le macerie della guerra di Bosnia (Il sentiero)

recensione del film:
IL SENTIERO

Titolo originale:
Na putu

Regia:
Jasmila Zbanic

Principali interpreti:
Zrinka Cvitesic, Leon Lucev, Ermin Bravo, Mirjana Karanovic, Marija Kohn, Nina Violic, Sebastian Cavazza, Jasna Beri, Izudin Bajrovic, Jasna Zalica, Luna Mijovic – 100 min. – Bosnia-Herzegovina, Austria, Germania, Croazia 2010
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Amar e Luna sono due giovani che lavorano all’aeroporto di Sarajevo: lui come controllore di volo, lei come hostess. Belli e innamorati, desiderano un figlio che non arriva; pur di averlo, Luna decide di sottoporsi all’inseminazione artificiale. Improvvisamente, Amar viene sospeso dal lavoro per sei mesi, essendo stato scoperto mentre consumava, in servizio, bevande alcooliche. Un fortuito piccolo incidente d’auto, durante una gita fuori porta, gli fa ritrovare un commilitone della guerra di Bosnia: Bahrija, che quasi stenta a riconoscere: si è lasciato crescere la barba e ha un copricapo che gli cela parzialmente la fronte, è diventato un rigido musulmano wahabita ed è accompagnato da una donna velata, il cui manto nero le lascia scoperti solo gli occhi. Bahrija si farà vivo con lui per offrirgli un lavoro a tempo, che gli occuperà proprio il vuoto dei sei mesi lontano dall’aeroporto: dovrà insegnare l’uso del computer ai wahabiti che vivono in un villaggio di tende, su un bel lago bosniaco. Amar, dunque, lascerà la sua donna, resa inquieta dal presentimento che il distacco non sia provvisorio: teme che l’indottrinamento religioso trovi più di un varco nel cuore di Amar. Egli, infatti, umiliato e prostrato dalla terribile guerra etnica che l’ha privato di un fratello, si rivelerà sensibile al richiamo della fede identitaria, professata nella sua integrale purezza dai confratelli del villaggio. La guerra, che anche in questo film costituisce lo sfondo imprescindibile del racconto della regista, ha decimato la popolazione bosniaca musulmana, e ha sedimentato odi e dolori incancellabili nel cuore dei sopravvissuti. Qualcuno ha reagito guardando davanti a sé, immaginando e progettando un futuro diverso, rinunciando alla vendetta e ricominciando a vivere. E’ il caso di Luna e dei pochi superstiti della sua famiglia: la casa dell’infanzia e dei ciliegi è lontana: si può rimpiangere, ma la vita che continua richiede nuovi affetti, nuovi spazi e nuove prospettive. La strada che intende ora percorrere Amar è diversa: è quella della rivendicazione orgogliosa dell’appartenenza identitaria, in una prospettiva di allontanamento dalla storia dell’occidente e dalle conquiste dei diritti civili; è la strada indicata da una fede rigida e totalizzante che non potrà che separarlo dolorosamente dalla bellissima Luna e da qualsiasi progetto con lei. Il film è condotto con sicurezza ed equilibrio e aiuta anche lo spettatore a capire la complessità dei comportamenti umani di fronte alle ingiustizie e alla sofferenza. Di grande rilievo la recitazione di tutti gli attori, in modo particolare della bellissima ed espressiva Zrinka Cvitesic nella parte di Luna.

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l’immigrazione lungo la Sava (The melon route)

recensione del film:
THE MELON ROUTE

Titolo originale Put lubenica

Regia:
Branko Schmidt

principali interpreti:
Kresimir Mikic, Mei Sun, Leon Lucev, Armin Omerovic, Emir Hadžihafizbegovic – 89 min. – Croazia 2006.

Proiettato solo a Torino e in un’unica sala, poco visto (anche perché il passa-parola non ha troppo funzionato), questo film si è rivelato, almeno a mio parere, abbastanza deludente (sarà un caso, ma oggi, giovedì pomeriggio 13/10 nella suddetta sala torinese eravamo presenti solo in due: mio marito e io!).
Eppure le premesse sembrano interessanti: vi si raccontano, in modo sinteticamente drammatico, le conseguenze delle orribili guerre di Bosnia sulle persone che hanno perso, oltre agli affetti, anche la dignità, e ora sono ridotte a relitti umani che cercano nella droga il modo di dimenticare un vissuto troppo doloroso. Si rappresentano anche le conseguenze della quasi totale assenza dello stato: in una località lungo la Sava, il fiume che segna il confine fra la Bosnia e la Croazia e che è chiamato “strada dei meloni” (cioè dei cinesi) , le poche forze di polizia sono corrotte e chiudono gli occhi dinanzi ai loschi traffici dei nuovi potenti locali: droga e cinesi arrivano su barconi clandestini, lungo il fiume, facendo la fortuna di uomini violenti e privi di scrupoli morali, che hanno l’unico obiettivo di arricchirsi in fretta. Nel film, inoltre, si rappresenta la solidarietà che nasce fra i più deboli: la cinese che ha perso nel barcone affondato il padre, il traghettatore disperato e drogato, il gitano, piccolo ladruncolo col miraggio di farsi un po’ di strada nella vita. Purtroppo, però, il racconto non procede in modo così interessante come si potrebbe immaginare: il film introduce sviluppi da film “horror”, del tutto improbabili e inverosimili, cosicché alle buone premesse fa seguito una vicenda che non sembra attenersi al modo del racconto, drammatico e malinconico, adottato nella prima parte, diventando quasi un racconto gotico, pieno di effettacci da grand guignol. Ottima la recitazione dell’attore protagonista e della ragazza cinese.