Due amici

recensione del film.
DUE AMICI

Titolo originale:
Les deux amis

Regia:
Louis Garrel

Principali interpreti:
Golshifteh Farahani, Louis Garrel, Vincent Macaigne – 100 min. – Francia 2015.

lo scorso aprile, presentando L’uomo fedele, avevo scritto che il regista era al suo secondo lungometraggio. Ora, dopo quattro anni, i coraggiosi distributori di Movies Inspired ci permettono di vedere anche questa sua pregevole opera prima, davvero un bell’esordio di Louis Garrel come regista.

Rispetto al secondo film, questo primo maggiormente si ispira ai temi della fenomenologia d’amore, cara da secoli alla cultura francese, rinverdita dai grandi registi della nouvelle vague e dal cinema di Philip Garrel, il padre di Louis.
In modo particolare Les deux amis ha un riferimento teatrale dichiarato: la pièce del poeta romantico Alfred de Musset, dal titolo: Les caprices de Marianne.
Il tema è un difficile triangolo amoroso: due uomini, Clement (Vincent Macaigne) e Abel (Louis Garrel) sono legati da antica e profonda amicizia, ora messa a dura prova dal trasporto amoroso di Clement per Mona (Golshifteh Farahani) la bella donna misteriosa che lo respinge, non volendo rivelargli il segreto (che gli spettatori conoscono dall’inizio del film) che la induce ogni sera ad abbandonare precipitosamente la panineria della Gare du Nord a Parigi dov’è impegnata come cameriera, per salire su un treno che la riporta in Piccardia. A Clement, goffo e insicuro, il comportamento di Mona pare inspiegabile: una giornata di lavoro fra due viaggi da (o per) un luogo quanto mai misterioso; decide perciò di affidarsi ad Abel, uomo solido e fascinoso, conoscitore delle donne nonché infallibile conquistatore (sarà davvero cosi?)
Nel gioco dell’amore e del caso, invece, sarà proprio Abel a subire il fascino della donna bellissima, dando inizio a un’avventurosa storia a tre, in cui non mancano le ferite e il sangue, metafore evidenti del doloroso e progressivo chiarirsi dei ruoli e dell’inevitabile esclusione di Clément: l’amore nascente fra Abel e Mona è vero e riguarda esclusivamente la coppia degli amanti: tertium non datur!

Lo stato di grazia dell’amore, tuttavia, non è una condizione di perfetta felicità: la impediscono i sensi di colpa di Abel e la sua volontà di non ferire l’amico, la impediscono anche i sacrifici che per un lungo tempo allontaneranno i due innamorati e che per Mona saranno particolarmente gravosi. Forse, però, ne era valsa la pena.

Il racconto del regista è leggero e ironico, non privo di una certa cattiveria soprattutto nel delineare il ritratto dei due protagonisti maschili, entrambi impreparati ad affrontare la realtà della vita: non più ragazzini, ma ancora incapaci di progettare il proprio futuro assumendo in piena coscienza le proprie responsabilità, più propensi a lasciarsi vivere giorno per giorno. Positivo, invece, il personaggio femminile, che accetta serenamente le conseguenze della trasgressione amorosa che le ha regalato, per un tempo troppo breve, gioia e felicità.

Un piccolo film, un gioiellino davvero pieno di grazia. Bravissimi gli attori.

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La prima vacanza non si scorda mai

recensione del film:
LA PRIMA VACANZA NON SI SCORDA MAI

Titolo originale:
Premières vacances

Regia;
Patrick Cassir

Principali interpreti:
Camille Chamoux, Jonathan Cohen, Camille Cottin, Jérémie Elkaïm, Vincent Dedienne – 102 min. – Francia 2019.

Una premessa doverosa

Fra qualche giorno (a essere ottimisti, fra un mese) a Torino (come dappertutto in Italia) le sale cinematografiche chiuderanno per le ferie estive. In attesa del loro arrivo, gli esercenti continueranno a mettere fuori filmoni, filmacci e filmetti che ai cinefili e a chi ama il cinema di qualità poco interessano.
Ci aspettiamo che, come al solito, si lamentino poi per il profondo rosso del botteghino. Vorrei far notare che in Francia, in questo stesso periodo uscirà con ampia distribuzione, anche nelle città, il nuovo film di Quentin Tarantino.

Venerdì scorso, con la visione di questo film, ho terminato anche l’ultimo dei miei carnet di cinque film in abbonamento a costi molto ridotti. Alla cassa mi è stato chiesto se intendevo rinnovarlo, visto che il carnet mantiene la sua validità fino alla fine di agosto. Massima è stata però l’incertezza sulla presenza di  eventuali rassegne estive a Torino: una ridda di forsevedremopuò darsi, di fronte alla quale, ovviamente non ho rinnovato proprio nulla.
Quello che meraviglia non è tanto il fatto che gli esercenti privati chiudano in questo modo la stagione, facendo prevalere i loro miopi calcoli, quanto il fatto che le sale istituzionalmente preposte alla diffusione del cinema chiudano i battenti prima di tutti gli altri. Lascia stupefatti, perciò, che se i privati torinesi tireranno avanti, col fiato corto, almeno fino alla metà di luglio, il cinema Massimo-MNC (Museo Nazionale Cinema) chiuderà i battenti alla fine di giugno per riaprirli alla fine di agosto. Non c’è male per un servizio gestito con i fondi pubblici!

Mi limito a dire questo, per ora, comunicando ai miei lettori e ai seguaci che questo blog non sarà chiuso per ferie: già mi sto accingendo a recensire alcuni bei film non recenti, come faccio ogni estate.

Ciò detto, ora parlerò della pellicola in questione, che pur non essendo classificabile come imperdibile, presenta qualche spunto interessante che evita di mandare completamente in vacanza il cervello, fermo restando che è un filmetto, opera prima in lungometraggio di Patrick Cassir, che ha sceneggiato questo suo lavoro insieme a Camille Chamoux, che del film è anche la protagonista femminile nella parte di Marion. 

Marion è una trentenne non bellissima, che vive a Parigi. È una brava disegnatrice-vignettista; ha molti amici e ama fare nuove conoscenze attraverso Tinder, un social network  che esiste veramente e che organizza e favorisce gli incontri di coppia. In questo modo conosce Ben (Jonathan Coen), anche lui sulla trentina, assai meno spigliato, come vedremo presto. Il loro banco di prova sarà la vacanza che i due incautamente hanno programmato alla volta della Bulgaria, durante la quale emergeranno le reciproche insofferenze, le apparenti incompatibilità, le difficoltà a comprendersi…
La Bulgaria è di maniera, come se l’aspettano i turisti ingenui; i grandi alberghi sono noiosi come le cliniche di lusso, l’idiosincrasia di Ben nei confronti della promiscuità in bagno; la difesa ossessiva della propria privacy diventano presto occasione per numerose gag ripetitive e stucchevoli, non diversamente dalla credulità sciocchina  di Marion nei confronti della primitività finto-romantica del folklore locale. Tutto diventa prevedibile, ma qualche sorpresa ce la riserva il finale, nuovamente parigino, dopo un’interminabile ora e mezza.
Come ho detto, un filmetto, non certo un capolavoro, che qualche volta ci può far sorridere.

Quel giorno d’estate

recensione del film:
QUEL GIORNO D’ESTATE

Titolo originale:
Amanda

Regia:
Mikhael Hers

Principali interpreti:
Vincent Lacoste, Isaure Multrier, Stacy Martin, Ophélia Kolb, Marianne Basler, Jonathan Cohen, Greta Scacchi, Claire Tran – 106 min. – Francia 2018

Nella Parigi dei nostri giorni, Sandrine (Ophélia Kolb), insegnante d’inglese, vive da single con la piccola Amanda (Isaure Multrier), la figlioletta di sette anni. Per lei, come per tante altre donne, i tempi del lavoro male si conciliano con i compiti materni, né le è facile, quando rientra in casa, lasciare dietro di sé le preoccupazioni e le frustrazioni accumulate fra studenti distratti, genitori minacciosi e arroganti e colleghi pavidi e poco solidali. Per fortuna, può contare sull’aiuto del giovane fratello, il ventitreenne, David (Vincent Lacoste), che, accumulando lavori precari, riesce a organizzare il proprio tempo con un po’ di flessibilità: è addetto alla manutenzione dei parchi comunali, ma arrotonda le magre entrate con qualche lavoretto occasionale e si occupa di procurare, via Internet, alloggi in affitto, per brevi periodi, ai turisti in arrivo. In questo modo aveva conosciuto la bella Lena (Stacy Martin), che si mantiene nella capitale con le sue lezioni di piano.

Così, attraverso la loro quotidianità, il regista ci presenta i personaggi di questo piccolo film, che mette in scena l’atmosfera nervosa e inquieta in cui si muovono, come loro, molti giovani del nostro tempo, che seppure non siano, per il momento, in condizioni di povertà, avvertono l’incertezza del futuro e si adoperano per affrontare i problemi più urgenti, facendo tesoro della solidarietà degli affetti, spesso in una cerchia familiare molto ristretta: Sandrine e David hanno da poco perso il padre e non hanno da vent’anni notizie della madre, che li aveva abbandonati per seguire a Londra l’uomo di cui era innamorata. In questo equilibrio traballante arriva imprevisto l’impatto col terrorismo: non una novità nella Parigi del Bataclan, ma non per questo meno crudele e assurdo. Le piccole esistenze dei nostri personaggi ne usciranno sconvolte: Sandrine muore in una sera d’estate, mentre tranquillamente in un parco attende il fratello insieme a Lena. In ritardo all’appuntamento, solo lui era stato risparmiato dalla furia omicida del folle che aveva preso a fucilate la gente che si trovava lì. Lena, ferita, era stata portata in rianimazione, mentre David, sconvolto, aveva subito pensato alla piccola Amanda. L’ultima parte del film è tutta dedicata al  loro progressivo avvicinarsi, accettandosi, nelle loro rispettive asperità, perché nonostante la tenerissima età e la precoce conoscenza del dolore, Amanda è molto decisa a rivendicare il proprio diritto a non essere trattata come un pacco da smistare da un indirizzo a un altro e Davide è troppo tenero e bisognoso di famiglia per permettere che le si aprano solo le porte dell’orfanotrofio.

Film delicato ed esile, che si interroga sul dolore, sul suo perché, sul modo per uscirne. Il regista non indugia sulle scene cruente, riprese anzi in un crepuscolo che tende a sbiadirne i contorni crudeli. Il dolore è tutto interno ai personaggi, che gli attori, disegnano con grande talento interpretativo dando verità alla tragedia che cambia la loro vita e che essi cercano di ricominciare.

Da vedere. Il racconto è straziante, ma è pudico e asciutto: i fazzoletti non occorrono.

Pallottole in libertà

recensioni del film:
PALLOTTOLE IN LIBERTÅ

Titolo originale:
En Liberté

Regia:
Pierre Salvadori

Principali interpreti:
Adèle Haenel, Pio Marmaï, Vincent Elbaz, Audrey Tautou, Damien Bonnard – 108 min. – Francia 2018.

Questo è un film bizzarro e anche un po’ bislacco: attraversa, con grande disinvoltura, non solo i generi, ma anche i registri narrativi, senza perdere di interesse, forse perché nasce come intelligente e raffinato divertimento del regista, il franco-tunisino Pierre Salvadori, non nuovo a queste mescolanze, ma pochissimo noto da noi (a me, personalmente, era ignoto).
Pierre Salvadori ha alle spalle ottimi studi letterari e cinematografici a Parigi, nonchè un certo numero di film, molto apprezzati nel mondo ,ma pessimamente distribuiti da noi, e, ça va sans dire, peggio titolati dai nostri impagabili e fantasiosi addetti.*
Il titolo originale di quest’ultima sua opera, tanto per fare un esempio, era En liberté e alludeva  al contenuto del film e, più sottilmente, alla difficoltà di vivere davvero in libertà, essendo le scelte sempre pesantemente vincolate a situazioni pre-esistenti, difficili da ignorare. Le pallottole del titolo italiano non hanno nulla a che vedere col film.

La storia ha un avvio tra il melenso e il favoloso e un seguito imprevedibile: una giovane madre, Yvonne Santi (Adèle Haenel) si adopera, come ogni sera, per addormentare il figlioletto insonne, raccontandogli, per l’ennesima volta, l’impresa eroica durante la quale aveva perso la vita il suo papà, Jean Santi, il comandante della polizia locale (siamo in Costa Azzurra). Di lì a poco, con una solenne cerimonia, sarebbe stato inaugurato un monumento dedicato a lui, assai brutto, fra applausi, retorica d’ordinanza e commozione orgogliosa del piccino, vezzeggiato e al centro dell’interesse generale insieme alla sua mamma, poliziotta anche lei.
La festa, però, non sarebbe durata a lungo: Yvonne, casualmente, scopre che quel marito non solo non era mai stato quel martire del dovere che tutti andavano dipingendo, ma che era un uomo corrotto; che aveva organizzato una finta rapina per intascare, con i suoi complici, i soldi dell’assicurazione, e che successsivamente non si era fatto scrupoli nel costruire a tavolino le prove contro un povero cristo innocente, il quale, grazie a quel mascalzone, stava in galera da otto anni. Si aprono a questo punto gli imprevedibili sviluppi del film: Yvonne, affronta con cautela l’argomento col figlio, modificando sera per sera la narrazione delle gesta paterne, ma contemporaneamente si adopera per far uscire l’innocente Antoine ( Pio Marmaï) dal carcere, seguendone successivamente il difficile percorso di re-inserimento familiare e sociale, con un’insistenza melodrammatica così petulante, da ingenerare molte equivoche situazioni e più di un fraintendimento. Intorno ai due personaggi principali, si muovono, con ruoli importanti, Louis (Damien Bonnard), agente, già amico del “martire” e timido e impacciato innamorato di Yvonne; Agnès (Audrey Tautou, ovvero la indimenticabile Amélie, riconoscibilissima e sempre magnifica; anche qui svagata e sognatrice).

In parallelo con gli sviluppi più ovvi (la fatina-crocerossina, talmente invadente da diventare un vero e proprio stalker), il film percorre anche altre strade e fa coesistere la malinconia di Antoine, per i suoi otto anni perduti, con la sua  rabbia grottesca e spiazzante; oppure l’imbarazzo amoroso di Louis con la sua trascuratezza professionale. Nascono perciò numerose gag che, mentre sottolineano l’assurdità delle situazioni, rendono sfuggente la vera natura dei personaggi, quasi celati dietro una maschera che continuamente ne altera la personalità. Questo modo di procedere è accompagnato dall’estrema ricercatezza della sceneggiatura, di cui, nella versione originale (beato chi l’ha vista!) si possono cogliere raffinatezze e pregi letterari (così almeno secondo un bell’articolo di Joachim Lepastier sui Cahiers du cinema pubblicato nell’ottobre 2018 alla pag. 34, seguito dall’intervista a Pierre Salvadori).
Richiedere che la versione originale sia resa disponibile agli appassionati, almeno sul DVD, mi sembra, allora, doveroso.

*si trovano sul mercato italiano almeno due film:

Piccole crepe, grossi guai-2014 (era: Dans la cour)
Ti va di pagare?-2006 (era: Hors de Prix)

L’uomo fedele

recensione del film:
L’UOMO FEDELE

Titolo originale:
L’Homme Fidèle

Regia:
Louis Garrel

Principali interpreti:
Laetitia Casta, Lily-Rose Depp, Joseph Engel, Louis Garrel – 75 min. – Francia 2018.

Chi non ha visto questo film potrebbe immaginare che in casa Garrel si stia trasmettendo di padre in figlio la passione per l’indagine della fenomenologia amorosa, secondo il gusto del racconto morale cinematografico, nel solco della tradizione culturale, tutta francese, del conte philosophique. Il film, probabilmente, lo farà ricredere. 

I personaggi e i primi sei minuti del film

Una Parigi quasi da cartolina, con tanto di Tour Eiffel sorvolata rapidamente; l’avvicinarsi delle case dell’arrondissement abitato dalla media borghesia dei giovani in carriera: siamo alla scena introduttiva del film che ci offre la location del racconto, e, indirettamente, l’ambiente sociale in cui si svolgerà, quello dei protagonisti, che compaiono in medias res, alle prese con le operazioni quotidiane del dopo-risveglio.
Lui (Louis Garrel) è Abel, giovane giornalista che vive nella casa di Marianne, la donna che ama (Laetitia Casta). Si è appena alzato e ora sta preparandosi la colazione; lei, ancor mezzosvestita, lo raggiunge in cucina: è visibilmente imbarazzata e ha urgenza di parlargli per dirgli:

-di aspettare un figlio (sorriso radioso di Abel);
-che il figlio non è suo (il sorriso si spegne);
-che il figlio è di Paul (sguardo che si rabbuia: è il suo migliore amico)
-che con Paul ha fissato, nel rispetto della bigotta famiglia di lui, la data molto ravvicinata delle nozze;
-che dovrà pertanto andarsene al più presto perché quella casa diventerà il domicilio coniugale di lei e di Paul.

Di questo matrimonio senza storia, non sapremo altro, così come ignoreremo tutto di Paul, riferimento senza volto e senza identità, che per nove anni, ovvero fino alla sua morte improvvisa, era stato il marito di lei e il padre di Joseph (un piccolo ma bravissimo Joseph Engel).
Sono passati soltanto sei minuti: la situazione iniziale si è più volte ribaltata, costringendoci all’attesa guardinga di ciò che avverrà.
———
Si riposizionano i personaggi:
Abel, l’uomo fedele, è ora un giornalista affermato;
Marianne è ora la segretaria indispensabile di un giovane politico ambizioso e belloccio;
il figlio di Paul, Joseph, è un ragazzino sveglio e fantasioso, appassionato di film gialli e di storie poliziesche, che vorrebbe la mamma solo per sé.
Si sono visti tutti ai funerali di Paul; Abel e Marianna potrebbero ricominciare daccapo la loro storia di coppia, ma la gelosia di Joseph, terzo incomodo fra i due, di nuovo innamorati, lascia spazio a nuovi e imprevedibili sviluppi, mentre un nuovo personaggio ne insidia l’armonia ritrovata: è la giovanissima Eve (Lily-Rose Depp), sorella del defunto Paul, che, appena uscita dall’adolescenza, contende a Marianne l’amore di Abel, ancora una volta arrendevole e pronto ad andarsene, traslocando bagagli e ricordi da una casa all’altra, da una storia a un’altra, fedele soprattutto alla propria inerzia, per incapacità di scegliere e di amare davvero. Non racconterò altro, ma molto altro accadrà…il film è da vedere.

La sceneggiatura, scritta dallo stesso regista e da Jean-Claude Carrière, proprio quello stesso degli ultimi film di Luis Buñuel, dà vita a questo grottesco e straniante film, corrosivo dei luoghi comuni, che, con una forte presa sull’attualità, ci presenta un ritratto impietoso dei giovani borghesi di oggi, inconcludenti, sotto l’apparente mitezza, come Abel, o crudeli, sotto l’apparente liberalità sentimentale, come Marianne; capricciosi, come Eve, ma in fondo tutti quanti incapaci di uscire da sé, di comprendere gli altri, privi di slanci ideali, stanchi e vecchi anche da giovani.
Pochi, ma molto bravi gli attori fra i quali spicca una Laetitia Casta davvero superba nei panni del personaggio ambiguo di Marianne e Louis Garrel, credibile Abel, ignavo bamboccione senza qualità.

Visages Villages

 

 

recensione del film:
VISAGES, VILLAGES

Regia:
JR, Agnès Varda

Documentario
– 90 min. – Francia 2017

Con questa recensione, concludo il ricordo di Agnès Varda, regista e protagonista, insieme al giovane artista JR, di questo eccezionale film, presentato fuori concorso al Festival di Cannes del 2017 (e successivamente candidato all’Oscar del 2018).

Agnès non conosceva JR di persona, ma ne aveva ammirato l’attività di artista, noto nel mondo per le composizioni e le installazioni fondate sulle proprie gigantografie; allo stesso modo JR aveva  ammirato le creazioni di Agnès, senza conoscerla, eppure entrambi si erano più volte sfiorati negli ambienti degli artisti o nella vita quotidiana parigina. L’abboccamento era avvenuto nell’accogliente e storica dimora di Agnès in Rue Daguerre, base operativa del suo vecchio documentario Daguerréotypes (1976),dove “Agnès-la-Daguerréotypesse” viveva e lavorava da sempre.
Era stata sua figlia, Rosaria Varda, produttrice cinematografica, a organizzare il loro primo colloquio, dal quale era scaturito il progetto di Visages Villages, secondo le intenzioni iniziali un cortometraggio di soli dieci minuti.
In corso d’opera, tuttavia, dopo 18 mesi di lavorazione (una settimana ogni mese dedicata alle riprese e il resto del tempo all’elaborazione del materiale raccolto) il cortometraggio era diventato questo magnifico film di un’ora e mezza, ciò che aveva richiesto l’intervento di alcuni produttori, a integrazione della piccola ma importantissima somma iniziale, raccolta col crowldfunding, che ne aveva reso possibile il decollo.

Col suo caschetto di capelli bicolori, dunque, Agnès, classe 1928, si accingeva a mettersi in viaggio al  fianco di JR (il giovanotto inseparabile dai suoi occhiali scuri), classe 1983, sedendo accanto a lui, sul singolare e magico automezzo attrezzato per fotografare e per trasformare in pochi istanti qualsiasi fotografia in una stupefacente gigantografia, pronta per essere incollata sulla superficie destinata allo scopo, talvolta nell’intento di rianimare un luogo spento e insignificante; altre volte, invece, per far rivivere, nella bellezza dell’immagine, l’emozione che l’aveva originata.
Il film, dunque, è un on the road ricco di incontri, alla scoperta della Francia dei villaggi: quelli in cui molti vivono accettando le novità e i vantaggi della moderna rivoluzione informatica; quelli a rischio di estinzione, dove ancora sopravvivono gli ultimi custodi della memoria locale ignorata dalla globalizzazione, dove l’arrivo dei due artisti che ascoltano con interesse le antiche storie e i personali ricordi diventa l’emozionante occasione per far rivivere, col cinema e con le composizioni di JR, un po’ di quel passato che non si vuole cancellare.
Emerge inaspettatamente l’umanità dolente degli sconfitti che non cedono; si scoprono personaggi bizzarri e poetici, come il vecchio Pony, misantropo, orgoglioso e felice, che, senza aver letto Latouche, ha rifiutato il “progresso” in nome della bellezza dell’universo e di quella del riciclo.
Al richiamo della bellezza e dell’arte di JR tutti accorrono: la barista, ora immortalata sull’alto muro di una casa all’ingresso della città; le donne di Le Havre; i lavoratori di una fabbrica che produce, a ciclo continuo, acido cloridrico e che della loro presenza solidale lasciano sui muri un’indimenticabile testimonianza.
Qualche prezioso ricordo di Agnès trova spazio nel film: la visita alla tomba abbandonata e solitaria di Cartier-Bresson, la corsa (in carrozzella) al Louvre, nel ricordo di Godard; la gigantografia di Guy Bourdin sul bunker tedesco conficcato come una scultura contemporanea su una spiaggia sabbiosa della Manica, soggetta al vento e all’alta marea, immagine emblematica dell’intero film, che della precariètà di ogni  bellezza e di ogni ricordo fa uno dei temi centrali della narrazione.

Colpisce di quest’ opera la semplicità asciutta del racconto, emozionante sicuramente, mai lacrimoso, però, grazie all’attentissimo montaggio di Agnès, vera mente del film, convinta da sempre che un documentario non consista nella semplice addizione di sequenze interessanti, ma che debba essere costruito per guidare, con mano leggera, gli spettatori a riconoscere le emozioni vere, ripulite dalle sbavature patetiche sempre in agguato quando è in gioco la memoria di ciò che è stato, troppo spesso amara e dolorosa. A questo scopo si rivela utile anche la bella e pertinente colonna sonora originale di Matthieu Chedid.

Film memorabile di immagini, di storie, di parole e di musica: uno dei più belli di questi ultimi anni.

 

 

 

 

Cléo dalle 5 alle 7

recensione del film:
CLEO DALLE 5 ALLE 7

Titolo originale:
Cléo de 5 à 7

Regia:
Agnès Varda

Principali interpreti

Corinne Marchand, Antoine Bourseiller, Dominique Davray, Dorotée Blanck, Michel Legrand, José Louis de Villalonga. – 85 min. – Francia 1962.

Ad Agnès Varda, la splendida novantenne signora del cinema francese, grande regista e grande fotografa, scomparsa qualche giorno fa, dedico la recensione di questo suo bellissimo film, il primo uscito in Italia, cui farò seguire quella dell’ultimo, uscito nelle nostre sale un anno fa: Visages-VIllages.
È un tributo modestissimo, ma molto affettuoso, alle sue opere, che sempre mi hanno comunicato emozionanti riflessioni sul tempo che inesorabile passa, sullo sgomento per l’ineluttabilità della fine, insieme alla gioia di vivere, “fino all’ultimo respiro”, il grande e misterioso dono che è la nostra vita.

Florence, in arte Cléo (Corinne Marchand), è una giovane e bella donna, cantante radiofonica di successo, che si è recentemente sottoposta ad alcuni esami clinici di cui sta attendendo i risultati, in un crescendo di ansia e timore.
I tarocchi della cartomante, così come  le superstiziose precauzioni della sua segretaria-governante, le sembrano sinistri presagi dell’approssimarsi della morte e ingigantiscono nel suo cuore l’angosciosa attesa della diagnosi.
Il tempo del film accompagna, quasi esattamente, il tempo reale delle due ore pomeridiane (dalle 5 alle 7) che separano Cléo dall’incontro temuto col medico che si occupa di lei. Siamo a Parigi, in un giorno speciale: il primo giorno dell’estate.
Cléo, per la prima volta, ha voluto uscire da sola nella grande città, libera finalmente di vagare senza meta, guardandosi attorno, lontana da quella dimora un po’ rifugio e anche un po’ gabbia dorata, luogo delle carezze  e delle coccole che condivide con gli amici musicisti, la segretaria impicciona, l’amante che la trascura, i gatti che ne occupano ogni spazio morbido e caldo.
Con occhi nuovi, senza alcuna mediazione, Cléo vede nei luoghi abituali persone del tutto sconosciute: ascolta le loro storie, conosce il loro dolore, cerca e ritrova, infine, l’amica di sempre, che si guadagna da vivere posando in un laboratorio di scultura. Scopre che il giovane che vive con lei è un aspirante regista, che le mostra un breve film (una bella sorpresa: J. Luc Godard e Anna Karina fanno gli attori!).
Continuando nella sua passeggiata, Cléo arriva al Parco di Montsouris, dove incontra Antoine (Antoine Bourseiller), un ragazzo, militare in partenza per l’Algeria, non meno preoccupato di lei per il destino che lo attende… È l’incontro decisivo, che l’aiuterà finalmente ad affrontare la verità delle proprie condizioni di salute. Che cosa sarà di loro, non è dato sapere: si scriveranno, forse si rivedranno: si sono scambiati un bacio e l’indirizzo, ma nessuno può davvero prevedere il loro futuro.
La primavera se n’era andata con tutti i suoi fiori, per lasciare ai frutti succosi dell’estate la testimonianza della meravigliosa bellezza della vita nella sua maturità: forse era arrivato anche per Cléo il momento di abbandonare la sua vita di ragazzina viziata e protetta e di affrontare il futuro: la metamorfosi era arrivata proprio quando, al colmo dell’angoscia, aveva sentito l’urgenza di uscire dal bozzolo confortevole e di guardare finalmente fuori di sé, aprendosi al mondo e agli altri, senza illusioni, come tutti, ma decisa ad accettare le gioie e i dolori che la vita le avrebbe riservato.

Noi non sappiamo quale sortiremo
domani, oscuro o lieto;
forse il nostro cammino
a non tócche radure ci addurrà
dove mormori eterna l’acqua di giovinezza;
o sarà forse un discendere
fino al vallo estremo,
nel buio, perso il ricordo del mattino…

Eugenio Montale – Ossi di seppia
(Mediterraneo – VI movimento Versi 1-6)

Le nostre battaglie

recensione del film:
LE NOSTRE BATTAGLIE

Titolo originale:
Nos batailles

Regia:
Guillaume Senez

Principali interpreti:
Romain Duris, Laure Calamy, Laetitia Dosch, Lucie Debay, Basile Grunberger, Lena Girard Voss, Dominique Valadié, Sarah Lepicard – 98 min. – Belgio, Francia 2018.

In un enorme magazzino, in cui si stoccano merci da smistare e consegnare, lavorano uomini e donne con compiti diversi, secondo il reparto, ma tutti costretti a orari massacranti, ritmi di lavoro insostenibili, temperature gelide in pieno inverno, contratti a scadenza, rinnovabili, ma anche no. Sicuramente no se non ce la fai più perché a cinquant’anni sei già vecchio, perché lo stress ti ha logorato la salute, o, perché, se sei donna, la gravidanza non ti permette imprudenti sforzi.
Lo sfruttamento è da padroni delle ferriere, nonostante i rappresentanti sindacali, che sempre si prendono a cuore i problemi di tutti, organizzino le assemblee e le proteste generali e mettano al corrente i capi dello scontento crescente di chi lavora.

Olivier Vallet (Romain Dury), sindacalista impegnato, quasi per tradizione familiare, è colui che si fa carico delle richieste e del disagio degli sventurati colleghi ben oltre l’orario di lavoro, cosìcché arriva a casa giusto per mangiare in fretta un boccone e per cercar di dormire un po’: il suo tempo è sempre troppo scarso per ricuperare la stanchezza, scarsissimo poi per ascoltare i problemi di Laura, sua moglie (Lucie Debay) e per stabilire un decente rapporto con i suoi bambini, dei quali si occupa solo lei, che a sua volta lavora.

Il film passa presto dalla descrizione dei problemi del lavoro precario all’indagine sugli effetti che una simile organizzazione del lavoro ha sulla famiglia, il centro degli affetti più profondi e soprattutto delle presenze indispensabili, se ci sono i figli: gli orari disumani non permettono di di occuparsi di loro, di seguirli, di giocare con loro, di amarli davvero.

Laura è troppo sola e depressa: sulle sue fragili spalle il peso intero del menage domestico e dei due piccoli: Elliot, il più grandicello (Basile Grunberger), ancora dolorante per le piaghe lasciate da un’ustione gravissima, permette solo a lei di toccarlo per le medicazioni, perché le sue mani sono leggere, delicate, e perché la sua voce lo distrae allontanando il dolore. La piccola Rose, invece, ha paura del buio: a lei, ai suoi racconti, alle sue letture animate, alla sua tenerezza il merito di cacciar via quei suoi fantasmi tenebrosi.
Laura è però davvero in difficoltà: ha cercato di parlarne a Olivier , ma ha lasciato perdere: lui è lontano, stanco, non può capire: se ne va, allora, perché non ce la fa più e lascia tutti nell’incredulità, nell’angoscia, per non parlare dei bambini, letteralmente travolti. La solidarietà familiare non si fa attendere: arriva la nonna, madre di Olivier, che per aver provato a suo tempo la solitudine di Laura, la difende; arriva la sorella di Olivier, carica di doni, che fa del suo meglio, finché arriva inevitabilmente  il sostegno di una brava psicologa, col suo saggio suggerimento, indispensabile per elaborare il lutto profondo, non risarcibile dei due piccini e anche di Olivier.

Un altro bel film dalla Francia, dalla cui cultura, e sempre più spesso dal suo cinema, arrivano stimolanti riflessioni per comprendere il mondo, i suoi veloci cambiamenti e le nostre difficoltà.

 

In guerra

recensione del film:

IN GUERRA

Titolo originale:

En guerre

Regia:

Stéphane Brizé

Principali interpreti:

Vincent Lindon, Mélanie Rover, Jacques Borderie, David Rey, Olivier LemaireIsabelle Rufin, Bruno Bourthol, Sébastien Vamelle, Valérie Lamond, Guillaume Daret, Jean Grosset, Frédéric Lacomare, Anthony Pitalier, Séverine Charrie – 105 min. – Francia 2018.

Presentato a novembre nelle nostre sale e dalle medesime assai presto uscito, l’ho miracolosamente ripreso al volo e in lingua originale, grazie  alla breve riproposizione del cinema Massimo di Torino (Museo del Cinema).

La vicenda in breve e il film

Nel cuore della Francia di oggi (Nuova Aquitania) più di mille lavoratori della Perrin, fabbrica dell’indotto automobilistico ad alto contenuto tecnologico, sono impegnati a difendere il posto di lavoro, messo in forse dalla direzione dell’azienda che ha sede in Germania, di cui lo stabilimento francese è parte organica. Dalle parole del sindacalista Laurent (Vincent Lindon, magnifico) apprendiamo subito che i motivi dello scontro vanno ricercati nella disdetta padronale dell’accordo, sottoscritto dalle due parti in conflitto due anni prima, quando i lavoratori, pur di difendere la sicurezza del posto di lavoro, avevano rinunciato, per cinque anni a qualsiasi rivendicazione salariale, con un sacrificio non piccolo, che non avrebbe impedito purtroppo alla proprietà tedesca di chiedere la chiusura della sua filiale francese, in crisi di mercato.

Questo bel film è la storia di una vera e propria guerra, vissuta dagli spettatori in presa diretta fin dalla prima scena, nella quale la presenza dei giornalisti e della TV ai colloqui fra i sindacalisti e i dirigenti dell fabbrica assume il valore indicativo della scelta narrativa del regista: la cronaca, che presto penetra, tuttavia, al di là degli aspetti documentari e giornalistici, per parlarci di quegli aspetti che spesso sfuggono alla frettolosa narrazione dei fatti. Se, infatti, al centro del film è lo scontro aspro fra antagonisti classici della storia occidentale degli ultimi due secoli (e anche di una parte della storia del suo cinema), il regista coglie, in tutta la loro durezza, gli elementi di novità che potrebbero rendere insanabile il conflitto, mostrandoci, attraverso i personaggi e le loro parole i caratteri connotativi delle classi in lotta: da una parte l’anarchismo sempre più arrogante, mascherato dal bon ton di facciata e dal bla bla dei luoghi comuni duri a morire, dei neo-liberisti internazionali, riottosi a riconoscere l’urgenza di mediazioni che ne limitino lo strapotere; dall’altra, attraverso le divisioni all’interno del sindacato, l’inesistenza palese di una strategia capace di proporre soluzioni alla nuova sfida della globalizzazione non ricorrendo soltanto alle armi spuntate e subalterne della rivendicazione e degli slogan, inutilmente urlati dall’onesto e generoso Laurent Amédeo. Egli inoltre  evidenzia, attraverso l’imbarazzo balbettante delle autorità politiche, l’inadeguatezza del potere pubblico a farsi portatore di proposte capaci di sbloccare situazioni apparentemente senza uscita, restituendo ai più deboli qualche speranza e qualche ragione per vivere.

Stephan Brizé  affronta, dunque,  ancora il tema del lavoro e della sua precarietà nel mondo globalizzato, dopo aver fatto uscire qualche anno fa La legge del mercato (2015), con lo stesso attore di allora, Vincent Lindon, senza indugiare (lodevolmente) questa volta, però, sugli aspetti privati e patetici della vita del protagonista. Ci offre, in tal modo, con questo durissimo e tragico film, numerose occasioni di riflessioni sul nostro presente e sul futuro probabilmente non roseo che attende le prossime generazioni.

Da vedere e meditare!

Il gioco delle coppie

recensione del film

IL GIOCO DELLE COPPIE

Titolo originale:

Doubles vies

Regia:

Olivier Assayas

Principali interpreti:

Guillaume Canet, Juliette Binoche, Vincent Macaigne, Nora Hamzawi, Christa Théret, Pascal Greggory, Laurent Poitrenaux, Sigrid Bouaziz, Lionel Dray, Nicolas Bouchaud, Antoine Reinartz – 100 min. – Francia 2018.

Il titolo italiano è, al solito, fuorviante, ma il film, se non vi lasciate ingannare, è un’occasione intelligente per riflettere sorridendo

Il titolo italiano, forse, si propone di attrarre chi cerca una commedia piccante, ma è del tutto fuori luogo per quest’ultimo film di Olivier Assayas, il sofisticato regista francese che con i suoi personaggi, questa volta ci parla dei problemi che stanno nascendo per il mutamento velocissimo della tecnica della comunicazione.  Internet, infatti, ha favorito non solo la velocità della posta e delle transazioni commerciali, ma, soppiantando completamente i lenti modi utilizzati da secoli per divulgare il pensiero e la scrittura, ha messo in crisi il mondo degli editori, figure professionali, forse in via di estinzione, mediatori indispensabili, fino a ieri, fra le esigenze del mercato librario e quelle della libertà dell’esprimere e del creare. In questo film, intelligente e spiritoso, Assayas ci fa entrare subito nel cuore del problema: un editore, Alain (Guillaume Canet), uno scrittore Leonard (Vincent Macaigne), molte discussioni, amabili e chic, come si conviene a intellettuali di buona cultura e un po’ nostalgici dei tempi in cui gli editori sceglievano i loro autori avendo ben presente il loro pubblico, secondo una prassi consolidata, ora travolta dalle opportunità offerte dal web, luogo per eccellenza degli scrittori “fai da te”. Le donne del film, a loro volta intelligenti e colte, sembrano essersi adattate un po’ meglio all’evolversi dei tempi: la moglie di Alain, Selène (Juliette Binoche), già attrice shakespeariana, si è da tempo rassegnata a interpretare ruoli molto meno prestigiosi, recitando per i serial televisivi la parte di donna poliziotto, orribilmente travestita; la moglie  di Leonard, Valérie (Nora Hamzawi), è segretaria di un uomo politico di sinistra e lo aiuta nella corsa elettorale, quanto mai incerta, perchè anche nella società è penetrato il virus dei social network e anche i politici sono soggetti ai Like e al narcisismo degli incompetenti. Chi, invece, non nutre alcun dubbio sulle magnifiche sorti e progressive del futuro virtuale è la giovanissima segretaria-amante di Alain: Laure (Christa Théret) ottimista come è giusto che sia una giovane donna che ha studiato a fondo il problema e che si impegna per inventare soluzioni alle difficoltà crescenti, senza riserve nostalgiche, ma animata da profonda fiducia nel futuro, senza la quale, non restano che i rimpianti sterili e una battaglia di retroguardia sicuramente perdente. Il bel finale sorridente sembra ridestare, anche nei personaggi più disillusi, un po’ di speranza, trasmettendola, come mi auguro, agli spettatori. Grandissimi gli attori, credibilissimi nella parte difficile che il regista ha voluto assegnare loro, in questo suo ultimo film talvolta surreale nel gioco tragi-comico del rispecchiamento narcisistico che spesso lo rende spiazzante e non tra i più facili: non per tutti, perciò.

Nota del 30 gennaio 2019

La citazione dal Gattopardo (che si trova alla fine del film e che è presente anche nel trailer italiano) riporta quasi alla lettera le parole di Tancredi allo zio, principe Fabrizio, nel romanzo di Tomasi di Lampedusa. Ritengo utile questa precisazione, dopo aver letto, nell’appendice di un interessante saggio di Carlo Ginzburg*, le Noterelle su Il Gattopardo, in cui questa frase viene accuratamente analizzata e interpretata anche alla luce dei numerosi fraintendimenti che ha generato. Credo che sarebbe molto utile, per una più precisa individuazione dei significati di questo film, riflettere sui motivi per i quali Olivier Assayas ha inserito nel suo film questa citazione.

* NONDIMANCO (Machiavelli- Pascal) ed. Adelphi 2018