La belle époque

recensione del film:
LA BELLE EPOQUE

Regia:
Nicolas Bedos

Principali interpreti:
Daniel Auteuil, Guillaume Canet, Doria Tillier, Fanny Ardant, Pierre Arditi, Denis Podalydès, Michaël Cohen, Jeanne Arènes, Bertrand Poncet, Bruno Raffaelli (II), Lizzie Brocheré, Thomas Scimeca, Christiane Millet – 110 min. – Francia 2019.

È di questi giorni l’uscita di La belle époque, film pregevolissimo del francese Nicolas Bedos, regista al suo secondo lungometraggio: il precedente, Un amore sopra le righe era stato in sala nella primavera dello scorso 2018, ma se n’erano accorti in pochi. Per fortuna il suo DVD è reperibile sul mercato nazionale e, a quanto ne so, Sky lo distribuisce in streaming. Peccato averlo perso su grande schermo.

Si erano conosciuti in un bar di Lione (LA BELLE EPOQUE era il nome esibito sull’ insegna) Marianne (Fanny Ardant), a quei tempi bellissima e seducente nella sua bizzarria e Victor (Daniel Auteuil), amante della bellezza, dell’arte e abile ritrattista. Era stato, per entrambi, attrazione immediata e amore a prima vista.
Aspirante disegnatore, lui, aspirante psicologa lei, si erano trasferiti a Parigi, dove lei si era laureata e dove ciascuno di loro si sarebbe realizzato nel lavoro agognato.
Si erano sposati ed era stato un bel matrimonio da cui era nato un figlio, ora affermato professionista.

L’arrivo della grafica computerizzata, seguita dall’affermarsi della riproduzione seriale di disegni anonimi e tutti uguali, nella ricerca di facile sensazionalismo, avevano messo in crisi il povero Victor, artista-artigiano, a cui era passata persino la voglia di disegnare: né aveva provato a reagire sfruttando le opportunità offerte dalle novità tecnologiche.
Marianne, forse per aiutarlo a superare le difficoltà, o forse perché stanca della sua apatia rinunciataria, aveva preso a strapazzarlo, a tradirlo, a umiliarlo, fino a cacciarlo di casa. Sarebbe stato quel loro unico figlio ad aiutarlo, presentandolo all’amico Antoine (l’intelligente e fascinoso Guillaume Canet), che – come dirò limitando all’indispensabile lo spoiler – è, nel corso del film l’originale e involontario deus ex machina che permette a  Victor di ritrovare l’autostima necessaria per continuare a vivere e a sperare.

Il personaggio di Antoine nella struttura narrativa del film

La storia di un grande amore che si logora non è un argomento nuovo nel cinema (neppure nella vita): difficile perciò renderlo appassionante catturando l’interesse di chi guarda.
Nicolas Bedos, che ha sceneggiato oltre che diretto il film, è riuscito nel miracolo e ha raccontato una vicenda, che è quasi un luogo comune, in modo appassionante, creando il personaggio inconsueto di Antoine, uomo nevrastenico, innamorato molto geloso di Margot (Doria Tillier), ma anche imprenditore col fiuto per gli affari: aveva inventato, con successo, il mestiere un po’ strano, dell’intrattenitore che ripristina, con cura quasi filologica, “eventi” storici, destinati ai ricconi che vorrebbero togliersi lo sfizio di vivere per un giorno, o per qualche ora, nel periodo storico che hanno sempre sognato. Finzione, dunque, imitazione un po’ kitsch del passato: negli Studios di Antoine, transitavano, infatti, attori vestiti da antichi legionari, cavalieri medioevali, colonialisti e schiavi, persino nazisti che avrebbero procurato brividi insoliti ai signori e alle dame sfaccendati che non sapevano come passare il tempo. Storia antica, ma, per un amico, Antoine avrebbe fatto l’eccezione di ricostruire, a prezzi stracciati, la Lione di quarantacinque anni fa (maggio ’68) e di riprodurre sulla scena, il bar (La belle époque) dell’incontro fra Marianne (interpretata da Margot)  e Victor.

Tra finzione e realtà, fra illusioni rinnovate e delusioni in agguato, questa esperienza sarebbe servita a ritrovare, catarticamente, la voglia di vivere e a rimettere insieme la coppia di un tempo?
Se vi ho incuriositi, come spero, lo scoprirete vedendo questo francesissimo, delizioso film, scritto molto bene, montato con audace ed ellittica eleganza e recitato da dio. Non è un capolavoro? Non lo so, ma certo è un bel film, presentato, fuori concorso, a Cannes quest’anno.

 

 

Grazie a Dio

recensione del film:
GRAZIE A DIO

Titolo originale:
Grâce à dieu

Regia:
François Ozon

Principali interpreti:
Melvil Poupaud, Denis Ménochet, Swann Arlaud, Éric Caravaca, Francois Marthouret,
Bernard Verley, Martine Erhel, Josiane Balasko, François Chattot – 137 min.

Francia 2019.

Il grande scandalo della pedofilia nelle organizzazioni della chiesa cattolica e fra i suoi ministri non è nuovo nel cinema, né è estraneo al mio blog: Il caso Spotlight (che ricostruiva l’inchiesta difficile condotta sull’argomento fra mille ostacoli da un gruppo di giornalisti coraggiosi del Boston Globe) nel 2014 riceveva l’Oscar come miglior film; in quello stesso anno, era uscito Il Club, magnifico film di Pablo Larrain, che con diverso approccio raccontava la stessa realtà, nell’ambito geografico del Cile.

Il film di Ozon affronta ora in altro modo il triste argomento: il contesto è quello della Francia cattolica della diocesi di Lione agli inizi degli anni ’90; la storia è quella reale di uomini che, oggi, ormai adulti, vorrebbero impedire a padre Bernard Preynat, il parroco vizioso che con le sue laide insidie aveva turbato profondamente non solo la loro infanzia, ma la loro stessa vita, di continuare a fare violenza ai piccoli che gli erano stati nuovamente affidati, come se nulla fosse successo. La Chiesa, dopo averlo allontanato e destinato ad altri compiti, aveva creduto al suo ravvedimento e gli aveva concesso il perdono, mentre il cardinale di Lione Philippe Barbarin che molto si era adoperato per evitare lo scandalo pubblico, auspicava un’ipocrita “assoluzione” buonistica, che insabbiasse il dolore ed evitasse qualsiasi ricorso alla giustizia civile, del resto inutile, visto l’approssimarsi della scadenza dei termini legali per presentare denuncia.
L’aspetto più interessante del film è nella volontà tormentosa di ricostruzione del proprio vissuto, impossibile da rimuovere, da parte dei protagonisti della storia. Essi sono principalmente Alexandre (splendido Melvil Poupaud nei panni di un cattolico, padre di famiglia, che vorrebbe una chiesa più coraggiosa e trasparente); François (grande Dénis Menochet, nella parte di chi ha perso la fede e ora si batte con Alexander, con l’intento, diverso, di nuocere all’istituzione, non riformabile, nonostante le speranze e i progetti di molti cattolici generosi sognatori e inguaribili utopisti) e infine il fragile Emmanuel (sensibilissimo Swann Arlaud, efficace interprete dell’incerto e tormentato personaggio che aveva subito le ferite, non solo fisiche, più devastanti e dolorose, ansioso di dimenticare).

Nel 2014, coll’intento di raccogliere il maggior numero possibile di testimonianze degli abusati, Alexandre aveva fondato un’associazione virtuale: La parola liberata, che garantiva l’anonimato e la liberazione dalle angosce individuali attraverso il racconto e la scrittura, ma solo nel 2016, con la denuncia aperta alla libera stampa e alle reti televisive nazionali fu possibile dar voce ampia alla denuncia: l’affaire Barbarin aveva ora la risonanza nazionale e internazionale dovuta, cosicché, finalmente, si vedeva il papa impegnato ad affrontare lo scandalo con la giusta energia.

Il film, gran premio della giuria (Orso d’argento) al Festival di Berlino quest’anno, è delicato e pudico nel racconto di un dolore difficilmente risarcibile, ed è tuttavia fermissimo nella denuncia veritiera, che nel dipingere l’orrore di quei fatti, ha ben presente la necessità di evitare ulteriori ferite ai deboli, che come sempre in questi casi, difficilmente riescono a vincere i profondi sensi di colpa che li sconvolgono. Lo sanno bene le donne, che, da sempre oggetto di abusi e violenze,  molto spesso rinunciano persino a parlarne. Ce lo ricordano, in una scena indimenticabile, le lacrime di  Marie, la moglie di Alexandre, che solo con il fragilissimo Emmannuel, il più debole di tutti, trova il coraggio della sincerità: era solo una bambina, quando un vicino di casa l’aveva stuprata. E non era un prete…

È, come si sarà capito, un film da vedere.

Due amici

recensione del film.
DUE AMICI

Titolo originale:
Les deux amis

Regia:
Louis Garrel

Principali interpreti:
Golshifteh Farahani, Louis Garrel, Vincent Macaigne – 100 min. – Francia 2015.

lo scorso aprile, presentando L’uomo fedele, avevo scritto che il regista era al suo secondo lungometraggio. Ora, dopo quattro anni, i coraggiosi distributori di Movies Inspired ci permettono di vedere anche questa sua pregevole opera prima, davvero un bell’esordio di Louis Garrel come regista.

Rispetto al secondo film, questo primo maggiormente si ispira ai temi della fenomenologia d’amore, cara da secoli alla cultura francese, rinverdita dai grandi registi della nouvelle vague e dal cinema di Philip Garrel, il padre di Louis.
In modo particolare Les deux amis ha un riferimento teatrale dichiarato: la pièce del poeta romantico Alfred de Musset, dal titolo: Les caprices de Marianne.
Il tema è un difficile triangolo amoroso: due uomini, Clement (Vincent Macaigne) e Abel (Louis Garrel) sono legati da antica e profonda amicizia, ora messa a dura prova dal trasporto amoroso di Clement per Mona (Golshifteh Farahani) la bella donna misteriosa che lo respinge, non volendo rivelargli il segreto (che gli spettatori conoscono dall’inizio del film) che la induce ogni sera ad abbandonare precipitosamente la panineria della Gare du Nord a Parigi dov’è impegnata come cameriera, per salire su un treno che la riporta in Piccardia. A Clement, goffo e insicuro, il comportamento di Mona pare inspiegabile: una giornata di lavoro fra due viaggi da (o per) un luogo quanto mai misterioso; decide perciò di affidarsi ad Abel, uomo solido e fascinoso, conoscitore delle donne nonché infallibile conquistatore (sarà davvero cosi?)
Nel gioco dell’amore e del caso, invece, sarà proprio Abel a subire il fascino della donna bellissima, dando inizio a un’avventurosa storia a tre, in cui non mancano le ferite e il sangue, metafore evidenti del doloroso e progressivo chiarirsi dei ruoli e dell’inevitabile esclusione di Clément: l’amore nascente fra Abel e Mona è vero e riguarda esclusivamente la coppia degli amanti: tertium non datur!

Lo stato di grazia dell’amore, tuttavia, non è una condizione di perfetta felicità: la impediscono i sensi di colpa di Abel e la sua volontà di non ferire l’amico, la impediscono anche i sacrifici che per un lungo tempo allontaneranno i due innamorati e che per Mona saranno particolarmente gravosi. Forse, però, ne era valsa la pena.

Il racconto del regista è leggero e ironico, non privo di una certa cattiveria soprattutto nel delineare il ritratto dei due protagonisti maschili, entrambi impreparati ad affrontare la realtà della vita: non più ragazzini, ma ancora incapaci di progettare il proprio futuro assumendo in piena coscienza le proprie responsabilità, più propensi a lasciarsi vivere giorno per giorno. Positivo, invece, il personaggio femminile, che accetta serenamente le conseguenze della trasgressione amorosa che le ha regalato, per un tempo troppo breve, gioia e felicità.

Un piccolo film, un gioiellino davvero pieno di grazia. Bravissimi gli attori.

La prima vacanza non si scorda mai

recensione del film:
LA PRIMA VACANZA NON SI SCORDA MAI

Titolo originale:
Premières vacances

Regia;
Patrick Cassir

Principali interpreti:
Camille Chamoux, Jonathan Cohen, Camille Cottin, Jérémie Elkaïm, Vincent Dedienne – 102 min. – Francia 2019.

Una premessa doverosa

Fra qualche giorno (a essere ottimisti, fra un mese) a Torino (come dappertutto in Italia) le sale cinematografiche chiuderanno per le ferie estive. In attesa del loro arrivo, gli esercenti continueranno a mettere fuori filmoni, filmacci e filmetti che ai cinefili e a chi ama il cinema di qualità poco interessano.
Ci aspettiamo che, come al solito, si lamentino poi per il profondo rosso del botteghino. Vorrei far notare che in Francia, in questo stesso periodo uscirà con ampia distribuzione, anche nelle città, il nuovo film di Quentin Tarantino.

Venerdì scorso, con la visione di questo film, ho terminato anche l’ultimo dei miei carnet di cinque film in abbonamento a costi molto ridotti. Alla cassa mi è stato chiesto se intendevo rinnovarlo, visto che il carnet mantiene la sua validità fino alla fine di agosto. Massima è stata però l’incertezza sulla presenza di  eventuali rassegne estive a Torino: una ridda di forsevedremopuò darsi, di fronte alla quale, ovviamente non ho rinnovato proprio nulla.
Quello che meraviglia non è tanto il fatto che gli esercenti privati chiudano in questo modo la stagione, facendo prevalere i loro miopi calcoli, quanto il fatto che le sale istituzionalmente preposte alla diffusione del cinema chiudano i battenti prima di tutti gli altri. Lascia stupefatti, perciò, che se i privati torinesi tireranno avanti, col fiato corto, almeno fino alla metà di luglio, il cinema Massimo-MNC (Museo Nazionale Cinema) chiuderà i battenti alla fine di giugno per riaprirli alla fine di agosto. Non c’è male per un servizio gestito con i fondi pubblici!

Mi limito a dire questo, per ora, comunicando ai miei lettori e ai seguaci che questo blog non sarà chiuso per ferie: già mi sto accingendo a recensire alcuni bei film non recenti, come faccio ogni estate.

Ciò detto, ora parlerò della pellicola in questione, che pur non essendo classificabile come imperdibile, presenta qualche spunto interessante che evita di mandare completamente in vacanza il cervello, fermo restando che è un filmetto, opera prima in lungometraggio di Patrick Cassir, che ha sceneggiato questo suo lavoro insieme a Camille Chamoux, che del film è anche la protagonista femminile nella parte di Marion. 

Marion è una trentenne non bellissima, che vive a Parigi. È una brava disegnatrice-vignettista; ha molti amici e ama fare nuove conoscenze attraverso Tinder, un social network  che esiste veramente e che organizza e favorisce gli incontri di coppia. In questo modo conosce Ben (Jonathan Coen), anche lui sulla trentina, assai meno spigliato, come vedremo presto. Il loro banco di prova sarà la vacanza che i due incautamente hanno programmato alla volta della Bulgaria, durante la quale emergeranno le reciproche insofferenze, le apparenti incompatibilità, le difficoltà a comprendersi…
La Bulgaria è di maniera, come se l’aspettano i turisti ingenui; i grandi alberghi sono noiosi come le cliniche di lusso, l’idiosincrasia di Ben nei confronti della promiscuità in bagno; la difesa ossessiva della propria privacy diventano presto occasione per numerose gag ripetitive e stucchevoli, non diversamente dalla credulità sciocchina  di Marion nei confronti della primitività finto-romantica del folklore locale. Tutto diventa prevedibile, ma qualche sorpresa ce la riserva il finale, nuovamente parigino, dopo un’interminabile ora e mezza.
Come ho detto, un filmetto, non certo un capolavoro, che qualche volta ci può far sorridere.

Quel giorno d’estate

recensione del film:
QUEL GIORNO D’ESTATE

Titolo originale:
Amanda

Regia:
Mikhael Hers

Principali interpreti:
Vincent Lacoste, Isaure Multrier, Stacy Martin, Ophélia Kolb, Marianne Basler, Jonathan Cohen, Greta Scacchi, Claire Tran – 106 min. – Francia 2018

Nella Parigi dei nostri giorni, Sandrine (Ophélia Kolb), insegnante d’inglese, vive da single con la piccola Amanda (Isaure Multrier), la figlioletta di sette anni. Per lei, come per tante altre donne, i tempi del lavoro male si conciliano con i compiti materni, né le è facile, quando rientra in casa, lasciare dietro di sé le preoccupazioni e le frustrazioni accumulate fra studenti distratti, genitori minacciosi e arroganti e colleghi pavidi e poco solidali. Per fortuna, può contare sull’aiuto del giovane fratello, il ventitreenne, David (Vincent Lacoste), che, accumulando lavori precari, riesce a organizzare il proprio tempo con un po’ di flessibilità: è addetto alla manutenzione dei parchi comunali, ma arrotonda le magre entrate con qualche lavoretto occasionale e si occupa di procurare, via Internet, alloggi in affitto, per brevi periodi, ai turisti in arrivo. In questo modo aveva conosciuto la bella Lena (Stacy Martin), che si mantiene nella capitale con le sue lezioni di piano.

Così, attraverso la loro quotidianità, il regista ci presenta i personaggi di questo piccolo film, che mette in scena l’atmosfera nervosa e inquieta in cui si muovono, come loro, molti giovani del nostro tempo, che seppure non siano, per il momento, in condizioni di povertà, avvertono l’incertezza del futuro e si adoperano per affrontare i problemi più urgenti, facendo tesoro della solidarietà degli affetti, spesso in una cerchia familiare molto ristretta: Sandrine e David hanno da poco perso il padre e non hanno da vent’anni notizie della madre, che li aveva abbandonati per seguire a Londra l’uomo di cui era innamorata. In questo equilibrio traballante arriva imprevisto l’impatto col terrorismo: non una novità nella Parigi del Bataclan, ma non per questo meno crudele e assurdo. Le piccole esistenze dei nostri personaggi ne usciranno sconvolte: Sandrine muore in una sera d’estate, mentre tranquillamente in un parco attende il fratello insieme a Lena. In ritardo all’appuntamento, solo lui era stato risparmiato dalla furia omicida del folle che aveva preso a fucilate la gente che si trovava lì. Lena, ferita, era stata portata in rianimazione, mentre David, sconvolto, aveva subito pensato alla piccola Amanda. L’ultima parte del film è tutta dedicata al  loro progressivo avvicinarsi, accettandosi, nelle loro rispettive asperità, perché nonostante la tenerissima età e la precoce conoscenza del dolore, Amanda è molto decisa a rivendicare il proprio diritto a non essere trattata come un pacco da smistare da un indirizzo a un altro e Davide è troppo tenero e bisognoso di famiglia per permettere che le si aprano solo le porte dell’orfanotrofio.

Film delicato ed esile, che si interroga sul dolore, sul suo perché, sul modo per uscirne. Il regista non indugia sulle scene cruente, riprese anzi in un crepuscolo che tende a sbiadirne i contorni crudeli. Il dolore è tutto interno ai personaggi, che gli attori, disegnano con grande talento interpretativo dando verità alla tragedia che cambia la loro vita e che essi cercano di ricominciare.

Da vedere. Il racconto è straziante, ma è pudico e asciutto: i fazzoletti non occorrono.

Pallottole in libertà

recensioni del film:
PALLOTTOLE IN LIBERTÅ

Titolo originale:
En Liberté

Regia:
Pierre Salvadori

Principali interpreti:
Adèle Haenel, Pio Marmaï, Vincent Elbaz, Audrey Tautou, Damien Bonnard – 108 min. – Francia 2018.

Questo è un film bizzarro e anche un po’ bislacco: attraversa, con grande disinvoltura, non solo i generi, ma anche i registri narrativi, senza perdere di interesse, forse perché nasce come intelligente e raffinato divertimento del regista, il franco-tunisino Pierre Salvadori, non nuovo a queste mescolanze, ma pochissimo noto da noi (a me, personalmente, era ignoto).
Pierre Salvadori ha alle spalle ottimi studi letterari e cinematografici a Parigi, nonchè un certo numero di film, molto apprezzati nel mondo ,ma pessimamente distribuiti da noi, e, ça va sans dire, peggio titolati dai nostri impagabili e fantasiosi addetti.*
Il titolo originale di quest’ultima sua opera, tanto per fare un esempio, era En liberté e alludeva  al contenuto del film e, più sottilmente, alla difficoltà di vivere davvero in libertà, essendo le scelte sempre pesantemente vincolate a situazioni pre-esistenti, difficili da ignorare. Le pallottole del titolo italiano non hanno nulla a che vedere col film.

La storia ha un avvio tra il melenso e il favoloso e un seguito imprevedibile: una giovane madre, Yvonne Santi (Adèle Haenel) si adopera, come ogni sera, per addormentare il figlioletto insonne, raccontandogli, per l’ennesima volta, l’impresa eroica durante la quale aveva perso la vita il suo papà, Jean Santi, il comandante della polizia locale (siamo in Costa Azzurra). Di lì a poco, con una solenne cerimonia, sarebbe stato inaugurato un monumento dedicato a lui, assai brutto, fra applausi, retorica d’ordinanza e commozione orgogliosa del piccino, vezzeggiato e al centro dell’interesse generale insieme alla sua mamma, poliziotta anche lei.
La festa, però, non sarebbe durata a lungo: Yvonne, casualmente, scopre che quel marito non solo non era mai stato quel martire del dovere che tutti andavano dipingendo, ma che era un uomo corrotto; che aveva organizzato una finta rapina per intascare, con i suoi complici, i soldi dell’assicurazione, e che successsivamente non si era fatto scrupoli nel costruire a tavolino le prove contro un povero cristo innocente, il quale, grazie a quel mascalzone, stava in galera da otto anni. Si aprono a questo punto gli imprevedibili sviluppi del film: Yvonne, affronta con cautela l’argomento col figlio, modificando sera per sera la narrazione delle gesta paterne, ma contemporaneamente si adopera per far uscire l’innocente Antoine ( Pio Marmaï) dal carcere, seguendone successivamente il difficile percorso di re-inserimento familiare e sociale, con un’insistenza melodrammatica così petulante, da ingenerare molte equivoche situazioni e più di un fraintendimento. Intorno ai due personaggi principali, si muovono, con ruoli importanti, Louis (Damien Bonnard), agente, già amico del “martire” e timido e impacciato innamorato di Yvonne; Agnès (Audrey Tautou, ovvero la indimenticabile Amélie, riconoscibilissima e sempre magnifica; anche qui svagata e sognatrice).

In parallelo con gli sviluppi più ovvi (la fatina-crocerossina, talmente invadente da diventare un vero e proprio stalker), il film percorre anche altre strade e fa coesistere la malinconia di Antoine, per i suoi otto anni perduti, con la sua  rabbia grottesca e spiazzante; oppure l’imbarazzo amoroso di Louis con la sua trascuratezza professionale. Nascono perciò numerose gag che, mentre sottolineano l’assurdità delle situazioni, rendono sfuggente la vera natura dei personaggi, quasi celati dietro una maschera che continuamente ne altera la personalità. Questo modo di procedere è accompagnato dall’estrema ricercatezza della sceneggiatura, di cui, nella versione originale (beato chi l’ha vista!) si possono cogliere raffinatezze e pregi letterari (così almeno secondo un bell’articolo di Joachim Lepastier sui Cahiers du cinema pubblicato nell’ottobre 2018 alla pag. 34, seguito dall’intervista a Pierre Salvadori).
Richiedere che la versione originale sia resa disponibile agli appassionati, almeno sul DVD, mi sembra, allora, doveroso.

*si trovano sul mercato italiano almeno due film:

Piccole crepe, grossi guai-2014 (era: Dans la cour)
Ti va di pagare?-2006 (era: Hors de Prix)

L’uomo fedele

recensione del film:
L’UOMO FEDELE

Titolo originale:
L’Homme Fidèle

Regia:
Louis Garrel

Principali interpreti:
Laetitia Casta, Lily-Rose Depp, Joseph Engel, Louis Garrel – 75 min. – Francia 2018.

Chi non ha visto questo film potrebbe immaginare che in casa Garrel si stia trasmettendo di padre in figlio la passione per l’indagine della fenomenologia amorosa, secondo il gusto del racconto morale cinematografico, nel solco della tradizione culturale, tutta francese, del conte philosophique. Il film, probabilmente, lo farà ricredere. 

I personaggi e i primi sei minuti del film

Una Parigi quasi da cartolina, con tanto di Tour Eiffel sorvolata rapidamente; l’avvicinarsi delle case dell’arrondissement abitato dalla media borghesia dei giovani in carriera: siamo alla scena introduttiva del film che ci offre la location del racconto, e, indirettamente, l’ambiente sociale in cui si svolgerà, quello dei protagonisti, che compaiono in medias res, alle prese con le operazioni quotidiane del dopo-risveglio.
Lui (Louis Garrel) è Abel, giovane giornalista che vive nella casa di Marianne, la donna che ama (Laetitia Casta). Si è appena alzato e ora sta preparandosi la colazione; lei, ancor mezzosvestita, lo raggiunge in cucina: è visibilmente imbarazzata e ha urgenza di parlargli per dirgli:

-di aspettare un figlio (sorriso radioso di Abel);
-che il figlio non è suo (il sorriso si spegne);
-che il figlio è di Paul (sguardo che si rabbuia: è il suo migliore amico)
-che con Paul ha fissato, nel rispetto della bigotta famiglia di lui, la data molto ravvicinata delle nozze;
-che dovrà pertanto andarsene al più presto perché quella casa diventerà il domicilio coniugale di lei e di Paul.

Di questo matrimonio senza storia, non sapremo altro, così come ignoreremo tutto di Paul, riferimento senza volto e senza identità, che per nove anni, ovvero fino alla sua morte improvvisa, era stato il marito di lei e il padre di Joseph (un piccolo ma bravissimo Joseph Engel).
Sono passati soltanto sei minuti: la situazione iniziale si è più volte ribaltata, costringendoci all’attesa guardinga di ciò che avverrà.
———
Si riposizionano i personaggi:
Abel, l’uomo fedele, è ora un giornalista affermato;
Marianne è ora la segretaria indispensabile di un giovane politico ambizioso e belloccio;
il figlio di Paul, Joseph, è un ragazzino sveglio e fantasioso, appassionato di film gialli e di storie poliziesche, che vorrebbe la mamma solo per sé.
Si sono visti tutti ai funerali di Paul; Abel e Marianna potrebbero ricominciare daccapo la loro storia di coppia, ma la gelosia di Joseph, terzo incomodo fra i due, di nuovo innamorati, lascia spazio a nuovi e imprevedibili sviluppi, mentre un nuovo personaggio ne insidia l’armonia ritrovata: è la giovanissima Eve (Lily-Rose Depp), sorella del defunto Paul, che, appena uscita dall’adolescenza, contende a Marianne l’amore di Abel, ancora una volta arrendevole e pronto ad andarsene, traslocando bagagli e ricordi da una casa all’altra, da una storia a un’altra, fedele soprattutto alla propria inerzia, per incapacità di scegliere e di amare davvero. Non racconterò altro, ma molto altro accadrà…il film è da vedere.

La sceneggiatura, scritta dallo stesso regista e da Jean-Claude Carrière, proprio quello stesso degli ultimi film di Luis Buñuel, dà vita a questo grottesco e straniante film, corrosivo dei luoghi comuni, che, con una forte presa sull’attualità, ci presenta un ritratto impietoso dei giovani borghesi di oggi, inconcludenti, sotto l’apparente mitezza, come Abel, o crudeli, sotto l’apparente liberalità sentimentale, come Marianne; capricciosi, come Eve, ma in fondo tutti quanti incapaci di uscire da sé, di comprendere gli altri, privi di slanci ideali, stanchi e vecchi anche da giovani.
Pochi, ma molto bravi gli attori fra i quali spicca una Laetitia Casta davvero superba nei panni del personaggio ambiguo di Marianne e Louis Garrel, credibile Abel, ignavo bamboccione senza qualità.

Visages Villages

 

 

recensione del film:
VISAGES, VILLAGES

Regia:
JR, Agnès Varda

Documentario
– 90 min. – Francia 2017

Con questa recensione, concludo il ricordo di Agnès Varda, regista e protagonista, insieme al giovane artista JR, di questo eccezionale film, presentato fuori concorso al Festival di Cannes del 2017 (e successivamente candidato all’Oscar del 2018).

Agnès non conosceva JR di persona, ma ne aveva ammirato l’attività di artista, noto nel mondo per le composizioni e le installazioni fondate sulle proprie gigantografie; allo stesso modo JR aveva  ammirato le creazioni di Agnès, senza conoscerla, eppure entrambi si erano più volte sfiorati negli ambienti degli artisti o nella vita quotidiana parigina. L’abboccamento era avvenuto nell’accogliente e storica dimora di Agnès in Rue Daguerre, base operativa del suo vecchio documentario Daguerréotypes (1976),dove “Agnès-la-Daguerréotypesse” viveva e lavorava da sempre.
Era stata sua figlia, Rosaria Varda, produttrice cinematografica, a organizzare il loro primo colloquio, dal quale era scaturito il progetto di Visages Villages, secondo le intenzioni iniziali un cortometraggio di soli dieci minuti.
In corso d’opera, tuttavia, dopo 18 mesi di lavorazione (una settimana ogni mese dedicata alle riprese e il resto del tempo all’elaborazione del materiale raccolto) il cortometraggio era diventato questo magnifico film di un’ora e mezza, ciò che aveva richiesto l’intervento di alcuni produttori, a integrazione della piccola ma importantissima somma iniziale, raccolta col crowldfunding, che ne aveva reso possibile il decollo.

Col suo caschetto di capelli bicolori, dunque, Agnès, classe 1928, si accingeva a mettersi in viaggio al  fianco di JR (il giovanotto inseparabile dai suoi occhiali scuri), classe 1983, sedendo accanto a lui, sul singolare e magico automezzo attrezzato per fotografare e per trasformare in pochi istanti qualsiasi fotografia in una stupefacente gigantografia, pronta per essere incollata sulla superficie destinata allo scopo, talvolta nell’intento di rianimare un luogo spento e insignificante; altre volte, invece, per far rivivere, nella bellezza dell’immagine, l’emozione che l’aveva originata.
Il film, dunque, è un on the road ricco di incontri, alla scoperta della Francia dei villaggi: quelli in cui molti vivono accettando le novità e i vantaggi della moderna rivoluzione informatica; quelli a rischio di estinzione, dove ancora sopravvivono gli ultimi custodi della memoria locale ignorata dalla globalizzazione, dove l’arrivo dei due artisti che ascoltano con interesse le antiche storie e i personali ricordi diventa l’emozionante occasione per far rivivere, col cinema e con le composizioni di JR, un po’ di quel passato che non si vuole cancellare.
Emerge inaspettatamente l’umanità dolente degli sconfitti che non cedono; si scoprono personaggi bizzarri e poetici, come il vecchio Pony, misantropo, orgoglioso e felice, che, senza aver letto Latouche, ha rifiutato il “progresso” in nome della bellezza dell’universo e di quella del riciclo.
Al richiamo della bellezza e dell’arte di JR tutti accorrono: la barista, ora immortalata sull’alto muro di una casa all’ingresso della città; le donne di Le Havre; i lavoratori di una fabbrica che produce, a ciclo continuo, acido cloridrico e che della loro presenza solidale lasciano sui muri un’indimenticabile testimonianza.
Qualche prezioso ricordo di Agnès trova spazio nel film: la visita alla tomba abbandonata e solitaria di Cartier-Bresson, la corsa (in carrozzella) al Louvre, nel ricordo di Godard; la gigantografia di Guy Bourdin sul bunker tedesco conficcato come una scultura contemporanea su una spiaggia sabbiosa della Manica, soggetta al vento e all’alta marea, immagine emblematica dell’intero film, che della precariètà di ogni  bellezza e di ogni ricordo fa uno dei temi centrali della narrazione.

Colpisce di quest’ opera la semplicità asciutta del racconto, emozionante sicuramente, mai lacrimoso, però, grazie all’attentissimo montaggio di Agnès, vera mente del film, convinta da sempre che un documentario non consista nella semplice addizione di sequenze interessanti, ma che debba essere costruito per guidare, con mano leggera, gli spettatori a riconoscere le emozioni vere, ripulite dalle sbavature patetiche sempre in agguato quando è in gioco la memoria di ciò che è stato, troppo spesso amara e dolorosa. A questo scopo si rivela utile anche la bella e pertinente colonna sonora originale di Matthieu Chedid.

Film memorabile di immagini, di storie, di parole e di musica: uno dei più belli di questi ultimi anni.

 

 

 

 

Cléo dalle 5 alle 7

recensione del film:
CLEO DALLE 5 ALLE 7

Titolo originale:
Cléo de 5 à 7

Regia:
Agnès Varda

Principali interpreti

Corinne Marchand, Antoine Bourseiller, Dominique Davray, Dorotée Blanck, Michel Legrand, José Louis de Villalonga. – 85 min. – Francia 1962.

Ad Agnès Varda, la splendida novantenne signora del cinema francese, grande regista e grande fotografa, scomparsa qualche giorno fa, dedico la recensione di questo suo bellissimo film, il primo uscito in Italia, cui farò seguire quella dell’ultimo, uscito nelle nostre sale un anno fa: Visages-VIllages.
È un tributo modestissimo, ma molto affettuoso, alle sue opere, che sempre mi hanno comunicato emozionanti riflessioni sul tempo che inesorabile passa, sullo sgomento per l’ineluttabilità della fine, insieme alla gioia di vivere, “fino all’ultimo respiro”, il grande e misterioso dono che è la nostra vita.

Florence, in arte Cléo (Corinne Marchand), è una giovane e bella donna, cantante radiofonica di successo, che si è recentemente sottoposta ad alcuni esami clinici di cui sta attendendo i risultati, in un crescendo di ansia e timore.
I tarocchi della cartomante, così come  le superstiziose precauzioni della sua segretaria-governante, le sembrano sinistri presagi dell’approssimarsi della morte e ingigantiscono nel suo cuore l’angosciosa attesa della diagnosi.
Il tempo del film accompagna, quasi esattamente, il tempo reale delle due ore pomeridiane (dalle 5 alle 7) che separano Cléo dall’incontro temuto col medico che si occupa di lei. Siamo a Parigi, in un giorno speciale: il primo giorno dell’estate.
Cléo, per la prima volta, ha voluto uscire da sola nella grande città, libera finalmente di vagare senza meta, guardandosi attorno, lontana da quella dimora un po’ rifugio e anche un po’ gabbia dorata, luogo delle carezze  e delle coccole che condivide con gli amici musicisti, la segretaria impicciona, l’amante che la trascura, i gatti che ne occupano ogni spazio morbido e caldo.
Con occhi nuovi, senza alcuna mediazione, Cléo vede nei luoghi abituali persone del tutto sconosciute: ascolta le loro storie, conosce il loro dolore, cerca e ritrova, infine, l’amica di sempre, che si guadagna da vivere posando in un laboratorio di scultura. Scopre che il giovane che vive con lei è un aspirante regista, che le mostra un breve film (una bella sorpresa: J. Luc Godard e Anna Karina fanno gli attori!).
Continuando nella sua passeggiata, Cléo arriva al Parco di Montsouris, dove incontra Antoine (Antoine Bourseiller), un ragazzo, militare in partenza per l’Algeria, non meno preoccupato di lei per il destino che lo attende… È l’incontro decisivo, che l’aiuterà finalmente ad affrontare la verità delle proprie condizioni di salute. Che cosa sarà di loro, non è dato sapere: si scriveranno, forse si rivedranno: si sono scambiati un bacio e l’indirizzo, ma nessuno può davvero prevedere il loro futuro.
La primavera se n’era andata con tutti i suoi fiori, per lasciare ai frutti succosi dell’estate la testimonianza della meravigliosa bellezza della vita nella sua maturità: forse era arrivato anche per Cléo il momento di abbandonare la sua vita di ragazzina viziata e protetta e di affrontare il futuro: la metamorfosi era arrivata proprio quando, al colmo dell’angoscia, aveva sentito l’urgenza di uscire dal bozzolo confortevole e di guardare finalmente fuori di sé, aprendosi al mondo e agli altri, senza illusioni, come tutti, ma decisa ad accettare le gioie e i dolori che la vita le avrebbe riservato.

Noi non sappiamo quale sortiremo
domani, oscuro o lieto;
forse il nostro cammino
a non tócche radure ci addurrà
dove mormori eterna l’acqua di giovinezza;
o sarà forse un discendere
fino al vallo estremo,
nel buio, perso il ricordo del mattino…

Eugenio Montale – Ossi di seppia
(Mediterraneo – VI movimento Versi 1-6)

Le nostre battaglie

recensione del film:
LE NOSTRE BATTAGLIE

Titolo originale:
Nos batailles

Regia:
Guillaume Senez

Principali interpreti:
Romain Duris, Laure Calamy, Laetitia Dosch, Lucie Debay, Basile Grunberger, Lena Girard Voss, Dominique Valadié, Sarah Lepicard – 98 min. – Belgio, Francia 2018.

In un enorme magazzino, in cui si stoccano merci da smistare e consegnare, lavorano uomini e donne con compiti diversi, secondo il reparto, ma tutti costretti a orari massacranti, ritmi di lavoro insostenibili, temperature gelide in pieno inverno, contratti a scadenza, rinnovabili, ma anche no. Sicuramente no se non ce la fai più perché a cinquant’anni sei già vecchio, perché lo stress ti ha logorato la salute, o, perché, se sei donna, la gravidanza non ti permette imprudenti sforzi.
Lo sfruttamento è da padroni delle ferriere, nonostante i rappresentanti sindacali, che sempre si prendono a cuore i problemi di tutti, organizzino le assemblee e le proteste generali e mettano al corrente i capi dello scontento crescente di chi lavora.

Olivier Vallet (Romain Dury), sindacalista impegnato, quasi per tradizione familiare, è colui che si fa carico delle richieste e del disagio degli sventurati colleghi ben oltre l’orario di lavoro, cosìcché arriva a casa giusto per mangiare in fretta un boccone e per cercar di dormire un po’: il suo tempo è sempre troppo scarso per ricuperare la stanchezza, scarsissimo poi per ascoltare i problemi di Laura, sua moglie (Lucie Debay) e per stabilire un decente rapporto con i suoi bambini, dei quali si occupa solo lei, che a sua volta lavora.

Il film passa presto dalla descrizione dei problemi del lavoro precario all’indagine sugli effetti che una simile organizzazione del lavoro ha sulla famiglia, il centro degli affetti più profondi e soprattutto delle presenze indispensabili, se ci sono i figli: gli orari disumani non permettono di di occuparsi di loro, di seguirli, di giocare con loro, di amarli davvero.

Laura è troppo sola e depressa: sulle sue fragili spalle il peso intero del menage domestico e dei due piccoli: Elliot, il più grandicello (Basile Grunberger), ancora dolorante per le piaghe lasciate da un’ustione gravissima, permette solo a lei di toccarlo per le medicazioni, perché le sue mani sono leggere, delicate, e perché la sua voce lo distrae allontanando il dolore. La piccola Rose, invece, ha paura del buio: a lei, ai suoi racconti, alle sue letture animate, alla sua tenerezza il merito di cacciar via quei suoi fantasmi tenebrosi.
Laura è però davvero in difficoltà: ha cercato di parlarne a Olivier , ma ha lasciato perdere: lui è lontano, stanco, non può capire: se ne va, allora, perché non ce la fa più e lascia tutti nell’incredulità, nell’angoscia, per non parlare dei bambini, letteralmente travolti. La solidarietà familiare non si fa attendere: arriva la nonna, madre di Olivier, che per aver provato a suo tempo la solitudine di Laura, la difende; arriva la sorella di Olivier, carica di doni, che fa del suo meglio, finché arriva inevitabilmente  il sostegno di una brava psicologa, col suo saggio suggerimento, indispensabile per elaborare il lutto profondo, non risarcibile dei due piccini e anche di Olivier.

Un altro bel film dalla Francia, dalla cui cultura, e sempre più spesso dal suo cinema, arrivano stimolanti riflessioni per comprendere il mondo, i suoi veloci cambiamenti e le nostre difficoltà.