniper lo raggiungesse), si dedicava alla pesca. Aveva sviluppato, come Robinson Crusoe, molte abilità, nonché una buona conoscenza della natura, ma non disdegnava un po’ di superstizione: certi particolari tatuaggi porta-fortuna, i chiodi incrociati sotto le scarpe, contro gli spiriti maligni… E’ lui stesso a narrare, un po’ alla volta, ai due ragazzini i particolari della propria vita, tranquillamente, dando prova di grandi doti affabulatorie, che affascinano da subito il piccolo Ellis, cui non par vero di aver trovato un uomo come questo, che aveva creduto nell’amore tanto da affrontare le prove più difficili, compresa l’ estrema sfida sull’isola, solitario e braccato dai tutori della legalità, ma anche dai parenti dell’uomo ucciso, assetati di vendetta. Gli pare, anzi, che Mud possieda quelle doti di tenera e affettuosa pazienza che vorrebbe vedere nel padre, poiché potrebbero testimoniare quanto duraturo sia l’amore vero nel tempo: così come dovrà essere per lui, certamente, in futuro! L’aspetto interessante del film, che ne fa un racconto di formazione per certi aspetti anomalo, è nell’avvicendarsi dei viaggi di andata con quelli di ritorno, perché ogni volta i due bambini rientrano alle loro case, cosicché il mondo ideale, quasi edenico, della vita secondo natura si confronta continuamente con la realtà, che non esce mai di scena e che infine ha la meglio: la natura non è, infatti, così buona come aveva creduto il piccolo Ellis (lo imparerà a proprie spese); l’amore (come potrà constatare) è, d’altra parte, un sentimento assai più complicato di quanto gli era sembrato.

Il film potrebbe ricordare, per il paesaggio rappresentato e per la presenza di protagonisti adolescenti, il bellissimo Re della terra selvaggia, di Benh Zeitlin, oppure anche Moonrise Kingdoom di Wes Anderson, ma la diversità del modo di raccontare mi sembra superare di molto queste analogie. Qui, infatti il regista, molto lontano dal mondo onirico e leggendario del film di Zeitlin, nonché da quello fantasioso dei due adolescenti di Wes Anderson, ci introduce nei problemi delle famiglie povere degli Stati Uniti del Sud, con poetico realismo, e si lascia guidare soprattutto dai tempi lenti della presa di coscienza di Ellis, rappresentandone perciò l’ardua crescita, senza mitizzare la difficile realtà degli stati del Sud. Bravissimo Matthew McConaughey; eccezionali i due attori adolescenti. Un film sicuramente da vedere.

bambini e adulti (Me and you and everyone we know)

Schermata 07-2456485 alle 17.46.41recensione del film:
ME AND YOU AND EVERYONE WE KNOW

Regia.
Miranda July

Principali interpreti:
John Hawkes, Miranda July, Miles Thompson, Brandon Ratcliff, Carlie Westerman. 90 min. – USA, Gran Bretagna 2005.

Questo delizioso film, che ora ha otto anni, era visibile, qualche sera fa, in streaming, su Mymovies Live che lo ha riproposto molto opportunamente, vista la calma piatta delle sale cinematografiche in questo periodo dell’anno. Dedicarsi a rivedere qualche bella pellicola, sia pure non di ultima uscita, è un piacere apprezzabile non solo da cinefili.

Scritto, diretto e interpretato da Miranda July, regista del cinema indipendente americano che nel 2005 ha guadagnato, con questo lavoro, la Caméra d’or al Festival di Cannes, questo delizioso film a suo tempo suscitò molti consensi e qualche scandalizzato dissenso. Ci racconta il nascere incerto di una storia d’amore fra due persone un po’ stralunate e insolite: lui, Richard (John Hawkes), è un uomo che, lasciato dalla moglie che gli ha affidato i loro due bambini, si dà fuoco alla mano sinistra, rimediando una tremenda scottatura, e una vistosissima bendatura, lì a ricordargli che forse è meglio che non si scotti un’altra volta.

Richard fa il commesso in un grande negozio di calzature, scenario dell’incontro con lei, Christine (Miranda July), che vuole appunto comprarsi un paio di scarpe. Christine fa l’autista, dedicandosi al trasporto di persone anziane, di cui segue con viva partecipazione le vicende; in realtà spera di affermarsi, o prima o poi, come artista multimediale creativa. Il suo incontro col timido e impacciato commesso è per lei quasi un colpo di fulmine, tanto che, da quel momento, rovesciando il ruolo passivo che in genere le convenzioni sociali assegnano alle donne, comincia a fargli una corte insistente, mentre Richard è sempre più recalcitrante a farsi coinvolgere in un’altra storia amorosa. La regista ci presenta, però, anche numerosi altri personaggi: una scorbutica gallerista, a cui invano Christine si rivolge per ottenere un giudizio sui suoi lavori; un aitante giovanotto, che si lascia spaventare da due molto disinibite adolescenti che lo insidiano, cercando di tentarlo con le loro goffe profferte erotiche, nonché, finalmente, i due bambini di Richard: Peter e Roby. Questi due fratellini, soli in casa per l’intera giornata, per non annoiarsi troppo, si impegnano nella chat del loro collegamento Internet, scrivendo a ignoti interlocutori cose molto oscene, almeno a loro giudizio, perché i bambini, come ci aveva detto Freud, hanno un concetto tutto loro di ciò che è osceno. Ne scaturiscono alcuni momenti di cinema deliziosi e tenerissimi, grazie anche alla straordinaria bravura del piccolo Roby (Brandon Ratcliff), impegnatissimo a parlare di “popò”, che, a causa della forte interdizione degli adulti, per i bambini è il massimo dei tabù, da violare, in gran segreto, spesso e volentieri durante le conversazioni con i coetanei, quando le brutte parole si possono finalmente dire senza essere sgridati. Da questa chat, connotata da una buffa coprolalia, nascerà un incontro del tutto imprevedibile, ai giardini pubblici, quando uno dei personaggi della storia si troverà inaspettatamente di fronte al frugoletto e si scioglierà in un abbraccio molto materno, mentre si sta profilando la delicata poesia del finale dolce e tenero di questo film.

Bellissimo racconto della diffusa solitudine degli uomini, delle donne, dei bambini e persino di un pesce rosso, dimenticato sul tetto dell’auto, nella sterminata periferia di una metropoli americana.

dove sono i bei momenti…*(Blue Valentine)

Schermata 03-2456353 alle 23.50.57recensione del film:

BLUE VALENTINE

Regia:

Derek Cianfrance

Principali interpreti:

Michelle Williams, Ryan Gosling, Mike Vogel, John Doman, Ben Shenkman.,Reila Aphrodite, Maryann Plunkett, Faith Wladyka, Dan Van Wert, Samii Ryan, Michelle Nagy, Ashley Gurnari, Carey Westbrook, Tamara Torres, Eileen Rosen – 120 min. – USA 2010.

Prima di parlare di questo magnifico film, vorrei esprimere tutto il mio disappunto nei confronti della distribuzione italiana, che ha costretto una parte del pubblico ad avvalersi, come me, della piattaforma di MyMovies Live per riuscire a vederlo: questo lavoro è stato distribuito, infatti, unicamente nel Lazio e in Puglia, mentre nelle altre regioni italiane è, fino a oggi, escluso dalle sale (ed è un film del 2010!!). La visione attraverso il computer limita, tuttavia, per molti aspetti una corretta fruizione del film, se non altro per le ridottissime dimensioni dello schermo. Sarei davvero curiosa di conoscere le ragioni per cui non si possa vedere, se non in casa, un film come questo, nonostante i molti prestigiosi riconoscimenti internazionali.

Cindy (Michelle Williams) è una donna graziosa, affannata a conciliare impegni di lavoro, ruolo materno e vita domestica, come quasi tutte le donne oggi; Dean (Ryan Gosling) è il suo innamorato marito; Frankie è la figlioletta cui egli si dedica con particolare attenzione, assecondandola e coccolandola e, perciò, accaparrandosene l’affetto, in modo speciale. Il matrimonio fra Cindy e Dean, nato da una grande attrazione e da un profondo e caldo affiatamento sensuale, in realtà è stato affrettato dalla gravidanza di Cindy, il che ha significato per lei, brillante e promettente studentessa di medicina, abbandonare gli studi e impiegarsi in un ospedale come infermiera. Dean, ancora molto giovane, senza reali progetti, con un vago desiderio di sfondare nel campo della pittura, o della musica, o come disegnatore di fumetti, in realtà ci appare come un ragazzo gentile, ma anche come un velleitario sognatore, incapace di porsi seriamente il problema di come guadagnarsi la vita.

Non mancandogli la buona volontà, ma avendo poco coltivato le proprie attitudini, si dedica soprattutto a saltuarie occupazioni, un po’ come un bricoleur che sa fare di tutto, e vive perciò in uno stato di perenne precarietà. Ciò gli permette di star vicino alla bambina, ma il peso complessivo del menage è sulle spalle di Cindy, che non può non avvertire la frustrazione e il disagio di vivere in questa condizione. L’atmosfera della vita domestica è sempre più tesa cosicché la crisi del matrimonio, mai apertamente affrontata per non turbare la piccola Frankie, è destinata a deflagrare. A grandi linee, dunque, il film racconta la fine di un grande amore perché i sogni e la passione che lo avevano alimentato qualche anno prima non hanno retto di fronte alla realtà imprevista della vita quotidiana, ai pesanti sacrifici delle proprie aspirazioni, alle esigenze dell’educazione della bambina. Allo scontento di lei, sempre più irritabile e dura, fa riscontro la dolcezza quasi indifesa di lui, generoso, ma immaturo, che ora troppo spesso nell’alcool trova il modo per annullare il dolore, irritando ulteriormente la donna, in un crescendo di tensioni e di incomprensioni, alle quali infine egli cerca rimedio, non tanto affrontando con lei direttamente il problema, quanto illudendosi di riuscire a ricreare la magia del passato, nella condizione di irrealtà offerta per breve tempo da una stanza di motel che, pur chiamandosi Future, non apre orizzonti più sereni per il tempo che verrà. Lontani dalla bimba, affidata al nonno, dal lavoro di lei, per il tempo di un week-end, dalle preoccupazioni quotidiane, i due non ce la fanno a ritrovare quella smemoratezza e quell’abbandono che un tempo li aveva legati, perché è ormai troppo ingombrante, sulla loro strada, il cumulo dei rancori, del non detto, delle rinunce: sembra che le parole fra loro vengano pronunciate soprattutto per ferire; che una sorta di cattiveria puntuta animi il comportamento di lei, trasformando le speranze e le attese, in realtà di entrambi, in un gioco al massacro da cui la coppia uscirà distrutta. Quello che colpisce del film è che la vicenda dei due protagonisti, che sembra simile a quella di migliaia di altre coppie nel mondo occidentale, riesca a coinvolgere la partecipe attenzione degli spettatori, il che è dovuto sia all’ analisi attenta e profonda delle dinamiche della vita di coppia, sia al modo nuovo e originale attraverso il quale la storia viene narrata. Incrociando, infatti, le splendide memorie appassionate, con l’angusta verità del presente il regista non solo alterna i piani temporali in un fittissimo e ininterrotto riemergere dei ricordi di un amore passato così intenso che non vuole morire, ma ottiene il quadro di una coppia a pezzi, grazie all’uso alterno della ripresa digitale, e di quella su pellicola da 16 millimetri, colla quale soltanto vengono girati i flashback, cosicché l’impressione complessiva è quella di un frammentato e quanto mai funzionale collage. 

* Il mio titolo di lancio: Dove sono i bei momenti è una citazione da Wolfgang Amadeus Mozart, dalle nozze di Figaro, che vi faccio ascoltare attraverso la voce di Elizabeth Schwarzkopf:

un amabile velleitario (Lo stravagante mondo di Greenberg)

Recensione del film:
LO STRAVAGANTE MONDO DI GREENBERG

Titolo originale:
Greenberg

Regia:
Noah Baumbach

Principali interpreti:
Ben Stiller, Greta Gerwig, Rhys Ifans, Jennifer Jason Leigh, Brie Larson, Juno Temple, Chris Messina, Dave Franco, Mark Duplass, Max Hoffman, Chris Coy, Trent Gill, Zoe Di Stefano, Sydney Rouviere, Karen Strong, Nick Nordella, Koby Rouviere, Jessica Mills, Samuel Thacker, Phoebe James, Trace Webb, Celeste Pechous – 107 min. – USA 2010

Dopo vent’anni di New York, l’ormai ultra quarantenne Roger Greenberg torna a Los Angeles, la sua città, sistemandosi provvisoriamente in casa del fratello che è partito con la famiglia per una vacanza in Vietnam. Il ritorno è l’occasione per rivedere vecchi amici, vecchi amori e per fare, anche, un bilancio della propria esistenza. Dell’antica (e sempre viva in lui) passione per la musica poco è rimasto nell’ambiente che Grenberg aveva frequentato: troppo diversi sono gli interessi di chi ha messo su casa, si è fatto una famiglia e ha dovuto provvedere ai propri figli, come l’amico Ivan, che avrebbe dovuto diventare suo partner e collaboratore nel complesso musicale a lungo progettato, negli anni dei sogni giovanili. Ivan è adesso un uomo che ha conosciuto i compromessi nel lavoro, nella vita sentimentale, nel matrimonio. Beth, sua moglie, un tempo amata da Roger Greenberg, è una donna matura, quasi spenta, che sente il peso dei figli e del difficile rapporto col marito. Roger ha visto polverizzarsi gli ideali e i sogni giovanili e ne è rimasto travolto: si è male adattato alla realtà; ha progettato senza realizzare; si è innamorato senza costruire, si è isolato dal mondo, ne ha avuto paura e si trova, ora, impossibilitato a decidere. Nell’eterno conflitto fra principio del piacere e principio di realtà, Roger ha scelto il primo e continuerebbe a farlo, nonostante le cure ricevute a New York in una clinica per malattie nervose. Purtroppo, però, anche a Los Angeles continua a manifestare il suo carattere velleitario poiché, quasi con disappunto, è riuscito a crearsi nuovi legami che impediscono il pieno realizzarsi dei suoi progetti: Florence, ad esempio, la bella assistente della famiglia del fratello, dalla quale è fortemente attratto e dalla quale vorrebbe, però, fuggire, partendo per l’Australia (ma senza soldi e, soprattutto, senza l’inseparabile burro di cacao per le labbra!). Si sente legato anche dall’affetto per il cane Mahler, che gli è stato affidato, che si è ammalato, che ora sta amorevolmente curando, e per il quale sta, forse, per terminare la cuccia che ha iniziato, mettendo alla prova la sua millantata abilità di falegname. Il ritratto di Greenberg è l’interessante rappresentazione delle nevrosi di un uomo che non si è integrato nel mondo di oggi, che è interessato esclusivamente a produrre, a fare i soldi, al successo volgare: le cure non lo hanno guarito, perciò egli è rimasto quel fanciullone fragile, un po’ svitato, ingenuo, che lo rende simpatico a chi, come lui, non si adegua e non sa però tradurre il proprio disagio in progetto davvero alternativo, limitandosi a scrivere una serie interminabile di sterili lettere di protesta. Il regista realizza questo bel ritratto di personaggio fuori dagli schemi con intelligente e indulgente ironia, con simpatia quasi amorevole, facendone scaturire una spiazzante comicità. Non stupisce che alcuni spettatori, forse i più giovani, lo trovino irritante, perché i suoi tic, le sue incertezze, le sue velleità, le sue paure ne fanno l’esatto contrario di quell’uomo sicuro di sé e determinato che viene continuamente proposto come esemplare. Bellissima interpretazione di Ben Stiller, perfetto nei panni, non facili da indossare, di un così complesso personaggio