Il colpevole (The Guilty)

recensione del film:
IL COLPEVOLE – The Guilty

Titolo originale:
The Guilty

Regia:
Gustav Möller

Principali interpreti:
Jakob Cedergren, Jessica Dinnage, Omar Shargawi, Johan Olsen, Jacob Lohmann, Katinka Evers-Jahnsen, Jeanette Lindbæk – 85 min. – Danimarca 2018

Asger Holm (Jakob Cedergren), un tempo poliziotto addetto alla sicurezza in strada, è ora in attesa di processo per ragioni che non ci vengono dette e per le quali è  stato provvisoriamente trasferito all’ufficio del centralino telefonico col compito di smistare le chiamate che richiedono il pronto intervento degli agenti. Svolge ora, dunque, un lavoro delicato, che richiede intelligenza e serenità d’animo, oltre che profonda umanità, perché anche nelle città della civilissima Danimarca, dove si svolge la vicenda del film, i conflitti fra i cittadini sono numerosi, spesso imprevedibili e devono essere risolti prima che diventino gravi casi di cronaca nera. Il nostro Asger Holm prende a cuore i casi più difficili anche oltre l’orario e persino al di là dei propri compiti perché sa ascoltare, consolare, consigliare, convinto che talvolta l’empatia possa far miracoli, ben più della burocrazia di mansionari e regolamenti. Asger Holm è solo, circondato dall’ostilità dei colleghi per i quali sarebbe meglio sdrammatizzare le tensioni che si celano dietro le chiamate: a dar retta a lui, non basterebbero le pattuglie sulle strade, soprattutto ora, che si è fatto coinvolgere nella brutta storia di una poveretta che viaggia su un furgone bianco, in balia di un marito pazzo che l’ha sequestrata per toglierle i figli e la vuole sicuramente uccidere…
Ci lasciamo pienamente coinvolgere anche noi: Asger Holm è persuasivo, col suo volto da bravo ragazzo che vorrebbe davvero modificare la realtà immobile dei regolamenti e delle procedure; la sua lotta è la nostra, almeno, così crediamo. Non tutto, però, è così chiaro: forse le regole deontologiche non sono proprio da buttare; forse sono una garanzia per tutti. Che avesse ragione Tayllerand (o chi per lui): surtout, pas de zèle?
La linea di demarcazione fra la saggezza e il disincanto non è mai stata così sottile…

Girato in Danimarca, opera prima del regista svedese Gustav Möller, questo film è, come si intuisce,  un thriller assai impegnativo, che si sviluppa nello spazio chiuso di un ufficio contiguo a due soli ambienti, uno dei quali è il corridoio,  l’altro è il piccolo e buio sgabuzzino, dove da ultimo il nostro protagonista avrebbe continuato il colloquio telefonico, sottraendosi all’ormai aperta ostilità dei colleghi. Il film, dunque, non presenta azione scenica se non quella creata nella nostra immaginazione dalle lunghe telefonate fra Asger e la donna di cui, al di là del telefono, percepiamo l’angoscia e la paura solo ascoltandone le parole spezzate, i sì, i no, l’affanno del respiro, i lamenti. Anche se, per la ristrettezza dello spazio in cui si svolge, il film potrebbe ricordare Locke (e non pochi lo hanno notato), per altri aspetti se ne differenzia soprattutto perché in Locke lo spazio ridotto si allargava  nella nostra immaginazione, grazie all’irrompere (sia pure solo telefonico) di molti altri personaggi importanti nella ricca vita di relazione del protagonista. In questo film, invece, gli spazi esterni all’ ufficio del centralino telefonico si riducono progressivamente, anche nella nostra immaginazione, parallelamente all’inesorabile prevalere  dell’aspetto ossessivo del colloquio, cui non servono più neppure le immagini indeterminate della mappa dei dintorni di Copenaghen.

Film insolito di un regista molto promettente, capace, con pochi mezzi, ma grazie a una solida sceneggiatura, di creare emozione e suspence. Da vedere.

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La Casa di Jack

recensione del film:
LA CASA DI JACK

Titolo originale:
The House That Jack Built

Regia:
Lars von Trier

Principali interpreti:
Matt Dillon, Bruno Ganz, Uma Thurman, Siobhan Fallon Hogan, Sofie Gråbøl, Riley Keough, Ed Speleers, David Bailie, Ji-tae Yu, Osy Ikhile – 155 min. – Danimarca, Francia, Germania, Svezia 2018.

Il titolo italiano è ancora una volta improprio; quello originale è l’inizio di una filastrocca cumulativa, ovvero di una popolare ninna-nanna che sembra raccontare una fiaba ma che è invece costruita accumulando, per richiamo logico ma senza sviluppo narrativo, azioni correlate a quelle dei versi precedenti. Qui  ne troverete un notissimo esempio.

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Questa premessa evita che lo spettatore s’inganni circa la natura del film, che nelle intenzioni di Lars von Trier è un apologo (probabilmente ispirato alla figura ormai leggendaria di Jack lo Squartatore) con intenti pedagogico-moraleggianti, come tutte le sue opere a cui, apertamente si richiama anche nella suddivisione per capitoli (gli incidenti) che hanno alcune caratteristiche iterative della berceuse del titolo originale.
Il protagonista Jack (Matt Dillon) è un serial killer, un nordamericano che vive nello Stato di Washington dove svolge la propria attività criminale (impunemente) da dodici anni, incapace di frenare le proprie ossessioni compulsive omicidiarie, nate dalle sue personali frustrazioni, ma  favorite dal caso e dal singolare spirito collaborativo delle prime vittime che per qualche misteriosa ragione non ne avevano compreso le depravate intenzioni, sottovalutandone l’impostura, nonché le lusinghe seduttive. Egli è un ingegnere, architetto mancato, che, con delirante follia, aspira a costruire un edificio bellissimo e imperituro a testimonianza del proprio genio creativo, quello stesso del quale ha dato prova realizzando i suoi omicidi “da artista”, fissando nel gelo di una stanza-obitorio, per sempre, le espressioni dei volti, i corpi straziati, e mutilati e realizzando, come ogni vero artista, una sorta di equilibrio compositivo fra luci e tenebre, superando la precarietà degli umani riferimenti morali, insufficienti ad indicare la via della bellezza capace di sfidare la morte.
Senza il decisivo apporto delle oscurità tenebrose, gli interni delle cattedrali gotiche 
(suggestione ricorrente del film) perderebbero ogni  fascino , così come senza l’azione spietata dei falciatori che distruggono, con le loro affilatissime lame, il rigoglio biondo delle messi mature, la bellezza del paesaggio estivo sarebbe destinata a deteriorarsi e a svanire.
Le oscure leggi del dolore e della morte sono dunque le condizioni per ogni rinnovarsi della bellezza e quindi della stessa rappresentazione artistica, mentre Lars von Trier, parrebbe, come artista, riconoscersi totalmente nel suo Jack. Il film nel corso della sua durata ci pone, come si vede, problemi e interrogativi molto seri, che non possono trovare facili risposte per due fondamentali ragioni: la presenza costante del registro ironico e beffardo che, connota anche i momenti più duri e inquietanti (i cinque
incidenti) del film e l’irrompere improvviso e frequente di tableau vivants che si ispirano alla pittura romantica, nonché di “installazioni” e immagini macabre che richiamano la scultura e l’arte contemporanea e, che, suscitando orrore e meraviglia, non possono che generare in noi quel sentimento di ammirazione-repulsione che sempre i film di L.v.T suscitano. Anche questa volta, dunque, il regista mette in evidenza il gusto della provocazione colta, cifra di tutti i suoi film, e perciò anche di questo, che per il momento sembrerebbe il più estremo fra i suoi. È naturalmente possibile chiedersi, ma mi pare domanda oziosa, se questo suo cinema possa proseguire a lungo su una strada così esposta alla deriva del cinismo disgustoso, ma, in attesa del futuro imprevedibile, dobbiamo rimanere nell’ambito dei film già noti e su questi esprimere il nostro giudizio.

Jack incarna dunque metaforicamente l’artista pazzo, maledetto e detestato dai benpensanti che non vogliono ammettere il vero, ma non è l’unico importante protagonista del film: lo affianca un alter ego, puro flatus vocis inizialmente, ovvero voice over di Verge (Bruno Ganz), che paternamente cerca, con pacata razionalità di indirizzarlo, e chiarirgli dubbi e interrogativi, per inverarsi infine nel personaggio del nuovo Virgilio che lo accompagnerà nella discesa agl’inferi, quel centro della terra dal quale occorre passare con tormentosa difficoltà per vedere la luce che promana dall’architetto supremo dell’universo, costruito inevitabilmente sull’opposizione luce-tenebra. È l’ultima sorpresa del film. la più emozionante (l’ultima apparizione sullo schermo di Bruno Ganz, breve ma magnificamente significativa) e anche la più fantasmagorica, per il susseguirsi ininterrotto di immagini straordinarie.

A mio avviso questo è uno dei migliori film di Lars von Trier, il più difficile e forse perciò il più odiato fra gli autori del cinema contemporaneo. Chi mi legge sa che questo regista danese è fra quelli che prediligo: riflettere sui suoi film costituisce per me un impegno intellettuale e culturale irrinunciabile ogni volta. Recensirlo è una fatica largamente ripagata quando mi riesce di mettere in luce la densità dei contenuti, scavando fra sottotesti, allegorie, simboli, fra splendori e orrori delle immagini, per farne emergere la weltanschauung che, come ho cercato di dire presentando il suo precedente Nynphomaniac (QUI) a cui faccio riferimento, è una visione negativa dell’esistenza, per sopportare la quale è fondamentale “Forget about Love”  Non dalla depressione, dunque, che semmai ne è la conseguenza, ma dalla coscienza dell’inevitabilità della morte che porrà, prima o poi, fine alla nostra volontà di vivere e di godere, deriva il dolore che schiaccia l’umanità e che la pone di fronte alla scelta consapevole fra il piacere e l’amore, ovvero tra la bellezza eterna e l’ineluttabile dimensione temporale dell’esistenza.

 

La Comune

Schermata 2016-04-01 alle 14.55.59recensione del film:
LA COMUNE

Titolo originale:
Kollektivet

Regia:
Thomas Vinterberg

Principali interpreti:
Trine Dyrholm, Ulrich Thomsen, Helene Reingaard Neumann, Martha Sophie Wallstrom Hanse, Lars Ranthe, Fares Fares, Magnus Millang, Julie Agnete Vang, Anne Gry Henningsen, Lise Koefoed, Adam Fischer, Oliver Methling Søndergaard, Ida Emilie Krarup, Mads Reuther, Jytte Kvinesdal, Rasmus Lind Rubin – 111 min. – Danimarca 2016.

Il film racconta i ricordi del regista nella Danimarca degli anni ’70, quando, ancora assai piccolo, con i genitori, aveva abitato all’interno di una Comune, percorrendo un’esperienza al tempo assai diffusa. I riferimenti storici sono dati dagli eventi della guerra fra Americani e Vietnamiti, ampiamente citata nel corso della narrazione.

Lui, Erik (Ulrich Thomsen), insegna Architettura all’Università di Copenhagen; lei, Anna (Trine Dyrholm), conduce da anni il telegiornale danese; il loro matrimonio regge, senza scosse, da tre lustri, durante i quali era nata Freja (Martha Sophie Wallstrom Hanse), l’amata figlioletta, ora adolescente. L’eredità imprevista di una grande villa, nella campagna intorno a Copenhagen, che avrebbe permesso ad Anna e a Freja di vivere in un spaziosa abitazione circondata dal verde, aveva contrariato Erik, l’erede, timoroso che le notevoli spese per rimettere in ordine e mantenere quella casa sarebbero state al di sopra delle loro reali possibilità. Era stata Anna a trovare la soluzione al problema che avrebbe messo d’accordo tutti: invitare alcuni amici, attentamente selezionati, a vivere con loro tre, per condividere gli spazi e distribuire le spese aiutandosi reciprocamente nei lavori della casa. Si era costituita in questo modo una piccola comunità: anche se forse un po’ anomala rispetto alle numerose “Comuni” sessantottine: gli abitanti non erano molto giovani; le trasgressioni si limitavano alle sole bevande alcoliche; la privacy di ogni coppia era assicurata; la vita sociale regolamentata con una certa pignoleria.  La convivenza sembrava funzionare, perché tutto, anche il dolore più atroce (qual era stato il lutto per la morte del bambino di una coppia) era diventato più sopportabile essendo condiviso: tutti ne avevano sinceramente partecipato; tutti se ne erano davvero fatti carico, con la loro rispettiva sensibilità, col loro individuale modo di piangere.
In queste pagine si trovano le cose migliori del film: la narrazione successiva, infatti, non raggiunge la stessa forza espressiva ed emotivamente non è altrettanto convincente.
La nuova storia d’amore di Erik con Emma (Helene Reingaard Neumann), la giovane studentessa, avvia il film  verso un finale di grande tristezza, affrontato però con estrema superficialità. Il regista, infatti, pur raccontando la progressiva estromissione  di Anna (oltre che dal cuore di Erik) dal suo lavoro e, infine, per l’inconsapevole crudeltà di Freja, persino dalla  casa che aveva voluto e organizzato tenacemente, ci lascia l’impressione sgradevole di una conclusione quasi ottimistica, più adatta a Rossella O’Hara ( della serie…domani è un altro giorno!) che alla donna complessa e matura che, per ingenua generosità, aveva aperto anche alla nuova coppia la comunità che aveva costruito.

Grandissima interpretazione di Trine Dyrholm, Orso d’Argento a Berlino, assegnato con pieno merito a lei, quale migliore attrice nell’edizione di quest’anno.

Vinterberg ci aveva dato film migliori, peccato!

 

vita di Joe (Nynphomaniac)

Schermata 04-2456753 alle 00.08.19recensione del film:
NINPHOMANIAC
Volume 1 e Volume 2

Titolo originale Nymphomaniac

Regia:
Lars von Trier

Principali interpreti
Charlotte Gainsbourg, Stellan Skarsgård, Stacy Martin, Shia LaBeouf, Christian Slater, Uma Thurman, Sophie Kennedy Clark, Connie Nielsen, Ronja Rissmann, Maja Arsovic, Sofie Kasten, Ananya Berg, Anders Hove.
Durata: 110 minuti il vol.1; 123 minuti il vol.2.
Danimarca 2013.

Per parlare di questo film, ho atteso di vederne anche la seconda parte, ovvero il Volume 2.

Preceduto da una ridda di notizie fatte filtrare con molta abilità un po’ alla volta, in modo da creare un’atmosfera di attesa talvolta un po’ morbosa, è infine arrivato anche da noi, buoni ultimi, il film più atteso di Lars Von Trier, che, fin dal titolo e dalla locandina, si presenta come il più trasgressivo fra i suoi.
In realtà questo, come tutti gli altri del regista danese, è un film fondamentalmente filosofico, che dura più di quattro ore nella versione censurata per ben un’ora e mezza di proiezione (mai approvata dal regista stesso che, però, ha consentito che venissero tagliate, a quanto ne ho letto, le scene che avrebbero potuto creare problemi alla distribuzione internazionale, purché non mutasse il senso del film). Per la sua considerevole lunghezza, nonostante le robuste sforbiciate, il film è proposto nelle sale suddiviso in due parti visibili solo separatamente, risultando simile a un libro in due volumi, cosicché la prima e la seconda parte si chiamano rispettivamente vol.1 e vol.2. In ciascun volume, come in un romanzo, ma in realtà come nei precedenti film del regista, la narrazione è tematica e articolata per capitoli (otto in tutto, di cui cinque nella prima parte) che possono essere analizzati anche come singole unità narrative, pur collocandosi tutti dentro la stessa cornice che li collega.
Il Volume 1 inizia in modo alquanto cupo: nei vicoli oscuri e umidi di una città, una donna, tumefatta nel volto e visibilmente provata nel corpo che reca tracce di un recentissimo pestaggio, viene trovata a terra sanguinante da un anziano passante, che abita vicino: egli la vede e la soccorre, ospitandola in casa propria per offrirle aiuto e ascolto.
L’uomo è Seligman (Stellan Skarsgård); la donna è Joe (Charlotte Gainsbourg), che ora, comodamente distesa sul lettino e confortata dal calore dell’accoglienza e delle bevande di Seligman, inizia a raccontare la propria storia all’uomo che attentamente la ascolta .
Seligman è un singolare personaggio: è un erudito, studioso di filosofia, un logico e un matematico; sa cogliere analogie e rapporti tra le cose del presente e le costruzioni metafisiche del passato ed è, inoltre, gentile e comprensivo con Joe, di cui coglie l’urgenza di parlare di sé, ritenendosi una donna non solo infelice, ma cattiva. Per questa ragione, spesso egli ne interrompe il racconto dimostrandole, sulla base dei suoi serissimi studi, che i ricordi evocati ne restituiscono un’immagine di persona del tutto normale, anche se sessualmente esuberante (le memorie della donna iniziano rievocando la propria adolescenza insaziabilmente curiosa delle cose del sesso), senza alcuna traccia di malvagità. Tutto il primo volume si fonda su questa dialettica: al racconto di Joe fa seguito il tentativo di interpretazione “normalizzante” di Seligman, con esiti talvolta buffi, talvolta ironici, in ogni caso sempre stranianti, il che conferisce un carattere leggero e divertente* a questa parte del film in cui, per esempio, scopriremo sorpresi come la suite numerica di Fibonacci sia in qualche modo collegabile per analogia alla deflorazione di Joe, così come le scorribande di Joe a caccia di uomini che soddisfino la sua avida curiosità siano analoghe alle attività perfezionistiche di Seligman per diventare un perfetto pescatore (cap. primo)! Dei cinque capitoli del Volume 1, tutti molto interessanti, sono, secondo me, eccezionalmente belli il terzo e il quarto, rispettivamente titolati “Mrs. H”, feroce descrizione di una gelosia possessiva, ipocritamente ammantata di politically correct (grande prova d’attrice di Uma Thurman), e”Delirium”, dolorosissimo racconto in bianco e nero della morte del padre di Joe per delirium tremens, vista con gli occhi e anche col corpo di lei, adolescente inquieta (è Stacy Martin l’attrice che recita la parte di Joe a quell’età) che per la prima volta prende coscienza di quel male di vivere, che è secondo me la chiave di lettura di questo come dei precedenti film di L.V.T. (non solo degli ultimi: tornano spesso alla mente i terribili AntichristLe onde del destino,  Dancer in the Dark e anche Dogville).
Nel Volume 2, proseguendo nell’evocazione del proprio passato, Joe ricostruisce la storia complessa del suo rapporto con Jerome (Shia LaBeouf), l’unico amore della sua vita. “Forget about Love” è, però, il significativo sottotitolo del film. Credo che per comprendere la triste e quasi disperata seconda parte di questo film e insieme di molti altri film di questo regista, questo sottotitolo sia decisivo: cercherò di chiarire perché, precisando però che si tratta di una mia personale interpretazione, quella che mi rende più chiaro quel suo cinema difficile e durissimo, aggiungendo che si tratta di un’interpretazione filosofica e non psicologica: in poche parole, che, a mio avviso, la depressione c’entra assai poco. C’ entra, invece, e molto, a mio parere, una visione del mondo che ha radici in alcuni aspetti dello gnosticismo, che hanno attraversato la cultura occidentale nel corso dei millenni, introducendovi l’inquieto e incessante nostro indagare sul senso della vita, sul senso del suo riprodursi grazie all’impulso sessuale, cioè grazie al manifestarsi dell’energia primordiale che anima la materia di cui siamo costituiti, come tutti gli altri esseri viventi, condannati come noi alla sofferenza, al dolore e alla morte, inevitabilmente. L’amore, naturalmente finalizzato alla riproduzione della vita, ha, secondo il regista, questo negativo imprinting: lo si deve dimenticare, quindi. Dimenticare l’amore, ma come? E’ forse possibile nei due modi che il film sembra indicare (almeno fino al sorprendente e amarissimo finale): attraverso lo studio che permette la sublimazione dell’istinto riproduttivo, così come fa Seligman, lo studioso vergine, che se ne tiene fuori, mantenendo la capacità di comprendere il dolore degli altri, oppure attraverso la ricerca mai sazia del piacere allo stato puro così come fa Joe, che intende, invece, pagandone lo scotto doloroso, dedicarsi solo a questo, incessantemente. E’ significativo, a questo proposito, che Joe si allontani volontariamente e orgogliosamente dalle donne “dipendenti sessuali”, che non vogliono essere chiamate ninfomani e che cercano di superare, attraverso la terapia del confronto di gruppo, il problema della sessualità compulsiva, per diventare donne perfettamente “normali”, adatte a vivere nella famiglia e nella società. Non a caso Joe riconoscerà, alla fine del film, nel frassino solitario, cresciuto faticosamente con nodi e contorcimenti che ne rivelano la resistenza tenace, la pianta che le rassomiglia, quella che, come lei, ha rivendicato contro le avversità, la propria diversità ostinatamente.

Questo, mi pare, va detto per cercare di chiarire in primo luogo a me stessa il significato generale di questo film, punto di approdo del lungo percorso cinematografico di un autore difficile e controverso, spesso provocatorio negli atteggiamenti e nelle parole, irritante come pochi altri. Non so dire, però se il film mi abbia completamente convinta, come invece mi aveva convinta Melancholia: ho semplicemente cercato di capirlo, riflettendoci molto a lungo.

*Dicendo divertenti, mi riferisco al significato etimologico della parola: è come se i discorsi dell’uomo deviassero l’attenzione dalle cose raccontate verso problemi altri, per l’appunto diversi (dal latino de-vertere: volgere altrove), cercando di sublimarne la sostanza grevemente carnale.

il capro espiatorio (Il sospetto)

Schermata 12-2456272 alle 18.29.08recensione del film:

IL SOSPETTO
Titolo originale:

Jagten

Regia:

Thomas Vinterberg
Principali interpreti:

Mads Mikkelsen, Thomas Bo Larsen, Susse Wold, Annika Wedderkopp, Lasse Fogelstrøm. Anne Louise Hassing, Lars Ranthe, Alexandra Rapaport. – 115 min. – Danimarca 2012.

Il titolo originale di questo lavoro di Vinterberg è, tradotto in italiano, La caccia, il che ci dice che il titolo che la nostra distribuzione ha voluto apporvi è quanto meno arbitrario. Aggiungerei anche che è fuorviante e che sembra autorizzare letture e interpretazioni più banali di quelle che il film merita. Direi che un titolo di tal fatta potrebbe addirittura indurci a pensare che Il sospetto appartenga a un genere cinematografico già parecchio frequentato, collocandosi nella scia de Il dubbio, o del più recente Monsieur Lahzar, cioè di quei film che, per quanto di notevole qualità e spessore, hanno già detto molto del rapporto fra i ragazzi e i loro insegnanti e degli equivoci che possono sorgere in certi ambienti di fronte a un approccio educativo caldo e confidenziale, corretto in sé e probabilmente molto fecondo di buoni risultati, ma poco praticato e perciò temuto e demonizzato.

Proprio per evitare un deja vu, avevo escluso dai miei orizzonti questo film, poi ci ho ripensato, quasi fuori tempo massimo, e non me ne sono pentita. Nonostante ciò che se ne dice e se ne legge, mi è sembrato che Vinterberg affronti non tanto il tema dell’inaffidabilità dei bambini, della loro propensione alla menzogna e della facilità con cui vengono creduti dagli adulti, mettendo quindi nei guai persone per bene, come in questo caso uno degli operatori nell’asilo del villaggio, Lucas, accusato senza ragione di pedofilia, quanto un tema poco presente al cinema, se non in un certo cinema dei paesi del Nord Europa in cui la tradizione luterana e la connessa attenzione al tema del male sembrano aver permeato profondamente la mentalità collettiva, pur in presenza di elementi più antichi e primordiali, immediatamente individuabili fin dall’inizio del film.

La caccia, appunto, sembra essere, dall’inizio alla fine,  il vero centro narrativo della pellicola, quello che le conferisce una continuità coerente, perché, sia che racconti il sacrificio degli animali innocenti a un hobby crudele e ormai privo di motivazioni materiali, sia che rappresenti la caccia all’uomo di molte altre scene, fino all’ultima, apparentemente priva di senso, ci testimonia il persistere di una ferocia profonda del cuore di tutti gli abitanti del villaggio, comprese le donne, che, pure, non avevano partecipato al rito barbarico dell’uccisione degli animali, né a quello successivo e tutto maschile delle bevute fino allo stordimento. Saranno proprio le donne, infatti, dalla direttrice dell’asilo, alle madri di famiglia, le persone più lucidamente determinate a perseguitare il povero Lucas, a isolarlo anche quando la sua innocenza verrà conclamata. Proprio l’innocenza del giovane e mite insegnante è l’elemento intollerabile, che l’intera popolazione non gli può perdonare, perché ha il torto di mettere in luce il malvagio sentire di tutti. A quel punto nessuno si esimerà dall’individuare in lui il”mostro diverso”, colpevole di ribaltare l’immagine positiva che ognuno ha di sé. Egli diventerà appunto il capro espiatorio, la vittima sacrificale che, assumendo su di sé le colpe collettive, riporterà l’intera popolazione turbata e in subbuglio a quella condizione di equilibrio che appare nelle prime scene del film. Lo schema narrativo mi sembra ripercorrere con le immagini, molto belle e giustamente scure e “notturne”, le indicazioni dell’antropologo francese Réné Girard quando, alla fine del secolo scorso aveva cercato di chiarire, come il costante ripetersi di alcune circostanze determini nelle aggregazioni umane la ricerca di una vittima da sacrificare, di un capro espiatorio e perchè esso diventi un elemento quasi indispensabile all’equilibrio delle stesse, anche se sembrano lontane fra loro per cultura, modo di sentire, abitudini religiose.

Il film si presenta perciò come un’opera da meditare, complessa e suscettibile di ulteriori approfondimenti, scritta bene e molto ben diretta, interpretata in modo eccellente da Mads Nikkelsen, nei panni di Lucas (Palma d’oro al Festival di Cannes 2012 come miglior attore).

il senso della vita (Melancholia)

recensione del film:
MELANCHOLIA

Regia:

Lars von Trier

Principali interpreti:
Kirsten Dunst, Charlotte Gainsbourg, Kiefer Sutherland, Charlotte Rampling, Alexander Skarsgård, Stellan Skarsgård, Udo Kier, John Hurt, Brady Corbet- 130 min. – Danimarca, Svezia, Francia, Germania 2011.

Melancholia è in questo film il nome di un enorme pianeta che sta dirigendosi verso il nostro mondo che, infatti, ne verrà inghiottito.
Non credo, dicendo questo, di rivelare alcunché, né di togliere il piacere che deriva dalla visione del film, perchè è lo stesso regista che quasi subito ci rappresenta l’urto fra i due astri in una scena indimenticabile, lontanissima dalle immagini urlate che i film americani di fantascienza ci hanno abituati ad associare alla collisione planetaria: nessun effetto speciale o tridimensionale, nessuno scoppio catastrofico, ma semplicemente l’inglobamento dolce di quella minuscola pallina, che è la nostra Terra, dentro la superficie elastica e accogliente del grandissimo astro: un breve rigonfiamento, una vescica cosmica che non increspa neppure la superficie esterna dell’astro, che rapidamente la riassorbe in sé: la fine, dunque.
Melancholia è, infatti, una meditazione sulla fine, non solo del mondo, ma soprattutto nostra, un film sulla morte e, insieme sul senso della vita. Accompagnato dalla musica malinconica del Tristano e Isotta wagneriano, il prologo che ho descritto ci introduce, con una breve sequenza di quadri teatrali, allo scenario della tragedia degli ultimi giorni dei personaggi: un grande palazzo in riva al mare, con un retrostante giardino che è circondato da un fitto e intricato bosco, dal quale, a fatica, esce, trattenuta da un viluppo di radici che la tengono legata (citazione probabile del giogo bunueliano di Le chien andalou, ma non si tratta dell’unica citazione del regista spagnolo), Justine vestita da sposa.
Ha quindi inizio il film, che si sviluppa in due tempi, dedicati rispettivamente il primo a Justine e al giorno del suo matrimonio; il secondo a Claire, la sorella di Justine che vive nella lussuosa magione, nella quale si svolge la festa nuziale. Le due sorelle sono alquanto diverse fra loro: Justine è una donna di successo, con un ottimo lavoro, che riceve come dono nuziale una promozione professionale; Claire è la madre di un bimbo di cinque anni, nonché la moglie di John, il ricco signore padrone di quella casa. Nel corso del primo tempo, la radiosa sposina innamorata si trasforma in una donna inquieta che si stacca a poco a poco dalla vita: rifiuta il lavoro e la promozione appena ricevuta, rifiuta il marito, che le ha appena donato una piantagione di melograni (gli alberi della vita e della fecondità, secondo la tradizione orientale) e pare rasserenarsi alla luce sempre più vicina del misterioso astro, la morte, che contiene la spiegazione di tutto, la verità che tutti rifiutiamo, forti delle nostre conquiste scientifiche. La scienza, però, ci dice il regista, non ci attrezza ad affrontare la morte, poiché non fa che accrescere la nostra “υβρις”, allontanando da noi la coscienza della nostra fragilità e della nostra solitudine. Le radici che Justine vuole trovare sono nella terra (mi pare il senso della scena iniziale): questo le permette di “sapere” e di affrontare la fine con serenità.
Claire, all’opposto, crede di essere più forte di Justine (la considera malata), e di fronte al tragico destino che sta per coinvolgere lei e la sua famiglia, rifiuta di arrendersi e cerca un’irrazionale via di scampo.
Sarà Justine a rendere meno duro e doloroso il distacco dall’ esistenza per lei e per il piccolo, con un gesto che richiama al senso vero della vita. Stringersi la mano nell’attesa di ciò che è ineluttabile significa ritrovare la solidarietà, quella “pietas” leopardiana, che dà a ciascuno di noi l’unico conforto possibile di fronte al nulla che ci schiaccia senza pietà.
Il film è, a mio avviso, tra i più belli degli ultimi anni: rivela l’eccezionale talento del regista nel trasmettere, col linguaggio del cinema, un messaggio filosofico duro e difficile, coerentemente espresso attraverso una storia sempre interessante e tesa. Il film contiene immagini di grandissima suggestione simbolica, ispirate alla tradizione cinematografica nord-europea e non solo, ma anche attinte al repertorio della pittura: oltre al richiamo a Bruegel, esplicito, delle prime scene, o ad Albrecht Dürer, autore di una celebre Melancholia su acquaforte, si può scorgere, mi pare, anche quello alla Tempesta giorgionesca nella scena di Justine nuda di notte alla luce di Melancholia (la donna anche in questo caso, non oppone difese alla “tempesta” in arrivo). Bellissimo e a sua volta simbolico l’accompagnamento musicale.
Questo film, se il regista non si fosse lasciato andare, un po’ troppo scioccamente, al gusto della battuta sensazionale, avrebbe meritato di vincere la Palma d’oro a Cannes, per il modo lucido e coraggioso col quale viene presentato il messaggio nichilista e per la qualità della direzione di un cast eccellente.

un mondo migliore è possibile? (In un mondo migliore)

Recensione del film
IN UN MONDO MIGLIORE

Titolo originale
Hævnen

Regia:
Susanne Bier

Principali interpreti:
Mikael Persbrandt, Trine Dyrholm, Ulrich Thomsen, Markus Rygaard, William Jøhnk Nielsen
Bodil Jørgensen, Elsebeth Steentoft, Martin Buch, Anette Støvlebæk, Kim Bodnia
– 113 min. – Danimarca, Svezia 2010.

In un mondo migliore ha appena ottenuto il Premio Oscar 2011, quale migliore pellicola straniera, ma ciò non impedisce di esprimere molte riserve circa la scelta dei giurati.

La regista Susanne Bier ha diretto un film molto interessante in cui molti temi si affiancano. Stando al titolo italiano (ma perché mai i titoli italiani dei film sono sempre così irritanti?) il tema centrale si direbbe essere la possibilità di un mondo all’insegna della solidarietà e della non violenza, per il quale è necessaria una profonda rigenerazione morale di ciascuno di noi, in vista di una convivenza civile e pacifica con tutti i popoli e con tutti gli individui (quella suggerita nelle ultime scene del film, forse). Il titolo originale, Hævnen, che nella nostra lingua si traduce con Vendetta, però, sembra aderire meglio al racconto e anche porre più di un interrogativo sulla reale possibilità che gli uomini diventino buoni. Che la vendetta e l’odio siano forieri di mali certi, è più volte detto nel film, soprattutto dai due personaggi adulti, Anton e Claus. Anton è un medico danese, impegnato in un villaggio africano, dove, in un ospedale nel deserto, presta la sua opera, cercando di alleviare le sofferenze dei malati e dei feriti che gli si presentano spesso dopo aver subito sulla loro pelle le conseguenze dell’odio di Bigman, feroce e ottuso guerriero, che si diverte a sventrare le donne incinte. In Danimarca Anton ha una moglie, che lo vuole lasciare, e un figlio, Elias, fragile adolescente, vittima silenziosa della violenza dei suoi compagni di scuola, che si prendono gioco della sua solitudine, umiliandolo sempre più. Claus è invece un professionista londinese. Egli, che ha un figlio adolescente, Christian, dopo la morte terribile della giovane moglie, stroncata da un tumore, si trasferisce in Danimarca presso l’accogliente villa di una parente che si offre di prendersi cura del piccolo orfano. Elias incontrerrà a scuola Christian, che nutre un sordo odio contro il padre (cui addossa la colpa di aver lasciato morire la madre), e contro tutte le ingiustizie: apprenderà da lui il modo di difendersi dall’aggressione dei compagni, grazie all’uso di un coltello, in seguito accuratamente celato. Al tema della violenza e della vendetta sembra dunque affiancarsi quello della solitudine dei giovani che maturano una loro concezione dei rapporti fra gli uomini, antitetica a quella civile e pacifica dei padri, impotenti a capire le tragedie quotidiane dei loro figli, e ad arginare l’inesorabile crescita del male nei loro cuori. La parte più convincente del film è questa, secondo me, poiché sia la descrizione del comportamento di Elias e Christian, sempre più lontani dal modello morale dei padri, sia la loro accettazione di una logica omertosa e feroce, che diventerà pericolosa per loro stessi, sono raccontate con incredibile durezza e impassibilità, senza retorica e senza cedimenti buonistici. E’, invece, meno convincente il racconto del ravvedimento finale, che forse è gradito al pubblico, essendo facilmente autoassolutorio e consolatorio, ma che pare artificioso dopo la perfetta indagine sul radicarsi del male nei due ragazzi. La non violenza non ha, nel film, un grande appeal, forse neppure per Anton che, pur sostenendola apertamente, non avrà il coraggio di opporsi al linciaggio di Bigman, quando questi si recherà all’ospedale per farsi curare una ferita purulenta e dolorosa. Il nodo non risolto del film è il problema del rapporto fra giustizia e vendetta: non pare dal racconto, infatti, che porgere l’altra guancia sia il modo efficace per affrontare la violenza altrui. Il tema del male e della difficoltà a vincerlo, assillo di molti registi di formazione luterana, è il vero centro del film: si trova ovunque, nessun uomo ne è immune, in Europa come nel resto del mondo, insidiando la nostra vita continuamente. Forse la regista ha messo in campo troppi temi che impediscono, per la loro rilevanza, di stabilire quale sia il più importante, quello intorno al quale il film si dovrebbe sviluppare.