Le nostre battaglie

recensione del film:
LE NOSTRE BATTAGLIE

Titolo originale:
Nos batailles

Regia:
Guillaume Senez

Principali interpreti:
Romain Duris, Laure Calamy, Laetitia Dosch, Lucie Debay, Basile Grunberger, Lena Girard Voss, Dominique Valadié, Sarah Lepicard – 98 min. – Belgio, Francia 2018.

In un enorme magazzino, in cui si stoccano merci da smistare e consegnare, lavorano uomini e donne con compiti diversi, secondo il reparto, ma tutti costretti a orari massacranti, ritmi di lavoro insostenibili, temperature gelide in pieno inverno, contratti a scadenza, rinnovabili, ma anche no. Sicuramente no se non ce la fai più perché a cinquant’anni sei già vecchio, perché lo stress ti ha logorato la salute, o, perché, se sei donna, la gravidanza non ti permette imprudenti sforzi.
Lo sfruttamento è da padroni delle ferriere, nonostante i rappresentanti sindacali, che sempre si prendono a cuore i problemi di tutti, organizzino le assemblee e le proteste generali e mettano al corrente i capi dello scontento crescente di chi lavora.

Olivier Vallet (Romain Dury), sindacalista impegnato, quasi per tradizione familiare, è colui che si fa carico delle richieste e del disagio degli sventurati colleghi ben oltre l’orario di lavoro, cosìcché arriva a casa giusto per mangiare in fretta un boccone e per cercar di dormire un po’: il suo tempo è sempre troppo scarso per ricuperare la stanchezza, scarsissimo poi per ascoltare i problemi di Laura, sua moglie (Lucie Debay) e per stabilire un decente rapporto con i suoi bambini, dei quali si occupa solo lei, che a sua volta lavora.

Il film passa presto dalla descrizione dei problemi del lavoro precario all’indagine sugli effetti che una simile organizzazione del lavoro ha sulla famiglia, il centro degli affetti più profondi e soprattutto delle presenze indispensabili, se ci sono i figli: gli orari disumani non permettono di di occuparsi di loro, di seguirli, di giocare con loro, di amarli davvero.

Laura è troppo sola e depressa: sulle sue fragili spalle il peso intero del menage domestico e dei due piccoli: Elliot, il più grandicello (Basile Grunberger), ancora dolorante per le piaghe lasciate da un’ustione gravissima, permette solo a lei di toccarlo per le medicazioni, perché le sue mani sono leggere, delicate, e perché la sua voce lo distrae allontanando il dolore. La piccola Rose, invece, ha paura del buio: a lei, ai suoi racconti, alle sue letture animate, alla sua tenerezza il merito di cacciar via quei suoi fantasmi tenebrosi.
Laura è però davvero in difficoltà: ha cercato di parlarne a Olivier , ma ha lasciato perdere: lui è lontano, stanco, non può capire: se ne va, allora, perché non ce la fa più e lascia tutti nell’incredulità, nell’angoscia, per non parlare dei bambini, letteralmente travolti. La solidarietà familiare non si fa attendere: arriva la nonna, madre di Olivier, che per aver provato a suo tempo la solitudine di Laura, la difende; arriva la sorella di Olivier, carica di doni, che fa del suo meglio, finché arriva inevitabilmente  il sostegno di una brava psicologa, col suo saggio suggerimento, indispensabile per elaborare il lutto profondo, non risarcibile dei due piccini e anche di Olivier.

Un altro bel film dalla Francia, dalla cui cultura, e sempre più spesso dal suo cinema, arrivano stimolanti riflessioni per comprendere il mondo, i suoi veloci cambiamenti e le nostre difficoltà.

 

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In guerra

recensione del film:

IN GUERRA

Titolo originale:

En guerre

Regia:

Stéphane Brizé

Principali interpreti:

Vincent Lindon, Mélanie Rover, Jacques Borderie, David Rey, Olivier LemaireIsabelle Rufin, Bruno Bourthol, Sébastien Vamelle, Valérie Lamond, Guillaume Daret, Jean Grosset, Frédéric Lacomare, Anthony Pitalier, Séverine Charrie – 105 min. – Francia 2018.

Presentato a novembre nelle nostre sale e dalle medesime assai presto uscito, l’ho miracolosamente ripreso al volo e in lingua originale, grazie  alla breve riproposizione del cinema Massimo di Torino (Museo del Cinema).

La vicenda in breve e il film

Nel cuore della Francia di oggi (Nuova Aquitania) più di mille lavoratori della Perrin, fabbrica dell’indotto automobilistico ad alto contenuto tecnologico, sono impegnati a difendere il posto di lavoro, messo in forse dalla direzione dell’azienda che ha sede in Germania, di cui lo stabilimento francese è parte organica. Dalle parole del sindacalista Laurent (Vincent Lindon, magnifico) apprendiamo subito che i motivi dello scontro vanno ricercati nella disdetta padronale dell’accordo, sottoscritto dalle due parti in conflitto due anni prima, quando i lavoratori, pur di difendere la sicurezza del posto di lavoro, avevano rinunciato, per cinque anni a qualsiasi rivendicazione salariale, con un sacrificio non piccolo, che non avrebbe impedito purtroppo alla proprietà tedesca di chiedere la chiusura della sua filiale francese, in crisi di mercato.

Questo bel film è la storia di una vera e propria guerra, vissuta dagli spettatori in presa diretta fin dalla prima scena, nella quale la presenza dei giornalisti e della TV ai colloqui fra i sindacalisti e i dirigenti dell fabbrica assume il valore indicativo della scelta narrativa del regista: la cronaca, che presto penetra, tuttavia, al di là degli aspetti documentari e giornalistici, per parlarci di quegli aspetti che spesso sfuggono alla frettolosa narrazione dei fatti. Se, infatti, al centro del film è lo scontro aspro fra antagonisti classici della storia occidentale degli ultimi due secoli (e anche di una parte della storia del suo cinema), il regista coglie, in tutta la loro durezza, gli elementi di novità che potrebbero rendere insanabile il conflitto, mostrandoci, attraverso i personaggi e le loro parole i caratteri connotativi delle classi in lotta: da una parte l’anarchismo sempre più arrogante, mascherato dal bon ton di facciata e dal bla bla dei luoghi comuni duri a morire, dei neo-liberisti internazionali, riottosi a riconoscere l’urgenza di mediazioni che ne limitino lo strapotere; dall’altra, attraverso le divisioni all’interno del sindacato, l’inesistenza palese di una strategia capace di proporre soluzioni alla nuova sfida della globalizzazione non ricorrendo soltanto alle armi spuntate e subalterne della rivendicazione e degli slogan, inutilmente urlati dall’onesto e generoso Laurent Amédeo. Egli inoltre  evidenzia, attraverso l’imbarazzo balbettante delle autorità politiche, l’inadeguatezza del potere pubblico a farsi portatore di proposte capaci di sbloccare situazioni apparentemente senza uscita, restituendo ai più deboli qualche speranza e qualche ragione per vivere.

Stephan Brizé  affronta, dunque,  ancora il tema del lavoro e della sua precarietà nel mondo globalizzato, dopo aver fatto uscire qualche anno fa La legge del mercato (2015), con lo stesso attore di allora, Vincent Lindon, senza indugiare (lodevolmente) questa volta, però, sugli aspetti privati e patetici della vita del protagonista. Ci offre, in tal modo, con questo durissimo e tragico film, numerose occasioni di riflessioni sul nostro presente e sul futuro probabilmente non roseo che attende le prossime generazioni.

Da vedere e meditare!

Il gioco delle coppie

recensione del film

IL GIOCO DELLE COPPIE

Titolo originale:

Doubles vies

Regia:

Olivier Assayas

Principali interpreti:

Guillaume Canet, Juliette Binoche, Vincent Macaigne, Nora Hamzawi, Christa Théret, Pascal Greggory, Laurent Poitrenaux, Sigrid Bouaziz, Lionel Dray, Nicolas Bouchaud, Antoine Reinartz – 100 min. – Francia 2018.

Il titolo italiano è, al solito, fuorviante, ma il film, se non vi lasciate ingannare, è un’occasione intelligente per riflettere sorridendo

Il titolo italiano, forse, si propone di attrarre chi cerca una commedia piccante, ma è del tutto fuori luogo per quest’ultimo film di Olivier Assayas, il sofisticato regista francese che con i suoi personaggi, questa volta ci parla dei problemi che stanno nascendo per il mutamento velocissimo della tecnica della comunicazione.  Internet, infatti, ha favorito non solo la velocità della posta e delle transazioni commerciali, ma, soppiantando completamente i lenti modi utilizzati da secoli per divulgare il pensiero e la scrittura, ha messo in crisi il mondo degli editori, figure professionali, forse in via di estinzione, mediatori indispensabili, fino a ieri, fra le esigenze del mercato librario e quelle della libertà dell’esprimere e del creare. In questo film, intelligente e spiritoso, Assayas ci fa entrare subito nel cuore del problema: un editore, Alain (Guillaume Canet), uno scrittore Leonard (Vincent Macaigne), molte discussioni, amabili e chic, come si conviene a intellettuali di buona cultura e un po’ nostalgici dei tempi in cui gli editori sceglievano i loro autori avendo ben presente il loro pubblico, secondo una prassi consolidata, ora travolta dalle opportunità offerte dal web, luogo per eccellenza degli scrittori “fai da te”. Le donne del film, a loro volta intelligenti e colte, sembrano essersi adattate un po’ meglio all’evolversi dei tempi: la moglie di Alain, Selène (Juliette Binoche), già attrice shakespeariana, si è da tempo rassegnata a interpretare ruoli molto meno prestigiosi, recitando per i serial televisivi la parte di donna poliziotto, orribilmente travestita; la moglie  di Leonard, Valérie (Nora Hamzawi), è segretaria di un uomo politico di sinistra e lo aiuta nella corsa elettorale, quanto mai incerta, perchè anche nella società è penetrato il virus dei social network e anche i politici sono soggetti ai Like e al narcisismo degli incompetenti. Chi, invece, non nutre alcun dubbio sulle magnifiche sorti e progressive del futuro virtuale è la giovanissima segretaria-amante di Alain: Laure (Christa Théret) ottimista come è giusto che sia una giovane donna che ha studiato a fondo il problema e che si impegna per inventare soluzioni alle difficoltà crescenti, senza riserve nostalgiche, ma animata da profonda fiducia nel futuro, senza la quale, non restano che i rimpianti sterili e una battaglia di retroguardia sicuramente perdente. Il bel finale sorridente sembra ridestare, anche nei personaggi più disillusi, un po’ di speranza, trasmettendola, come mi auguro, agli spettatori. Grandissimi gli attori, credibilissimi nella parte difficile che il regista ha voluto assegnare loro, in questo suo ultimo film talvolta surreale nel gioco tragi-comico del rispecchiamento narcisistico che spesso lo rende spiazzante e non tra i più facili: non per tutti, perciò.

Nota del 30 gennaio 2019

La citazione dal Gattopardo (che si trova alla fine del film e che è presente anche nel trailer italiano) riporta quasi alla lettera le parole di Tancredi allo zio, principe Fabrizio, nel romanzo di Tomasi di Lampedusa. Ritengo utile questa precisazione, dopo aver letto, nell’appendice di un interessante saggio di Carlo Ginzburg*, le Noterelle su Il Gattopardo, in cui questa frase viene accuratamente analizzata e interpretata anche alla luce dei numerosi fraintendimenti che ha generato. Credo che sarebbe molto utile, per una più precisa individuazione dei significati di questo film, riflettere sui motivi per i quali Olivier Assayas ha inserito nel suo film questa citazione.

* NONDIMANCO (Machiavelli- Pascal) ed. Adelphi 2018

Quasi nemici-l’importante è avere ragione

recensione del film:
QUASI NEMICI, l’importante è avere ragione

Titolo originale:
Le brio

Regia:
Yvan Attal

Principali interpreti:
Daniel Auteuil, Camélia Jordana, Yasin Houicha, Nozha Khouadra, Yvonne Gradelet, Nicolas Vaude* – 95 min. – Francia 2017. 

Questa volta è toccato a Le Brio, intelligente commedia francese, subire l’affronto dei nostri titolisti, diventando Quasi nemici-l’importante è avere ragione! No comment.

È la storia di Neila (Camélia Jordana), studentessa al primo anno di giurisprudenza (si era iscritta alla prestigiosa Paris II-Pantheon Assas) con l’aspirazione di diventare avvocato, impresa non facile, soprattutto quando, come lei, si abita a Créteil (la banlieu dei cittadini francesi di origine magrebina) e ci si deve adeguare alle levatacce e al sacrificio del proprio tempo per gli spostamenti quotidiani. Per lei, poi, le difficoltà si erano acuite per l’offensiva  accoglienza del professor Pierre Mazard (Daniel Auteil) che l’aveva umiliata con pesanti invettive al suo ingresso, in ritardo, nell’aula gremita in cui egli stava già tenendo la prolusione del corso di diritto. La commedia è costruita a partire da questo contrasto, sfociato ben presto nell’aperta ostilità reciproca, perché Neila mal sopportava le offese alla sua persona, al suo abbigliamento e alla sua esteriore rozzezza, mentre Mazard persisteva nelle sue provocazioni  intollerabilmente razziste e machiste, anche secondo la stragrande maggioranza degli studenti, che infatti aveva chiesto, con tanto di firme, che la Facoltà aprisse un’inchiesta sul comportamento ingiurioso del vecchio “barone”, giudicando se fosse compatibile con la sua cattedra: vero grattacapo per l’Università, che si giovava dell’apporto indiscutibilmente competente e prestigioso dell’intrattabile professore. L’annuale gara di eloquenza, fra le università parigine, sarebbe servita a rimandarne l’allontanamento, mettendone alla prova l’imparzialità di giudizio: Mazard avrebbe preparato Neila a questa gara, per dimostrare che al di là dei suoi modi sprezzanti, ciò che gli stava davvero a cuore altro non fosse che il bene degli studenti, Neila compresa. Il singolare Pigmalione, sarebbe stato davvero in grado di educare la sua Galatea? Dovrete vedere il film per saperlo, tenendo presente, però, che l’interesse del film non è tanto nella descrizione di un conflitto-scontro di culture (déja vu) che in una commedia si compone in ogni caso, quanto piuttosto nella riflessione acuta e brillante sul linguaggio della comunicazione fra gli uomini, complessa questione non solo terminologica.

Come le lezioni di Pierre Mazard sull’eloquenza si propongono di dimostrare, infatti, tutto il nostro comportamento parla di noi: il corpo, i gesti, il tono della voce, gli abiti costituiscono il biglietto da visita che comunica la nostra vera identità, insieme, com’è ovvio, alla parola che in sommo grado ha la capacità di comunicare e di convincere. Rifacendosi alla lunga tradIzione filosofica occidentale, dai sofisti a  Platone, per arrivare a Schopenhauer e alla sua Dialettica eristica – l’arte di avere ragione, il professore impartisce a Neila (e agli spettatori) molte brevissime e argute lezioni di retorica, supportate dai più grandi esempi letterari, in primo luogo dal grande Shakespeare. Il celeberrimo discorso di Antonio sulla bara di Cesare** diventa, perciò, l’exemplum su cui si costruisce il film, che forse è politicamente molto scorretto, ma sicuramente molto divertente ed efficacemente educativo nel ricordarci che l’uso consapevole dell’eloquenza non solo permette ai singoli individui di avere ragione, ma aiuta  a ottenere il consenso politico necessario (e ambiguo) per governare in tempo di democrazia. È un bene per tutti comprenderlo.

Da vedere!

*Sono presenti nel film, come materiale d’archivio, alcuni interventi di Claude Lévi-Strauss, Serge Gainsbourg, Romain Gary, Jacques Brel, François Mitterrand.

** QUI: Marlon Brando nella parte di Marco Antonio, una vera chicca!

 

L’amant d’un jour

recensione del film:
L’AMANT D’UN JOUR

Regia:
Philippe Garrel

Principli interpreti:
Éric Caravaca, Esther Garrel, Louise Chevillotte – 76 min. – Francia 2017.

 

Con il rigore formale che da sempre ne contraddistingue l’opera, Philippe Garrel continua la sua “fenomenologia” dei rapporti d’amore, concludendo con questo L’amant d’un jour la trilogia di film brevi (durano poco più di un’ora ciascuno), raccontati in un elegantissimo (e quanto mai ricco di toni) bianco e nero, iniziata nel 2013 con Jalousie e proseguita con L’ombre des femmes (2015). Da lui stesso sceneggiato, insieme a Jean-Claude Carrière (come il precedente), quest’ultimo suo lavoro fu presentato a Cannes nel 2017 per la Quinzaine des realizateurs, dove ottenne vasti consensi; in Italia non si è visto per ora, ma la speranza è che arrivi anche da noi in tempi ragionevoli.

L’inizio del film è fra i più arditamente sensuali fra quelli visti al cinema: nello spazio angusto di una toilette dell’università, un uomo e una donna hanno un infuocato rapporto d’amore: sono Gilles (Éric Caravaca) e Ariane (Louise Chevillotte), ovvero un docente della facoltà di filosofia e una delle sue studentesse.
Ariane si era innamorata di lui ascoltandone le lezioni qualche mese prima; l’aveva corteggiato a lungo e, infine, l’aveva conquistato, trasmettendo anche a lui l’urgenza del proprio desiderio. Da tre mesi i due innamorati condividevano l’alloggio di lui, fra i molti libri, nel diffuso disordine di chi poco si cura delle cose che ha intorno. La loro condizione di beatitudine immemore del mondo sarebbe stata ben presto messa alla prova dall’inatteso ritorno a casa di Jeanne (Esther Garrel), la giovane figlia di Gilles, coetanea di Ariane.
Jeanne aveva amato Matéo con tutta se stessa ed, essendosi convinta di aver trovato l’amore della vita,  aveva investito sul loro futuro tutti i suoi sogni e ogni suo progetto; Matéo, che era molto giovane, riteneva invece prematuro e inutile pensare agli anni a venire. Quando Jeanne ne aveva preso coscienza, si era sentita davvero tradita e aveva preferito abbandonarlo, nella più ostentata indifferenza di lui: ne era seguito il suo lungo e disperato singhiozzare lungo le strade vuote e silenziose della notte parigina, il ritrovamento della casa paterna e, infine, l’accoglienza affettuosa e preoccupata di Gilles, che l’aveva ascoltata e un po’ confortata, sperando che il calore della vita familiare ne avrebbe attenuato il dolore lacerante. Ci avrebbe provato anche Ariane, la mattina dopo, cercando di stabilire con lei un rapporto d’amicizia e complicità…

Emergono, nel corso del film, i problemi irrisolti dei tre personaggi principali. Gilles (alle sue spalle, più di un divorzio) si era illuso che Ariane fosse la donna giusta, insieme alla quale invecchiare, senza temere la morte* ma era imbarazzato per l’arrivo di sua figlia Jeanne, tanto che aveva limitato i focosi e rumorosi rapporti notturni con lei. Jeanne, per altro, non aveva gradito la presenza di Ariane nella “sua” casa e si era lasciata sfuggire più di una espressione ostile a questo riguardo. Ariane aveva avvertito oscuramente l’ostilità di Jeanne e ne aveva sollecitato invano comprensione e confidenza. La gelosia era tornata, come nel primo film, a oscurare, se non la felicità (concetto impegnativo e abusato), la serenità apparentemente raggiunta dalla coppia Gilles-Ariane: anche contro la loro volontà era difficile trasformare la travolgente passione che li legava in un rapporto di amore affettuoso, tranquillo e duraturo, per sua natura incompatibile con l’infedeltà anche di un solo giorno (il titolo del film) e, nella realtà dei fatti, fonte di insopportabile sofferenza, sebbene in astratto del tutto accettabile. La gelosia, sia pure di diversa natura, era probabilmente, anche per Jeanne, all’origine del suo ambiguo ruolo in tutto il film, soprattutto alla fine, quando aveva (per incoscienza?) organizzato l’ultima “scappatella” di Ariane, quella che fatalmente avrebbe concluso il suo rapporto con l’uomo che pure continuava ad amare.

Film bellissimo, raccontato con impareggiabile esprit de finesse attraverso pochi ma significativi episodi, raccordati da una voce femminile fuori campo, che, astenendosi da ogni giudizio moralistico,  permette di cogliere la profonda e sfaccettata verità di ciascuno dei personaggi. Da vedere sicuramente, se e quando sarà possibile nel nostro paese.

_____________

* non a caso Jean-Louis Aubert, il musicista autore dello scarno commento musicale al film, accompagnerà, col suo canto,  questi malinconici versi dello scrittore Michel Houellebecq:

Lors qu’il faudra quitter ce monde
Fais que ce soit en ta présence
Fais que, mes ultimes secondes.
je te regarde avec confiance…

Traduco (indegnamente):
quando occorrerà lasciare questo mondo
fa che ciò avvenga in tua presenza,
fa che, alla fine del mio tempo,
io ti guardi con fiducia…

 

La sposa in nero

recensione del film:
LA SPOSA IN NERO

Titolo originale:
La mariée était en noir

Regia:
François Truffaut

Principali interpreti:
Jeanne Moreau, Claude Rich, 
Michel Bouquet, Michael Lousdale, Jean-Claude Brialy, Charles Denner, Daniel Boulanger, Alexandra Stewart, – 107 min. – Francia 1968

Altro film tanto imperdibile quanto introvabile, il cui DVD, miracolosamente, ho reperito in versione originale. Ho faticato parecchio anche a trovare il trailer: quello che conclude questa pagina ne aveva promosso la distribuzione negli Stati Uniti. Eppure è un gran bel film, nonché l’occasione per rivedere Jeanne Moreau in una interpretazione indimenticabile.

L’antefatto e il racconto

Il racconto ha un antefatto importante che viene ricostruito con un lungo flashback, durante la “confessione” di Morane (Michael Lonsdale), verso la metà del film. Morane è uno dei cinque balordi giovanotti i quali, non sapendo come passare il tempo libero, avevano organizzato una sorta di tiro al piccione dalla finestra di un appartamento di fronte alla chiesa in cui si stavano celebrando le nozze di Julie (Jeanne Moreau) e di David (Serge Rousseau), Era stato un altro di questi sfaccendati, però, ovvero il malavitoso di mezza tacca Delvaux (Daniel Boulanger perfetto nel suo phisique du rôle), a deviare il tiro verso il basso, centrando in pieno il giovane appena sposato, che Julie sgomenta aveva visto cadere e morire senza un perché. Mentre i cinque erano fuggiti subito, separandosi e giurando che non si sarebbero mai più rivisti, Julie, dopo aver cercato invano di togliersi la vita, per lei ormai senza significato, aveva indagato a lungo per identificare il responsabile dell’azione criminale riuscendo a individuare tutti coloro che avevano partecipato al macabro gioco e a raccogliere, per ognuno di loro, le notizie indispensabili per vendicare con la morte la tragedia del suo David, l’uomo che aveva amato da sempre, fin dall’infanzia.
Confidava infatti che ciascuno sarebbe caduto nella sua trappola, da Bliss (Claude Rich) il dongiovanni sedotto dal suo fare capriccioso, a Coral (Michel Bouquet), l’impiegato timido e complessato, soggiogato dal suo mistero, a Morane, il politico così narcisista (e così disattento) da non riuscire a evitare l’inganno di cui sembrava essersi accorto persino il figlioletto, il piccolo Cookie. Più difficile del previsto, invece, “giustiziare” il pittore Fergus (Charles Denner) e l’ottuso Delvaux, il vero assassino, ma, infine, la sua vendetta avrebbe raggiunto anche loro.

Il modo del racconto

Il film non rispetta la diacronia degli avvenimenti, perché Truffaut vuole prima di ogni altra cosa presentarci, con la forza delle immagini, la disperazione di Julie: la vediamo all’inizio, a qualche anno dal delitto che l’aveva resa vedova, sfogliare un album di fotografie, così evidentemente dolorose per lei da spingerla a gettarsi dalla finestra, prontamente bloccata dalla madre, che già altre volte le aveva impedito il suicidio. Il suo volto bellissimo e pieno di dolore, la sua fierezza e anche la gentilezza d’animo che si intuisce in queste prime scene non possono che conquistarci. Con la benedizione di Truffaut, dunque, Julie entra subito nel nostro cuore, dove rimarrà per il resto del film: solidarizzeremo con lei sempre, proprio perché il regista ci aveva predisposti a partecipare affettuosamente alla sua ansia di “giustizia”, né abbandoneremo questa nostra simpatia nel corso dell’intera vicenda, nonostante l’efferatezza della sua infallibile vendetta, preparata con razionale precisione nei minimi particolari, ma attuata sul momento, in modo quasi sempre imprevedibile, perché la donna è sempre pronta ad adattare i suoi piani alle circostanze, ad afferrare ogni opportunità, a far fronte prontamente agli inciampi inattesi. I progetti omicidi di Julie, tessere diverse di un solo unitario mosaico, si presentano come una sua doppia scommessa: col destino, beffardamente capace di scombinarli, e con se stessa. Emblematico, a questo proposito, il penultimo e assai complesso episodio, quello dell’uccisione del pittore Fergus, l’uomo che in lei aveva trovato dapprima la modella ideale, poi la donna sognata da sempre: i ritratti a lei somigliantissimi, che Fergus aveva dipinto ben prima di conoscerla, erano nel suo studio a testimoniarlo; il turbamento di Julie, le sue esitazioni angosciose, il suo procrastinare le sedute, nonostante il pericolo incalzante di venire smascherata da Corey (Jean-Claude Brialy), il gallerista, ci pongono alcuni dubbi sulla specificità del film: davvero solo un revenge movie, o un giallo hitchcockiano, condotto dal regista (e dalla straordinaria Moreau) come una ironica sfida? Il giudizio che me ne sono fatta, per quanto poco possa valere, è che si tratti di un’opera assai più complessa, (senza escludere, naturalmente, che la vendetta e la sfida ne siano temi centrali): un film sull’amore e sulla morte, la compagna inevitabile della vita e di qualsiasi amore che, per la sua durata nel tempo, venga fatto coincidere con la vita stessa. Questo è probabilmente il senso profondo del penultimo episodio, molto illuminante per comprendere l’intera pellicola, che continua a interrogarci e a farci riflettere a cinquant’anni dalla sua uscita.

Il Destino

recensione del film:
IL DESTINO

Titolo originale:
Al Massir

Regia:
Youssef Chahine

Principali interpreti:
Nour El-Chérif, Laila Eloui, Mahmoud Hémeida, Safia el Emary, Khaled el Nabaour, Sele Abdel, Ahmed Fouad Selim. – 135 min – Egitto, Francia 1997

Questo film bellissimo è arrivato in Italia l’11 marzo 1998, dopo la Palma speciale ricevuta nel 1997 per il cinquantesimo anniversario del Festival di Cannes dal regista egiziano (1926 – 2008) Yūsuf Shāhīn, francesizzato in Youssef Chahine e con questo nome conosciuto nel mondo.
Qualcuno, nel nostro paese, ebbe allora occasione di vederlo e ne ricevette un’impressione profonda, indimenticabile. Nelle nostre sale durò poco, né qui si è mai visto il suo DVD, che invece è ancora reperibile su qualche sito straniero, ciò che mi ha permesso di rivederlo e di conoscere un po’ meglio anche il regista, del quale mi riprometto di recensire qualche altro film*.
Va aggiunto, infatti, che questa è l’unica opera di Chahine ad aver “soggiornato”, sia pure per un periodo breve, sul suolo italiano: l’autore è dunque pressoché quasi ignorato da noi, ed è un vero peccato!

Che cosa racconta Il destino
Il film si apre su uno dei roghi che nel XII secolo, a Nord dei Pirenei, nella regione francese della Languedoc, avevano posto fine alla vita degli eretici.
Per sentenza del tribunale dell’Inquisizione, all’orribile pena era stato condannato un intellettuale, reo di aver condiviso alcune posizioni di Averroè, il grande filosofo-scienziato, traduttore di Aristotele, che in quegli stessi giorni era il consulente giuridico più ascoltato e stimato di Al Mansur, il califfo, vincitore della battaglia di Alarcos, promotore della rinascita militare, artistica e culturale dell’Andalusia. Ora il regista indirizza la nostra attenzione proprio sul deteriorarsi dei rapporti fra Averroè e il califfo, in seguito al malcontento popolare, fomentato dalle sette fondamentaliste dell’Islam, contro la politica multiculturale e laica della corte, dai cui benefici una considerevole parte della popolazione si sentiva esclusa. La responsabilità del progressivo arretrare della presenza musulmana nella penisola iberica, a seguito della Reconquista cristiano-cattolica**, infatti, veniva fatta semplicisticamente ricadere sulla politica del califfo che aveva indebolito le convinzioni religiose del “popolo”, infiacchendone la coscienza e la volontà. Nel mirino, dunque, l’intera opera di Averroè, che per ragioni politiche, più che per convinzioni personali, il figlio erede di Al Mansur avrebbe condannato al rogo. Tra le pagine più belle e commoventi del film, l’opera collettiva dei discepoli del filosofo che ricopiarono, dividendosi il lavoro, in fretta e clandestinamente, le sue grandi opere, che avevano provvisoriamente nascosto negli scantinati delle abitazioni gitane e che successivamente esportarono fra mille disagi e avventurose peripezie, mettendole definitivamente in salvo in Egitto.

I modi del racconto

La straordinarietà di questo film, però, è soprattutto nell’originale coraggio del regista che, attraversando i “generi”, costruisce un’opera singolarissima, nella quale sono presenti e si fondono molteplici contaminazioni: dal gusto tutto hollywoodiano per il racconto avventuroso e storico (quasi un Kolossal), a quello molto gitano per la danza e il canto popolare, cosicché l’intento morale e didascalico viene in qualche misura alleggerito dalle bellissime musiche (quasi un musical), dai vivacissimi colori, da un eccezionale senso dello spettacolo, che contiene in sé il valore non trattabile della libertà della cultura e del pensiero che lo stesso Chahine, come Averroè, aveva dovuto difendere dagli attacchi dei fanatici religiosi di ogni cultura (compresa quella cristiano-cattolica) che erano arrivati ai suoi film.

Un meraviglioso invito alla tolleranza, all’amicizia disinteressata, all’ascolto dell’altro, quanto mai attuale anche oggi.

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* Chi volesse trovare qualche informazione in più su questo regista, sui suoi numerosi film e sulla sua cosmopolita formazione culturale, può trovare qualche scarna notizia su Wikipedia e anche sulla Treccani.
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** si sarebbe concluso nel 1492 per iniziativa dei “re cattolici”, ovvero di Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona

La truffa del secolo

recensione del film:
LA TRUFFA DEL SECOLO

Titolo originale:
Carbone

Regia:
Olivier Marchal

Principali interpreti:
Benoît Magimel, Gringe, Idir Chender, Laura Smet, Michaël Youn, Patrick Catalifo, Gérard Depardieu, Moussa Maaskri, Fred Épaud, Jean-Philippe Mancini, Naomie Winograd, Carole Brana – 104 min. – Francia 2017

Per questo film, che è un dignitosissimo film di genere, ispirato a una truffa realmente consumata (e accuratamente “silenziata”), ai danni dello stato francese e dell’Europa comunitaria nei primi anni di questo secolo, mi limiterò a una breve presentazione, invitando gli interessati a vederlo.
Antoine Roca (Benoît Magimel) era stato costretto a chiedere il fallimento della propria azienda, con gravissime conseguenze per la sua pace familiare, giacché il ricchissimo suocero, Aron Goldstein (Gérard Depardieu), che l’aveva sempre odiato, avvalendosi del proprio autorevole carisma, chiedeva, ora, alla figlia, di abbandonare “quel buono a nulla” e di sottrargli la possibilità di occuparsi dell’amatissimo figlioletto. Le conseguenza di questa situazione costituiscono la parte centrale del film: l’adesione di Antoine a un progetto finanziario allettante, sicuramente truffaldino, ma in qualche misura “legittimato” dalla pessima scrittura di una legge comunitaria, recepita dallo stato francese; l’inevitabile collusione con la piccola e grande malavita locale, la sua tragica conclusione.

Gli sviluppi dell’intera vicenda, con sorpresa finale, sono raccontati con ritmo serrato e sottolineati da un accompagnamento musicale molto scorsesiano,  così come è riconducibile a molto cinema di Martin Scorsese l’indagine sulle dinamiche familiari che costituiscono il motore, non solo lo sfondo, della storia. Grandi interpreti fra i quali si distingue per la perfezione, oltre che per la mole imponente, il sempre magnifico  Gérard Depardieu.

L’atelier

recensione del film:
L’ATELIER

Regia:
Laurent Cantet

Principali interpreti:
Marina Foïs, Matthieu Lucci, Warda Rammach, Issam Talbi, Florian Beaujean, Mamadou Doumbia, Julien Souve, Mélissa Guilbert, Olivier Thouret, Charlie Barde – 114 min. – Francia 2017

Torna nelle nostre sale Laurent Cantet, con un film presentato a Cannes (a Un certain regard) lo scorso anno, che si presta, come sempre il suo cinema, a molte letture e che ha al suo centro, ancora una volta, il tema della scuola.  Questa è una scuola “anomala”, un laboratorio estivo di scrittura (l’atélier, per l’appunto), finanziato dal Comune di La Ciotat, nel sud occitano della Francia, con l’intento di offrire a un gruppo selezionato di ragazzi, fra i sedici e i diciott’anni, un modo intrigante e insolito per passare le vacanze: scrivere “collettivamente” un bel noir, da pubblicare alla fine del corso. Allo scopo il Comune aveva invitato una famosa “giallista” parigina, Olivia Dejazet (Marina Foïs), perchè coinvolgesse questi aspiranti scrittori in modo culturalmente significativo. Un workshop di scrittura, dunque, diverso dall’istituzione, meno formale, più libero in cui  l’insegnante padroneggiava un’eccellente tecnica di scrittura e gli studenti, tutti molto motivati,  avrebbero presto visto il risultato del loro impegno.
Naturamente le cose si sarebbero rivelate più complicate: esistevano profonde diversità di vedute fra gli studenti, mentre Olivia, insegnante di una sola estate, era poco disponibile ad accogliere le proposte più interessanti, magari discutibili, quasi volesse evitare che il noir deragliasse dai tranquilli binari della medietà, nella quale la maggioranza degli studenti sembrava riconoscersi. Le era sembrata molto buona e conciliante l’idea di Malika (Warda Rammach), di includere nel noir anche la storia di La Ciotat, negli anni ’80 al centro di combattive lotte operaie unitarie. I suoi cantieri navali erano stati chiusi all’improvviso, con conseguenze gravi per la popolazione, che in quei momenti aveva compreso le ragioni della solidarietà e dell’appartenenza di classe, ideali mai abbandonati  in seguito, costitutivi di un’orgogliosa identità collettiva multiculturale, che distingueva gli abitanti di quel luogo così come le strutture arrugginite del vecchio cantiere ne distinguevano lo Skyline.
Eppure, secondo Antoine (Matthieu Lucci), lo schivo e intelligentissimo studente del gruppo, le cose non stavano così: il mondo era cambiato, persino a La Ciotat, dove ora si stavano riutilizzando i vecchi cantieri per la manutenzione delle imbarcazioni più leggere, dalle piccole navi da trasporto agli yacht che stazionavano davanti alla baia, ora porto turistico. Il mondo intero, inoltre, era diverso: era cambiato il modo di lavorare, improponibile la vecchia solidarietà; il terrorismo internazionale creava nuove paure e lasciava affiorare sentimenti xenofobici, impensabili negli anni’80, le migrazioni intercontinentali costituivano una drammatica e preoccupante realtà. Richiamarsi a quei lontani fatti, per quanto nobili, significava essere fuori dal mondo e scrivere un romanzo vecchio, celebrativo e privo di verità. Antoine esponeva talvolta, con lucida coerenza queste sue meditazioni; più spesso preferiva le battute, le provocazioni che creavano malcontento, rancori, odio. Si verificava, durante le lezioni di scrittura, l’imbarazzante situazione contraddittoria in cui si trovano gli insegnanti meno esperti: la rimozione, fondata su un moralismo di maniera, di argomenti molto seri, che sarebbe utile e formativo meditare e discutere, accettando anche di rivedere i criteri con i quali si stava affrontando il rapporto fra finzione e realtà.
Lo scontro fra Olivia e Antoine, però, non riusciva a nascondere completamente l’aspetto più inquietante dell’intera vicenda, ovvero la sottile ambiguità erotica del loro rapporto: che la scrittrice comprenda di avere davanti a sé l’allievo più intelligente del corso e che ne sia incuriosita e attratta, è fuor di dubbio, così come è indubbia la curiosità di Antoine nei confronti di lei, che osserva da lontano, fotografa di nascosto, coinvolge in una terribile fantasia sadica del tutto degna di un grande e anche un po’ velleitario creatore di noir!

Laurent Cantet ha aggiornato e infine realizzato, con questo film, il progetto che aveva ideato e tenuto in sospeso per circa vent’anni, aiutato nella sceneggiatura dall’amico regista Robin Campillo.
Che dire di questa sua ultima fatica? È un gran bel film, che pone dubbi e problemi di sicuro interesse, non tutti ugualmente sviluppati, cosicché si avverte infine quasi un senso di incompiutezza che è certamente un difetto. Resta, in ogni caso, un’opera di grande qualità, possibilmente da vedere.

Montparnasse – Femminile singolare

MONTPARNASSE-FEMMINILE SINGOLARE

Titolo originale:
Jeune femme

Regia:
Léonor Séraille

Principali interpreti:
Laetitia Dosch, Grégoire Monsaingeon, Souleymane Seye Ndiaye, Léonie Simaga, Nathalie Richard, Erika Sainte, Lila-Rose Gilberti, Audrey Bonnet, Marie Rémond, Julie Guio – 97 min. – Francia 2017

Questa è la storia di Paula (Laetitia Dosch), una giovane donna che ritorna a Parigi dal Messico, dove  per lungo tempo era vissuta col suo compagno, artista della fotografia. Al loro rientro, la rottura, per motivi che non ci vengono detti. La giovane regista spiega, infatti, nelle interviste rilasciate, che il suo intento non voleva essere quello di raccontare il passato della protagonista, cercando di spiegarne il presente, dacché preferiva tenersi lontana, in questo modo, dal tradizionale naturalismo della tranche de vie. A lei interessava, invece, mettere in scena una storia di donna che, non trovando più nel passato alcun punto di riferimento, fosse costretta a scegliere fra la disperazione (all’inizio del film Paula sembrava avviarsi su questa strada senza ritorno) e la ricerca delle ragioni della propria vita: si sarebbe trattato di un doloroso e non facile percorso, che tuttavia proprio la mancanza di vincoli affettivi o sentimentali avrebbe reso possibile, trasformando in opportunità ciò che aveva vissuto in un primo momento come una grave sconfitta. Paula avrebbe sperimentato la fatica di rinascere, inventandosi un’identità, creandosi nuove amicizie e nuove relazioni sociali,  scoprendo gli aspetti gratificanti di un lavoro inizialmente poco gradito, chiarendo a sé il proprio rapporto con l’amore e la maternità, vivendo, anche in modo contraddittorio, la propria libertà, che deve essere anche libertà di smentirsi e di cambiare idea.

Questo film, che in francese semplicemente si intitola Jeune femme, è dunque il ritratto di una donna che prende coscienza del proprio valore, percorrendo una strada in salita molto dolorosa e dura, fatta di ostacoli di ogni tipo, soprattutto in quella Parigi che, lontana anni luce dalla città dei lumi e della cultura che conosciamo, è diventata per Paula il luogo della solitudine estrema e dell’indifferenza diffusa. L’attrice protagonista, che ha portato anche sulle scene teatrali, opportunamente trasformandola in una successione di monologhi, la sceneggiatura di questo film, ha cercato davvero la piena identificazione con la protagonista, offrendo anche il proprio apporto creativo nei luoghi molteplici in cui matura la trasformazione della giovane Paula.

Mi pare utile spendere qualche parola sulla regista, Léonor Séraille, volto nuovo della cinematografia francese, da poco uscita dal FEMIS, la Scuola Nazionale francese di Cinema, fondata nel 1944 .
Con la sceneggiatura di questo film, L.S. aveva conseguito brillantemente il proprio diploma, senza immaginare, però, che il film sarebbe stato realizzato per davvero. Fu l’incontro con la produttrice Sandra de Fonseca, a cui il testo era piaciuto, a indirizzarla alla ricerca di un’attrice che lo interpretasse con convinzione, in modo che le fosse possibile sottoporre al CNC (Centre National du Cinema) il progetto indispensabile per ottenerne il sostegno economico, nonché  le indicazioni e i contatti più utili per girarlo e promuoverlo. Dopo un’
attentissima e severa selezione il film venne riconosciuto meritevole di essere pubblicamente sostenuto e promosso, proprio in tempo utile per essere ammesso al festival di Cannes nel 2017 (Un certain regard – Caméra d’or per la migliore opera prima). Ora è da noi, presente in poche sale (ma questo non pare strano), ma da vedere, perché è un film interessante e perché è giusto premiare l’organizzazione e l’impegno collettivo che lo hanno reso possibile.

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La fonte delle mie informazioni sulla nascita di questo film e sulla regista è l’intervista rilasciata da Léonor Séraille a Stéphane Delorme, contenuta nel numero 738 (novembre 2017) dei Cahiers du cinema, alle pagg. 48-50.

Doppio amore

recensione del film:
DOPPIO AMORE

Titolo originale:
L’amant double

Regia:
François Ozon

Principali interpreti:
Marine Vacth, Jérémie Renier, Jacqueline Bisset, Myriam Boyer, Dominique Reymond, Fanny Sage, Jean-Édouard Bodziak, Antoin e de La Morinerie, Jean-Paul Muel – 110 min. – Francia 2017.

Chloé (Marine Vacth) era una giovane e fragile donna che viveva da sola, forse ossessionata da un oscuro passato familiare che la rendeva insicura e chiusa; sicuramente perseguitata da un dolore fisico lancinante che da sempre aveva accompagnato la sua vita e che la sua ginecologa aveva attribuito a un disturbo di origine psichica, raccomandandole di affidarsi a Paul Meyer (Jérémie Renier), giovane e stimato psicanalista. Poche sedute erano state sufficienti sia per farla sentire un po’ meglio, sia perché Paul si innamorasse di lei, ciò che aveva determinato la fine di un rapporto professionale ormai inammissibile e l’inizio della loro storia.
Chloé si era dunque trasferita col suo bel gattone certosino nell’appartamento di lui, all’ultimo piano di un moderno palazzo parigino e aveva iniziato la sua nuova vita, talvolta infastidita dalle intrusioni di un’anziana vicina di pianerottolo gattofila e impicciona. L’insoddisfazione per le lunghe assenze di Paul, impegnato nel suo lavoro, la difficoltà per l’insopportabile solitudine (acuita dalla ricomparsa del solito lancinante dolore) e per le attenzioni un po’ inquietanti della signora della porta accanto l’avevano indotta a trovarsi un’occupazione e a riprendere le sedute di psicanalisi, all’insaputa di lui, con un altro professionista. Aveva scelto di farsi curare da Louis Delord (lo stesso Jérémie Renier), nell’aspetto molto simile a Paul (scopriremo essere, infatti, il suo gemello malvagio), il cui ufficio era poco lontano dal museo di arte contemporanea, nel quale Chloé si era impiegata come sorvegliante di sala.
Da questo momento il film diventa un thriller molto teso, con momenti di forte erotismo, condotto con sobria e fredda eleganza dal regista.

François Ozon è visibilmente intrigato dalla suggestione che suscita la coppia dei gemelli Paul-Louis (che nel corso del film troverà un corrispettivo femminile nel palesarsi del comportamento schizofrenico di Chloé) e quindi dal tema del “doppio”, continuamente ribadito dalla presenza, nell’elegante scenografia, di miriadi di specchi che, moltiplicando l’immagine dei principali personaggi, evidenziano la dissociazione patologica della loro personalità.
Grazie, inoltre, alla sua ampia cultura cinefila, Ozon impreziosisce il racconto con continue e pertinenti citazioni da pellicole illustri, dal cui repertorio egli attinge a piene mani, avendo quel tema percorso tutte le epoche della storia della cultura e del cinema, fin dalle sue origini. Ispirandosi al “muto” Lo Studente di Praga – 1913 – , alle gemelle di Lo specchio scuro – 1946 –  alle più note opere di Lang, Hitckock, Polanski, De Palma, Cronenberg, pertanto, egli crea una trama di rimandi ben riconoscibili che, proprio per la loro evidenza, attenuano in parte la tensione e il mistero della pellicola, un po’ banalizzandola. Il film, perciò, pur essendo apprezzabile per il nitore e la classica compostezza delle immagini, che ne rende accettabile il contenuto piuttosto prevedibile e l’erotismo talvolta molto esplicito, nonché il raffinato gusto citazionista, non è, a mio avviso, tra i migliori del regista, sebbene realizzato con intelligenza e cura. La sua visione, in ogni caso, non annoia e, a tratti, può riservare qualche bella sorpresa.

L’amore secondo Isabelle

recensione del film:
L’AMORE SECONDO ISABELLA

regia:
Claire Denis

Titolo originale
Un beau soleil intérieur

Principali interpreti:
Juliette Binoche, Xavier Beauvois, Philippe Katerine, Josiane Balasko, Sandrine Dumas, Nicolas Duvauchelle, Alex Descas, Laurent Grévill, Bruno Podalydès, Paul Blain, Valeria Bruni Tedeschi, Gérard Depardieu, Claire Tran – 94 min. – Francia 2017.

l’angoisse d’amour: elle est la crainte d’un deuil qui a déjà eu lieu, dès l’origine de l’amour, dès le moment où j’ai été ravi. Faudrait que quelqu’un puisse me dire : « Ne soyez plus angoissé, vous l’avez déjà perdu(e) »
(Roland Barthes – Fragments d’un discours amoureux – Agony – Edition du Seuil – Paris 1977 -pag. 38)

Come far durare l’amore, quello vero, nella sua più pura essenza è ciò che si chiede tormentosamente Isabelle (Juliette Binoche), bella donna di mezza età, nonché madre di una bambina di dieci anni (al momento del film, custodita dal suo ex marito). Pittrice affermata, Isabelle si realizza solo in parte nel suo lavoro creativo, che pure è proiezione di sé: frequenta l’ambiente dei critici e delle mostre, si muove tra intellettuali che l’ammirano e la corteggiano, ma di loro non sopporta lo snobismo supponente, lontanissimo dalla sua istintiva sensualità. Alla sua non verdissima età, mostra senza falsi pudori il proprio corpo ancora desiderabile con innocente carnalità: generose le sue scollature e ridottissime le sue minigonne; le piace danzare (anche da sola); le piace il buon cibo e, naturalmente, le piace l’amore. È in attesa di incontrare l’uomo che le si conceda senza riserve, senza retro-pensieri, capace di abbandonarsi con dolce smemoratezza, come lei. La sua vita amorosa, come comprendiamo già all’inizio del film, è un disastro, perché la passione e il desiderio si trasformano presto in un crudele gioco di potere ai suoi danni. Dal banchiere attempato (Xavier Beauvois), al giovane attore (Nicolas Duvauchelle), all’ex marito (Laurent Grévill), a Marc (Alex Descas), tutti si difendono da lei e dall’amore: hanno moglie, non vogliono soffrire, si negano, devono partire, non la coinvolgono nei loro progetti, si pentono di ciò che è stato… L’ attesa delle decisioni che non arrivano è una condizione di angoscia continua per lei, aggravata dalla percezione della propria solitudine senza scampo: se un incontro “giusto” sembra prospettarsi, ci penseranno i suoi amici intellettuali a metterla in guardia, a instillarle dubbi, a provocare la crisi. Si affiderà, infine, a un veggente (Gérard Depardieu), in un finale aperto di sorprendente ambiguità; ambivalenza e ambiguità connotano, del resto, l’intero film, oltre a tutti i suoi personaggi.
La regista, infatti, sembra aver costruito la sua ultima pellicola sul dicotomico oscillare fra la gioia e il dolore nel sentimento amoroso, contraddittorio in sé, nodo aggrovigliato di pulsioni ed emozioni, tanto ineffabile da rendere impossibile ogni comunicazione verbale. In uno dei film più parlati della Dénis, le parole degli amanti mostrano non solo la loro inadeguatezza, ma la loro equivoca interpretabilità, quando non la brutalità di un linguaggio adatto solo a definire il possesso, il ricatto e il denaro. La frammentarietà del film ne è un riflesso, ed è frutto di un montaggio volutamente spezzato, che presenta brandelli di storie nel loro farsi, o nel loro prevedibile concludersi, finché, nell’ultima e lunga scena, del tutto inaspettatamente, compare nei panni di un mago un po’ cialtrone e un po’ turbato un inedito e grande Depardieu.
Ispirato dichiaratamente ai Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes, lettura amatissima dalla regista, capace di coinvolgerla fino alle lacrime*, Claire Dénis ha sceneggiato questo film insieme a Christine Angot, scrittrice di alcuni romanzi di contrastato successo e anche con l’attiva collaborazione di Juliette Binoche. Un lavoro a sei mani, la cui riuscita a me, ma non a tutti, è sembrata poco discutibile. Un film non facile, ma da vedere.

* (“c’est un livre […] qu’en le lisant je pleurais […] je comprenais exactement ce qui c’est l’agonie amoureuse […] ce n’est pas quelque chose dont on meurt, c’est un goût de son corp, de son âme…)
Intervista concessa a Jean Sébastien Chauvin e a Jean Philippe Tessé a Parigi il 29 giugno 2017 e pubblicata sul numero 736 dei Cahiers du Cinéma del settembre 2017 (pagg. 34-36).

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Chi è interessato può trovare QUI fra i documenti di questo blog un frammento dello spettacolo ispirato a Roland Barthes, dal titolo: “Nodi di un discorso amoroso” – scritto e recitato da Massimo Zordan e Marcello Verona, messo in scena dal Teatro dell’Elefante, Cagliari, 25 Aprile 2008 –