Disobedience

recensione del film:
DISOBEDIENCE

Regia:
Sebastián Lelio

Principali interpreti:
Rachel Weisz, Rachel McAdams, Alessandro Nivola, Cara Horgan, Mark Stobbart, Dominic Applewhite, Sophia Brown, Bernardo Santos, Anton Lesser, Nicholas Woodeson, Allan Corduner – 114 min. – USA 2017

Tornata a Londra per i funerali del padre, Ronit (Rachel Weisz) rivede i parenti e gli amici di gioventù, ben inseriti, ora, nella comunità ebraico-ortodossa nella quale era cresciuta ed era stata educata, ma che aveva volontariamente lasciato da più di vent’anni per non esserne soffocata: teneva troppo ai suoi progetti e alla sua libertà. Se ne era andata a New York, dove aveva messo a frutto l’appassionata conoscenza della fotografia, diventando un’apprezzata artista sperimentale, con un curriculum prestigioso, ricco di mostre e di riconoscimenti.
Aveva saputo della morte del padre, rabbino della comunità londinese e adesso era lì, a rendergli l’estremo saluto, poiché, anche se non aveva più dato notizie di sé, non aveva cessato di amarlo.
A Londra il cugino Dovid (Alessandro Nivola), compagno di giovanili trasgressioni, l’aveva accolta con evidente imbarazzo: era diventato marito di Esti (Rachel McAdams) la sua migliore amica di allora. “Noi tre eravamo una forza”, aveva ricordato Ronit, evocando i giorni della ragazza che era stata, quando, con loro, avrebbe voluto cambiare il mondo. Con Esti aveva avuto una breve storia d’amore, vero scandalo per quel rigido microcosmo yiddish, all’origine del proprio auto-esilio alla volta degli Stati Uniti, unico modo per assicurarsi la possibilità di decidere della propria vita, senza interferire con la fede della comunità di appartenenza e soprattutto senza nuocere al padre e alla sua carriera. Il suo ritorno era stato percepito come una minaccia alla tranquillità raggiunta dall’intera comunità; le sue rassicurazioni circa la breve durata della permanenza londinese non convincevano; persino Dovid diffidava di lei, ora che era insegnante di Tōrāh e candidato alla successione del vecchio rabbino, caduto in Sinagoga mentre pronunciava il suo sermone sull’amore e sulla libertà. Le ribellioni giovanili, come sogni che svaniscono al risveglio, dunque, erano rapidamente rientrate, né i fedeli avrebbero tollerato nuove trasgressioni: Esti sembrava del tutto rinsavita dalle bizzarrie giovanili ed era diventata una brava moglie devota, nonché l’insegnante di inglese della scuola ebraica, apprezzata dai genitori dei piccini che le erano affidati. Questo, almeno, stando alle apparenze, per lo più ingannevoli, come tutti sanno. I severi dettami della Tōrāh, infatti, non erano idonei per imbrigliarne il  cuore, più incline ad ascoltare i dettami d’amore…a quel modo che ditta dentro… perché l’antica fiamma per Ronit non si era mai spenta: lei aveva sperato di rivederla dopo aver avvertito la Sinagoga d NewYork; lei era tornata a corteggiarla appassionatamente, nonostante tenesse davvero molto all’affetto protettivo di Dovid, alla stima della propria comunità e nonostante ora fosse incinta…

Grande narratore di difficili storie femminili, dopo GloriaUna donna fantastica –indimenticabile Oscar* dello scorso febbraio – il regista cileno Sebastian Lelio ci offre con questo bel film  una  nuova prova della sua finezza di ritrattista, originale nel raccontare le donne che osano coraggiosamente sfidare pregiudizi e convenzionu sociali, per realizzare i propri sogni e le proprie aspirazioni. Tutti e tre questi film sono connotati da un clima di tensione sottilmente erotica, fin dalle prime scene: ripenso agli sguardi ammiccanti che Gloria lancia all’uomo che ancora non conosce, ma che con ogni evidenza le piace; ripenso al modo speciale con cui si guardano Marina e Orlando, l’uomo amatissimo col quale convive, nonostante il disprezzo e l’emarginazione a cui si sente condannata. In quest’ultimo sono le parole sacre del Cantico dei Cantici, lette da un commosso Dovid agli studenti, nella prima straordinaria e spiazzante scena, a riverberare la loro sensualità sul resto del film, nel quale l’erotismo femminile assume il duplice aspetto della trasgressione aperta e sincera (Ronit) e del fuoco nascosto che sta per divampare, facendo vacillare acritiche e costrittive certezze (Esti). Ottime le due attrici e ottimo anche Alessandro Nivola, un tormentato Dovid, incerto fino alla fine fra tradizione dottrinale e amorosa compassione. Per la prima volta, Sebastian Lelio ha girato un film lontano dal suo Cile, interamente in lingua inglese per una produzione americana, come quasi tutti gli attori.  Da vedere!

*Migliore film straniero

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Una donna fantastica

recensione del film:
UNA DONNA FANTASTICA

Titolo originale:
Una mujer fantástica

Regia:
Sebastian Lelio

Principali interpreti:
Daniela Vega, Francisco Reyes, Luis Gnecco, Aline Küppenheim, Amparo Noguera, Néstor Cantillana, Alejandro Goic, Sergio Hernández. Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 104 min. – Cile, Germania 2017.

Con questo bel film, prodotto da Pablo Larrain e premiato con l’Orso d’argento a Berlino quest’anno, ritorna il regista cileno Sebastian Lelio e conferma le sue qualità non comuni di narratore già dimostrate nel 2013 col bellissimo Gloria, insolito e poetico ritratto femminile.

Ancora una volta, un ritratto insolito di donna, una donna speciale, Marina Vidal (Daniela Vega), giovane transessuale, dotata di una singolare bellezza, dolce e vagamente androgina, che faceva la cameriera per mantenersi, ma che aveva una bella voce e una grande passione per il canto. Talvolta qualche locale notturno le dava spazio, ma il suo sogno era di interpretare quel repertorio antico della lirica che sembrava particolarmente adatto alla sua voce duttile e profonda: un maestro l’aveva indirizzata accompagnandola col pianoforte, ma delle sue lezioni non era assidua frequentatrice. Marina viveva a Santiago del Cile con Orlando (Francisco Reyes), un imprenditore, più vecchio di vent’anni, tenero e innamorato, tanto che per amor suo aveva abbandonato la precedente famiglia. Li vediamo insieme, al ristorante, per festeggiare, davanti a una bella torta, il compleanno di lei, alla vigilia della partenza alla volta delle cascate dell’Iguazú, il viaggio che Orlando le aveva promesso e che ora finalmente avrebbero fatto. Siamo all’inizio del racconto: di lì a poco, un malore improvviso, un aneurisma, seguito da una rovinosa caduta sulle scale di casa, avrebbe posto fine alla vita di lui, lasciandola nella solitudine disperata che la morte improvvisa di chi si ama suscita in chi rimane, a cui  si era aggiunto, nel suo caso, il violento e brutale disprezzo di quella società che non aveva mai accettato il loro rapporto. Non doveva essere stata facile la loro vita di coppia: Santiago del Cile, la bella città che ora presenta un volto moderno e limpido, con le vetrate luccicanti della sua bellissima architettura, quasi  cercando di cancellare agli occhi del mondo il ricordo degli orrori oscuri della dittatura, non è il migliore dei mondi possibili. La percorrono sottotraccia i veleni di una cultura retriva e bigotta, i meschini desideri di vendetta, gli inconfessabili intenti persecutori nei confronti dei “mostri” che devono essere lasciati fuori dalla convivenza “civile”, muro eretto per proteggere la sacralità della famiglia, l’innocenza dei bambini e per giustificare la totale mancanza di umanità. Il dolore in quel mondo gelido e spietato è privilegio solo delle persone normali, gli altri, i diversi come Marina, sicuramente non lo provano: la loro ricerca d’amore è solo perversione; la loro imperfezione fisica ne fa “chimere”, indegne di qualsiasi forma di rispetto. La polizia e il medico legale avevano sentito il dovere di sottoporla a un’umiliante ispezione corporale e a un interrogatorio (lungo quelle scale potrebbe averlo spinto lei); la famiglia di lui le aveva impedito persino di dare a Orlando l’ultimo saluto durante la messa funebre e l’aveva privata di Diabla, il bellissimo cane che Orlando le aveva regalato. Non si sarebbe lasciata piegare da quel vento rabbioso, perché insieme all’innata dignità grazie alla quale Marina era riuscita a difendersi sempre, la memoria di lui l’avrebbe aiutata a ritrovare se stessa, a salutarlo sulla soglia del crematorio, toccandogli la mano per l’ultima volta (quanta umanità negli umili necrofori che avevano capito la sua tragedia!) e a riprendersi Diabla e le lezioni di canto. A lui avrebbe dedicato il suo primo concerto, aperto con la bellissima aria iniziale del Serse di Händel: Ombra mai fu, in cui Marina dispiegando tutta la dolce sensibilità della sua voce da contro-tenore aveva mostrato quanto la diversità possa diventare il valore aggiunto anche in una società manichea incapace di distinguere e di capire.

Film molto bello, denuncia limpidissima di un’intolleranza sempre più insopportabile per tutte le coscienze civili, interpretato da Daniela Vega, attrice trans, che ha reso con grandissima sensibilità un ruolo non facile. Il regista, cercando di coinvolgere un pubblico molto vasto, si è tenuto lontano dal mondo LGBT, un po’ troppo chiuso per orientare le simpatie di un numero alto di spettatori, necessario affinché si  formi il consenso più vasto possibile intorno al tema dei diritti di ogni persona, in nome della comune umanità.

Jackie

schermata-2017-02-24-alle-16-50-30recensione del film:
JACKIE

Regia:
Pablo Larrain

Principali interpreti:
Natalie Portman, Peter Sarsgaard, Greta Gerwig, Billy Crudup, John Hurt, Richard E. Grant, John Carroll Lynch, Beth Grant, Max Casella, Caspar Phillipson, Sunnie Pelant, Corey Johnson – 91 min. – USA, Cile 2016

Chi si illude che questo film permetta di acquisire qualche informazione in più sull’oscuro assassinio (1963) di John Kennedy, da soli due anni presidente degli Stati Uniti, o sulla sua graziosa e chiacchieratissima moglie Jacqueline certamente ne riporterà una delusione. Allo stesso modo era rimasto deluso chi si aspettava dalla visione di Neruda la celebrazione del rivoluzionario vate quale omaggio a un poeta morto opponendosi a Pinochet.
L’intento di Larrain, in tutti i suoi film, mi sembra sia stato sempre quello di portare alla luce l’essenza umana dei suoi eroi-personaggi, indagando la loro verità più profonda alla luce dei condizionamenti del loro tempo. Sotto questro aspetto Tony Manero o Padre Vilar non sono meno “veri” di Neruda, realmente vissuto; così come, rovesciando la questione, Neruda, è nel film di Larrain, altrettanto immaginario quanto Tony Manero: la loro verità è tutta interna all’opera di cui diventano protagonisti, veri e falsi in ugual misura. Paradossalmente, però, spesso, meglio di un documentario, di un’inchiesta giornalistica o di un saggio biografico ci aiutano a capire un’intera epoca storica. Questo lungo preambolo non può che valere anche per l’ultima fatica di Larrain, Jackie, ovvero la falsa-vera biografia di Jacqueline Kennedy.

Jackie è il nomignolo col quale Jacqueline era chiamata dal marito John, che a sua volta lei chiamava Jack. Il particolare ha una funzione narrativa; non solo ci introduce all’interno della vita della coppia presidenziale, ma dentro il progetto (che era di entrambi ma che fu portato avanti da lei) di creare attorno a quella coppia, un ampio consenso popolare, grazie all’uso della televisione, già molto presente all’epoca nelle case americane. Tutta di Jackie era stata l’iniziativa di trasformare la Casa Bianca in un luogo di incontro dei grandi personaggi della cultura e dell’arte contemporanea; di tenervi concerti; di arredare alcune stanze in modo che ricordassero la storia americana, soprattutto quella grande storia di libertà e giustizia incarnata dal Presidente Abraham Lincoln, che a quegli ideali aveva sacrificato la propria vita. Da Jack, invece, era arrivato il suggerimento delle visite televisive alla Casa Bianca: la graziosa Jackie, in funzione di impacciata accompagnatrice, a illustrare, spiegare, raccontare, mentre milioni di americani guardavano con interesse e simpatia l’insolita attenzione (vera o presunta) nei loro confronti. Naturalmente quell’ondata di ammirazione era per lei, che tuttavia, leale nel gioco di squadra, la rifletteva sul marito, accontentandosi di giocare di rimessa, e godendo dei privilegi che in ogni caso le arrivavano grazie a lui. Su questa “vita di corte”, allietata dalle feste danzanti del bel mondo di allora, sulle note del musical Camelot, si abbatté, come un fulmine a ciel sereno, l’attentato di Dallas, che in poche ore mise fine a ogni spensierato e spregiudicato sogno di gloria e di potere, annullò il ruolo di Jackie, che ancora sotto choc per la feroce crudeltà dell’attentato, era stata costretta a sgombrare il campo subito, per far posto al nuovo presidente. Era ben decisa, però, a non lasciarsi travolgere e soprattutto a non accettare l’irrilevanza cui sembrava destinata ora, senza rimedio.

Il film, a questo punto entra nel vivo della storia che è il racconto di come, utilizzando tutta la determinazione dura e spregiudicata di cui era capace, Jackie fosse riuscita a imporre a tutti, attraverso l’imponente funerale, non solo la glorificazione del suo Jack, ma l’immagine epica di lui, degno, come Lincoln, della sepoltura ad Arlington nel cimitero degli eroi, in una tomba di famiglia, per realizzare la quale erano stati esumati i corpi dei due figli morti precocemente, uno alla nascita e l’altro al terzo giorno di vita.
Il film racconta tutto ciò attraverso un complesso capolavoro di montaggio in cui si alternano autentiche immagini di repertorio con altre girate con la pellicola e la macchina dell’epoca, perché si ricostruissero in modo perfetto quelle ritrovate delle “visite alla Casa Bianca”* . A queste immagini, vere e quasi vere, si affiancano quelle che costituiscono la narrazione di tutta la storia, ricomposta attraverso una serie di rimandi al passato, di memorie riemerse durante il racconto-intervista- confessione che Jackie, a pochissimi giorni dal funerale di Jack, aveva rilasciato a un giornalista, dal quale aveva preteso la supervisione del racconto e la cancellazione di tutte le parti che avrebbero diffuso della coppia presidenziale e di lei, un’immagine forse più veritiera, ma molto meno perfetta. Fra queste colpiscono la lunga conversazione col prete cattolico (John Hurt al suo ulimo film); l’ammissione di un matrimonio più deludente del previsto e della sua conseguente sublimazione; l’affannosa ricerca di un perché destinata a rimanere senza risposta.

Altrettanto rimangono senza risposta nella mente dello spettatore altre domande. Chi era veramente, al di là della gloria postuma voluta da Jacqueline, John Kennedy ; quali erano stati i suoi meriti politici, al di là dei bellissimi discorsi che tutti abbiamo ammirato? A chi era giovato, inoltre, il frenetico attivismo di Jackie per ammantare di gloria una presidenza alquanto incolore, almeno fino a quel momento, se non a se stessa, che da allora aveva costruito di sé quell’icona di eleganza e bellezza, di “principessa consorte” che sempre l’avrebbe accompagnata? Quel dolore profondo era un dolore rabbioso per l’improvviso mutamento della propria sorte o era un dolore vero e rabbioso insieme?

Il racconto, come spesso quelli di Larrain, riflette sul potere, sull’utilizzo dei mass-media nel costruire il consenso politico; sulla potenziale falsità, camuffata da verità che trasforma  uomini (e donne) senza qualità in idoli mitici. Magnifico e complesso film, di non facile lettura, interpretato con grande professionalità da una Natalie Portman davvero da Oscar.

*alle quali non sarebbe stato possibile sostituire con elaborazione digitale (se non con costi proibitivi) la vera Jackie con Natalie  Portman

Neruda

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recensione del film:

NERUDA

Regia:
Pablo Larrain

Principali interpreti:
Luis Gnecco, Gael García Bernal, Mercedes Morán, Diego Muñoz, Pablo Derqui, Alfredo Castro – 107 min. – Argentina, Cile, Spagna, Francia 2016

 

L’antefatto – Cile-1948
In Cile una larga coalizione di forze politiche eterogenee aveva  portato al governo (1946) Gabriel González Videla, ma dopo soli due anni l’unità delle forze politiche che lo avevano sostenuto era in crisi: la guerra fredda stava penetrando anche nel continente latino americano e il potente alleato nordamericano di Videla ora pretendeva la messa al bando del partito comunista, l’arresto dei suoi parlamentari, nonché dei dirigenti sindacali e di tutti coloro che si erano segnalati per aver lottato per una maggiore giustizia sociale. Un’ondata di propaganda visceralmente anticomunista aveva travolto gli esponenti politici più noti e popolari e fra questi il senatore Ricardo Eliécer Neftalí Reyes Basoalto, meglio noto con il nome d’arte di Pablo Neruda, grande poeta, il comunista più noto in tutto il mondo.

La biografia e l’invenzione
Da questo antefatto storico prende le mosse il film di Pablo Larrain, il quale ricostruisce la figura straordinaria di Neruda, ovvero del poeta che più di ogni altro aveva saputo incarnare, attraverso l’opera in versi, la verità profonda del Cile, nel quale le bellezze del paesaggio naturale, talvolta aspro e inaccessibile, talvolta dolce e armonioso, sembrano riflettere le contraddizioni della sua gente, capace di grandi slanci ideali e di nobili sacrifici, nonostante la presenza radicata e inestirpabile nel proprio animo di oscure, barbariche e non sempre nobili pulsioni. Alcuni anni di studio della vita e dei poemi di Neruda erano serviti al regista per escludere che un film sul poeta potesse realizzarsi come un “biopic”, del tutto inutile a comprenderne gli aspetti più significativi e veri: gli sarebbe servito, invece, un personaggio d’invenzione a cui affidare il racconto; un deuteragonista in conflitto col poeta; un persecutore implacabile che dal suo punto di vista narrasse, come voce fuori campo, la vicenda di una vita, che si era fatta poesia, tutta da conoscere. Nasce in questo modo Oscar Peluchonneau (Gael García Bernal), il poliziotto che, incaricato da Videla (Alfredo Castro), si mette sulle tracce di Pablo Neruda (Luis Gnecco) per arrestarlo, mentre la chiusura delle frontiere potrebbe facilitarne il compito.
Giovane e volitivo, di oscure e forse inconfessabili origini, Oscar aveva millantato un padre importante e stimato: un ministro degli interni che, riconoscendolo come proprio figlio, gli aveva trasmesso il cognome. La menzogna gli aveva aperto le porte della polizia di stato, ai suoi livelli più alti; ora, secondo i suoi piani, la cattura del poeta lo avrebbe reso famoso e potente nel mondo degli uomini che contano davvero; gli avrebbe finalmente permesso di entrare nelle eleganti dimore della buona società, che finora si era gloriata anche troppo della frequentazione di intellettuali comunisti, quelli che, come Neruda, avevano fatto credere di servire gli interessi della rivoluzione, crogiolandosi invece nel lusso e permettendosi ogni sorta di vizio. Per tutta la prima parte del film la voce di Oscar Pelouchenneau è la voce stessa dell’invidia sociale, di chi soffre l’ingiustizia delle proprie umili origini e pensa di addossarne le responsabilità allo snobismo degli uomini accolti dai salotti buoni e dai postriboli di lusso, come Neruda, per l’appunto.

Il poeta e il poliziotto
Entrato in clandestinità e protetto dai suoi compagni di partito, il poeta aveva deciso di giocare la sua partita in modo del tutto originale, servendosi, cioè, dell’arma che sapeva usare meglio: la parola poetica. Convinto della capacità di fascinazione della poesia, egli aveva fatto trovare al suo inseguitore le proprie tracce attraverso i poemi lasciati proprio per lui in bella mostra. Oscar lo avrebbe seguito proprio come si può seguire una sirena dal richiamo irresistibile, una grassa sirena, avanti negli anni e priva del tutto di sex appeal, di cui però egli coglieva la  forza penetrante della parola, che era nata dall’ascolto fiducioso di ciò che stava nel fondo oscuro del cuore degli uomini, anche di quelli che si sarebbero detti i più lontani dal poeta. Neruda, infatti, apparentemente schizzinoso e snob, non aveva disdegnato di avvicinare nei più infimi bordelli cileni quegli esseri umani disprezzati e dimenticati, confondendo la propria nudità (reale e metaforica) con la loro, in un contatto carnale irrinunciabile e in fondo innocente, poiché la fisicità era per lui la fonte di conoscenza primaria senza la quale far poesia non gli sarebbe stato possibile. Contraddittorio come ogni uomo lo è, Neruda emerge dalla narrazione di Larrain ben diverso da chi se ne aspettava un ritratto edificante, come un santino stereotipato; anche nel suo cuore, come in quello dei personaggi del suo film precedente tenebre e luce sono presenti  in un groviglio inestricabile, ciò che davvero lo rende fratello di Oscar, il “fratello poliziotto”, così come lo avrebbe chiamato in uno dei segnali a lui diretti lungo il percorso della sua fuga, cercando di attirarlo sempre più vicino fisicamente e, anche in questo caso, metaforicamente.

Il film mi ha talmente affascinata che vorrei davvero dirne di più, ma mi trattiene il rispetto per le attese di chi lo vedrà, nonché la speranza, forse un po’ presuntuosa, di avere, sia pure modestamente, agevolato l’interpretazione di un’opera assai complessa. Come ho scritto, il film non è un “biopic”: Larrain ha più volte sostenuto, anzi, di avere volutamente rovesciato i termini di questo “genere” (che non avrebbe permesso di comprendere Neruda, né come uomo, né come artista), scegliendo come vero protagonista il suo spietato antagonista. La pellicola è, invece, nei suoi momenti diversi, la narrazione di un momento difficile e doloroso per il poeta costretto alla fuga e infine all’esilio; una storia con le caratteristiche del noir, in cui non mancano le sorprese; la cronaca di un viaggio tormentoso e accidentato che è sempre più chiaramente un racconto di formazione per Oscar; un western anomalo e fascinoso lungo gli sterminati altipiani innevati delle Ande, ai confini coll’Argentina. Il film però, secondo me, è soprattutto l’affermazione della forza rivoluzionaria della poesia di Neruda, la voce libera nella quale avevano potuto trovare la propria umana identità le creature più deboli e indifese, quelle che sulla propria pelle avevano sofferto l’umiliazione e il disprezzo di chi le aveva in vario modo sfruttate: dai lavoratori trattati come bestie, ai contadini sfiniti dalle fatiche, alle puttane e ai travestiti dei postriboli, nonché allo stesso Oscar, il “fratello poliziotto” che aveva cercato, nel modo più inaccettabile di uscire dall’irrilevanza sociale e che, alla fine, alla parola del poeta avrebbe affidato la propria unica e irripetibile individualità. Straordinario film, da vedere sicuramente; eccezionale la recitazione di tutti gli attori.

Il Club

Schermata 2016-02-28 alle 19.55.28recensione del film:
IL CLUB

Titolo originale:
El Club

Regia:
Pablo Larrain

Principali interpreti:
Roberto Farías [I], Antonia Zegers, Alfredo Castro, Alejandro Goic, Alejandro Sieveking,Jaime Vadell, Marcelo Alonso – 98 min. – Cile 2015

Un’altura su un tratto di costa deserta del Cile: lì sorge “El Club”, una villetta gialla, priva di pregi architettonici e piuttosto anonima, al cui interno è confinato un gruppo di quattro preti che la Chiesa ha allontanato dal ministero in seguito a gravi scandali. Essi sono sorvegliati da una suora, Monica (Antonia Zegers), ora allo stato laicale forse per qualche colpa, che sconta attraverso il lavoro di cura della casa (la pulizia prima di tutto) e di accudimento degli uomini che la abitano: a quest’ultimo compito si dedica con dolcezza materna, di cui non tarderemo a cogliere gli aspetti prevaricatori e autoritari, abilmente camuffati da un sorriso indulgente e ipocrita. Le immagini iniziali del film indugiano sulle attenzioni di Monica al lindore della casa, presentandoci le sue scrupolose operazioni di pulizia all’ interno e anche all’intorno, quasi per evitare che infezioni sempre in agguato mettano in forse la serenità e l’equilibrio dei suoi quattro abitatori, ormai abituati alla loro condizione di semi-prigionia (possono uscire di lì, ma non avvicinarsi al villaggio circostante, denominato la Boca ) alquanto claustrofobica. Uno dei quattro è padre Vidal (il grande Alfredo Castro), allevatore di levrieri, che egli impegna in gare di velocità, intorno alle quali un gioco di scommesse coinvolge anche gli abitanti del villaggio. La piccola comunità degli ex preti ne ricava qualche guadagno, utile per continuare ad allevare i cani ma anche per soddisfare qualche capriccio, come l’acquisto di qualche ghiottoneria oltre ai super alcolici o al tabacco: alla semi-prigionia fa riscontro, dunque, il persistere di comportamenti che non molto si addicono alla condizione di chi si trova in quel luogo per espiare un passato di colpa e di peccato, ma ampiamente tollerati dalla suora, che è l’unica a mantenere rapporti con la popolazione locale e che è molto interessata a non destare, a La Boca, sospetti o curiosità intorno al Club .
Questa condizione di equilibrio e di tolleranza un po’ complice entra in crisi allorché una quinta persona viene inviata dalla Chiesa a scontare le proprie colpe in quel luogo: è il pedofilo padre Lazcano, il cui arrivo è seguito da quello di una sua vittima, Sandokan (Roberto Farías), che da piccolo aveva subito le sue turpi attenzioni e che ora non gli dà tregua: si piazza infatti di fronte alle finestre del Club, lo chiama a gran voce ricordandogli il suo vergognoso peccato, descrivendone i dettagli più osceni in modo così ostinato da indurre Lazcano a togliersi la vita con un colpo di pistola. Non erano bastate, dunque, le pulizie meticolose per tenere il male lontano da quella casa: ora quel male accuratamente nascosto, era diventato di pubblico dominio.

Era possibile, dunque, almeno dopo che si era finalmente chiarita l’inutilità di celare i mali più gravi del clero, un comportamento diverso da parte della Chiesa cilena? La forza scandalosa della verità si era rivelata davvero capace di spalancare le porte ostinatamente chiuse del club e forse anche di far entrare un po’ d’aria pulita e respirabile al suo interno? La Chiesa aveva risposto allo scandalo inviando sul posto un giovane gesuita, padre Garcia (Marcelo Alonso) che intendeva portare alla luce l’infezione, per quanto estesa, senza timore e senza pietà per nessuno.
Naturalmente non volendo anticipare il finale del film, non dirò se e in quale misura questo gli sarebbe riuscito.

Il film, che è di notevole complessità, non è (se non in modo molto mediato) un film politico o religioso. Com’è nello stile del regista, infatti, i modi della narrazione trovano il loro centro e la loro forza espressiva non solo nella più o meno realistica rappresentazione di un gruppo di vecchi e viziosi  membri di una Chiesa più che mai corrotta e collusa con il regime di Pinochet, ma soprattutto nell’opposizione luce – tenebre, evocata fin dall’inizio del film, preceduto dal verso famoso della Bibbia (Genesi I-IV):
E Dio vide che la luce era buona, e separò la luce dalle tenebre.
La presenza di questa dicotomia percorre il film, ma le tenebre ben più della luce permeano la vita del Club: gli unici momenti in cui il gruppo degli ospiti della casa vedono le cose in piena luce sono quelli in cui, attraverso il binocolo si godono, da molto lontano, la corsa dei levrieri, ma anche qui l’accomodamento delle lenti non permette una perfetta messa a fuoco. In ogni caso, la luce del luogo, all’interno o all’esterno dell Club, è come offuscata da una nebbia bluastra che non sempre rende percepibili i contorni delle cose e del paesaggio. Tutto il film sembra invitarci a riflettere se davvero le tenebre siano state pienamente separate dalla luce, cioè sembra invitarci a una meditazione sul bene e sul male, sull’imperfezione dei malvagi, cui non manca, talvolta, per quanto gracile, qualche traccia di coscienza tormentata, come nella figura di Padre Vidal, nonché sulla crudeltà spietata del “bene”, impersonata da un inquisitore temibile e fanatico come padre Garcia, unico interprete autorizzato di ogni bene possibile. Film molto bello di questo regista poco conosciuto in Italia, dove sono passati come meteore, lasciando dietro di sé poche tracce, film importanti e magnifici come Tony Manero (di cui non credo sia mai uscito un DVD) e Post Mortem, che gli interessati possono trovare qui recensito. Orso d’argento alla Berlinale dello scorso anno, assegnato per la miglior regia e finalmente visibile anche da noi, al solito con qualche mese di ritardo.

ritratto di donna 1 (Gloria)

Schermata 10-2456579 alle 16.15.43recensione del film:
GLORIA
Regia:
Sebastian Lelio

Principali interpreti:
Paulina Garcìa, Sergio Heràndez, Marcial Tagle,Diego Fontecilla, Fabiola Zamora, Antonia Santa Maria – 94 min.- Cile, Spagna 2013

Paulina Garcia, l’attrice cilena che, con una recitazione eccezionalmente versatile, ha dato vita alle molte facce di Gloria, la donna protagonista di questo bel film, è ripartita da Berlino, quest’anno, portandosi a casa l’Orso d’argento assegnato alla migliore interpretazione femminile. Il film, infatti, poggia quasi interamente su di lei, capace di rendere credibili le mille facce del personaggio: i suoi molti sogni, le sue troppe delusioni, ma anche le innumerevoli contraddizioni  e incertezze che hanno percorso e continuano a percorrere la sua vita di donna non più giovane, che prova a organizzarsi dopo essere stata abbandonata, sulla soglia dei cinquant’anni, da un marito in cerca di compagnie meno “mature” e meno stanche di quanto fosse lei, che aveva cresciuto i figli e si era strapazzata fra casa e lavoro per mandare avanti la famiglia. Ora, dopo dieci anni da quel doloroso strappo, prossima alla vecchiaia ma ancora piacente nell’aspetto, briosa e disinvolta, con molta voglia di vivere, di divertirsi e di accettare l’amore degli uomini che le piacciono, sembra aver incontrato, infine, l’uomo giusto per una relazione seria e impegnativa. Si chiama Rodolfo, ha l’ aspetto di un distinto signore (ma porta, sotto gli abiti di buon taglio, una orribile pancera elastica che non gli conferisce, in verità, molto fascino); è molto attratto da lei di cui è anche, all’apparenza, molto innamorato. Dalle sue premure attente, e dalla sua disponibilità economica, però, dipendono ancora la ex (ma fino a che punto?) moglie e persino le due figlie, ormai sulla trentina, poiché egli non ha mai voluto, per pavidità e timore, staccarsi del tutto da un legame fallimentare, ma mai completamente esaurito. La coraggiosa Gloria, in un bellissimo e crudele finale a sorpresa, comprende che dovrà sopravvivere anche senza di lui e che probabilmente ce la farà.

Il film racconta dunque una storia piccola, quasi banale, riproponendo un’esperienza comune a molte donne (e forse anche a qualche uomo): il mondo è pieno di bigami incapaci di scegliere, perché rifuggono dalle grane e dai problemi, davanti ai quali se la danno a gambe, per viltà, preferendo i binari tranquilli di una noia consolidata dall’abitudine e dalle vessazioni; il mondo è anche pieno di donne che ne soffrono. Quello che potrebbe essere, quindi, il soggetto di un fumettone o di una telenovela poco interessante diventa qui il brillante, ma anche tenerissimo ritratto di Gloria che, pur non giovane, rivendica il diritto di vivere pienamente gli anni che le rimangono, priva ora anche degli amatissimi figli, a cui aveva insegnato, com’è giusto, a muoversi con le proprie gambe e che perciò se ne sono andati per la loro strada. Gloria è sola, ma non rassegnata all’emarginazione: è nuovamente pronta ad affrontare senza timori il giudizio del suo prossimo e il rischio di qualche nuova delusione. Film apprezzabile per aver mantenuto una certa impassibilità emotiva attorno alla figura della protagonista, il cui comportamento viene raccontato con il giusto distacco, anche attraverso immagini di forte realismo.