Agnus Dei

schermata-2016-12-06-alle-14-22-27recensione del film:
AGNUS DEI

Titolo originale:
Les Innocents

Regia:
Anne Fontaine

Principali interpreti:
Lou de Laâge, Agata Buzek, Agata Kulesza, Vincent Macaigne, Joanna Kulig – 115 min. – Francia, Polonia 2016.

Polonia – dicembre 1945 – Lo scenario è quello penoso che segue la fine di ogni guerra: il paese in rovina; ovunque la miseria; ovunque il dilagare della violenza dei vincitori, mentre torme di bambini orfani e cenciosi nel gelido e nevoso inverno di quell’anno cercavano di rimediare un po’ di cibo nelle prossimità delle abitazioni dei sopravvissuti. Le truppe di occupazione dell’Armata Rossa avevano fatto e continuavano a fare razzia degli averi e delle donne dei contadini, né avevano esitato a violare, ripetutamente, le suore che abitavano il convento isolato al di là del bosco. Sette suore erano state ingravidate durante quelle incursioni, mentre la badessa aveva contratto la sifilide: storie di ordinaria e orribile sopraffazione, purtroppo. Di quei giorni tremendi aveva tenuto il diario una dottoressa francese, incaricata, dalla Croce Rossa del suo paese, della cura e della riabilitazione dei soldati dell’Armée feriti: Madeleine Pauliac. Agli scarni appunti di quella giovane donna si ispira liberamente la regista Anne Fontaine, che nel film racconta quella vicenda di allora.

Colpisce in primo luogo il modo delicato e attento con il quale è ricostruita la terribile vicenda:  col nome di Mathilde Beaulieu (ottima Lou de Laâge), la dottoressa è protagonista della storia narrata nel film, che è anche e soprattutto la storia del dialogo che a poco a poco si rende possibile fra chi come lei possedeva una visione laica e razionale del mondo e delle umane sorti, e chi, come le suore, viveva il proprio destino con mistica e rassegnata obbedienza a una regola rigidissima, non sempre sorretta da una fede incrollabile, che, anzi, spesso vacillava di fronte a efferatezze così crudeli da rendere insufficienti le preghiere.
Mathilde era venuta a conoscenza di quegli stupri essendo stata avvicinata da Suor Maria (Agata Buzek) che l’aveva invitata a soccorrere una consorella che stava per partorire. Il suo rifiuto iniziale aveva ceduto alla pietà, cosicché Mathilde si era introdotta di nascosto e di notte nel monastero dove, nella diffidenza generale, e nonostante l’aperta ostilità della badessa, aveva fatto la levatrice in un parto difficilissimo. Il suo ritorno regolare, per proseguire le cure alla neo-madre, aveva rotto il gelo della prima accoglienza; il suo deciso intervento in difesa di tutte quando ancora una volta i soldati russi erano entrati nel luogo consacrato, seminando terrore e panico, aveva creato i presupposti di un’amichevole accettazione del suo aiuto, durante tutta la gravidanza, affinché il parto di ciascuna di loro avvenisse nelle migliori condizioni di igiene e di sicurezza.
La situazione delle suore in attesa era oggetto di sofferenze indicibili, non solo fisiche, poiché la badessa (Agata Kulesza) aveva diffuso la convinzione che la profanazione del luogo e dei loro corpi fosse il segno di una maledizione divina che si era abbattuta sul monastero. Portatrice di una visione religiosa fanatica e integralista, la donna paventava lo scandalo che avrebbe, in ogni caso soffocato, a qualsiasi costo: perciò aveva provveduto personalmente ad allontanare i neonati abbandonandoli al loro destino, così come avrebbe voluto abbandonare al loro destino anche le poverette durante il parto.

Era nata a poco a poco, nonostante tutto, un’amicizia fiduciosa fra Mathilde e le monache, grazie alla quale era stata trovata anche la soluzione al problema dei neonati, certo non desiderati, ma innocenti e sicuramente degni di quella compassione che (in questo caso sotto la forma cristiana della carità) si deve a ogni essere umano in condizione di sofferenza.
Il film è bello, non solo per il modo dialettico e problematico col quale viene messo a confronto il mondo dei laici con quello dei credenti, ma anche per la capacità raffinata della regista di disegnare e rendere credibili, in un mondo che si suppone uniforme e incolore come quello di un monastero polacco, le diversissime individualità delle monache e le diverse sfumature della loro fede.
La bellezza del film, inoltre, si manifesta in modo davvero eccelso nelle immagini altamente suggestive del paesaggio innevato, dei boschi che delimitano la scena e che simbolicamente celano sotto il manto bianchissimo della neve, gli orrori del sangue versato, delle sopraffazioni e della lotta per la sopravvivenza delle creature viventi: quello stormo nero dei rapaci che accorrono a divorare il neonato ai piedi della croce, vale la visione del film. Sorvolo, invece sul romanzetto amoroso fra Mathilde e il medico ebreo, sopravvissuto alle deportazioni, non perché non presenti motivi di interesse, ma per la sua irrilevanza nel disegno complessivo del film.
Peccato che il solito titolo all’italiana tenga lontano dalla visione parecchi spettatori che potrebbero apprezzarlo (lo dico perché ne conosco qualcuno).

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il caldo colore blu (La vita di Adele)

Schermata 10-2456590 alle 22.02.00recensione del film
LA VITA DI ADELE

Titolo originale:
La vie d’Adèle

Regia:
Abdellatif Kechiche

Principali interpreti:
Léa Seydoux,Adèle Exarchopulos, Salim Kechiouche, Mona Walravens, Jeremie Laheurte – Francia, Belgio, Spagna 2013 – min.179.

Adele cresce in una famiglia semplice e solida, di gente per bene, che vive di lavoro e tiene molto a quest’unica figlia, la educa con cura, non le fa mancare nulla, e, lasciandole scegliere il percorso di studi che le piace, è attenta a che il medesimo le consenta, già prima della fine dell’università, una qualche forma di impiego a lei gradito, così che possa rendersi presto indipendente. Adele, avendo sempre amato i bambini, vorrebbe specializzarsi come insegnante d’asilo, ma ora ha solo quindici anni: frequenterà l’indirizzo umanistico del liceo più vicino. Nella scuola non riesce ad appassionarsi agli analitici esercizi di lettura del suo prof. di francese. Benché le piaccia leggere, detesta i tentativi di interpretazione; apprezza il testo, ma non lo sforzo di comprenderlo attraverso l’uso della ragione: preferisce vivere in modo emozionale le opere letterarie, anche abbandonandosi all’ondata di associazioni e di sogni che i grandi scrittori riescono a indurre nella sua mente, tanto che, ora, davanti a un romanzo che ritiene bellissimo: La vie de Marianne di Marivaux (lo scrittore-feticcio del regista,*), farebbe volentieri a meno delle lezioni “noiose” dell’insegnante. Nella vita quotidiana la giovinetta apprezza in modo particolare i cibi semplici che le vengono preparati in famiglia: gli spaghetti al ragù, sopra ogni altro piatto, che gusta con voluttà da ghiottona, senza troppo preoccuparsi quando l’eccesso di ragù imbratta la sua bocca e i suoi denti bianchi, su cui si posa con insistenza significativa la cinepresa del regista, molto attento anche alla grazia provocante delle sue curve, che Adele inguaina, compiacendosene, in un paio di jeans attillati. Il ritratto di Adele, quale, attraverso un uso molto massiccio e abbastanza insolito del primo piano, il regista delinea nella prima parte del film, è quello di una giovane quindicenne, sensibile e sensuale, né bella nè brutta, ma dal volto eccezionalmente espressivo, grazie alla notevolissima mobilità dello sguardo che, indagando su un mondo per lei ancora tutto da scoprire, lascia trasparire ora la gioia, ora il dolore, ora lo sconcerto, ora la meraviglia, cosicché i fatti che alimentano la sua percezione delle cose si leggono dai suoi occhi come da un libro aperto, cosa che contribuisce non poco all’identificazione empatica degli spettatori con la protagonista. La prima esperienza amorosa di Adele non era stata fra le più felici: “lui” era uno studente simpatico e innamorato, ma si era rivelato anche un amante fallimentare, ciò che l’aveva indotta a lasciarlo senza troppi complimenti. Sarà Emma, la giovane coi capelli blu (“colore caldo”, come recita il titolo della Grafic novel che ha ispirato il regista**), incrociata casualmente mentre sta attraversando la strada, la persona capace di rispondere ai suoi sensi curiosi e molto all’erta, quella in grado anche di farle perdere, fin da questo primo momento, letteralmente e metaforicamente, l’orientamento.

Dopo questo incontro inaspettato, nella vita di Adele, tutto sarà improvvisamente e definitivamente diverso: sarà, infatti lei, turbata e decisa, a mettersi sulle tracce della ragazza dai capelli turchini, trovandola, infine, in un locale notturno frequentato da gay. Qui si lascerà corteggiare, in una scena molto tenera e dolce, in cui Emma adatta il proprio comportamento alla ingenua carnalità della fanciulla, come per liberarla da qualsiasi imbarazzo: la bevanda analcolica, la cannuccia per sorseggiarla, il sorriso affettuoso… Emma è più adulta e più matura di lei: sa che diventerà pittrice, assecondando il suo naturale talento; in realtà è la sua provenienza sociale e familiare a renderla sicura di sé e poco preoccupata del giudizio altrui; sa che i suoi pensano alla sua futura realizzazione umana e creativa, piuttosto che al suo lavoro, che non hanno preoccupazioni economiche e che accettano senza problemi la sua omosessualità. Il cibo, così fondamentale nella vita di Adele, è molto meno importante per Emma, per nulla attratta da spaghetti al ragù, ma estimatrice esperta di frutti di mare e di ostriche, di vini pregiati e di tutti i lussi grandi e piccoli che allietano le ricche cene della buona borghesia. Queste differenze profonde nei gusti, nei comportamenti e nelle frequentazioni sono all’origine del lento logorarsi del loro ménage, in cui a poco a poco, senza che se ne manifesti un’esplicita volontà, si riproducono ruoli sociali di dominio e di subalternità, che rendono difficilissima la continuità di un rapporto d’amore, poiché alla passione fisica non si affianca una convivenza ricca di progetti condivisi, di amicizia e di reciproca intesa.
In dieci anni di vita insieme le due donne sviluppano separati interessi professionali, e accrescono la rispettiva coscienza di sé, ma Adele in misura minore di Emma, che ora è una intellettuale raffinata, una affermata pittrice, alla quale si interessa un vasto entourage di persone di cultura. Adele, invece, non è che la modella prediletta di lei, colei alla quale è affidata la cura della casa, l’organizzazione delle cene e dei banchetti, nonché la preparazione di piatti squisiti, rimanendo fondamentalmente esclusa, però, da qualsiasi discorso culturalmente interessante e impegnativo, né è senza significato simbolico che il colore dei capelli di Emma tenda sempre più al biondo, perdendo quel blu, colore caldo e riferimento passionale, che Adele aveva immediatamente intuito e che tanto l’aveva impressionata.

Ho coscienza di non aver neppure accennato alla parte centrale del film, l’insieme delle sequenze per le quali il regista, rappresentando senza veli, quasi brutalmente, la passione fra le due donne, ha scatenato una scia di interminabili polemiche e di discussioni tuttora molto vivaci, che sembrano quasi delegittimare la Palma d’oro di Cannes, ottenuta da questa pellicola nel maggio di quest’anno.
Precisando che non mi imbarazza parlarne, perché difficilmente mi scandalizzo, ritengo che il film potrebbe probabilmente trarre qualche vantaggio (dura ben tre ore!) da una bella sforbiciata, non dettata da intenti censori, rivedendone il montaggio (sempre che sia possibile), per eliminare quelle scene di sesso più meccanicamente ripetitive, della cui necessità ai fini narrativi nutro qualche dubbio. Aggiungo, però, che le scene più crude (quelle che molti critici hanno definito brutali e in contrasto con l’aura di tenerezza che impronterebbe l’intero film) non mi sono parse del tutto fuori luogo: il ritratto di Adele, che le precede, ha evidenziato, con primi piani insistenti e abbastanza impressionanti, soprattutto la sua spontanea carnalità, la sua ghiottoneria, l’abbondante salivazione della sua bocca che gusta il cibo, le lacrime che scendono e si confondono col cibo, coi goccioloni dal naso… e via inondando di secrezioni. In che cosa, allora, quelle sequenze sarebbero fuori luogo?

Il film, secondo me, è da vedere, per la sua intrinseca fluidità narrativa, che, nonostante le tre ore di proiezione, riesce a mantenere ben desto ogni spettatore, il che conferma l’abilità del regista, che manifesta la propria la sostanziale fedeltà alla visione del mondo e dei rapporti sociali, che già aveva trovato espressione di alto livello nella sua prima pellicola: La Schivata, di cui presto vorrei pubblicare la recensione. Eccellente l’interpretazione delle due attrici protagoniste.

*Il romanzo, La vie de Marianne, di Marivaux, dimostra che, ancora una volta, l’autore settecentesco sembra essere il punto di riferimento non solo letterario di Kechiche, così come era avvenuto nel suo primo grande film, La schivata, ispirato al Jeu de l’amour et du hazard,.

**La “grafic novel”, di Julie Maroh, uscita a puntate e ora raccolta in un solo volume, è molto popolare in Francia e ha per titolo: Il blu è un colore caldo.