IL COLPEVOLE – THE GUILTY

 

 

 

 

la mia recensione del film:
IL COLPEVOLE – The Guilty

per la regia di 
Gustav Möller

si trova QUI:

https://www.filmtv.it/film/148831/il-colpevole/recensioni/948945/#rfr:film-148831

CAST:
Jakob Cedergren, Jessica Dinnage, Omar Shargawi, Johan Olsen, Jacob Lohmann, Katinka Evers-Jahnsen, Jeanette Lindbæk – 85 min. – Danimarca 2018

Titolo originale:
The Guilty

 

LA CASA DI JACK

 

 

 

 

la mia recensione del film
LA CASA DI JACK

per la regia di
Lars von Trier

si trova QUI:

https://www.filmtv.it/film/139428/la-casa-di-jack/recensioni/948443/#rfr:film-139428

CAST:
Matt Dillon, Bruno Ganz, Uma Thurman, Siobhan Fallon Hogan, Sofie Gråbøl, Riley Keough, Ed Speleers, David Bailie, Ji-tae Yu, Osy Ikhile – 155 min. – Danimarca, Francia, Germania, Svezia 2018.

Titolo originale:
The House That Jack Built

 

La Comune

Schermata 2016-04-01 alle 14.55.59recensione del film:
LA COMUNE

Titolo originale:
Kollektivet

Regia:
Thomas Vinterberg

Principali interpreti:
Trine Dyrholm, Ulrich Thomsen, Helene Reingaard Neumann, Martha Sophie Wallstrom Hanse, Lars Ranthe, Fares Fares, Magnus Millang, Julie Agnete Vang, Anne Gry Henningsen, Lise Koefoed, Adam Fischer, Oliver Methling Søndergaard, Ida Emilie Krarup, Mads Reuther, Jytte Kvinesdal, Rasmus Lind Rubin – 111 min. – Danimarca 2016.

Il film racconta i ricordi del regista nella Danimarca degli anni ’70, quando, ancora assai piccolo, con i genitori, aveva abitato all’interno di una Comune, percorrendo un’esperienza al tempo assai diffusa. I riferimenti storici sono dati dagli eventi della guerra fra Americani e Vietnamiti, ampiamente citata nel corso della narrazione.

Lui, Erik (Ulrich Thomsen), insegna Architettura all’Università di Copenhagen; lei, Anna (Trine Dyrholm), conduce da anni il telegiornale danese; il loro matrimonio regge, senza scosse, da tre lustri, durante i quali era nata Freja (Martha Sophie Wallstrom Hanse), l’amata figlioletta, ora adolescente. L’eredità imprevista di una grande villa, nella campagna intorno a Copenhagen, che avrebbe permesso ad Anna e a Freja di vivere in un spaziosa abitazione circondata dal verde, aveva contrariato Erik, l’erede, timoroso che le notevoli spese per rimettere in ordine e mantenere quella casa sarebbero state al di sopra delle loro reali possibilità. Era stata Anna a trovare la soluzione al problema che avrebbe messo d’accordo tutti: invitare alcuni amici, attentamente selezionati, a vivere con loro tre, per condividere gli spazi e distribuire le spese aiutandosi reciprocamente nei lavori della casa. Si era costituita in questo modo una piccola comunità: anche se forse un po’ anomala rispetto alle numerose “Comuni” sessantottine: gli abitanti non erano molto giovani; le trasgressioni si limitavano alle sole bevande alcoliche; la privacy di ogni coppia era assicurata; la vita sociale regolamentata con una certa pignoleria.  La convivenza sembrava funzionare, perché tutto, anche il dolore più atroce (qual era stato il lutto per la morte del bambino di una coppia) era diventato più sopportabile essendo condiviso: tutti ne avevano sinceramente partecipato; tutti se ne erano davvero fatti carico, con la loro rispettiva sensibilità, col loro individuale modo di piangere.
In queste pagine si trovano le cose migliori del film: la narrazione successiva, infatti, non raggiunge la stessa forza espressiva ed emotivamente non è altrettanto convincente.
La nuova storia d’amore di Erik con Emma (Helene Reingaard Neumann), la giovane studentessa, avvia il film  verso un finale di grande tristezza, affrontato però con estrema superficialità. Il regista, infatti, pur raccontando la progressiva estromissione  di Anna (oltre che dal cuore di Erik) dal suo lavoro e, infine, per l’inconsapevole crudeltà di Freja, persino dalla  casa che aveva voluto e organizzato tenacemente, ci lascia l’impressione sgradevole di una conclusione quasi ottimistica, più adatta a Rossella O’Hara ( della serie…domani è un altro giorno!) che alla donna complessa e matura che, per ingenua generosità, aveva aperto anche alla nuova coppia la comunità che aveva costruito.

Grandissima interpretazione di Trine Dyrholm, Orso d’Argento a Berlino, assegnato con pieno merito a lei, quale migliore attrice nell’edizione di quest’anno.

Vinterberg ci aveva dato film migliori, peccato!

 

IL SOSPETTO

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a mia recensione del film
IL SOSPETTO

per la regia di
Thomas Vinterberg

 

 

si trova QUI:

 

https://www.filmtv.it/film/51735/il-sospetto/recensioni/984607/#rfr:film-51735

 

CAST:
Mads Mikkelsen, Thomas Bo Larsen, Susse Wold, Annika Wedderkopp, Lasse Fogelstrøm. Anne Louise Hassing, Lars Ranthe, Alexandra Rapaport. – 115 min. – Danimarca 2012.

Titolo originale:
Jagten

 

MELANCHOLIA

 

 

 

 

la mia recensione del film
MELANCHOLIA

per la regia di
Lars von Trier

si trova QUI:

 

https://www.filmtv.it/film/44159/melancholia/recensioni/971071/#rfr:film-44159

CAST:
Kirsten Dunst, Charlotte Gainsbourg, Kiefer Sutherland, Charlotte Rampling, Alexander Skarsgård, Stellan Skarsgård, Udo Kier, John Hurt, Brady Corbet- 130 min. – Danimarca, Svezia, Francia, Germania 2011.

 

 

un mondo migliore è possibile? (In un mondo migliore)

Recensione del film
IN UN MONDO MIGLIORE

Titolo originale
Hævnen

Regia:
Susanne Bier

Principali interpreti:
Mikael Persbrandt, Trine Dyrholm, Ulrich Thomsen, Markus Rygaard, William Jøhnk Nielsen
Bodil Jørgensen, Elsebeth Steentoft, Martin Buch, Anette Støvlebæk, Kim Bodnia
– 113 min. – Danimarca, Svezia 2010.

In un mondo migliore ha appena ottenuto il Premio Oscar 2011, quale migliore pellicola straniera, ma ciò non impedisce di esprimere molte riserve circa la scelta dei giurati.

La regista Susanne Bier ha diretto un film molto interessante in cui molti temi si affiancano. Stando al titolo italiano (ma perché mai i titoli italiani dei film sono sempre così irritanti?) il tema centrale si direbbe essere la possibilità di un mondo all’insegna della solidarietà e della non violenza, per il quale è necessaria una profonda rigenerazione morale di ciascuno di noi, in vista di una convivenza civile e pacifica con tutti i popoli e con tutti gli individui (quella suggerita nelle ultime scene del film, forse). Il titolo originale, Hævnen, che nella nostra lingua si traduce con Vendetta, però, sembra aderire meglio al racconto e anche porre più di un interrogativo sulla reale possibilità che gli uomini diventino buoni. Che la vendetta e l’odio siano forieri di mali certi, è più volte detto nel film, soprattutto dai due personaggi adulti, Anton e Claus. Anton è un medico danese, impegnato in un villaggio africano, dove, in un ospedale nel deserto, presta la sua opera, cercando di alleviare le sofferenze dei malati e dei feriti che gli si presentano spesso dopo aver subito sulla loro pelle le conseguenze dell’odio di Bigman, feroce e ottuso guerriero, che si diverte a sventrare le donne incinte. In Danimarca Anton ha una moglie, che lo vuole lasciare, e un figlio, Elias, fragile adolescente, vittima silenziosa della violenza dei suoi compagni di scuola, che si prendono gioco della sua solitudine, umiliandolo sempre più. Claus è invece un professionista londinese. Egli, che ha un figlio adolescente, Christian, dopo la morte terribile della giovane moglie, stroncata da un tumore, si trasferisce in Danimarca presso l’accogliente villa di una parente che si offre di prendersi cura del piccolo orfano. Elias incontrerrà a scuola Christian, che nutre un sordo odio contro il padre (cui addossa la colpa di aver lasciato morire la madre), e contro tutte le ingiustizie: apprenderà da lui il modo di difendersi dall’aggressione dei compagni, grazie all’uso di un coltello, in seguito accuratamente celato. Al tema della violenza e della vendetta sembra dunque affiancarsi quello della solitudine dei giovani che maturano una loro concezione dei rapporti fra gli uomini, antitetica a quella civile e pacifica dei padri, impotenti a capire le tragedie quotidiane dei loro figli, e ad arginare l’inesorabile crescita del male nei loro cuori. La parte più convincente del film è questa, secondo me, poiché sia la descrizione del comportamento di Elias e Christian, sempre più lontani dal modello morale dei padri, sia la loro accettazione di una logica omertosa e feroce, che diventerà pericolosa per loro stessi, sono raccontate con incredibile durezza e impassibilità, senza retorica e senza cedimenti buonistici. E’, invece, meno convincente il racconto del ravvedimento finale, che forse è gradito al pubblico, essendo facilmente autoassolutorio e consolatorio, ma che pare artificioso dopo la perfetta indagine sul radicarsi del male nei due ragazzi. La non violenza non ha, nel film, un grande appeal, forse neppure per Anton che, pur sostenendola apertamente, non avrà il coraggio di opporsi al linciaggio di Bigman, quando questi si recherà all’ospedale per farsi curare una ferita purulenta e dolorosa. Il nodo non risolto del film è il problema del rapporto fra giustizia e vendetta: non pare dal racconto, infatti, che porgere l’altra guancia sia il modo efficace per affrontare la violenza altrui. Il tema del male e della difficoltà a vincerlo, assillo di molti registi di formazione luterana, è il vero centro del film: si trova ovunque, nessun uomo ne è immune, in Europa come nel resto del mondo, insidiando la nostra vita continuamente. Forse la regista ha messo in campo troppi temi che impediscono, per la loro rilevanza, di stabilire quale sia il più importante, quello intorno al quale il film si dovrebbe sviluppare.